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Una leadership sotto attacco nel Pd, divisiva tra gli elettori

di Michele Prospero 
La liquidazione della leadership di Renzi è la condizione indispensabile, ma certo non sufficiente, per una ripresa delle manovre a sinistra. Regalarlo all’oblio, e affidare il Pd assai ridimensionato a una conduzione meno provocatoria, sarebbe già un piccolo annuncio di inversione di tendenza. È vero che i problemi di fondo della democrazia italiana non sono riconducibili alle scelleratezze di una singola persona. Anche chi ama dipingersi come un uomo solo al comando e, nel suo delirio per il partito personale, manomette la Costituzione e combatte i diritti del lavoro, in realtà non scatena effetti di sistema con la sua pura volontà di arbitrio.
Contano sempre i rapporti di forza e le potenze sociali di cui una leadership è comunque espressione. E però rinunciare al forte impatto divisivo che la figura di Renzi esercita nella società non sarebbe ragionevole. Il popolo non sta con Renzi. È caduto “in odio all’universale” direbbe Machiavelli. E, fino a quando lui sarà al centro della contesa, i molti non aspetteranno altro che una qualsiasi arma politica per percuoterlo a reiterazione negandogli il consenso.
Non ci sono effettive possibilità di invertire il ciclo negativo con le trovate di un marketing ormai ripetitivo e con slogan fastidiosi come un ronzio testardo. Il meccanismo simbolico che la sua riapparizione ha scatenato rinvia al duello tra un capo irridente e un popolo che si sente beffato nei suoi pronunciamenti. Eppure un plebiscito non lascia libertà ermeneutica alcuna. Un politico appena savio dovrebbe scongiurare questa estrema polarizzazione tra l’alto e il basso, il capo e il popolo. Renzi invece accetta una corsa al massacro che trasforma un politico che veste il linguaggio del comico in uno sconfitto ad oltranza che per cocciutaggine infantile volge al martirio.
Poiché è difficile che una tardiva congiura possa sortire effetti liberatori, allontanandolo dal Nazareno dopo la sceneggiata dell’incoronazione avuta da un simulacro di partito, non resta che attendere lo schianto delle elezioni. Per motivi del tutto obiettivi, l’antirenzismo è uno dei collanti per abbozzare una alternativa al potere che ha aggredito lavoro, costituzione, scuola. Non è sufficiente l’immagine del nemico, ma intanto l’avversione radicale verso un leader non più tollerato è una cosa che si annusa nell’aria e impolitico sarebbe rinunciarvi. Occorrerebbe anche dell’altro, ma non esiste ancora una sinistra credibile e pronta per imbastire una alternativa progettuale.
Le sue difficoltà sono la sedimentazione di 25 anni di storia repubblicana non ripensati criticamente e quindi oltrepassati per davvero, senza camuffamenti strumentali. La rivendicazione del bilancio positivo di quanto realizzato dal centro sinistra nei suoi anni di governo è di sicuro legittima. Ma la puntigliosa difesa di un ceto politico che si è mantenuto lontano dalla corruzione, ha raggiunto un certo prestigio in Europa e ha anche mostrato una capacità di gestione della macchina dell’amministrazione, non dovrebbe occultare l’impatto strategico, nel complesso negativo, che nel lungo periodo ha esercitato la contagiosa metamorfosi culturale della sinistra Dc che, già negli anni ’80, si convertì alla venerazione del liberismo, dell’efficienza.
Da una tradizionale predilezione statalista (industria pubblica, politiche industriali, partecipazioni statali), la sinistra Dc, anche in competizione con il Psi, passò alla rivendicazione delle virtù dell’efficienza degli ingranaggi del libero mercato. In questo impeto contro lo Stato imprenditore, essa si incontrò con l’innamoramento della sinistra postcomunista per il nuovo verbo blariano che cantava l’elogio della concorrenza, delle privatizzazioni, dello Stato regolatore e non gestore. Molte scelte furono obbligate per una tradizione annichilita e spaesata dopo la sconfitta dell’Ottobre. E però una valutazione complessiva andrebbe ormai abbozzata per tentare un’operazione nel segno della discontinuità come quella di Corbyn.
Se dopo 25 anni l’Italia non cresce, la sua economia conserva gli stessi elementi di fragilità strutturale, con il riemergere di pesanti differenziazioni territoriali e con livelli insostenibili di disoccupazione e di esclusione sociale, ciò chiama in causa qualcosa di permanente, cioè l’abbandono dei canoni dell’antico governo pubblico dell’economia. Il maltrattamento dell’economia mista, l’esaltazione del vincolo esterno come irripetibile occasione di un recupero di competitività contro i lacci e lacciuoli dello Stato sociale, ha estirpato, con le degenerazioni e gli elementi di improduttività, con le sacche di corruzione e di inefficienza, anche le condizioni pubbliche a garanzia della crescita, dell’innovazione, degli investimenti produttivi, dell’occupazione, della redistribuzione.
Su questi punti di sofferenza epocale o declino è opportuno insistere criticamente non per imbastire affrettati processi sulle colpe delle classi dirigenti ma per immunizzarsi definitivamente da una cultura di governo che ha fallito nella sua idea di modernizzazione e indotto alla marginalizzazione sociale, alla perifericità dell’Italia nell’economia-mondo. Non per cercare capri espiatori ma per riproporsi come reali forze di alternativa, cioè come punto di riferimento in un tempo di crisi sociale cronicizzata, la sinistra dovrebbe ripensare le sue categorie, per definire un progetto nuovo che parli alle sofferenze ed esclusioni odierne.
Se questa apertura programmatica manca, alla sinistra plurale non resta che accontentarsi dell’antirenzismo. È unilaterale e rozzo il desiderio di abbattere la statua di un capo odiato che non se ne va, ma questa picconata a un’icona ostile sprigiona pur sempre un elemento di mobilitazione. Antirenzismo, allora? Sì, solo se serve per prendere tempo e lavorare a un progetto politico che non può cavarsela con una riedizione di un antico centro-sinistra.

Fonte: il manifesto 

Europa, dalla farsa sui migranti a quella neocoloniale

di Tommaso Di Francesco 
Così inizia Il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte di Carl Marx : «Hegel osserva da qualche parte che tutti i grandi avvenimenti e grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa», e Friedrich Engels nella lettera a Marx che aveva ispirato la sua citazione, sottolineava «una farsa pidocchiosa» . Non ci sarà la «farsa pidocchiosa» di una nuova guerra austro-ungarica, l’invio di carri armati e soldati alla frontiera annunciati dal ministro della difesa austriaco. È evaporata al sole dell’estate la manovra elettorale di Vienna intesa a cavalcare, come ogni capitale europea, la xenofobia che si vuole dilagante. Il traballante premier austriaco Christian Kern, ha fatto marcia indietro, visto anche il fatto che dal Brennero purtroppo di migranti ne passano ormai sempre meno. Le truppe austro-ungariche non metteranno a repentaglio i nostri confini. Diciamo austro-ungariche perché da almeno due anni Vienna è diventata capofila neo-imperiale dei Quattro di Visegrad, Slovacchia, Polonia, Ungheria e Repubblica ceca, il fronte dei più refrattari contro i profughi e allo stesso tempo i Paesi europei che rimettono in discussione, non solo sui migranti, i legami con l’Ue, cancellando diritti e principi democratici, contro le opposizioni e ogni minoranza.
Ma la marcia indietro non riesce a nascondere il disastro di quella che ci ostiniamo a chiamare Unione europea, naufraga e profuga di se stessa rispetto alle promesse con cui si è costituita. Perché ecco che s’avanza un’altra «farsa pidocchiosa», ben più pericolosa. Quella neo-coloniale, ma presentata come svolta salvifica dal governo italiano e dal ministro Minniti: è l’«aiutiamoli a casa loro in Africa», già parola d’ordine delle destre razziste, ora programma di Bruxelles formalizzato nel «Piano Merkel», in discussione al vertice europeo che si è aperto a Tallinn in Estonia. Aiuti, sostegno vero, soccorso e riparazioni alle malefatte della nostra economia di rapina?
No, stesso ed eguale coinvolgimento degli organismi finanziari internazionali che elargiscono fondi al Continente africano solo in cambio di ulteriori cessioni di sovranità (una sovranità che non c’è quasi mai stata), di privatizzazioni, di rinnovate concessioni alle multinazionali, di commerci di nuove sofisticate armi ad inasprire altri conflitti – come scriveva ieri sul manifesto Giulia Franchi di Re:Common – e a gravare i già smunti bilanci delle nazioni africane, proprio lì da dove fuggono i cosiddetti «migranti economici» respinti ora da Francia, Spagna e ieri anche dalla Germania.
Sarebbe stato sbagliato chiamare questo programma «piano Marshall». Quello fu davvero il primo piano – strumentale durante la Guerra fredda – d’investimenti americani in Italia e in Europa.
Ma in Africa i nostri investimenti di rapina ci sono già e aiutarli a casa loro dovrebbe voler dire cambiarne natura, mezzi e scopo. Ora Minniti lamenta il fatto che alla Turchia per tenerci i profughi in campi di concentramento, abbiamo dato due miliardi, «invece alla Libia le briciole». Ma prima della guerra della Nato del 2011, la Libia era il principale Paese investitore in infrastrutture e opere civili dell’intera Africa e con il reddito più elevato del Continente nero, inoltre poneva all’ordine del giorno il problema del cambio denaro-materie prime non più solo in dollari ma in euro, con addirittura la possibilità che nascesse una divisa africana. Ora che cos’è diventata la Libia? E soprattutto, a quale brandello della lacerata Libia dovremmo dare miliardi come per la Turchia del Sultano Erdogan? A Sarraj che conta meno del sindaco di Tripoli o a Khalifa Haftar sul trono a Bengasi all’ombra di Al-Sisi e Francia, alle milizie di Misurata o alle guardie petrolifere, o al figlio di Gheddafi, Seif al Islam? Intanto continuiamo a pompare-rapinare per noi petrolio e gas dai preziosi pozzi libici. Intanto la frontiera dell’Europa «deve diventare il Niger», più a sud della Libia, «lì e prima dobbiamo fermarli», in Mali (dove la guerra continua) e in Ciad. Nessuno spiega come per 5mila chilometri di frontiera che delimita il sud del Sahara. Ma questa è la «nuova» idea.
E la Francia, che con il Bonaparte-Macron rompe la solidarietà con l’Italia e dice «no ai migranti economici», con questa «solidarietà» non a caso è d’accordo. Parigi ha semplicemente in mano le economie dell’area, detiene praticamente le chiavi delle banche centrali di questi Paesi e l’intera loro economia, controlla le ricchissime fonti minerarie. Che c’è da aggiungere? Magari un prezioso commercio di armi (finché c’è guerra!), il rafforzamento delle già corrotte leadership e in più la disponibilità dei Paesi africani diventati il «nuovo confine europeo» a farsi «campo di concentramento» per chi fugge da guerre e da miseria. Non opere riparatrici e di bonifica dello sfruttamento, occidentale e dei Paesi sviluppati, delle risorse africane.
Guardate come le multinazionali occidentali del petrolio hanno ridotto il Delta del Niger, grande quasi un quarto dell’Italia: un pantano immenso di bitume e scarti del grezzo di prima estrazione che ha compromesso le falde acquifere costringendo alla fuga centinaia di migliaia di contadini nigeriani: e la Nigeria risulta non a caso al primo posto tra i paesi di provenienza dei profughi africani. Invece offriamo un altro scambio ineguale, un «piano» per allargare l’universo concentrazionario di un intero continente, nel disprezzo di quelli che vantiamo, ma solo per noi, come i beni più preziosi: i diritti umani e la democrazia.

Fonte: il manifesto 

Legge sulla tortura, era meglio non approvarla

di Tomaso Montanari
Non sarà che mezzo Paese non vota più perché non ne può più del cinismo dei benpensanti che a furia di giudicare sempre il bicchiere mezzo pieno (anche quando è vuoto) arrivano a celebrare come una conquista di civiltà anche il più clamoroso dei passi falsi? Davvero una pessima legge sulla tortura è meglio di nessuna legge? Non sarebbe stato meglio lo scandalo di una bocciatura e una seria riscrittura, invece di questa approvazione che permette di dire che, in fin dei conti, un’altra riforma si è portata a casa?
È riformismo quello che contrae i diritti e fa regredire invece che progredire? Con il Jobs’act, la Buona Scuola, lo Sblocca Italia, la riforma Madia, la riforma Franceschini e ora la legge sulla tortura la Repubblica viene sfigurata, la Costituzione umiliata.
Quando perfino il presidente del Pd Matteo Orfini dichiara che quella sulla tortura è “una legge inutile, meglio non approvarla”, cosa si deve pensare del suo partito che, nonostante tutto, la approva? Sarebbe questo il perno di centro su cui costruire l’ennesima edizione del centrosinistra?
Contro questa legge si sono schierati la Corte europea dei diritti dell’uomo, il Consiglio d’Europa, i magistrati che hanno istruito i processi della Diaz, una serie impressionante di associazioni e lo stesso primo firmatario del disegno di legge originario, il senatore Pd Luigi Manconi, delle cui probità e misura nessuno davvero può dubitare.
Perché la legge è pessima? Perché non punisce i singoli atti di tortura, ma solo quelli reiterati. Perché non definisce la tortura come un reato compiuto da un pubblico ufficiale, ma come un reato comune. Perché non definisce in modo inequivocabile la tortura, ma si affida a criteri tanto vaghi da aprire la porta a lunghissime e inconcludenti discussioni in tribunale. Perché impone l’onere della prova alla vittima: che deve dimostrare di aver subito “un verificabile trauma psichico”. Perché rende non punibile chi tortura applicando la legge.
Insomma, lo scopo della legge è di rendere non identificabile, e non punibile come tale, la tortura di Stato. Appare chiaro che l’intento sia anche retroattivo, cioè sia quello di aprire la strada a una sostanziale impunità in precisi casi italiani pendenti a Strasburgo. Riuscendo così a fare un doppio, gravissimo danno: togliere giustizia alle vittime delle torture passate, aprire la strada a torture future.
Non pare casuale la sintonia di questo pessimo testo con un clima internazionale in cui – uso parole di Alessandra Algostino – “si ragiona di ‘grado’ di coercizione ammissibile e di base legale dei trattamenti inumani e degradanti”. Nella più recente legislazione americana, per esempio, “la tortura è vietata, ma esistono differenti gradi di coercizione ed alcuni sono ammissibili e le dichiarazioni così raccolte possono costituire un mezzo di prova legale: si spezza il divieto assoluto della tortura e si riaffaccia, se pur ad alcune condizioni, la tortura giudiziaria”.
Il contesto politico è chiaro: la relativizzazione dei diritti umani del 1789 in nome di un bilanciamento con il diritto alla sicurezza. Naturalmente, come sempre, il diritto alla sicurezza di alcuni. L’idea, implicita ma attiva, è che la tortura possa salvare una vita: in una gerarchizzazione delle vite che è immediatamente fornita, anzi è implicita, nell’assetto sociale ed economico del mondo. È la pessima china del male minore: una china che porta a non escludere la tortura, anzi ne prospetta la ri-legalizzazione in molti paesi (a partire dagli Stati Uniti). O, più subdolamente (come tipico della tradizione italiana), una china culturale e politica che porta a non renderla efficacemente punibile.
Non si può non vedere il nesso che esiste tra la tolleranza della tortura (un’eventualità che la stragrande maggioranza dei cittadini degli stati cosiddetti democratici sente remotissima da sé) e l’erosione dei diritti su altri fronti, meno desueti.
In altre parole. Il rapporto tra il potere dello Stato e i corpi non è senza relazione con quello tra il potere del mercato e la dignità della persona umana. Quando tolleriamo la possibilità che venga approvata una legge sulla tortura come quella italiana, di fatto ci comportiamo come sudditi che credono di barattare la propria sicurezza con i diritti di “altri”, lontani da noi (terroristi, insorgenti, irregolari, marginali, migranti etc).
Dobbiamo rendere chiaro che invece stiamo rinunciando alla nostra sovranità, così come abbiamo già rinunciato all’eguaglianza. È l’idea di persona il centro sensibile di tutti questi ragionamenti. Ragionamenti che si incrociano nell’articolo 3 della nostra Costituzione: dove l’eguaglianza di fronte alla legge e l’eguaglianza sostanziale si intrecciano al progetto fondamentale della Repubblica, il pieno sviluppo della persona umana. Se ammettiamo, anche solo di fatto, la non punibilità di una qualche forma di tortura di Stato, stiamo distruggendo irreversibilmente la nostra stessa dignità, e la sovranità.
Ci stiamo rassegnando a fare sacrifici umani a uno nuovo Leviatano che non è lo Stato della nostra Costituzione. Quest’ultimo Stato, come ha scritto Giuseppe Dossetti, “può e deve portare l’uomo ­– col suo concorso, s’intende – alla felicità: perché lo Stato ha per fine il bene comune… Non bisogna avere paura dello Stato”.
Ecco, lo Stato che emerge da questa pessima legge fa invece davvero paura. E questo non possiamo permetterlo. Come non possiamo più permetterci una sedicente sinistra che fa il lavoro della destra.

Fonte: Huffington Post – blog dell’Autore 

In Italia la tortura è legge

di Checchino Antonini 
In Italia, la tortura è legge. La nuova fattispecie non riconosce il reato di tortura come reato tipico del pubblico ufficiale in barba alla Convenzione firmata dall’Italia nel 1989. Inoltre la previsione della pluralità delle condotte violente, il riferimento alla verificabilità del trauma psichico e i tempi di prescrizione ordinari annacquano un testo quasi a consigliare, agli addetti ai lavori, le condizioni per abusare piuttosto che per rispettare i diritti delle persone in custodia dello Stato. Più di mille editoriali vale il commento di uno come Gasparri, postfascista impiantato in Forza Italia: «Chi canta vittoria ha in realtà fatto un buco nell’acqua. Mentre chi a sinistra dice che la legge non serve a nulla ha ragione. Il testo così com’è è carta straccia».
Basta qualche accorgimento, infatti, e anche l’ultimo tra i piantoni in divisa potrà abusare su un individuo in sua custodia senza incappare nelle nuove norme sfornate ieri dal parlamento (illegittimo, visto che è stato eletto con una legge incostituzionale) di questo Paese, dopo un iter che ha avuto cura di ascoltare con attenzione le raccomandazioni delle lobby di polizia e militari e non ha degnato di uno sguardo il tessuto associativo che si batte per la difesa dei diritti umani. Ci siamo occupati spesso di questa legge su Popoff segnalando le critiche rivolte al pessimo testo sia dalle associazioni per i diritti umani, sia dalla Corte di Strasburgo, sia dai pm della Diaz e di Bolzaneto, sia dalle vittime dei casi più eclatanti di tortura di questa fase politica: Diaz, appunto, Bolzaneto, Cucchi. A un certo punto era sembrato che si sarebbe potuta chiamare legge Cucchi, proprio in memoria di Stefano, torturato e ucciso da un mix incredibilmente violento di malapolizia, malasanità e proibizionismo. Sua sorella Ilaria ha raccolto centinaia di migliaia di firme in calce a una petizione on line. Oppure avrebbe potuto chiamarsi legge Manconi dal nome del primo firmatario, il senatore Pd, che dopo gli ultimi stravolgimenti ha pensato bene di non far restare il proprio nome appiccicato a una legge che, più che perseguire la tortura, sembra legalizzarla come, anche dal nostro giornale, ha provato ad avvertire Enrico Zucca, sostituto procuratore generale a Genova e, a suo tempo, pm nel processo Diaz. Iniziando la sua lunga requisitoria, Zucca ebbe a dire che processare un uomo in divisa è difficile come processare uno stupratore o un capo mafia. Perché la tendenza a criminalizzare le vittime – tipica di un caso di stupro – si fonde con la tendenza a chiamare spirito di corpo quel tipo di omertà a cui abbiamo assistito, allibiti, in casi come quelli scaturiti dalla montagna di reati violenti commessi da centinaia di servitori dello Stato a Genova nel 2001, in Val di Susa in questi cinque anni di occupazione militare e in decine di altri luoghi.
Una pessima legge sulla tortura si aggiunge ai decreti Minniti-Orlando approvati da poche settimane per criminalizzare stili di vita, comportamenti conflittuali e corpi migranti. Si allarga così l’area della discrezionalità delle forze dell’ordine e si dilata il discorso pubblico sulla sicurezza, riversandolo deformato su un tessuto sociale sbriciolato, per coprire un’insicurezza determinata dalle dinamiche, a loro volta violentissime, della governance liberista. La repressione, e la connessa impunità delle forze dell’ordine, è funzionale alla gestione degli effetti della crisi che continueranno ad acutizzarsi. Per questo il tour de force del governo Gentiloni e del Pd di Renzi e Orlando a prevenire un’indignazione collettiva, organizzata, consapevole, dal basso. Nessuno stupore che una torsione del genere – come ogni altra controriforma – venga impressa dal Partito Democratico, braccio “armato” del neoliberismo in Italia. Quello che è mancato, anche questa volta, è stato un movimento di massa capace di costruire egemonia e conflitto per contrastare l’ulteriore passaggio verso uno stato di polizia.
Una legge contro la tortura, l’abolizione dei decreti Minniti-Orlando, del Codice Rocco e della legge Reale, l’istituzione di un codice alfanumerico per l’identificazione di chi operi travisato in servizi di ordine pubblico e l’amnistia sociale per i reati connessi alle lotte sociali devono essere voci di un programma elettorale che voglia parlare davvero dei bisogni delle classi subalterne e rilanciare le ragioni dell’emancipazione di tutte e tutti, lavoratrici e lavoratori. (così si legge sul sito di Sinistra Anticapitalista)
A dare un colorito paradossale arrivano i commenti di due esponenti Pd, il presidente del partito Orfini e Orlando, ministro guardasigilli, a cui piace atteggiarsi come anti-Renzi. Il primo dice: «una legge sulla tortura che per come è scritta è inutile. Ce l’ha detto anche l’Europa, è fatta di compromessi al ribasso. In un paese che ha avuto i casi Cucchi, Aldrovandi, Genova, ci vorrebbe maggior coraggio». Il ministro ammette che è tutta realpolitik. E’ la retorica del gioco delle parti. Illuminante la reazione dei sindacati di polizia: secondo il Libero Sindacato di Polizia (LI.SI.PO): «La previsione, quale parte integrante del reato, della ‘acuta sofferenza psicologica’ potrebbe incentivare anche accuse infondate nei confronti di operatori di Polizia che, comunque, sarebbero costretti ad affrontare spiacevoli situazioni. Forse non ci si rende conto, che questa legge può diventare una sorta di ‘disarmo psicologico’ degli operatori di Polizia. Il LI.SI.PO. non chiede ‘immunità’, chiede solo che gli operatori di polizia possano svolgere serenamente il loro lavoro e una legge che sembra un ‘abito su misura’ per gli operatori di polizia deve quantomeno far riflettere e indurre il legislatore ad apportare radicali modifiche”.
Il Sappe, da parte sua, paventa “centinaia di denunce strumentali da parte di delinquenti senza scrupoli, dei professionisti del disordine e dei criminali incalliti. Nelle nostre carceri, nonostante siano all’avanguardia mondiale per la legislazione trattamentale e rieducativa del reo grazie anche e soprattutto al prezioso, difficile e delicato compito degli appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria, già oggi vi sono decine e decine di detenuti che riferiscono di presunte violenze, spesso senza alcuna prova, esponendo al pubblico ludibrio l’onorabilità istituzionale e personale dei nostri agenti, assistenti, sovrintendenti, ispettori, funzionari”.
“Il testo che introduce nel nostro ordinamento il reato di tortura è una pessima legge poiché la sua formulazione è vaga ed indeterminata. Il legislatore è venuto meno all’obbligo di scrivere le fattispecie incriminanti in modo preciso e chiaro, violando il principio di tassatività che è alla base del diritto penale”. A sentire il segretario nazionale Anfp (Associazione nazionale funzionari di polizia) “la formulazione consentirà una massa di denunce strumentali nei confronti delle Forze di Polizia. Infatti, pesano come macigni i dubbi interpretativi sia sull’intensità delle sofferenze fisiche per essere qualificate acute, sia sulla verificabilità del trauma psichico e del suo grado. Inoltre, non è specificato in concreto quale sia la condotta incriminatrice del trattamento inumano e degradante. Il legislatore, piegandosi ad un compromesso che di fatto danneggia le Forze di Polizia – conclude il segretario nazionale -, ha rimandato la soluzione di questi nodi all’interpretazione del giudice penale, senza fornire a quest’ultimo e alle parti coinvolte la certezza del diritto”.
E’ proprio così? I volontari e gli attivisti di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa, forniscono una spiegazione più articolata:
Il 5 luglio 2017 l’Italia introduce il reato di tortura nel codice penale.
Ci sarebbe piaciuto commentare da Associazione Contro gli Abusi in Divisa con un bel finalmente.
E invece.
E invece la nuova fattispecie penale (attesa quanto meno dal 1984, anno della ratifica della Convenzione ONU contro la Tortura, e per di più unica fattispecie penale espressamente prevista in Costituzione << art. 13 co. 3 “E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni della libertà”>>) è stata approvata ieri dalla Camera in una versione tanto riveduta e corretta da risultare totalmente svuotata di senso, prima penale poi politico.
Da reato proprio del pubblico ufficiale (cioè quello che può essere compiuto SOLO PROPRIO da chi si trovi in quella particolare condizione di legge) si è passati ad un reato comune, dove la ampiezza dell’ individuazione del “Chiunque” possa compierlo è tanto flessibile da risultare evanescente.
La condizione di pubblico ufficiale (o esercente compiti di custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza) segue immediatamente come aggravante, ma non essendo stata sottratta esplicitamente al calcolo del bilanciamento con le altre circostanze, anche attenuanti, non garantirà pene proporzionate alla gravità dei fatti, non reggerà l’urto della prescrizione e soprattutto non contribuirà a rendere netti i confini dell’esercizio dell’uso della forza e dei pubblici poteri.
Il comportamento punito poi nel corpo del nuovo art. 613 bis del codice penale è tutto al plurale: violenze ripetute da più condotte, minacce esclusivamente gravi, sofferenze solo se acute o traumi psicologici verificabili (??); la punizione di un comportamento durevole piuttosto che di uno istantaneo, aggravato eventualmente dalla reiterazione, resta comunque ostaggio di una prova diabolica in assenza di qualsivoglia previsione sulla facilitazione nell’individuazione dei colpevoli, sulla competenza di indagine, sul dovere di collaborazione ai fini dell’accertamento da parte degli stessi organi di polizia.
La zona grigia dell’impunità delle Forze dell’Ordine con questa legge si allarga invece che restringersi e non sorprende che ad approvarla sia oggi il governo dei decreti Minniti, quello che all’indomani del frontale attacco ai migranti, alle povertà ed al dissenso sociale in nome del decoro urbano riequilibra l’intervento punitivo dello Stato con l’introduzione di una norma contenitore senza contenuto, priva cioè di efficacia deterrente e concretamente dissuasiva, sperando così di mettere a tacere non solo le critiche sulla democraticità dell’attuale intervento di Governo ma anche le numerose condanne provenienti dalle corti europee.
Il testo di legge sulla tortura non delude solo chi come la nostra associazione negli anni si è occupato di indagini e processi contro gli abusi compiuti dalle forze dell’ordine, ed al fianco dei familiari delle vittime si è scontrato costantemente con l’assenza di strumenti legislativi adeguati, depistaggi, criminalizzazione delle vittime e screditamento della verità – certe volte così evidente e socialmente riconosciuta da affermarsi lo stesso fuori dalle grigie aule dei tribunali.
La nuova norma è già invisa all’Europa che ce l’ha chiesta, non rispetta né gli standard minimi delle convenzioni ratificate (imprescrittibilità delle condotte derivanti da reato proprio, individuazione dei colpevoli, riduzione dei comportamenti illegittimi) né quelli indicati nelle numerose sentenze di condanna per l’Italia (una su tutte la sentenza Cestaro sui fatti di Genova del 2001), una norma che nasce già sbagliata ancor prima di trovare applicazione semmai ne troverà.
Negli anni però nonostante l’assenza delle condizioni legislative, investigative e processuali per giungere alla verità, la battaglia delle famiglie delle vittime di abusi non si è mai fermata né ha retrocesso di un passo, anzi ha dimostrato come di fronte all’ostruzionismo politico ed alla ottusa difesa dell’integrità e dell’onore dei corpi di polizia, le scuse o i risarcimenti patrimoniali non bastino a spiegare come e perché la tortura nel nostro paese sia un metodo collaudato e condiviso di gestione e di governo della penalità, nelle carceri, negli istituti cura, nei cie, nelle caserme.
Per questo riconoscere che la nuova legge sulla tortura è un passo falso compiuto sotto l’incalzante pressione dell’Europa e di una considerevole parte dell’opinione pubblica in Italia è già un passo.
Antigone, come Amnesty e altri, provano infine a vedere il bicchiere mezzo pieno.

Tortura. Antigone: legge lontana da ciò che volevamo. Da domani al lavoro per farla applicare nei tribunali e migliorarla

In Italia da oggi c’è il reato di tortura nel codice penale. Un dibattito parlamentare lungo ben ventotto anni. Un dibattito molto spesso di retroguardia culturale. Un dibattito che ha prodotto una legge da noi profondamente criticata per almeno tre punti: la previsione della pluralità delle condotte violente, il riferimento alla verificabilità del trauma psichico e i tempi di prescrizione ordinari.
Era il dicembre del 1998 quando Antigone elaborò la sua prima proposta di legge, fedele al testo previsto nella Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984. Non abbiamo mai abbandonato la nostra attività di pressione istituzionale su questo tema. Siamo andati davanti a giudici nazionali, europei, organismi internazionali a segnalare questa lacuna gravissima nel nostro ordinamento giuridico.
La legge approvata che incrimina la tortura non è la nostra legge e non è una legge conforme al testo Onu. Per noi la tortura è e resta un delitto proprio, ossia un delitto che nella storia del diritto internazionale, è un delitto tipico dei pubblici ufficiali.
Tuttavia da oggi c’è un reato che si chiama tortura.
Da domani il nostro lavoro sarà quello di sempre: nel caso di segnalazioni di casi che per noi sono ‘tortura’ ci impegneremo affinché la legge sia applicata. Non demordiamo. E’ il nostro ruolo.
Inoltre lavoreremo per dare applicazione alle parti della legge che riguardano la non espulsione di persone che rischiano la tortura nel paese di provenienza e l’estradizione di persone straniere accusate di tortura e residente nel nostro paese.
Ci impegneremo anche in sede politica e giurisdizionale, interna e internazionale, per migliorare la legge e renderla il più possibile coerente con la definizione delle Nazioni Unite.

Fonte: popoffquotidiano.it

Per i 150 anni de Il Capitale. Prima di andare oltre, leggiamolo. ..

di Marco Palazzotto 
Quest’anno ricorrono i 150 anni della pubblicazione (1867) del Primo Libro del testo che avrebbe poi cambiato la storia del Novecento, ovvero la principale opera di Karl Marx: Das Kapital. Dopo un secolo e mezzo dalla prima edizione tedesca, ci si chiede se un’opera che ha influenzato la politica mondiale del secolo scorso sia oggi ancora utile ad offrire strumenti di analisi a chi si pone come obiettivo la trasformazione della società in senso più egualitario. 
Il Capitale, per il livello di astrazione utilizzato da Marx, non poteva fornire dei consigli politici pratici, mentre è parere consolidato che la teoria del testo più importante del filosofo di Treviri non abbia eguali, ancora oggi, quanto a capacità di comprensione e analisi del modo di produzione capitalistico. Molte delle teorie allora presentate possono essere ancora applicate all’interpretazione di svariati fenomeni sociali. 
Parlo ad esempio della crisi quale elemento strutturale del capitalismo, o della scienza e l’automazione come cause di diminuzione del lavoro necessario, tendenza che crea una disoccupazione endemica, ma che allo stesso tempo deve creare le condizioni per l’accumulazione. Questa tendenza del lavoro necessario (attività utile al lavoratore per riprodurre i suoi mezzi di sussistenza) verso l’azzeramento deve essere contrastata da controtendenze, per evitare il calo dei consumi legati al calo dei salari reali. Pertanto, si verificheranno delle crisi cicliche dovute alla presenza di queste tendenze opposte. E tutt’oggi le teorizzazioni marxiane della crisi dimostrano grande validità. 
Anche la teoria del valore affrontata nei primi capitoli del Capitale è fondamentale per capire la teoria della merce, ovvero la teoria dello sfruttamento e delle relazioni delle classi antagoniste nella produzione moderna. Teoria ancora più pregnante se consideriamo quanto il marginalismo – e le sue formulazioni aggiornate – sia incapace a spiegare i comportamenti degli operatori economici contemporanei. 
Chiaro anche che il Capitale non possa essere considerata un’opera esauriente ai fini dell’interpretazione del capitalismo attuale. Ma è anche vero che se si vuole capire il mondo presente bisogna partire da lì. 
Purtroppo, nel ’900 italiano i filoni di ricerca che hanno tentato di sviluppare e aggiornare di volta in volta le teorie del Capitalesono via via scomparsi. Il Moro non è più un autore studiato in Italia (e sempre meno all’estero). Nelle facoltà di economia e scienze politiche viene relegato a qualche paginetta di storia del pensiero economico. Mentre nell’economia politica si fa spesso riferimento alle teorie “dominanti”, come i modelli neoclassici e neokeynesiani. L’uso che se ne fa oggi tra i filosofi italiani è invece riduttivo, e paradossalmente non tiene conto della critica dell’economia politica. 
Ma la cosa che sorprende di più è che anche negli ambienti di sinistra radicale ormai non si legge più Marx, men che meno la sua opera principale. Probabilmente questa propensione un po’ è stata influenzata da tutto il pensiero post-gramsciano e dal cosiddetto “Italian Thought”, il secondo molto influente grazie alle intuizioni metafisiche di alcuni autori legati all’operaismo italiano. Oggi le attualizzazioni di quest’ultima teoria, spesso prive di contenuti empirici, vengono spesso richiamate in quel po’ che rimane della sinistra radicale. 
L’interpretazione italiana del pensiero di Gramsci e dell’“Italian Thought” hanno di fatto eliminato dal discorso teorico il Capitale, ovvero l’unica opera matura che Marx abbia voluto pubblicare (e, di conseguenza, rispetto alla quale si sentisse sicuro) e l’unica che probabilmente possa considerarsi caratterizzata da un rigore tale da costituire la fondazione di una nuova scienza: la “critica dell’economia politica”. Il metodo scientifico marxiano pone al centro la struttura economica del suo tempo. Struttura nella quale si formano i rapporti tra gli uomini. Lo stesso Marx ci indica la sua concezione del metodo scientifico storico, come ad esempio nella prefazione a Per la critica dell’economia politica, dove scrive che:
“il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. 
Questo concetto, molte volte formulato, è ripreso in una nota del Libro I del Capitale, dove si afferma che la sola maniera scientifica di fare storia, ossia di veramente comprendere i fenomeni storici, è quella di metterli in rapporto preciso con la loro base economica. Ecco un altro brano di Marx:
“Il Darwin ha diretto l’interesse sulla storia della tecnologia naturale, cioè sulla formazione degli organi vegetali e animali come strumenti di produzione della vita delle piante e degli animali. Non merita uguale attenzione la storia della formazione degli organi produttivi dell’uomo sociale, base materiale di ogni organizzazione sociale particolare? E non sarebbe più facile da fare, poiché, come dice il Vico, la storia dell’umanità si distingue dalla storia naturale per il fatto che noi abbiamo fatto l’una e non abbiamo fatto l’altra? La tecnologia svela il comportamento attivo dell’uomo verso la natura, l’immediato processo di produzione della sua vita, e con essi anche l’immediato processo di produzione dei suoi rapporti sociali vitali e delle idee dell’intelletto che ne scaturiscono. Neppure una storia delle religioni, in qualsiasi modo eseguita, che faccia astrazione da questa base materiale, è critica. Di fatto è molto più facile trovare mediante l’analisi il nocciolo terreno delle nebulose religiose, che, viceversa, ‘dedurre’ dai rapporti reali di vita, che di volta in volta si presentano, le loro forme incielate. Quest’ultimo è l’unico metodo materialistico e quindi scientifico. (…) [1]”
Quindi l’insegnamento principale per capire le contraddizioni del sistema capitalistico, e trasformare tali contraddizioni in lotta di classe “efficace”, è lo studio delle teorie dominanti che regolano le società capitalistiche, quelle che Marx nel Capitale chiama teorie borghesi “scientifiche” e che differenzia dalle teorie volgari, meramente apologetiche. 
La teoria giusta in merito al conflitto tra le classi si può ricercare solo indagando le teorie di volta in volta egemoni, cercando di trovarvi delle incongruenze, per utilizzarle infine a beneficio delle classi subalterne. 
Durante il cosiddetto periodo “fordista”, l’operaio grazie alla sempre più forte integrazione produttiva nella grande fabbrica ha potuto infliggere duri colpi ai proprietari dei mezzi di produzione. I picchettaggi e gli scioperi organizzati al fine di interrompere la catena produttiva avevano l’effetto di arrestare il processo di accumulazione. L’operaio era cosciente di questo potere. 
Oggi, in Italia sarebbe impossibile una strategia politica di tal fatta, dati i cambiamenti avvenuti durante gli ultimi trenta anni nel sistema produttivo. La crisi dei partiti e dei sindacati alternativi ha accentuato questo fenomeno di crisi di rappresentanza politica delle classi lavoratrici. Inoltre, una riorganizzazione delle forze che ricompattasse i blocchi antagonisti non è stata possibile anche per la risposta alla transnazionalizzazione delle catene produttive che è stata attuata durante la fase del neoliberismo. Tali eventi hanno creato una “centralizzazione senza concentrazione” e pertanto è stato difficile alle forze lavoratici anche solo ripensare una forma di organizzazione che mettesse in difficoltà il capitale. 
A tutto ciò si aggiunge la crisi dei socialismi reali, che per decenni – soprattutto nel periodo della guerra fredda – hanno facilitato lo sviluppo di un welfare europeo che non ha eguali nella storia del nostro continente. 
Le nuove teorizzazioni a sinistra non hanno contribuito al miglioramento della situazione: un sistema dottrinario basato su un’interpretazione del capitalismo moderno – il cosiddetto post-fordismo – della quale non sussistono dimostrazioni concrete e risultati empirici, non aiuta a trovare la strada giusta per una sinistra in continua crisi di identità. 
I recenti fatti politici, come ad esempio la Brexit, o le elezioni di Trump negli USA, hanno decretato la fine (ammesso che ci sia mai stata così come declinato dai dissidenti no global e dalla scienza economica convenzionale) del fenomeno della globalizzazione. Una nuova politica protezionista si affaccia all’orizzonte (come dimostrato durante l’ultimo G7 a Taormina). Il TTIP ormai si è arenato, mentre sul TTP gli USA hanno chiesto una sospensione del trattato. Il ruolo degli Stati-nazione è sempre importante nella gestione politica della struttura produttiva e il mondo è sempre di più diviso in blocchi, come nel ’900. Quella dell’imperialismo come massima forma fenomenologica del capitalismo è una teoria ancora molto attuale. 
I dati dimostrano che l’industria, anche in Italia, rimane il settore trainante (con i servizi all’industria connessi) e raggiunge i tassi di accumulazione più alti. La teoria del valore marxiana è lì che ci guarda con nostalgia. La tendenza è quella verso tassi di profitto e quindi di estrazione di plusvalore sempre elevati; abbiamo semmai assistito ad un cambio di posizione del settore della finanza nel circuito monetario della produzione capitalista. Da funzione redistributiva ha assunto sempre di più il compito di incidere indirettamente sull’intensità di lavoro e dunque sul processo di creazione di valore e plusvalore, grazie all’indebitamento delle famiglie [2]. 
I settori produttivi sono sempre più delocalizzati, ma con un centro di comando sempre più stretto: un decentramento produttivo tale da creare disorientamento e disorganizzazione nel mondo del lavoro. 
Quale strategia politica di lotta, oggi, in una situazione di questo genere? Se di organizzazione dobbiamo parlare, questa si potrebbe attuare solo tramite un soggetto che abbia una visione di insieme generale e che riesca a entrare nei luoghi del conflitto. Un soggetto che riesca a ricompattare, organizzare, creare la cultura politica, rappresentando le istanze di massa. 
Gramsci nei Quaderni rilevava quanto segue:
“1) Un elemento diffuso, di uomini comuni, medi, la cui partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà, non dallo spirito creativo ed altamente organizzativo. Senza di essi il partito non esisterebbe, è vero, ma è anche vero che il partito non esisterebbe neanche “solamente” con essi. Essi sono una forza in quanto c’è chi li centralizza, organizza, disciplina, ma in assenza di questa forza coesiva si sparpaglierebbero e si annullerebbero in un pulviscolo impotente. Non si nega che ognuno di questi elementi possa diventare una delle forze coesive, ma di essi si parla appunto nel momento che non lo sono e non sono in condizioni di esserlo, o se lo sono lo sono solo in una cerchia ristretta, politicamente inefficiente e senza conseguenza. 2) L’elemento coesivo principale, che centralizza nel campo nazionale, che fa diventare efficiente e potente un insieme di forze che lasciate a sé conterebbero zero o poco più; questo elemento è dotato di forza altamente coesiva, centralizzatrice e disciplinatrice e anche (anzi forse per questo, inventiva, se si intende inventiva in una certa direzione, secondo certe linee di forza, certe prospettive, certe premesse anche): è anche vero che da solo questo elemento non formerebbe il partito, tuttavia lo formerebbe più che non il primo elemento considerato. Si parla di capitani senza esercito, ma in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani. Tanto vero che un esercito [già esistente] è distrutto se vengono a mancare i capitani, mentre l’esistenza di un gruppo di capitani, non tarda a formare un esercito anche dove non esiste. 3) Un elemento medio, che articoli il primo col terzo elemento, che li metta a contatto, non solo “fisico” ma morale e intellettuale. [3]”
Io credo che questa definizione sia ancora attuale e che oggi ci sia bisogno della “forza coesiva, centralizzatrice e disciplinatrice” di alcuni “capitani” che sappiano interpretare le esigenze e catalizzare le forze delle masse di lavoratori, lavoratrici, disoccupati e disoccupate attraverso la giusta lettura e analisi delle contraddizioni attuali del sistema economico. Io credo che queste forme di mediazione politica siano necessarie per evitare la situazione di sparpagliamento e annullamento nel “pulviscolo impotente” in cui si trovano le forze lavoratrici. 
Oggi però viviamo una situazione differente rispetto agli anni della guerra fredda e del miracolo economico in cui la soggettività politica era rappresentata dal ruolo dei partiti e dei sindacati. La crisi di entrambi i soggetti, crisi dovuta a molti fattori, è legata non solo al differente rapporto geopolitico, ma anche ad una trasformazione dell’apparato industriale e finanziario che ha costretto i pochi partiti e sindacati legati alla tradizione del movimento operaio a non capire dove stesse andando il capitalismo. 
Va sicuramente rilevato che soprattutto in Italia e in Occidente non si può pensare che le contraddizioni più importanti siano tutte dentro la grande fabbrica come nell’assetto fordista, ma non bisogna neanche credere alla favola che oggi la grande fabbrica non esista più o non esista più l’operaio manifatturiero. Semmai ci troviamo di fronte ad uno spezzettamento della catena produttiva, e quindi del valore, con concentrazioni sempre più frequenti verso luoghi lontani dal centro produttivo occidentale. Dove può incidere allora il lavoratore, soprattutto in Italia e in Occidente, affinché possa interrompersi il processo di accumulazione cercando di volgere a proprio vantaggio il conflitto, se l’Italia vede una tendenza alla deindustrializzazione come in altre parti dell’Occidente? 
Delle esperienze positive si hanno in Italia, ad esempio, nelle vertenze sindacali nel settore della logistica. Settore ricco di rigidità e contraddizioni come lo era il manifatturiero negli anni postbellici. E di nuovo ritorna la teoria del Capitale, che ci può offrire un’analisi utile a produrre strumenti per la lotta contro lo sfruttamento del lavoro. Infatti, dal secondo libro del Capitale sappiamo che il processo di valorizzazione attraverso creazione di profitto non dipende solo dallo sfruttamento del lavoro (libro primo), ma dipende anche dalla circolazione del capitale, ovvero il numero di volte in cui il ciclo D-M-D’ si compie. Più volte si compie il ciclo (efficienza del lavoratore) più profitti si realizzeranno in un determinato periodo. I settori che influiscono sulla circolazione come logistica (più veloce il percorso della merce da produttore a consumatore) e servizi finanziari (più velocemente il denaro investito dal capitalismo ritorna sotto forma di pagamenti – D’). Ecco perché la catena di montaggio (spezzettata in termini geografici e contrattuali) non è più il luogo adatto alle lotte nel capitalismo moderno (un’interessante analisi del suddetto fenomeno la si può trovare nel libro Tempesta Perfetta, curato dalla Campagna Noi Restiamo – Odradek 2016). 
Per concludere, ritorniamo alla domanda iniziale, ovvero quanto può essere utile oggi un’opera di 150 anni fa. Se si vogliono attuare delle buone pratiche quotidiane nel senso di trasformazione della società si deve seguire il sentiero del Marx del Capitale, ovvero per capire come funziona il modo di produzione presente; come diceva un mio caro amico attivista nei quartieri degradati di Palermo negli anni ’70, occorre studiare il nemico. E per batterlo occorre studiare la sua teoria, per poi presentarne una nuova che sappia creare una società differentemente funzionante. Insomma, una scienza sociale degna di questo nome non può esimersi da una “critica dell’economia politica” del presente.

2. Marco Veronese Passarella in Augusto Graziani tra Keynes e Marx: http://www.marcopassarella.it/wp-content/uploads/Omaggio-a-Graziani.pdf
3. Quaderni 1933-34, Gerratana 1975, Einaudi
Fonte: palermo-grad.com

Riflessioni molto italiane sulle elezioni inglesi

di Norma Rossi 
Il giorno dopo le elezioni, il risultato più inaspettato ci chiede di riflettere su cosa è successo, e su cosa la sinistra italiana può imparare da questo voto. Nonostante Corbyn non abbia ottenuto la maggioranza in Parlamento, il risultato resta straordinario. Nelle elezioni indette da Theresa May per distruggere il partito Labourista, questo ha ottenuto il miglior risultato dal 2001, sfiorando il 40% dei consensi. La lezione principale di Corbyn per chiunque voglia chiamarsi di sinistra oggi è chiara; se non vuole perdere (o meglio se vuole vincere) la sinistra deve fare la sinistra, perché nessuno fa la destra meglio della destra. I Labouristi hanno imparato questa lezione nelle ultime sconfitte elettorali in cui il partito, discreditato da politiche neoliberiste, ha subito cocenti sconfitte che hanno portato un outsider come Corbyn alla sua guida. Ma analizziamo meglio cosa significa ‘fare la sinistra’ nell’esempio di Corbyn.
Primo: il messaggio di Jeremy Corbyn è forte e chiaro. Per dirla con Noberto Bobbio, “bisogna essere moderati ma radicali”. Perché il programma dei Labour oggi, nonostante le accuse di ispirarsi a un pericoloso estremismo nostalgico di sinistra, è basato su un principio moderato di sfida radicale alle politiche di austerità. A essere contestata è l’idea che queste siano inevitabili, che costituiscano una scelta tecnica al di là della discussione politica. Il messaggio di Corbyn insiste sul fatto che debbano essere considerate delle decisioni politiche, e che pertanto possano e debbano essere messe in discussione. La contestazione è moderata nella sostanza ma radicale nella forma.
Questa semplice presa di posizione riapre gli scenari perché ridà voce alla politica, sfidando la posizione di servaggio nei confronti della retorica neoliberalista e contestando apertamente la facciata di ragionevolezza di cui le politiche di austerità si sono ammantate fino ad oggi. Questo ha permesso a Corbyn di spostare i termini del discorso e di riconfigurare il modo in cui i pressanti problemi contemporanei sono presentati agli elettori, incluso il problema dell’immigrazione, uno dei cavalli di battaglia della destra inglese (e italiana), che lui ha inserito nero su bianco nel programma di governo Labourista. La conseguenza fondamentale è stata di ridare alla classe media e ai lavoratori un’alternativa alla destra nazionalista. Corbyn ha simultaneamente sottratto il monopolio del dibattito alle forze espressione di spinte tecnocratiche e ai loro finti avversari nazionalisti e xenofobi che mentre fanno finta di seguire la ‘volonta’ del popolo’ solidificano e espandono il potere delle élites finanziarie e dei relativi gruppi di interesse (Trump docet).
Secondo: Corbyn insegna che fare la sinistra significa non avere paura di dire cose di sinistra anche quando sembra difficile e fuori dal senso comune. Un esempio tra tutti, quello della sicurezza. Si sa, la destra ha tradizionalmente la fama di prediligere la sicurezza al di sopra di tutto. Di questi tempi, la cosa si è spesso tradotta in goffi tentativi da parte di partiti di sinistra di rincorrere la destra nel suo approccio al tema. In Italia la tentazione è sempre presente. 
Un esempio su tutti: il decreto sull’autodifesa che ha creato un papocchio legislativo nel tentativo di rispondere in termini di emergenza a una questione cosi delicata come la definizione dei limiti dell’autodifesa. Anche il Labour di Blair e Brown ha ceduto alla tentazione, dando inizio a controversi programmi di sorveglianza e prevenzione del terrorismo che sono stati poi ampliati e in parte ridefiniti dai Tories. 
Corbyn è riuscito a evitare questa deriva, anche nel momento più difficile, all’indomani di due devastanti atti di terrorismo a Manchester e Londra, quando la scelta apparentemente obbligata era quella di accodarsi alla voce del governo, sospendendo ogni differenza politica. E invece no. Corbyn ha sviluppato un discorso autonomo che ha sfidato il dominio conservatore nei termini stessi che definiscono la sicurezza e ha spostato l’accento da un problema di sorveglianza e rimozione delle garanzie dei diritti umani, alla necessità di sostenere la polizia e le forze dell’ordine nel loro lavoro quotidiano, attaccando il governo per i tagli alla polizia.
Terzo: fare la sinistra riguarda anche la politica estera. Per tutta la campagna elettorale Corbyn ha mantenuto posizioni esplicite e chiare sul disarmo nucleare, il ruolo Occidentale in Medio Oriente, il commercio degli armamenti, senza mai seguire il cosiddetto ‘buon senso’ del ciò che è possibile dire o pensare. Anche in questo ambito le difficoltà non sono state poche. Un esempio su tutti: all’indomani degli attacchi terroristici di Manchester e Londra, Corbyn ha richiamato alle problematiche scelte di politica estera inglese come a uno dei fattori da rivedere radicalmente nella lotta al terrorismo, chiedendo un’assunzione di responsabilità nei confronti delle condizioni globali che favoriscono la radicalizzazione e il terrorismo, come il commercio internazionale di armi e le discutibili campagne militari degli ultimi anni, prima tra tutte l’invasione dell’Iraq.
Mantenere queste idee, affermarle in ogni contesto senza compromessi è stata la caratteristica e la forza di Corbyn dal primo all’ultimo giorno di questa campagna elettorale. Non è stato facile; quella che Saviano chiama “la macchina del fango” qui in Inghilterra è estremamente potente e apertamente schierata con i Tories. Corbyn è stato costantemente additato come un simpatizzante dei terroristi, come un pericolo per il paese, come un leader incapace e con idee pericolose e ancorate al passato. Ma ha tenuto duro e ha continuato a fare la sinistra, senza scimmiottare neanche per un momento la destra.
Questo atteggiamento non è garanzia di vittoria elettorale, almeno non nel breve termine. Ciò è doppiamente valido se consideriamo che in Italia il centro sinistra, che è ormai al governo da qualche anno, faticherebbe non poco a tirarsi fuori da certi meccanismi e logiche di cui è stato complice e artefice. Non si può chiedere a un elettorato esasperato da anni (decenni in Italia) di martellante retorica su inevitabili crisi economiche e immigrati pericolosi, sfiduciato dalla esasperante omologazione di discorsi di ‘sinistra’ a logiche e retoriche di destra, di cambiare idea in pochi mesi di campagna elettorale. E infatti, come qualcuno qui in Italia ha tenuto a precisare prontamente, Corbyn le elezioni le ha perse.
Potremmo qui aprire una lunga discussione sulla definizione di successo. Basterà dire che non credo che Max Weber, uno tra i primi a porsi il problema di come mantenere una passione e una virtù politica nell’era disincantata della modernizzazione, sarebbe d’accordo con la misura del successo politico solo nei termini quantitativi del numero dei seggi parlamentari ottenuti in un breve periodo. Né credo che la sinistra che voglia fare la sinistra debba essere d’accordo con questa definizione. D’altra parte, come l’ex cancelliere tedesco Willy Brandt una volta ha detto: “Non ha senso vincere la maggioranza per i social-democratici se il prezzo da pagare per questo è di non essere più social democratici.” Non è un caso, quindi, se nonostante la sconfitta dei numeri Corbyn sia considerato il grande vincitore di queste elezioni. Su questa strada anche il successo elettorale arriverà.
Infine, l’esperienza inglese degli ultimi mesi fornisce un paio di spunti di riflessioni per chiunque aspiri a governare e per l’elettorato che deve scegliere chi governare.
Per gli elettori: non credere a coloro che conducono una campagna elettorale sul mantra nazionalista del riprendere il controllo, dell’essere padroni a casa propria, facendo appello a grandi idee di sovranità nazionale. “Take back control” era il motto con cui l’Inghilterra ha navigato verso la Brexit. Il paradosso è che, come mai prima d’ora nella sua storia, l’Inghilterra è sempre più senza controllo; incapace di condannare le assurdità (climatiche) dell’amministrazione Trump perché non si può permettere di incrinare minimamente il suo rapporto con gli Stati Uniti nel momento in cui si allontana dall’Europa, con un governo di Londra che e’ diventato ostaggio di 10 parlamentari della destra estrema di Belfast, e subalterna a una Unione Europea da cui la sua prosperità’ economica dipende ma che sta diventando sempre più impaziente di negoziare i termini del divorzio su cui i 27 dovranno accordarsi.
Per chiunque aspiri a governare: contenere la hubris. La hubris di chiamare un referendum sulla Brexit sicuri di controllarne il risultato è costato il posto a David Cameron (e all’Inghilterra un prezzo molto più alto). Indire elezioni con la convinzione di vincere ha portato all’imminente fine di Theresa May che è ormai ostaggio di 10 anti-abortisti, omofobi, parlamentari Nord- irlandesi che negano il cambiamento climatico. Ma per questa lezione forse non serve l’Inghilterra. Matteo Renzi avrebbe già dovuto impararla con la vicenda del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso.

Nota editoriale 
Norma Rossi, Senior Lecturer in Defence and International Affairs, Royal Military Academy Sandhurst, UK. Tutte le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente personali e non rappresentano in nessun modo il Governo Inglese o il Ministero della Difesa.

Fonte: Micromega-online 

Il carcere alla prova delle migrazioni

di Carolina Antonucci
Il carcere mantiene ancora oggi, nel nostro paese, una centralità indiscussa nell’ambito del variegato sistema dell’esecuzione penale. L’ordinamento penitenziario, regolato dalla legge di riforma del 1975 (la legge 354), ha conosciuto l’introduzione di misure alternative alla pena detentiva. Ma il carcere conserva la centralità. Da un lato, all’aumentare dell’accesso alle misure alternative è corrisposto un proporzionale aumento del numero dei detenuti; dall’altro, riveste il ruolo di costante minaccia per chi a quelle misure anela o a cui sono già state concesse.
Chi è in misura alternativa sa che la minima deviazione dalle regole lo riporterà in prigione; chi è dentro sa che per ottenere la misura non dovrà mai violare le regole trattamentali. 
Il luogo della rimozione
Il carcere rimane lì, come una specie di rimosso collettivo – come ha scritto Giuseppe Mosconi, sociologo della devianza – lontano dagli occhi e lontano dal cuore. Ma, allo stesso tempo, è una granitica certezza punitiva, in una società che percepisce sé stessa sempre più in pericolo. Il detenuto in Italia, così come prevedono la Costituzione e la stessa legge del 1975, pur perdendo il diritto alla libertà personale, continua a godere degli inalienabili diritti fondamentali e l’amministrazione penitenziaria deve garantire il rispetto della dignità umana in ogni aspetto dell’esecuzione penale. Così i diritti alla salute, alle relazioni familiari e affettive, allo studio e al culto, sono indicati come elementi imprescindibili di un trattamento capace di garantire quella tutela.
La legge del 1975 ha dato attuazione a questi principi teorici prevedendo, per fare alcuni esempi, che il criterio per la scelta dell’istituto penitenziario di destinazione debba essere quello della vicinanza al luogo di residenza della famiglia; e, ancora, riconoscendo il diritto ai detenuti di professare il proprio credo, di studiarne i precetti e praticarne il culto. Inoltre, come si vedrà meglio in seguito, la Costituzione ha stabilito come unico principio a fondamento della pena la rieducazione del condannato. 
Specchio della società
Il carcere del 1975 era molto diverso da quello odierno. Era la società nella sua interezza a essere diversa. E, pur con tutte le sue peculiarità, il carcere finiva per rispecchiarne le caratteristiche. La quasi totalità dei reclusi aveva cittadinanza italiana e apparteneva al sottoproletariato. Vi erano, poi, i detenuti politici e i membri della criminalità organizzata. Gli anni Settanta avevano conosciuto una forte messa in discussione dell’istituzione penitenziaria e queste posizioni critiche avevano portato, nel decennio successivo, a considerare la prigione come uno strumento desueto di controllo sociale destinato inesorabilmente a tramontare.
Negli anni Novanta lo scenario cambia radicalmente e il carcere ritrova vigore, assumendo le sembianze che lo caratterizzano oggi. Tutto il mondo occidentale conosce un vero e proprio “boom penitenziario”. Nel nostro paese sono soprattutto tossicodipendenti e migranti a finire in prigione. Guardando i dati, nel 1991 la popolazione detenuta in Italia era composta da 35.469 persone, il 15,13% di queste (5.365) era straniera. Dieci anni dopo lo scenario ci parla di una trasformazione radicale: i detenuti complessivi sono diventati 55.275, ma i detenuti stranieri (16.294) hanno sfiorato il 30% del totale, con un incremento di 14,35 punti percentuali rispetto alla decade precedente. 
Detenzione di flusso
In uno studio dell’associazione A Buon Diritto del 2011, Lampedusa non è un’isola. Profughi e migranti alle porte dell’Italia (studio da cui abbiamo tratto i dati), si fa notare come a parlarci della qualità della detenzione dei migranti nel nostro paese siano molto di più le statistiche sugli ingressi in carcere rispetto a quelle sulla presenza. Infatti, nel ventennio 1991-2011 è ancora più importante l’incremento del numero degli ingressi annuali degli stranieri in carcere, passati dal 17,34% sul totale nel 1991, al 35,74% nel 2001 e al 38,51% nel 2011. Da rilevare come il 2007 rappresenti l’apice sia per le presenze straniere (37,48% sul totale) sia per gli ingressi di stranieri in carcere (48,50%).
Stefano Anastasía – già presidente dell’Associazione Antigone onlus, associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale” e oggi Garante dei diritti dei detenuti di Lazio e Umbria – commenta come la differenza fra ingressi e presenze sia l’indizio del carattere di “detenzione di flusso” in cui rimangono coinvolti in maggioranza i non italiani. Anastasía individua le cause nel maggior ricorso all’arresto in flagranza, alle misure cautelari personali e al carcere anche per misure temporalmente brevi. L’Italia risulta essere in Europa tra i paesi con il più alto tasso di detenuti in attesa di giudizio.
Nel rapporto dell’Associazione Antigone, Galere d’Italia, del 2016 (l’ultimo è uscito a fine maggio 2017), Alvise Sbraccia, in riferimento a questi cambiamenti, ha parlato di un processo di sostituzione che, nell’arco temporale cui facevamo riferimento, avrebbe riguardato circa un terzo della popolazione detenuta. 
Disomogeneità territoriale
L’imposizione di un tratto multiculturale all’istituzione penale ha comportato numerose criticità. Per Sbraccia, i tratti biografici degli stranieri detenuti sono molto simili e parlano di una fuga dal luogo di nascita per le difficili situazioni socioeconomiche o politiche e di uno sradicamento che porta a concepire il crimine come ipotesi praticabile di adattamento al nuovo contesto in cui si giunge.
In generale, l’Italia è caratterizzata da una profonda disomogeneità territoriale dell’esecuzione penale, sia da un punto di vista strutturale sia gestionale. Su queste differenze il mutamento sociale portato dalla multietnicità della popolazione detenuta ha finito per produrre ulteriori divaricazioni. È anzitutto molto diversa da un punto di vista quantitativo la presenza straniera sul territorio italiano, con il centronord molto più coinvolto dal fenomeno rispetto al meridione. Se si guarda ai dati più recenti forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), al 30 aprile 2017 la popolazione detenuta straniera (19.268 persone) in Italia risulta così distribuita nei 190 istituti di pena nazionali (64 al nord, 52 al centro, 41 al sud e 33 nelle isole): 9.950 al nord, 5.426 al centro, 2.038 al sud e 1.854 nelle due isole maggiori. 
Sezioni etniche
Questo dato, fortemente sbilanciato in favore del centronord (15.376 il dato aggregato), ha avuto come conseguenza la creazione in molti di questi istituti di pena di vere e proprie “sezioni etniche”. La giustificazione prevalente sembra dettata da ragioni di sicurezza. Ma le sezioni etniche sono descritte come «dei contenitori dei più svantaggiati tra i criminali marginalizzati»; aree in cui in pochi riescono ad avere il sostegno delle famiglie, anche per via delle pratiche dei trasferimenti cui gli stranieri sono più soggetti, ma soprattutto per via della povertà. Così, una conseguenza diretta è l’impossibilità di accedere a quello che in gergo penitenziario è conosciuto come il “sopravvitto”, attraverso il quale i detenuti possono acquistare in carcere cibo extra.
Anche il vitto ha costituito per un lungo periodo un problema per l’amministrazione penitenziaria; infatti una cospicua presenza straniera significa anche diverse abitudini alimentari che coincidono, per buona parte, altresì con precetti religiosi. Tuttavia, a oggi le diete differenziate sembrano essere garantite negli istituti. 
Supplemento afflittivo
Da questa prima panoramica dei cambiamenti che il carcere ha conosciuto con le migrazioni sono emersi subito i problemi più evidenti che coinvolgono il tema del rispetto e della garanzia dei diritti fondamentali per la popolazione detenuta non italiana. Anzitutto, emerge la problematica dell’integrazione con il resto dei ristretti e l’anomalia delle sezioni etniche che poco o nulla sembrano avere a che fare anche con il principio di rieducazione del condannato e con l’obiettivo del reinserimento nel tessuto sociale a pena scontata.
Altro problema rilevante è quello dei diritti religiosi, come vedremo. Inoltre, configura una disparità di trattamento il ricorso al trasferimento del detenuto straniero, che avviene con molta più frequenza rispetto all’italiano. Questa pratica è giustificata con riferimento alla presenza, per l’italiano, di un tessuto familiare sul territorio e dalla contestuale assenza della stessa per lo straniero. Tuttavia, il trasferimento ha delle implicazioni considerevoli se si pensa che l’instabilità impedisce l’inserimento durevole in ambito scolastico e lavorativo all’interno dell’istituto di pena. 

Fonte: nigrizia.it

Il totem della Germania, da smontare

di Fabrizio Marcucci 
Per alcuni è un miracolo. Altri lo definiscono un paradosso, pure pericoloso per il resto dell’Europa. I dati di una recentissima pubblicazione di Steffen Lehndorff, economista e ricercatore dell’Iaq, Istituto per il lavoro e la formazione dell’Università di Duisburg-Essen, fanno propendere per la seconda definizione. E del resto già in diversi hanno tentato di smontarlo, il totem della Germania. Che a pensarci meglio, ha l’aspetto del totem, ma è una matrioska. Perché, incastrate l’una dentro l’altra, lì ci sono molte delle ragioni che spiegano almeno in parte la condizione deprimente in cui si trova tutto il continente: cioè perché i lavoratori vanno perdendo soldi, potere contrattuale e dignità; come si è gonfiata la bolla finanziaria che esplodendo ha provocato il disastro ovunque; e, infine, come funziona il circo dei media orientato da chi ha mezzi così potenti da riuscire a far credere che la Luna sia solo quella illuminata che vediamo dalla Terra. Invece no, la Luna ha anche un altro lato, che noi da qui non vediamo mai.
La storia del miracolo
La storia del miracolo che ci viene raccontata e che si è imposta nonostante le voci tacciate di eresia o poco meno, è questa: la Germania cresce più del resto d’Europa e ha una disoccupazione contenuta, che anzi è scesa negli anni della Grande Crisi, perché ha attuato per tempo riforme contro le odiate rigidità del mercato del lavoro e per il contenimento della spesa; ecco perché oggi fa buone performance. Ora, per cominciare a illuminare il lato oscuro della Luna si potrebbe partire dalla fine, cioè dagli effetti che quelle riforme hanno avuto sulla pelle di chi le ha subite. Dal 2000 al 2010 gli occupati a tempo pieno in Germania sono calati di 2,5 milioni, i part time aumentati di 1,8 milioni e si è assistito all’esplosione del fenomeno dei cosidetti mini-jobbers: oggi circa 7 milioni di persone che sulla carta lavorano fino a 15 ore a settimana per uno stipendio massimo di 450 euro. Occhio: la riforma del lavoro e del welfare – “Agenda 2010”, voluta dall’allora cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder, che la mise in mano all’allora direttore delle risorse umane della Volkswagen, Peter Hartz – aveva come obiettivo dichiarato quello di istituire i mini-job per dare un’opportunità ai disoccupati meno qualificati per entrare nel mercato del lavoro. Bene: nel 2012, con la riforma a pieni giri, solo un quinto dei mini-jobber risultava sprovvisto di qualifiche professionali e titoli scolastici, condizioni nelle quali si trovava invece il 46 per cento degli iscritti alle liste di disoccupazione. Insomma, a cosa è servita, nei fatti, la riforma? A garantire alle imprese manodopera, anche qualificata, a prezzi più bassi rispetto al passato e con meno diritti. E c’è un dato che fotografa al meglio la situazione: se si prende in esame l’arco di anni 1991-2013, i profitti da investimenti di capitale in Germania sono saliti dell’80 per cento, i salari solo del 66 per cento. Ancora: secondo le statistiche raccolte dall’Eurostat, dal 2005 al 2014 è raddoppiata la percentuale di popolazione che, pur lavorando, si trova sotto la soglia di povertà (dal 4,8% del 2005 al 9,9% del 2014). Un balzo che non ha eguali in Europa. Nello stesso periodo, il rapporto tra il reddito detenuto dal 20% dei tedeschi più ricchi e il 20% di quelli più poveri è passato da 3,8 a 5,1. Anche in questo caso si tratta di uno dei balzi in avanti più sensibili del continente. In repubblica Ceca quel rapporto è diminuito, così come in Belgio. In Italia, pur partendo da un dato più alto, è rimasto sostanzialmente stabile (da 5,6 a 5,8). Eccoli, i frutti della riforma.
Ma fin qui, si obietterà, si sono guardate le cose in maniera unilaterale, cioè solo dalla parte di chi lavora o cerca lavoro. Ok, ma anche passando ai dati macroeconomici la sostanza non cambia. I “compiti a casa” o le cosidette “riforme strutturali” che la Germania ha fatto nella prima metà degli anni duemila non hanno portato grandi risultati né in termini di Pil, né di occupazione “vera”. Perché sì, il tasso di disoccupazione è calato, ma le ore lavorate e i dipendenti full time sono diminuiti. Come i salari, calati in termini reali, nella locomotiva d’Europa, del 6,2 per cento dal 2001 al 2009 (anche in questo caso una discesa senza eguali nel continente). “È come se una fetta di lavoro fosse stata divisa in pezzi più piccoli”, secondo l’efficace metafora di un altro economista dello Iaq, Matthias Knuth. E la crescita del Pil? Sempre sotto la media europea, certifica Eurostat, con un’inversione di tendenza solo dal 2011 (non dovuta alle “riforme”, come vedremo, anzi).
Gli effetti reali delle “riforme”
Ma allora, quali sono stati gli effetti di queste celebrate riforme che ora, visto il loro presunto potere taumaturgico, dovrebbero essere seguite dalle esangui economie dei restanti poco virtuosi stati europei? Ad un primo effetto si è già accennato: l’ampliamento della forbice profitti-salari a vantaggio dei primi. Ma c’è di più. Perché negli anni pre-crisi, grazie alla compressione degli stipendi medi ottenuta con Agenda 2010 e, prima, con la progressiva erosione della contrattazione collettiva e del ruolo dei sindacati, la Germania ha abbassato i costi di produzione incrementando notevolmente i margini di guadagno delle aziende operanti nell’export, settore strategico nell’economia tedesca. Sono così arrivati “profitti senza fare investimenti”, dice Lehndorff. E dove sono finiti allora quei soldi? Ecco la chiusura del cerchio: secondo una ricerca della Banca europea degli investimenti, quei capitali derivanti dalle vendite delle merci all’estero e “frutto della moderazione salariale e delle riforme del mercato del lavoro, sono stati utilizzati per acquisire asset stranieri”, ossia sono andati a finanziare debiti pubblici e privati tanto nel sud dell’Europa quanto negli Stati Uniti. Ora, quanti più capitali “facili” si hanno, tanto più li si vuol far fruttare, anche con operazioni finanziarie spericolate (cioè ad alto rendimento perché ad alto rischio). Di qui, lo spiega bene Luciano Gallino nell’ultimo suo volume lasciato a mo’ di testamento, la propensione all’utilizzo di strumenti via via più spregiudicati e, si badi, svincolati dall’economia reale, quella cioè che produce beni e servizi. E di qui l’esplosione di bolle finanziarie quando i crediti vengono non solo concessi, ma “spinti” (alzi la mano chi non si è mai visto recapitare nella cassetta della posta depliant con proposte di prestiti, ovviamente e sempre “vantaggiosissimi”) affinché il denaro generi denaro. Solo che, come insegna la vicenda dei titoli tossici della Lehman Brothers, può capitare che i denari non rientrino. E allora, come sanno bene i cittadini degli stati che hanno salvato dal fallimento banche piene di titoli tossici, sono dolori (e soldi da sborsare per tutti, cioè più tasse e meno servizi).
Già, ma adesso, si obietterà ancora, la Germania continua a crescere, e la disoccupazione a scendere. E soprattutto crescono anche i salari. Esatto. Perché il governo tedesco, resosi conto che la domanda esterna, vista la crisi, andava calando, ha fatto robuste iniezioni per agevolare l’aumento di quella interna. Cioè il contrario dell’austerity che impone al resto d’Europa. E ciò si è tradotto anche a livello di singole aziende e di clima generale in Germania, dove per un paio di decenni si è inseguito il mito dell’aumento della flessibilità esterna (la possibilità delle imprese di assumere e licenziare), e oggi invece si è tornati alla contrattazione coi sindacati per la flessibilità interna, cioè la modulazione delle ore di lavoro per dipendente in funzione delle oscillazioni del mercato, che si traduce in conservazione dei posti di lavoro.
Un paradosso, anzi tre, forse quattro
Ok, ma dov’è il paradosso? Ce ne sono più d’uno, a dire il vero. Primo: quello di definire riforme dei cambiamenti istituzionali che peggiorano le condizioni di chi li subisce. Secondo: quello di spacciare le stesse “riforme” per propulsori di miracoli, trasformandoli in modelli da seguire quando gli effetti, abbiamo visto, sono esattamente opposti (“se tutti avessero perseguito le politiche della Germania, in Europa non ci sarebbe stata domanda per le merci tedesche e la crisi sarebbe arrivata anche prima”, dice Lehndorff). Terzo: consentire a chi ha già ampie disponibilità economiche di arricchirsi ulteriormente a scapito di chi è costretto a vendere il proprio tempo per vivere, i lavoratori. Cosa questa, che oltre a peggiorare le condizioni di vita della gran parte delle persone, porta all’esplosione di bolle finanziarie virtuali i cui danni reali poi ricadono sulle spalle della collettività.
Infine, c’è il paradosso dei paradossi, ben nascosto nel lato oscuro della luna: a cosa serve produrre beni e servizi se tutto ciò non consente alle comunità, alle persone, di vivere decentemente, e anzi, arricchendo pochi e indebolendo molti? E soprattutto, a cosa serve quando lo strapotere dei pochi e la bramosia di far soldi coi soldi, porta a tempeste finanziarie i cui effetti si traducono in più tasse e meno servizi?

Fonte: ribalta.info

Totalitarismi e populismi: impurità dei tempi

di Erminio Risso
Alla fine dello scorso anno, per i tipi della manifestolibri, è uscito Totalitarismi e populismi di Rino Genovese, un libro le cui dimensioni sono inversamente proporzionali all’importanza della pubblicazione e che contiene nelle dimensioni del pamphlet la forza espressiva della comunicazione essenziale senza concedere nulla alla semplificazione e alla banalizzazione. In questo spazio di scrittura convivono fianco a fianco, in forte rapporto dialettico come nella migliore tradizione della teoria critica, teoria e prassi: in quanto l’analisi teorica, l’affinamento dei mezzi gnoseologici ed ermeneutici, è subito messo al vaglio della realtà effettuale, che qui prende le forme di un’analisi storica puntuale.
Per comodità espositiva ed efficacia comunicativa, il testo è bipartito; il primo capitolo, intitolato “Conseguenze dei Totalitarismi”, è riservato alle esperienze totalitarie del Novecento e a come abbiano influenzato il corso della storia e delle sue trasformazioni; mentre la seconda parte, “Premesse dei Populismi”, analizza, partendo dall’occidente e dalle sue “ dépendances”, che cosa sia questo fenomeno, dai fascismi all’Iran.
Nella prima parte Genovese delinea compiutamente il rapporto tra massa e potere, chiedendosi come si possa oggi parlare di progresso, rimandando alle questioni tradizionali legate all’illuminismo ma anche alla pasoliniana dicotomia di progresso e sviluppo. A livello teorico ci presenta la sua teoria della storia come compresenza e ibridazione, a partire da una sintesi della concezione benjaminiana di una storia che procede per salti e balzi e dall’idea di Bloch della “contemporaneità del non-contemporaneo”, per approdare a “una concezione del tempo opposta a qualsiasi bergsonismo, all’idea di un progresso continuo e di incessante novità cui l’evoluzione darebbe vita”. La conseguenza prima di aver fatto saltare benjaminianamente il continuum della storia, alla luce di Bloch, è che “la storia conosce sì cesure, però esse non avvengono quasi mai in modi irreversibili, perché sono per lo più suturate in continuità con il passato che le riaggiusta ibridandole. Così il passato non passa mai completamente – ma neppure si preserva intatto nella luminosità di una tradizione, muovendosi invece a zigzag, sovrapponendosi al presente e chiudendo il futuro con la sua ineliminabile impurità”.
Su questo continuo processo, per salti e balzi, di apertura e chiusura delle possibilità effettuali degli eventi sul piano concreto e materiale della storia, Rino Genovese aveva iniziato a riflettere – almeno a parer mio – già dalla Tribù occidentale (Bollati Boringhieri 1995); ora, nella formulazione di una teoria dell’ibridazione, ne trova la forma compiuta nel senso di più efficace sul piano dell’interpretazione, in quanto davvero capace di rendere conto del caos contemporaneo e dei suoi conflitti in un linguaggio che si mantiene distante dalla koiné intellettuale e filosofica di stampo giornalistico. Infatti ci mostra chiaramente come le democrazie liberali, i fascismi, la soluzione bolscevico-stalinista siano le dirette conseguenze dell’irruzione delle masse sulla scena della storia e siano “tutte risposte alla questione novecentesca della gestione dei tempi storici dinanzi a una trasformazione in atto e alle sue implicazioni sociali”. Si apre una gestione dinamica del piano storico-temporale e della presenza del passato nel presente: il fascismo si basa “su un passato da riattivare”, il bolscevismo sul futuro da costruire, la liberaldemocrazia sul presente come quotidianità da “consumare”; ma tutte queste sono comunque ibridazioni. La compresenza di tempi storici eterogenei è la base della teoria dell’ibridazione, che però va oltre, e nell’analizzare lo spazio della ripetizione innovativa e del dominio di una razionalità strumentale mette in gioco anche le culture, ibridanti quasi per natura. Quando Genovese afferma in maniera molto dura e quasi provocatoria che “il lager e il gulag sono forme di vita sociale”, ci parla non solo delle culture come spazio privilegiato dell’alterità e dell’ibridazione, ma innesca una critica antropologica della storia e una critica storica dell’antropologia e muove verso una sorta di antropologia della storia o storia antropologica. È così che vengono fuori nella loro complessità le modalità attraverso le quali le classi dominanti controllano le masse.
Nella seconda parte, nel caos dell’ibridazione contemporanea, dove la modernità è compresenza di tempi storici eterogenei, Genovese ci presenta la moltiplicazione dei populismi come crisi della politica, come perdita di ogni idea di internazionalizzazione e come lotta contro una sorta di “creolizzazione”. Al centro viene posto “l’individualismo di massa basato, tra l’altro, sulla priorità economica del consumo rispetto alla produzione”. Andando oltre Benjamin e Debord, e ogni idea di spettacolare concentrato, integrato e diffuso, Genovese definisce l’estetizzazione un fenomeno ampio, che va messo in relazione con l’uso di un mezzo di comunicazione estetico, sul quale si fonda il codice della politica plebiscitaria odierna, in uno spazio dove il politico è totalmente sottomesso all’economico. E questo nuovo potere trova le sue strutture primarie nei “mezzi di comunicazione simbolicamente generalizzati”, una teoria strettamente sociologica dove il potere non viene più inteso come un principio di dominio ma come una sorta di forma di influenza, sotto la quale rientra anche la comunicazione che si rivela un qualcosa non libero dal potere.
Questa attenta analisi dei populismi, in tutte le loro declinazioni, dal peronismo ai nuovi fascismi fino alla visione di un populismo di sinistra (Laclau e Chantal Mouffe), porta Genovese a dimostrare, sul piano concreto della prassi, come non possa esistere un populismo di sinistra, poiché questo uccide ogni idea di pensiero critico; il populismo come fuoriuscita dal bolscevismo-stalinismo merita un discorso a parte, in quanto implica anche un recupero di una forte tradizione russa ottocentesca. Genovese non si limita a portare alla luce negatività e contraddizioni, questioni irrisolte, ma, partendo da una situazione di antagonismi plurimi e di conflitti diffusi, a bassa o ad alta intensità, propone una via d’uscita che comporta – per esempio – non un’uscita dall’Europa, ma una sua vera democratizzazione. Questo può avvenire solo grazie a una democrazia radicale come potere diffuso, che per Genovese necessita di una democrazia rappresentativa funzionante, con qualche situazione di democrazia diretta.
Tutto questo acquista un suo significato e un suo senso nell’ explicit davvero capitale – una sorta di sententia – il quale recita: “In altre parole, i paesi di democrazia occidentale dovrebbero riscoprire quel correttivo interno faticosamente elaborato nel corso della loro storia che si chiama socialismo”.
A questo punto ci permettiamo ancora una piccola glossa, che vorrebbe mettere le condizioni per una nuova apertura; questa scelta implica un’idea gramsciana – a parer mio – di allargamento democratico, con il superamento della distinzione tra governanti e governati. Lo Stato pare quasi diventare un elemento terzo, di equilibrio tra i conflitti, ma per essere così è necessario che recuperi anche una sorta di dimensione neoconsiliare, non in una stanca riproposizione delle esperienze degli anni Venti, ma come capacità di mettere al centro e di fondarsi sul cittadino-lavoratore, reale e concretamente determinato, che agisce e vive. È chiaro che diventa cogente la sintesi di due prospettive che Genovese e Pezzella diversi anni fa sulle colonne del “Ponte” ( Prospettiva neosocialdemocratica o prospettiva neoconsiliare?, dicembre 2009) vedevano, se non come opposte, come spazi alternativi. In questa congerie di tempi e di storie frammentate e frammentarie, il soggetto agisce sotto le insegne di un impegno scettico, sul quale può nascere una nuova consapevolezza di appartenenza a un gruppo sociale fondamentale.
Questa nuova coscienza è l’antidoto al dominio dell’ideologia della fine delle ideologie, in virtù della quale il fondamentalismo di un neoliberismo radicale ha riportato una facile vittoria, che ha lasciato guerre e macerie. E da queste sintesi e dai suoi equilibri che può ripartire un nuovo socialismo come esito finale non di un’azione semplicemente riformistica ma di una forte azione riformatrice – per fare piena chiarezza – e non è una mera questione nominalistica, per chi, come me, è cresciuto negli anni Ottanta in pieno craxismo. In questa sua operazione – che possiede le dimensioni del benjaminiano L’opera d’arte nell’epoca della sua riproduzione tecnicae la struttura di una sorta di piccola jonta ai Minima Moralia, in quanto riflessione e testimonianza della vita offesa – Genovese ribadisce perentoriamente, ancora una volta, socialismo o barbarie.

Fonte: alfabeta2.it

Quel gioco pericoloso che cerca di confondere la critica radicale

di Marco Bascetta
L’opuscolo di Tito Boeri , tratto da una lectio magistralis tenuta alla Biennale Democrazia nel marzo di quest’anno a Torino (Populismo e stato sociale, Laterza, pp.48, euro 9) comprende una strana appendice. Si tratta di un elenco dei «partiti populisti europei» elaborato dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti. Figurano in questo elenco formazioni patentemente filonaziste o filofasciste come la Npd e i Republikaner tedeschi, la greca Alba dorata, l’ungherese Jobbik, per citare solo le più spudorate, insieme con organizzazioni di segno diametralmente opposto come Podemos e Syriza.
UNO DEGLI EFFETTI più inquietanti del dilagante dibattito pubblico sul populismo è quello di aver cancellato dalla scena non solo il termine ma la messa a fuoco stessa del fenomeno fascista contemporaneo. Ben diverso, sia chiaro, dal fascismo storico, radicato in una composizione sociale in nessun modo paragonabile con le masse omogenee degli anni Venti e Trenta, le loro culture e forme di vita. Ma animato da uno spirito di sopraffazione, da un’idea di ordine, di comunità gerarchica, di interesse corporativo e del potere sovrano che a tutti gli effetti rientrano nel bagaglio politico del fascismo. Questa genia si guadagna oggi l’appellativo meno infamante di «populisti di destra» e l’appartenenza a una grande famiglia che si estenderebbe fino a un «populismo di sinistra» di stampo democratico ed egualitario, passando per quelli che si ritengono «oltre» la distinzione e che potremmo incasellare come esponenti di un «populismo opportunista».
QUESTO GIOCO, tutt’altro che terminologico, ha lo scopo di rinchiudere in siffatta inquietante famiglia chiunque muova una critica radicale alla democrazia rappresentativa, al dominio del mercato e alla «nuova ragione del mondo», come Dardot e Lavalle chiamano l’ideologia neoliberista. Sono i nemici della «società aperta», avrebbe detto Karl Popper.
Boeri muove da una voce enciclopedica di rara vacuità, tratta dalla venerata e «imparziale» Britannica: «I populisti affermano di essere i protettori dell’interesse del cittadino medio contro le élites: assecondano le paure e gli entusiasmi del popolo e si fanno promotori di politiche senza considerarne le conseguenze per il Paese».
C’è da chiedersi se il Fondo monetario abbia mai considerato le conseguenze catastrofiche della sua dottrina sul pianeta, e la Troika quelle dei suoi dogmi sull’Europa. Per non parlare dei «lupi» di Wall Street. Quanto ad assecondare le paure del cittadino medio e spergiurare di difenderne gli interessi non c’è partito dell’establishment che non ci si sia speso anima e corpo.
TUTTI POPULISTI? Quando si parte dal nulla, sia pur enciclopedico, è al nulla che si approda. E cioè al «paradosso» che spingerebbe il popolo in cerca di protezione dagli effetti destabilizzanti della globalizzazione a diffidare di chi, questa protezione, potrebbe garantirgliela. E cioè le élites o classi dirigenti che dir si voglia. Questa «diffidenza» (un concetto che in politica è assai scivoloso è serve soprattutto ad occultare le divisioni e i conflitti materiali che attraversano la società ) non ha nulla di sorprendente.
LE CLASSI DIRIGENTI sono da anni impegnate nello smantellare protezioni più che nel garantirle (ad eccezione delle politiche securitarie) e nel trarre proprio dall’insicurezza e dalla destabilizzazione risorse produttive e profitti. La crescita smisurata delle diseguaglianze è l’effetto voluto e caparbiamente perseguito dalle politiche praticate per decenni in tutto l’occidente. Non un effetto indesiderato o un malaugurato imprevisto. Su questo terreno matura la velenosa convinzione che la sovranità nazionale possa restituire ciò che la globalizzazione ha tolto. È dunque il nazionalismo ciò che effettivamente ritorna. E il nazionalismo comporta un rapporto tra governanti e governati, tra cittadini e stato, destinato inevitabilmente ad allontanarsi dai principi e dalle pratiche della democrazia e ad assumere forme più o meno intensamente autoritarie. Comporta anche un rapporto tra nazioni che rapidamente può passare dalla competitività alla guerra commerciale e da qui a chissà che cosa. Non esistono dunque i «populismi», ma correnti che esercitano la critica del liberismo in chiave autoritaria, sovranista e corporativa e correnti che la esercitano in chiave democratica, egualitaria e cooperativa. Nonché realtà politiche più composite e ambigue.
ALLA RADICE DI TUTTO, in questo Boeri ha ragione, sta la crisi dello stato sociale che non consegue però da un errore aritmetico, ma da un rapporto di forza tra le classi. Che nelle sue forme novecentesche il welfare non sia più sostenibile è difficile negarlo. Ma un conto è ritenerlo insostenibile per i profitti delle imprese, per le rendite finanziarie, per una pura e semplice logica di mercato, un altro affermare che non è più sostenibile per i bisogni e le aspirazioni dei singoli e di una collettività che vivono pienamente in un mondo postindustriale con caratteristiche culturali e produttive molto diverse dal passato. A seconda del punto di vista dal quale si guarda a questa «crisi» ci si troverà da una parte o dall’altra.
LA «MODESTA PROPOSTA» che chiude il volumetto e cioè l’istituzione di «un unico codice identificativo contributivo» europeo che seguirà il lavoratore nei suoi spostamenti attraverso il Vecchio continente impedendo così «abusi» e welfare shopping è un meccanismo di controllo che dovrebbe entusiasmare i populisti, soprattutto del nord.
Ma a dire il vero fino a quando i capitali continueranno a sfruttare il dumping fiscale di cui ogni amor di patria si alimenta, non vedo perché i lavoratori non debbano cerare di sfruttare asimmetrie e falle nel sistema per strappare un po’ di quelle risorse che da ogni parte vengono loro sottratte. Sarà poco legale, ma è molto ragionevole.

Fonte: Il manifesto 

Accesso limitato al welfare e immigrazione: il caso del Regno Unito

di Ludovico Giua
Il 1° Maggio 2004 gli Stati membri dell’Unione Europea divennero 25. Da quella data, infatti, oltre a Malta e Cipro, aderirono all’UE 8 Paesi dell’Est Europa – Slovenia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Ungheria –, indicati anche come i Paesi “Accession 8” (di seguito “A8”). L’allargamento del 2004 ha comportato un aumento della popolazione dell’UE di quasi 75 milioni di persone (pari a circa il 20% della popolazione precedente) e, conseguentemente, l’apertura del mercato del lavoro interno dell’Unione a milioni di potenziali lavoratori provenienti dai nuovi Stati membri.
Il timore di un improvviso ed imponente flusso migratorio in entrata e, dunque, di uno shock nel mercato del lavoro interno indusse quasi tutti i paesi membri della precedente Unione Europea a 15 a limitare temporaneamente l’accesso ai lavoratori provenienti dai nuovi Stati membri. Regno Unito, Irlanda e Svezia rappresentarono le uniche eccezioni e, anche in ragione dell’assenza di vincoli, arrivarono ad accogliere in appena tre anni (2004-2007) circa 1,2 milioni di lavoratori nati in uno dei Paesi A8. A tale proposito, l’Office for National Statistics del Regno Unito stima che in Inghilterra e in Galles la comunità di immigrati cresciuta maggiormente tra gli anni 2001 e 2011 sia costituita da Polacchi (da 58.000 a 579.000) e che questo fenomeno sia una diretta conseguenza dell’entrata della Polonia nell’UE.
Di fronte a cifre così importanti, nel Regno Unito si accese, ed è ancora vivo, un ampio dibattito politico e mediatico incentrato su due temi principali. Il primo consiste nella possibilità che un così massiccio flusso migratorio abbia un impatto negativo sulle opportunità lavorative e sui salari dei nativi residenti. Il secondo riguarda il fatto che un libero accesso al welfare da parte degli stranieri che vivono nel Regno Unito possa portare, da un lato, alla congestione dei beni e servizi pubblici e, dall’altro, a un fenomeno conosciuto come “benefit tourism”, in base al quale gli individui scelgono di spostare la loro residenza in un determinato Paese con l’intento specifico di sfruttarne il sistema di welfare pubblico.
La maggior parte della letteratura scientifica che ha preso in esame il caso del Regno Unito ha respinto la tesi per cui la presenza di immigrati abbia avuto effetti negativi su occupazione e salari dei nativi e ha dimostrato che gli immigrati, specie quelli provenienti dai Paesi dell’UE, non solo fanno un uso limitato del sistema di welfare (in moneta e in natura), ma, diversamente dalla popolazione nativa, contribuiscono positivamente al bilancio fiscale dello Stato, dal momento che ciò che versano come imposte e contributi eccede ciò che ricevono come trasferimenti. Inoltre, come mostrato nella Figura 1, gli indicatori del mercato del lavoro nel Regno Unito rivelano che i nuovi immigrati dai Paesi A8 primeggiano in termini di tasso di occupazione (e, viceversa, solo una piccola percentuale risulta inattiva), ma, al contempo, ricevono un salario molto più basso rispetto agli altri immigrati europei e ai nativi.
Figura 1: Andamento della quota di occupati, disoccupati e inattivi, per paese di origine
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Nonostante ciò, questi due temi sono stati tra i cavalli di battaglia della campagna per il Leave nel referendum per la Brexit del Giugno 2016 e sono tutt’ora oggetto di dibattito in altre arene politiche, anche all’interno dell’UE: in molti Paesi la discussione sembra sempre più orientarsi verso l’imposizione di un blocco ai flussi migratori e un taglio alla spesa pubblica per il sostegno ai cittadini stranieri, inclusi quelli comunitari.
Prima che si adottino soluzioni drastiche di chiusura all’immigrazione, tuttavia, sarebbe auspicabile analizzare attentamente tutte le conseguenze di un’eventuale politica migratoria restrittiva, non solo in termini di accesso al welfare da parte dei nuovi arrivati, ma anche dal punto di vista degli effetti indiretti, quali, ad esempio, l’impatto sull’offerta di lavoro degli immigrati. A tale proposito, il Regno Unito è stato recentemente teatro, seppur temporaneamente, di un esempio di politica migratoria restrittiva e offre quindi la possibilità di condurre un’analisi di questi effetti.
Il Regno Unito rappresenta, invero, un interessante caso da studiare per due motivi. Il primo è costituito dall’imponente flusso migratorio cui esso è stato sottoposto dal secondo dopoguerra ad oggi e in particolare nell’ultimo decennio, proprio in seguito all’allargamento dell’UE nel 2004. Il secondo risiede nelle specifiche norme transitorie introdotte dal Regno Unito per gli immigrati provenienti dai Paesi A8.
Come detto, i nuovi cittadini comunitari hanno sin da subito goduto di tutti i diritti previsti dalle direttive europee, incluso quello relativo alla libera circolazione di merci e persone. Tuttavia, transitoriamente, per 7 anni (fino al 30 Aprile 2011) si stabilì che il diritto di residenza ai fini di welfare (Right to Reside) per gli immigrati dei Paesi A8 fosse subordinato a condizioni più vincolanti: per avere accesso ad alcuni tipi di sussidi (disoccupazione, familiari o abitativi), essi dovevano essere registrati in una specifica anagrafe dell’UK Border Agency (Worker Registration Scheme) ed essere stati occupati continuativamente per almeno 12 mesi. Dal 1° Maggio 2011 le restrizioni transitorie sono terminate e, di conseguenza, per quanto concerne l’accesso al welfare, gli immigrati dai Paesi A8 sono stati totalmente equiparati a quelli provenienti dagli altri Paesi membri dell’Unione Europea a 15.
Il modo in cui queste restrizioni transitorie sono state introdotte consente di valutare l’effetto di una ridotta eleggibilità nell’accesso welfare pubblico attraverso il confronto tra i due gruppi di immigrati – ovvero quelli provenienti da vecchi (UE15) e nuovi (A8) Paesi membri – prima e dopo la fine delle restrizioni transitorie.
Le stime che ho condotto in un mio recente lavoro evidenziano una significativa riduzione della probabilità di richiedere sussidi da parte dei nuovi immigrati soggetti alle restrizioni, rispetto ai loro omologhi dai Paesi UE15, quantificabile in circa 6 punti percentuali. Un altro interessante risultato è che, in media, i due gruppi di immigrati hanno registrato lo stesso tasso di utilizzo degli schemi di welfare durante il periodo in cui sono state in vigore le restrizioni, mentre dal 2011 la richiesta di trasferimenti di welfare da parte degli immigrati provenienti dai Paesi A8 è aumentata del 120%, rispetto alla richiesta da parte di chi proviene dai paesi UE15 (Figura 2). Un aumento così drastico è senz’altro legato al termine del regime di limitazioni, ma anche al fatto che gli immigrati A8 tendono a ricevere salari sensibilmente più bassi e ad avere più figli a carico; dunque, sono generalmente più esposti a eventi che consentono di essere eleggibili per ricevere le prestazioni del welfare state.
Figura 2: Quota di beneficiari di sussidi e trasferimenti pubblici, per paese di origine e tipologia di trasferimento
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Il passo successivo dell’analisi è consistito nell’appurare se il mancato accesso al sistema di welfare determini, indirettamente, un aumento della probabilità di essere occupato. In teoria, una limitazione nell’eleggibilità al welfare pubblico dovrebbe spingere gli individui a lavorare di più per far fronte alle mancate entrate da sussidio, specialmente nel caso di persone con vincoli finanziari più stringenti, i quali hanno generalmente più bisogno di assistenza da parte dello Stato. L’evidenza empirica conferma che questo meccanismo esiste: le restrizioni al welfare determinano un aumento della probabilità di essere occupati pari a 4,5 punti percentuali e, contemporaneamente, una riduzione nella probabilità di essere inattivi dello stesso ammontare.
Sembrerebbe, quindi, che i vincoli imposti ai nuovi entrati abbiano avuto l’effetto desiderato: ridurre le richieste di assistenza pubblica e, al contempo, aumentare il tasso di occupazione dei cittadini dei Paesi A8, sebbene questi già costituissero il gruppo di immigrati con il più alto tasso di occupazione (superiore all’80%), rispetto agli altri immigrati e ai nativi.
Valutando gli effetti separatamente per genere e livello di istruzione, i risultati suggeriscono un’ulteriore riflessione. La diminuzione del tasso di richiesta di assistenza pubblica sembra essere più forte per le donne e per le persone con un basso livello di istruzione, specialmente quando hanno figli a carico. Lo stesso si osserva per quanto riguarda gli effetti sulla probabilità di essere occupato o inattivo, che sono trainati da questi stessi sottogruppi della popolazione. Tra gli uomini, invece, si evidenzia una tendenza statisticamente significativa a lavorare più ore. Questi risultati hanno una spiegazione: gli uomini sono già occupati e possono quindi solo indirettamente aggiustare la loro offerta di lavoro, aumentando il numero delle ore lavorate; le donne, in particolare se madri, in assenza di un’adeguata assistenza e protezione da parte dello Stato, sono costrette a rientrare nel mercato del lavoro. Questo non costituirebbe un problema laddove lo Stato provvedesse a fornire un adeguato e gratuito sistema di servizi all’infanzia, come asili e scuole, che consenta alle madri di svolgere le loro attività lavorative. Tuttavia, nel Regno Unito molti genitori hanno difficoltà ad accedere a questo tipo di servizi poichè le rette sono molto elevate: il Family and Childcare Trust rileva, ad esempio, che nel 2017 il costo medio della retta per un tempo pieno all’asilo nido supera le 11.500 sterline all’anno.
È dunque nell’interesse dello stesso policy maker valutare in maniera scrupolosa tutte le conseguenze, dirette ed indirette, che potrebbe avere l’applicazione di limitazioni nell’accesso al welfare a determinati gruppi di individui, immigrati e non. Come è stato rilevato nella nostra analisi, sono infatti alte le probabilità che effetti indesiderati o dannosi colpiscano specifici sottogruppi e categorie a rischio come le donne o le persone con bassi livelli di istruzione.
Fonte: eticaeconomia.it 

«Cinquant’anni dopo», una storia che diventa grido disperato

di Tommaso Di Francesco 
La questione palestinese è scomparsa dalle cronache ma i palestinesi no. Purtroppo, dopo cinquanta anni dall’occupazione dei Territori palestinesi da parte dell’esercito israeliano nella guerra dei sei giorni del giugno 1967, quel nodo irrisolto della crisi mediorientale e internazionale, su cui si preferisce stendere un mantello fitto di silenzio, può essere così sintetizzato: si è secolarizzata, vale a dire è diventata il racconto di una sconfitta e poco più. Proprio mentre lo status quo di immobilità e oppressione aggrava la separazione e la discriminazione tra israeliani e palestinesi.
È IL TEMA del saggio Cinquant’anni dopo (Edizioni Alegre, pp. 223, euro 15) di Chiara Cruciati e Michele Giorgio, due firme ben conosciute ai lettori e alle lettrici di questo giornale. Sulla copertina campeggia, non a caso una foto di Tano d’Amico del 1988 di una madre palestinese di Gerusalemme con in braccio i suoi due bambini e nell’ultima di copertina c’è un ragazzino che suona il flauto. Ora saranno, se vivi e magari profughi dentro qualche altra situazione di guerra, uomini fatti e disperati, loro e le loro famiglie.
CHE COSA HA PORTATO a questo oscuramento di una situazione che rappresenta il detonatore del Medio Oriente. Tanti fattori, ma in primo luogo l’avere supposto che le mediazioni di pace realizzate fossero più forti della violenza esercitata dall’occupante. Che l’avere chiuso gli occhi sull’uccisione per opera di un estremista ebreo del premier israeliano Itzak Rabin che il più elevato processo di dialogo aveva realizzato, fosse un episodio di cronaca nera, un delitto come gli altri. E non quel che è stato: vale a dire l’inizio della fine, la rimessa in discussione da quel giorno del 1995 in poi di ogni possibilità che il popolo palestinese avesse ascolto nel mondo per la sua storica necessità di avere una terra ed uno Stato democratico a rappresentarlo.
Più che un libro di storia, che pure dà – e con rigore ineguagliabile – l’intero argomento dalle fondamenta, ci troviamo di fronte ad una denuncia e ad un allarme. Perché quella terra, la Palestina dei palestinesi, non c’è, anzi non c’è più. Rimane futile promessa. Figurarsi lo Stato, che resta impossibile ormai da definire, visto che l’occupazione militare che ha avviato la presenza di centinaia di colonie con allegati presidi militari, colonie inamovibili per la «sicurezza» d’Israele, che ha eretto con Ariel Sharon un Muro della vergogna che ruba terre palestinesi e taglia in due le popolazioni, i villaggi e le case, le anime…ebbene alla fine quello Stato non ha alcuna continuità territoriale, requisito primario perché possa definirsi tale.
La violenza dell’occupazione e lo stillicidio delle guerre israeliane in chiave antipalestinese, dai Territori occupati al Libano, ha fatto il resto. Senza dimenticare la responsabilità delle leadership arabe che, quando hanno potuto, hanno fatto peggio dell’occupante israeliano, dal massacro di Amman del 1970 alle stragi in Libano degli anni Settanta e Ottanta. Ora i palestinesi, milioni di esseri umani, sono in una vasta prigione.
NON PIÙ DUE STATI, ma nemmeno uno Stato solo, quello israeliano che ha requisito le loro terre ma non intende accettarli se non in regime di apartheid. Non sono bastate, ricordano gli autori, stagioni di intifada, leader prestigiosi, disperazioni collettive, decine di migliaia di vittime. Ora resta negli occhi delle generazioni di palestinesi una rabbia storica inespressa che rischia di essere alla mercé di chi la raccoglie, di ogni radicalismo identitario e religioso. Forse non bastano più nemmeno i versi dei poeti palestinesi, che con Mahmud Darwish ripetono «vogliamo vivere un poco/ per tornare a qualcosa…», che tessono trame, anche loro inascoltati nel proliferare di una memoria e di una scrittura che sembrano appannaggio solo degli occupanti.
PUÒ UN SAGGIO RIGOROSO di storia diventare un grido disperato. È probabilmente questo il merito di Cinquant’anni dopo che ha il coraggio e la capacità di illuminare per la prima volta la scena di rovine, senza più metafore e retorica. Con un approfondimento che non risparmia nessuno, nemmeno l’attuale leadership palestinese, ormai divisa dopo la vittoria – subito sanzionata dal mondo – di Hamas nelle elezioni del 2006 , in due confini separati (anche territorialmente) e contrapposti. E senza quell’unità, alla quale si richiama con una forza equiparabile alla disperazione della solitudine e dell’isolamento, dal carcere l’unico leader palestinese credibile rimasto, Marwan Barghouti, non sarà possibile voltare pagina e strappare il duro racconto della sconfitta.

Fonte: Il manifesto 

Il sindacato di classe del XXI secolo è ora una possibilità concreta

di Giorgio Cremaschi 
Ho visto una concreta possibilità che il sindacato di classe del ventunesimo secolo divenga una realtà. Ho visto la volontà di costruirlo non solo nelle scelte del gruppo dirigente, ma negli interventi che dai più diversi luoghi di lavoro, dai mondi del precariato e della immigrazione, da quello dei pensionati, si sono succeduti instancabili ed appassionati nel congresso del USB. Praticare il sindacalismo di classe oggi significa andare totalmente controcorrente, rispetto al sistema di potere e anche a CGILCISLUIL, nelle quali è prevalso il modello del sindacato di mercato, che accetta tutte le compatibilità e quando non sceglie la complicità, al massimo pratica la riduzione del danno.
Ma la costruzione di un sindacato di classe va anche in altra direzione rispetto alla tradizione del sindacalismo di base, cioè alla contestazione a macchia di leopardo delle scelte negative del sindacalismo complice. Tale costruzione si propone un obiettivo ben più ambizioso: fornire al mondo del lavoro uno strumento per provare a ribaltare i rapporti di forza, per “riprendersi tutto”, come titolava il congresso.
Così la USB prova a fare un salto rispetto alla sua stessa esperienza e storia; e non a caso, in molti interventi, le radici a cui ci si è voluti esplicitamente riallacciare sono quelle della CGIL che non c’è più, quella di Giuseppe Di Vittorio, sindacato di classe, di massa e anche di popolo.
La scelta di usare il termine “confederale” per definire la dimensione dell’organizzazione è coraggiosa, visto che fino a poco tempo fa questa parola segnava il confine tra il mondo di CGILCISLUIL e chi quel mondo contestava.
Dentro quei grandi sindacati il termine confederalità è diventato sinonimo di compatibilità. Se un settore, una fabbrica, un gruppo di lavoratori rifiutava un accordo peggiorativo, la “confederalità” interveniva a dimostrare che quella era una scelta corporativa e che i superiori interessi del mondo del lavoro richiedevano quei sacrifici. Così fu teorizzato sin dalla Conferenza dell’Eur, nel 1978.
La USB vuole invece ribaltare questo uso della confederalità nel suo opposto; cioè vuole usarla per diffondere in tutto il mondo del lavoro il sindacalismo di classe. Questo significa che chi è più forte non solo non rinuncia alla sua forza per difendere se stesso, ma la usa anche per sostenere gli altri. La confederalità diventa quindi lo strumento per diffondere, organizzare e unire le lotte. Da quelle dei migranti super sfruttati nella logistica e schiavizzati dai caporali nei campi, agli operai delle fabbriche e dei servizi che rifiutano accordi e contratti dove si impongono il taglio dei salari e la flessibilità selvaggia, ai lavoratori pubblici che si battono contro la distruzione dello stato sociale. Il NO dei dipendenti di Alitalia al vergognoso accordo su svendita e licenziamenti non è qui sentito, come invece vorrebbe il potere, come un singulto di lavoratori privilegiati che non si vogliono adattare alla realtà, Al contrario quel rifiuto è stato fatto proprio e viene vissuto come esempio da tutti, anche da chi oggi non ha la forza di fare la stessa scelta sulla propria condizione.
Le lotte dell’Alitalia e dell’Ilva diventano così la punta del conflitto per non svendere il paese ed il lavoro alle multinazionali e per questo la USB fa la scelta chiara e netta delle nazionalizzazioni. Parola tabù non solo per chi obbedisce al sistema di potere finanziario italiano e della Unione Europea, ma anche per certe “opposizioni radicali”, che hanno paura di rivendicare l’intervento dello stato nell’economia in alternativa al dominio del mercato e che così si rifugiano in inesistenti terze vie.
Il sindacato di classe non è solo provare ad unire le lotte, ma è anche l’individuazione degli avversari di quelle lotte. Sapere chi sono i nostri è necessario, ma conoscere i nemici lo è altrettanto. E la USB lavora su questo, nella scelta internazionalista contro il capitalismo globalizzato ed i suoi strumenti di potere come la UE e la NATO; nella lotta per la difesa e l’applicazione della Costituzione che ha portato allo sciopero politico del 21 e alla manifestazione del 22 ottobre; nella collocazione rivendicata con orgoglio nel percorso di Eurostop, che ha portato alla manifestazione del 25 marzo, che ha cancellato le destre e la loro finta bandiera di lotta contro l’austerità europea. Il sindacalismo di classe è indipendente dal potere, ma non indifferente ad esso. Da qui la necessità delladimensione politica delle lotte, di prendere parte per sentirsi parte.
Ma il conflitto di classe oggi non è solo dentro il lavoro, ma nel territorio, nelle periferie abbandonate dallo stato sociale e invase dalla speculazione edilizia e dalle povertà. La Federazione del Sociale che nasce nella USB si propone appunto di agire contro lo sfruttamento sociale che si diffonde nel territorio.
Qui ci sono le contraddizioni più gravi in mezzo ai poveri. Non ci sono conflitti tra nativi e migranti nei luoghi di lavoro, ma nelle città sì, segno che il risorgente razzismo su cui agisce la destra xenofoba e fascista ha una specifica alimentazione nel disagio sociale del territorio.
Qui la lotta per la casa e per i servizi pubblici incontrano molte frontiere, che solo lo spirito del sindacalismo di classe ha la forza di abbattere. E su questa frontiera oggi sono impegnati in USB tanti giovani entusiasti, preparati e coraggiosi, che tra l’altro stanno subendo i colpi di una ondata repressiva durissima, oggi diventata sistema con le leggi Minniti.
Va detto che tutto il potere sta rivolgendo verso i militanti della USB un “occhio di riguardo”, tante sono le denunce ed i processi che li colpiscono, cosi come le rappresaglie padronali. Ultima quella contro Sasha Colautti, che la multinazionale Wartsila vuol deportare da Trieste a Taranto, per punirlo della decisione di dimettersi da segretario della Fiom, rientrare al lavoro e aderire alla USB. Tutto il congresso ha sentito su di sé questo attacco e per questo ha deciso di manifestare a Trieste il 24 giugno con grande determinazione.
Ecco, determinazione ed anche entusiasmo sono i sentimenti che hanno percorso i tre giorni del congresso, dalla relazione a tutti gli interventi. Non si fa sindacato militante senza passione, senza quella connessione sentimentale con il popolo che Antonio Gramsci considerava determinante per evitare la burocratizzazione e le caste. Se non ami gli sfruttati e gli oppressi e non odi chi li sfrutta ed opprime, non puoi essere un sindacalista militante.
Entusiasmo, ma non trionfalismo, anzi. Il confronto congressuale non si è nascosta nessuna delle difficoltà che sono di fronte. Quella culturale innanzitutto. Perché la CGIL di Di Vittorio poteva muoversi nel mare del movimento operaio comunista e socialista, sull’onda della sconfitta del fascismo e poi su quella della rivolta mondiale del 1968. Oggi nulla di tutto questo è in campo e il pensiero liberista dominante non sta solo nelle stanze del potere, ma, grazie anche ai mass media, è senso comune delle masse, spesso anche di quelle che si ribellano.
Affermare, innanzitutto nelle proprie stesse file, punti di vista e conoscenze critiche su tutta la società è una esigenza di fondo, che la USB chiama bisogno di formazione. La stessa crescita dell’organizzazione, con l’entrata nella USB di chi proviene da CGIL o dalle nuove sindacalizzazioni, pone problemi. Il primo è quello immediatamente contrattuale: come far sì che l’adesione divenga rivendicazione, vertenza; come rompere i muri blindati degli accordi a perdere di CGILCISLUIL. Ne segue immediatamente il problema di come organizzare un sindacato povero, quasi senza funzionari, verso il quale la domanda di tutela è enorme. E poi come si adatta la vita interna della USB a questa sua crescita, come riesce ad essere inclusiva senza che nessuno di coloro che lì lottano da più tempo, si senta emarginato. Ed infine come trovare un equilibrio tra la necessità di ampliare e a volte proprio costruire l’organizzazione, e le iniziative di lotta unitarie con altre organizzazioni e movimenti, anche queste indispensabili.
Sono tutti snodi che si presentano e si presenteranno nella crescita della USB verso un sindacato di classe di massa, intanto però il congresso non si è preso paura di fronte ad essi e ha deciso di andare avanti. È interesse di tutto il mondo del lavoro che l’impresa riesca.

Fonte: contropiano.org 

Iniziative community-based e nuovi spazi di inclusione dei migranti: il caso del Baobab Experience a Roma

di Venere Stefania Sanna
L’Italia vanta una lunga tradizione di movimenti sociali e di cittadinanza attiva, spazi autonomi e forme di riappropriazione dei beni pubblici che prendono vita già dai primi anni ’70, soprattutto nelle grandi città del nostro paese (V. Pecorelli “Spazi liberati in città: i centri sociali. Una storia di resistenza costruttiva tra autonomia e solidarietà”, Acme, 2015). 
Roma, in particolare, presenta un variegato universo di iniziative locali nate dal basso, da e per la comunità: dagli squatter occupati, alle forme (anticapitalistiche) di gestione di spazi auto-organizzati o gestiti in modo cooperativo (es. orti urbani, cooperative agricole, centri sociali e culturali, ecc.), sino alle più attuali organizzazioni sperimentali, rappresentazione di nuove pratiche di economia alternativa e consumo consapevole che si sono affermate nel tempo come veri e propri spazi di integrazione e centri di cultura urbana (T. Glover et al., “Association, Sociability, and Civic Culture: The Democratic Effect of Community Gardening”, Leisure Sciences, 2005).
Queste iniziative community-based svolgono oggi un ruolo da protagonista, anche se spesso esso è sussidiario o sostitutivo dell’azione degli enti pubblici locali a scala urbana. Si pensi, infatti, che tra le molteplici sfide che Roma sta affrontando da tempo, una in particolare riguarda l’integrazione sociale della crescente quota di popolazione immigrata. Con l’acuirsi della crisi economica e in seguito alle cicliche emergenze migratorie, molte iniziative locali offrono concretamente spazi per la vita collettiva e una miriade di servizi e opportunità per l’inclusione sociale: attività culturali, educative, sociali e di partecipazione politica.
Queste iniziative rappresentano dunque una concreta risposta alla mancanza di alloggi a prezzi accessibili, offrono sostegno e tutela legale ai richiedenti asilo politico, nonché supporto psicologico e servizi di vario genere alla comunità come corsi di lingua italiana per immigrati, percorsi formativi professionalizzanti, ecc. (V.S. Sanna, “Crisis and community: grass-roots initiatives as space of migrant integration in Rome”, in AA.VV. From Europe to Local: Migrating Solidarity, FEPS – Foundation for European Progressive Studies and SOLIDAR, 2016).
Nessuna trattazione delle iniziative community-based e dell’accoglienza dei migranti a Roma che aspiri alla completezza potrebbe mancare di considerare l’attività del Baobab Experience[1].
Fondato nel 2004 in un’antica vetreria situata in Via Cupa, presso la Stazione Tiburtina di Roma, Baobab era inizialmente costituito da una rete di volontari che, anche grazie ai sussidi del Comune di Roma, offriva attività culturali alla comunità eritrea e, data la mancanza sul territorio urbano di strutture di accoglienza, ospitava circa 60 migranti, all’epoca per lo più di origine africana (P. Paglia et al. “L’accoglienza dal basso del Centro Baobab e le tracce che restano”, in Centro Studi e Ricerche IDOS, Osservatorio romano sulle migrazioni. XI Rapporto, 2016).
Nell’estate del 2015 quando il flusso di migranti e rifugiati politici ha subito un drastico aumento e più di 30 mila migranti (per lo più in transito) hanno raggiunto Roma per poi proseguire verso il Nord Europa, l’organizzazione si è mobilitata attraverso diversi canali al fine di avviare una campagna di accoglienza su diversi fronti.
In primo luogo, la chiamata agli aiuti materiali è stata massiccia e ad essa i romani hanno risposto (e ancora rispondono) numerosi offrendo beni di prima necessità, vestiario, alimenti, tende, sacchi a pelo, coperte, ecc. In secondo luogo, vista la mancanza di strutture pronte ad accogliere un tale flusso migratorio, i volontari del Baobab si sono adoperati per ospitare nel centro il maggior numero di persone possibile.
Il 6 dicembre 2015 Baobab è stato oggetto del primo sgombero da parte delle forze dell’ordine. All’epoca, il Centro riceveva supporto finanziario dal Comune di Roma per alloggiare 60 persone ma di fatto ne accoglieva 800. Tali numeri oltre a suscitare il malcontento di alcuni comitati cittadini localizzati nelle immediate vicinanze del centro, sono stati oggetto di discussione politica in un momento caldo, quello in cui la città era scossa dagli scandali di “Roma Capitale”.
All’accoglienza sono succeduti gli sgomberi. Alle incalzanti richieste di legalità da parte del Comune e delle autorità sono seguite le proposte degli attivisti, una di esse riguardava la ricerca di spazi pubblici alternativi da adibire a centro di accoglienza.
Anche dopo i ripetuti sgomberi del centro di via Cupa, la società civile ha continuato a rispondere alla forte chiamata umanitaria del Baobab ospitando i migranti in palestre, bar e sedi di partito. I volontari hanno tenacemente mantenuto aperto un canale di comunicazione e concertazione con l’amministrazione locale al fine di promuovere una visione progettuale per “un nuovo modello di accoglienza”.
E’ ormai nota alle cronache la questione dell’ex istituto ittiogenico sito in via della Stazione Tiburtina, un’area abbandonata che rappresentava una reale alternativa a via Cupa poiché rispondeva sia ai criteri indicati dal Comune che alle reali esigenze di spazio necessarie per accogliere i migranti. Nonostante l’ideale condizione e collocazione dell’istituto, solo nel giugno 2017 si è appreso che l’edificio non era più di proprietà della Regione Lazio già dal dicembre 2016 poiché già “trasferito” (o “dismesso”) ad un fondo immobiliare (FIA i3 – Regione Lazio) gestito da una società del Ministero dell’Economia, nato con l’obiettivo di “cogliere le opportunità derivanti dal generale processo di valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare pubblico” operando “in ottica e con logiche di mercato”.
Ecco dunque che il Baobab è venuto a scontrarsi con uno dei principali problemi che affliggono l’universo delle iniziative community-based a Roma: la disponibilità e l’affidamento formale da parte degli enti locali degli spazi fisici (edifici, terre, ecc.) dove svolgere le proprie attività. Questa dismissione, in linea con altri provvedimenti di “riordino del patrimonio immobiliare di Roma” (es. Delibera 140 del 30 aprile 2015 di Roma Capitale) se formalmente tende a regolamentare e a “mettere a reddito” proprietà pubbliche, all’atto pratico “minaccia l’esistenza di molte realtà esistenti sul territorio che svolgono un ruolo sussidiario proprio della stessa azione pubblica in materia sociale e nei processi di inclusione sociale, ma che non operando secondo logiche di profitto non hanno sufficiente capacità di spesa per poter onorare dei canoni di locazione proporzionati al valore catastale dell’immobile” (V.S. Sanna “Movimenti sociali e iniziative dal basso: nuovi spazi di integrazione e centri di cultura urbana”, in Centro Studi e Ricerche IDOS, Osservatorio romano sulle migrazioni. XI Rapporto, 2016).
Nel frattempo, l’emergenza dell’estate 2015 è divenuta ormai un fenomeno strutturale e i migranti arrivano in ogni stagione. Il Baobab non ha smesso di dare supporto ai migranti in transito garantendo loro pasti caldi, assistenza legale e sanitaria, e nonostante sia riuscito a mettere in rete una moltitudine di attori e associazioni umanitarie[2], il dialogo con Comune, Regione e Prefettura è difficile.
Seppure l’obiettivo comune dichiarato sia il superamento della logica emergenziale al fine di affrontare il problema in un’ottica sistemica, di fatto le risposte delle amministrazioni locali sono contradditorie e scostanti.
Ad oggi, essendo sfumata la possibilità di adibire l’ex istituto ittiogenico a nuovo centro di accoglienza, gli attivisti del Baobab operano in un “campo informale” situato in una sorta di “terra di mezzo”, alla fine di via Gerardo Chiaromonte nei pressi della Stazione Tiburtina. La tenacia del Baobab Experience dimostra però come mediante la (ri)appropriazione degli spazi comuni – anche di un fazzoletto di terra chiamato “Piazzale Maslax” ignoto persino a GoogleMap – queste iniziative siano in grado di attivare processi di transizione verso un modello di accoglienza più inclusivo, terreno fertile per innescare cambiamenti sociali di più ampia portata.
L’esperienza di Baobab costituisce in realtà un vero e proprio “space of citizenship” (R. Ghose – M. Pettygrove, “Urban Community Gardens as Spaces of Citizenship”, Antipode, 2014) che l’accomuna a molte altre esperienze. Si pensi ai movimenti re-take(letteralmente di “ripresa” degli spazi pubblici) o quell’universo di iniziative community-based di riscoperta delle pratiche agricole a scala urbana – dai movimenti di guerrilla gardening, ai giardini comunitari e condivisi, agli orti urbani – che hanno tra i loro obiettivi fondanti la soddisfazione dei bisogni primari legati all’alimentazione sostenibile e al miglioramento degli stili di vita dei loro membri, ma che, al di là di tale funzione, facilitano l’aggregazione sociale (A. Flachs “Food For Thought: The Social Impact of Community Gardens in the Greater Cleveland Area”, Electronic Green Journal, 2010), nonché l’integrazione dei migranti, innescando processi partecipativi di riconquista della città (P. Mudu “Resisting and Challenging Neoliberalism: The Development of Italian Social Centers”, Antipode, 2004; E. Scandurra – G. Attili, (a cura di) Pratiche di trasformazione dell’urbano, Franco Angeli, 2013).

[1] Un gruppo di volontari del Baobab Experience è stato intervistato nel maggio del 2016. Le informazioni riportate in questo articolo sono state estratte dai comunicati del centro sui social media.

[2] Di seguito sono riportate tutte le associazioni che nei passati mesi, hanno collaborato con i volontari del Baobab nella costruzione del nuovo modello di accoglienza, suddivise per i diversi settori di intervento.
Coordinamento e attività accessorie (visite guidate, eventi sportivi e culturali, corsi di lingua, etc.): Volontari del Baobab (costituiti in associazione);

Assistenza Sanitaria e Psicologica: Medici per i Diritti Umani (MEDU), Medici Senza Frontiere (MSF), Istituto di Medicina Solidale (IMES), Istituto Nazionale salute, Migrazioni e Povertà (INMP) San Gallicano, Croce Rossa Italiana (CRI), Albero della Vita, Medici di Strada, Pediatri per l’emergenza, Emergency, ASL Roma A, ASL Roma B, Medici Volontari;
Assistenza Legale e Assistenza ai minori: Save The Children, Intersos, A Buon Diritto, Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR), Amnesty International, Avvocati di Strada, Avvocati volontari;
Museo della Migrazione e Centro di Documentazione, Istituti Didattici, Assessorato alla Cultura, 19 Million Project.

Fonte: eticaeconomia.it 

Un futuro bello e impossibile

di Benedetto Vecchi 
I paradossi scandiscono da sempre la produzione teorica di Slavoj Zizek. È in base al loro uso smodato che il filosofo sloveno occupa da anni il centro della scena pubblica. È in base ad essi che si è gettato a testa bassa contro le ipocrisie, le contraddizioni della produzione culturale mainstream. Lo ha fatto nel denunciare l’apparente ragionevolezza del politicamente corretto o la tesi sull’attuale sistema di vita come imperfetto, ma che è senza alternative. Zizek ha mostrato e dimostrato che la tolleranza, il rispetto delle minoranze, il diritto alla diversità sono spesso le sbarre che definiscono i confini di un vivere sociale dove sono stigmatizzati gli antagonismi sociali.
Per far questo ha attinto a piene mani nella fantascienza, nella musica rock, nelle serie televisive, individuando nella cultura pop il contesto obbligato per decostruire il pensiero dominante. Spesso però i paradossi e le iperboli di Zizek offuscavano il lavoro teorico che vi era alla loro base. Alla fine i paradossi e le iperboli scivolavano via come sabbia. E nulla rimaneva nelle mani del lettore.
IL LIBRO che Ponte alle Grazie, la casa editrice che ha pubblicato gran parte della torrentizia produzione di Zizek, ha mandato alle stampe Il coraggio della disperazione (pp. 412, euro 20), una raccolta di scritti a commento dell’ultimo biennio, scegliendo un registro diverso, a tratti antitetico a quello del passato. Più che fare sfoggio di brillanti paradossi e iperboli, Zizek si propone di fare i conti con i paradossi presenti nelle opere di autori conservatori (Peter Sloderdijk), liberal (Paul Krugman e Joseph Stiglitz) e della cosiddetta «sinistra radicale» che invita a declinare il populismo in senso progressista, perché solo così si riuscirebbe a parlare alla «gente» e al «popolo».
I temi dai quali prende spunto Zizek sono la crescita dei partiti xenofobi in Europa, la crisi dell’Unione europea, la Brexit, l’esperienza politica di Syriza in Grecia, quella di Podemos in Spagna, la novità politica costituita dalle figure politiche di Bernie Sanders e Jeremy Corbin, il politicamente corretto del femminismo statunitense mainstream, la politicizzazione della religione islamica e protestante, il relativismo culturale. Infine, l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. Temi dunque legati alla contingenza, perché solo dalla contingenza, afferma l’autore, parafrasando una tesi di Alain Badiou, è possibile fare filosofia.
IL PROLOGO è programmatico. Viviamo in tempi disperati, afferma Zizek, perché non possiamo immaginare nessuna credibile alternativa al capitalismo globale. Risibili sono le proposte di una dolce decrescita o sulla diffusione virale di cooperative sociali e produttive non mercantili. Velleitario è anche il richiamo a fantasmatiche fuoriuscite dal capitalismo fondate su modi di produzioni locali o autoctoni. Sono tutte esperienze che rafforzano il capitalismo, sentenzia Zizek. Giudizio impietoso. E talvolta errato quando affronta il mutuo soccorso o la cooperazione sociale autorganizzata cresciuta in questa ultima decade. I loro limiti, semmai, non vanno cercati nell’incapacità di sviluppare antagonismo, bensì nella visione semplicistica del Politico e dei rapporti sociali di produzione che veicolano.
IN OGNI CASO, vanno proprio nella direzione auspicata da Zizek. Consentono cioè di guadagnare tempo, mantenere aperta la possibilità di sovvertire lo status quo. Sono infatti istituzioni di contropotere aperte a una sperimentazione propedeutica all’accumulo di potenza politica da usare quando le condizioni la richiedono. Più o meno, come Zizek auspicava nel 2015 alla Grecia di Syriza.
Da Slavoj Zizek ci si aspetterebbe un j’accuse contro il «tradimento» di Alexis Tsipras e del suo governo rispetto il referendum vittorioso che chiedeva di non accettare il ditkat della Troika europea. Invece nessun dito puntato, Syriza non aveva alternativa, chiosa Zizek.
L’ERRORE che ha compiuto questo governo di sinistra sta nel non aver immaginato una politica dei due tempi: accettare l’austerity e lavorare ad allargare i margini di iniziativa politica e sociale a favore di operai, impiegati, disoccupati, pensionati. L’austerity, sostiene Zizek, doveva essere usata come leva per modernizzare la struttura statale e come ariete contro l’oligarchia. Bisognava cioè salvare il capitalismo da se stesso per poi immaginare un suo superamento, evocando un celebre passo di un saggio del «marxista irregolare» Yanis Varoufakis, in queste pagine dipinto come l’unico esponente politico lucido sulla portata del braccio di ferro tra la Grecia e l’Unione europea.
IN GRECIA la posta in gioco era quella di pensare a come gestire il potere in una condizione sfavorevole, avversa, ricomponendo il nesso tra modernizzazione e lotta di classe. Non c’è rivoluzione se non c’è modernizzazione, sentenzia il filosofo sloveno. La matassa da sbrogliare è quindi sempre quella che solo la Rivoluzione di Ottobre e la vittoria dell’armata rossa in Cina nel 1949 erano riuscite a dipanare. Come governare un paese in una situazione di rapporti di forza sfavorevoli?
Il primo paradosso che va interrogato è dato quindi dal proposito di salvare il capitalismo da se stesso e al contempo immaginare un suo superamento. Ma i paradossi, oltre che interrogati vanno smontati, destrutturati per evidenziare le trappole e gli esiti conservativi dello status quo che contengono. La disperazione può, sì, dare la buona dose di adrenalina teorica, ma poi occorre passare a un più prosaico e niente affatto disperato momento costruttivo, aperto all’impossibile ma ancorato ai rapporti sociali. Ogni momento «destituente» è infatti effimero se non presente al tempo stesso il carattere costituente che l’antagonismo prefigura. Per Zizek l’antagonismo è un misteriosofico «uno che si divide in due», citando nuovamente la frase ad effetto che Alain Baidiou ha usato per immaginare una «politica comunista».
L’encomiabile tentativo si interrogare i paradossi del reale oscura per le sue ambivalenze. Sono queste che vanno quindi interpellate, sciolte, come nel caso del populismo di sinistra. Zizek svolge una critica pungente al concetto di gente – «la gente non esiste», scrive a ragione Zizek – e al concetto di popolo, unità indistinta ed espressione di un’astrazione tesa a legittimare un sovrano o un parlamento che dovrebbero rappresentarli. Ma quando si trova vis-à-vis con i rapporti sociali di produzione e le soggettività che agiscono in essi, si ritrae per incamminarsi su strade note.
Il populismo è dunque visto, a ragione, come un dispositivo politico che risponde alla marxiana falsa coscienza. Non esiste, infatti, il popolo come unità organica, definita da un territorio e dei confini. Il populismo si costruisce a partire da un Altro da sé, da un esterno che nel capitalismo globale non è lo «straniero», bensì la casta, l’oligarchia, che parassitariamente si appropriano della ricchezza prodotta e che si fanno forti del loro essere senza patria. È il vecchio e mai tramontato «socialismo degli imbecilli», anticamera del fascismo e del nazismo.
A sinistra, invece, i balbettii sulla possibilità di usare il frame populista sono mimetici. Il popolo è un aggregato di operai, disoccupati, precari, ceto medio impoverito, espressioni di interessi sociali e culturali parziali che una sintesi superiore ricomporrà. Da qui la nostalgia della forma politica del partito che ha il potere di ricomporre al suo interno le parzialità in base proprio a una sintesi superiore esterna al popolo. Un miraggio, per Zizek.
QUI LA CONSULTAZIONE dei paradossi però si arresta. Zizek richiama la moltitudine in quanto categoria del Politico; ne sottolinea la forza performativa, ma poi scantona perché vi vede tracce di un vitalismo – la potenza del fare, lo «strutturalismo delle passioni» – che l’antropologia filosofia «pessimista» che scandisce il libro avversa, perché considerata, chissà perché, anticamera di una adesione allo status quo. Per Zizek è infatti la disperazione il sentimento che consente di pensare l’impossibile – la rivoluzione, forse -, non la potenza del desiderio o del comune riscoperto come ripetono alcuni teorici marxisti o alcune filosofe femministe (Zizek cita Judith Butler e Frédéric Lordon). Più che la disperazione, viene il sospetto, il coraggio giunge però da quell’esercizio di un ottimismo della ragione, che scommette sull’impossibile intravisto proprio in quelle esperienze di autorganizzazione sociali senza le quali non sarebbe immaginabile pensare l’impossibile.

Fonte: Il manifesto