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Jeremy Corbyn, il rivoluzionario gentile alla prova delle elezioni

Intervista a Domenico Cerabona di Simone Furzi
Il prossimo 8 giugno nel Regno Unito si terranno le prime elezioni parlamentari del dopo-Brexit, convocate in via eccezionale dal Primo Ministro conservatore Theresa May, a detta di molti, allo scopo di rafforzare la sua posizione in sede di trattative con l’UE. Il partito laburista, nonostante parta sfavorito, pare aver recuperato nuova linfa da quando alla sua guida siede il parlamentare ribelle di lungo corso Jeremy Corbyn, il quale, in aperta opposizione alla linea blairiana degli ultimi anni, pare deciso a riaffermare un programma nettamente caratterizzato da una ideologia socialista; per una “società più premurosa ed una politica più gentile”. Per conoscerne nel dettaglio la figura ed il pensiero politico, abbiamo deciso di intervistare Domenico Cerabona.
Esperto di politica britannica e direttore della Fondazione Amendola, è autore di “Brexit. Cosa cambierà dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea” (Castelvecchi, 2016) [1] e ha curato la traduzione dei discorsi di Jeremy Corbyn raccolti nel libro “La rivoluzione gentile” (Castelvecchi, 2016) [2].
La prima domanda si riferisce alla storia parlamentare ed alla posizione politica di Corbyn. Da quale mondo politico proviene, quale è stata la sua attività politica? E si possono ricondurre i suoi principi ed il suo programma ad un profilo social-democratico?
Jeremy Corbyn proviene dalla corrente che si potrebbe chiamare di Tony Benn, il grande leader della sinistra laburista che è sempre stato molto vicino ai sindacati, con un’impronta sicuramente più social-democratica; in sostanza dall’ala più radicale del Labour Party. Corbyn stesso viene dal mondo sindacale, era infatti dirigente sindacale della funzione pubblica, prima di essere eletto parlamentare nel 1983, nel collegio di Insligton North; è uno dei pochi leader laburisti a non provenire dunque dal polo di Oxbridge.
Al contempo viene anche dal mondo dei movimenti civili e pacifisti; ha aderito infatti a tutti i vari periodi di sommovimento della sinistra inglese: è da sempre un pacifista, si è battuto contro l’apartheid e sempre al fianco dei lavoratori, come ad esempio nel caso degli scioperi dei minatori degli anni 1984/1985. Anche nella fase del New Labour è sempre stato ai margini del mondo parlamentare, tanto è vero che è uno dei parlamentari che più volte “ha rotto la frusta”, cioè votato contro le indicazioni del gruppo.

Detto ciò, in riferimento al suo programma, molto frequentemente ne viene data, soprattutto dai media, un’immagine caricaturale, mentre in realtà non presenta posizioni così estreme; nel panorama europeo sarebbe appunto riconducibile nel solco di un normale social-democratico.

Ricollegandoci proprio al tema della descrizione mediatica, se da un lato i giornali conservatori lo dipingono in tinte catastrofiche e parodistiche, dall’altro quelli progressisti, e con loro alcune personalità del mondo della cultura, come Stephen Hawking, J. K. Rowling, o la celebre penna della sinistra inglese Owen Jones, paiono non lesinargli critiche in merito alla capacità di gestione del partito e di rapporto con l’elettorato. Se si escludono il Morning Star e forse il New Statesman, tutti sembrano porsi in termini più o meno ostili verso di lui: è davvero così?
Quella dei media è una questione delicata. Non a caso la London School of Economics, un’istituzione non certo marcatamente progressista, ha pubblicato uno studio [3] nel quale si evidenzia come sia difficile per Corbyn far passare un messaggio, senza che questo venga stravolto e reso in maniera caricaturale. Ad esempio la sua posizione di cauta opposizione al bombardamento in Siria, è rappresentata come di netto appoggio al terrorismo.
Per quanto riguarda invece le critiche dei giornali progressisti circa i suoi errori sulla gestione del partito, sono un po’ fondate, considerando però che in fondo per un parlamentare da sempre di opposizione non è stato certo facile trovarsi a gestire la leadership, in un momento così delicato per il Paese; è quindi caduto in parte nella tentazione di accerchiarsi di fedelissimi e barricarsi sulle sue posizioni. La sinistra laburista ha avuto il terrore, dopo aver finalmente conquistato la dirigenza del partito, di essere affossata in maniera esiziale da una tragedia elettorale. Nell’ultimo periodo però l’emergenza sembra rientrata ed anche lo stesso Owen Jones è tornato a sostenere con entusiasmo l’azione di Corbyn, anche perché non vi sono figure di leader capaci di sostituirlo, al momento.

In merito alle sue doti politiche, qual è allora la reale capacità di Corbyn di gestire il partito, organizzare il consenso all’interno dei sindacati e della società civile, penso ad esempio all’associazione Momentum, nata per sostenerlo e che conta già più di 22.000 iscritti, e di comunicare coi componenti dei vari strati sociali, compresi le elité intellettuali?
Corbyn è di fatto leader grazie all’appoggio dei sindacati, in primis i due più grandi UNITE e UNISON, coi quali ha un rapporto di dialogo e di collaborazione organico; infatti una delle questioni per le quali si batte più duramente è l’abrogazione delle norme restrittive del potere sindacale, approvate negli ultimi anni. Non a caso, ha tenuto il suo primo discorso da leader laburista, il 15/09/2015 a Brighton, alla conferenza generale dei sindacati inglesi (TUC).
Il rapporto è inoltre molto stretto col mondo dell’associazionismo civile, dal quale, come già detto, a sua volta proviene. La sua posizione di netta contrarietà alla guerra in Iraq, è ciò che ha permesso al Labour di non venir travolto dal Rapporto Chilcot, che invece ha condannato pesantemente l’operato di Tony Blair e lo ha reso tutt’oggi molto inviso agli occhi dell’opinione pubblica [4].

In merito al partito, vi sono senza dubbio una serie di partite aperte ancora da affrontare, la più importante delle quali è quella relativa alla Scozia, dove il crescere di Snp ha sottratto più di quaranta seggi al Labour scozzese, che mantiene oltretutto una forte indipendenza da quello inglese e con una dirigenza su posizioni senz’altro più moderate; elementi questi che non rendono certo facile una collaborazione.

Per quanto riguarda invece le elité intellettuali, da un lato la distanza con gruppi come la Fabian Society, culla della Terza via del New Labour, è evidente e sostanziale. Dall’altro molti esponenti della cultura della sinistra radicale, dopo aver accolto la candidatura di Corbyn come una ventata d’aria fresca, se ne erano un po’ distaccati, in seguito alla vicenda Brexit, accusandolo di non essersi impegnato con convinzione per la campagna del Remain; ultimamente però si sono fondamentalmente riavvicinati, anche in vista di una tornata elettorale che potrebbe consegnare in mano di Theresa May, un consenso, e dunque un potere, eccezionalmente ampi.

Riferendoci al tema della Brexit, una questione ad essa inerente è quella della politica estera, e di rimando, quella della Difesa. Quale è la posizione del leader laburista in riferimento ai conflitti del Medio-oriente, alle relazioni con le grandi potenze da un lato, e le esperienze bolivariane dell’America latina dall’altro? E qual è inoltre il suo rapporto con gli apparati di Difesa, che in alcuni casi, lo hanno criticato, in forma esplicita [5] od anonima [6]?
Partendo dal rapporto con la Difesa, di sicuro questo è uno degli aspetti nei quali è dovuto scendere maggiormente a compressi col partito. Infatti nel Manifesto [7] del programma elettorale, si specifica l’assenso ad un’attuazione del programma nucleare Trident e si annunciano piani per nuove assunzioni nel settore militare e della sicurezza, dei quali viene esplicitamente riconosciuta la grande importanza. Questa posizione, se da un lato serve a tranquillizzare circa la ragionevolezza delle sue posizioni in merito alla politica difensiva; dall’altro è indirizzata a tutelare i lavoratori, anche dell’indotto industriale.
Per quanto riguarda la politica estera, l’impegno più preciso presente nel Manifesto è il riconoscimento dello Stato Palestinese ed alla costruzione di una soluzione dei “due stati”. Per il resto c’è il richiamo a mantenere una posizione di pacifico e dialogante multilateralismo con tutti gli attori internazionali, ribadendo la necessità di limitare al minimo la soluzione militare e riaffermando il suo appoggio alle popolazioni vittime dei conflitti e quindi ai rifugiati. Forte è invece la critica ai rapporti intrattenuti soprattutto dai governi conservatori coi regimi mediorientali, come l’Arabia Saudita.

In riferimento ai governi bolivariani del Sud-America invece, Corbyn è sempre stato un sostenitore di Chavez ed ha infatti ricevuto delle critiche per i comunicati di cordoglio da lui espressi alla morte del presidente venezuelano e di Fidel Castro. Oltretutto è sposato con Laura Alvarez, una imprenditrice messicana [8] e segue da sempre le vicende dell’America Latina, tanto da aver subito anche delle minacce dalla dittatura argentina di Videla, per il suo attivismo circa la questione dei “desaparecidos”.

In ultimo, la posizione nei confronti delle due grandi potenze. Verso la Cina, sia lui che il suo Cancelliere Ombra dello Scacchiere John McDonnell, sono stati molti critici, in riferimento al dumping commerciale da essa presuntamente esercitato. Mentre circa gli U.S.A., come tutti i leader britannici, ritiene si necessiti un rapporto di collaborazione organico con l’alleato oltreoceano, ma si è espresso duramente contro Trump, arrivando a firmare una petizione per impedire alla May di ricevere il neo-eletto presidente statunitense in Parlamento.

Sui temi civili invece, qual è la posizione del leader laburista? Nello specifico in relazione al tema dei diritti LGBT, all’aborto ed all’eutanasia. E come si pone inoltre nei confronti dei diritti dei carcerati, quali critiche muove al sistema carcerario e quali idee e strumenti propone per riformarlo? Penso ad esempio, al modello della “giustizia riparativa” di origine nord-americana e nord-europea.
Per quanto riguarda tutti i temi dei diritti civili, ha una posizione nettamente progressista, all’interno di un paese comunque, come il Regno Unito, in generale molto più avanti e molto meno diviso su queste tematiche, rispetto a molti altri. E per quanto riguarda nello specifico il diritto di libera scelta sull’aborto, nel Manifesto Labour è previsto l’incremento dei fondi dedicati ai consultori, considerato che, anche in relazione alla piaga di abuso di alcool, il tema delle gravidanze indesiderate è molto sentito in Gran Bretagna.
In riferimento al settore carcerario invece, nel Manifesto vengono sottolineate in particolare due questioni: il problema del sovraffollamento e la necessità di riportare sotto controllo pubblico la gestione degli istituti detentivi. Sono conseguentemente previsti l’assunzione di tremila guardie carcerarie e lo sblocco degli stipendi dei dipendenti del settore. Ci si riferisce inoltre con precisione al fatto che il carcere debba essere adottato come soluzione di extrema ratio, a lato di un sistema che deve essere primariamente volto alla rieducazione; pur mancando il riferimento a specifici modelli concreti già adottati.

Un’altra questione trattata con attenzione è la cura delle persone con malattie mentali, che ha subito un forte decurtamento di fondi da parte soprattutto degli ultimi governi conservatori.

Vertente proprio sulla questione della gestione delle risorse pubbliche è allora il quesito circa il modello economico prospettato da Corbyn. Il leader laburista pare da un lato molto legato alla tutela dei lavori del modello industriale tradizionale; dall’altro, sembra aprirsi al mondo della nuova economia, tanto che lo stesso John McDonnell ha affermato di desiderare “un socialismo con l’i-pad” [9]. Dunque, che modello e quali proposte di stampo economico ci sono nel programma laburista, anche in riferimento alla tutela di alcuni nuove forme d’impiego, come lo pseudo-lavoro autonomo?
Il modello di Corbyn è senz’altro misto. In generale prevede il ritorno ad un maggiore intervento pubblico in economia, con le nazionalizzazioni di settori d’interesse generale, come quelli postale, dell’acqua, energetico e ferroviario, e con la creazione di una banca nazionale per gli investimenti, che veda lo Stato come finanziatore paziente per la ricerca e lo sviluppo; qui si vede nettamente la mano di Mariana Mazzucato, uno dei tre consiglieri economici scelti da Corbyn, insieme a Piketty e Stiglitz. All’interesse per i settori più tradizionali dell’industria, si accompagna quindi quello per le nuove tecnologie, anche attraverso il sostegno a piccole e medie imprese innovative, ed ad un piano di potenziamento e modernizzazione della rete internet. Nel suo modello dunque, l’economia keynesiana deve compenetrarsi con quella del terzo settore.
Per quanto riguarda il finto lavoro autonomo, c’è il preciso riferimento a norme che prevedano a carico del datore di lavoro l’assunzione dell’onere della prova nel dimostrare che il contratto di collaborazione stipulato non nasconda un rapporto di lavoro subordinato; in caso di truffa è inoltre previsto un rincaro delle sanzioni. È indicata poi la formazione di una speciale commissione mista tra sindacati, parlamentari ed esperti accademici, che si occupi di monitorare l’evoluzione del mondo del lavoro e di promuovere strumenti di tutela per le nuove categorie sorgenti.

In ragione di tutto ciò che abbiamo analizzato: programma, posizione politica, capacità organizzative e comunicative di Corbyn; ed in considerazione della situazione politico-sociale presente nel Regno Unito, anche alla luce degli ultimi risultati elettorali amministrativi, di certo non entusiasmanti: a quali risultati può aspirare il Labour Party alle prossime elezioni? E quali conseguenze vi sarebbero sulla nuova dirigenza, in caso di una fragorosa sconfitta?
Lo scenario migliore per Il Labour, vista la situazione, non è certo una vittoria, ma probabilmente un “hung parliament”, nel quale il Partito Conservatore, non avrà la maggioranza assoluta per governare da solo e che preveda quindi la formazione di alcune alleanze. Il Partito Laburista dovrebbe probabilmente attestarsi su una percentuale del 33-35%, in leggero aumento dunque rispetto agli ultimi risultati; mentre il Partito Conservatore potrebbe sforare ampiamente la soglia del 40%, avendo anche fagocitato lo UKIP di Farage, passato dal 12% al 3%. Il piano di Corbyn è stato quindi quello di fare un programma radicalmente di sinistra, atto a raccogliere e consolidare lo zoccolo duro dell’elettorato laburista, nella speranza di non subire una dura sconfitta e pensando poi ad un allargamento dei consensi, laddove i Tories falliscano le trattative con l’UE per la Brexit.
Se, come pare plausibile, i risultati elettorali saranno quelli prospettati, la leadership di Corbyn sarà difficilmente attaccabile, ma anche se si arrivasse ad una sua sostituzione, al suo posto si posizionerebbe comunque un esponente della sinistra radicale, come Clive Lewis, Emily Throrberry e Rebecca Long-Bailey, sostenitori della prima ora di Corbyn. Solamente nel caso di un risultato eccezionalmente buono in sede elettorale dei Liberal Democratici, fortemente schierati per il Remain e decisi a proporre un contro referendum, allora si potrebbe optare per la scelta di un leader più moderato come l’attuale Ministro Ombra per la Brexit Keir Starmer. Questa è però un’ipotesi difficile a realizzarsi, vista la poca forza dei LibDem, e si prospetta come più probabile invece un buon risultato del Snp, col quale vi è inoltre una maggiore vicinanza politica, in ottica dell’organizzazione di un’alleanza parlamentare.

In ogni caso, prima di ragionare su queste soluzioni, sarà necessario attendere le consultazioni elettorali, le quali, come già visto col referendum, potrebbero anche riservare delle interessanti sorprese.



Fonte: centroriformastato.it

Per il rilancio di una piena e buona occupazione

di Laura Pennacchi
L’ipotesi di reddito di cittadinanza pone rilevantissimi problemi culturali e morali e sollecita altrettanto forti precisazioni a proposito della pretesa di dar vita a un “lavoro di cittadinanza” e a un rinnovato New Deal. Piuttosto che ambire a costruire un welfare per la non piena occupazione, la priorità assoluta va data alla creazione di lavoro, demolendo l’ostracismo che è caduto sull’obiettivo della piena e buona occupazione, nella acuta consapevolezza che la sua intrusività rispetto al funzionamento spontaneo del capitalismo è massima proprio quando il sistema economico non crea naturalmente occupazione e si predispone alla jobless society.
C’è molta confusione intorno alle proposte di “reddito di cittadinanza” e di “lavoro di cittadinanza”. La studiosa svedese Francine Mestrum, lamentando la mancata chiarezza da parte dei suoi proponenti sui requisiti del reddito di cittadinanza, ha dichiarato che «sedurre le persone con slogan del tipo “denaro gratuitamente per tutti”, quando quello che si intende è in realtà un reddito minimo per chi è in stato di necessità, è vicino alla frode». Si può essere tentati di usare una definizione simile anche per la spregiudicatezza con cui Renzi prova oggi da un lato di qualificare come “lavoro di cittadinanza” le sue proposte di rilancio dell’occupazione – sostanzialmente una riedizione del Jobs Act che, in realtà, è consistito in una riduzione della dignità del lavoro, vista la contrazione dei suoi diritti, e in una colossale decontribuzione a danno delle finanze pubbliche e a vantaggio dei profitti e delle imprese – dall’altro di inscrivere le sue idee complessive di politica economica nell’orizzonte di un rinnovato New Deal.
Cerchiamo, invece, di fare un po’ di chiarezza, cominciando con il verificare quanto fondamento abbia l’affermazione di “Le Monde”, secondo cui è “una falsa buona idea” l’ipotesi del “reddito universale” o “reddito di cittadinanza”, che in tempi di populismi dilaganti ricorre dall’Italia alla Francia. “Le Monde” si riferisce soprattutto a problemi di costo. E in effetti l’ipotesi di reddito di cittadinanza (molto più ampia di quelle stesse di reddito minimo, non solo per gradazione ma per qualità e natura, con cui si mira a garantire a tutti, per il solo fatto di essere cittadini di una comunità, un reddito universale non sottoposto a nessun’altra condizione) si distingue innanzitutto per ragioni di costo da altri strumenti reddituali tra loro molto diversi. Bisogna avere chiare le differenze tra ammortizzatori sociali – certamente da estendere e da universalizzare, specie nei paesi europei mediterranei che di tale universalizzazione sono carenti –, varie forme di reddito minimo a contrasto della povertà, reddito di cittadinanza, reddito di base incondizionato. Quest’ultima ipotesi pone immensi problemi di costo – si discute di centinaia di miliardi di euro – a fronte del ben più limitato ammontare che sarebbe richiesto dai Piani per la creazione diretta di lavoro per giovani e donne ispirati alla prospettiva del lavoro di cittadinanza e al New Deal.1 Un costo così illimitato rende la prima semplicemente irrealizzabile e i secondi assai più credibili e questo basterebbe a chiudere la diatriba, se non fosse che l’ipotesi di reddito di cittadinanza pone anche rilevantissimi problemi culturali e morali, sui quali è bene soffermarsi.
Una direzione su cui ritengo essenziale fare chiarezza è relativa allo scandagliamento del background concettuale che sta dietro la proposta del “reddito di base incondizionato”, per far emergere grappoli distinti di motivazioni con cui essa viene sostenuta, così esplicitandone i rischi differenziati. Sì, perché non può essere sottovalutato che tra i primi sostenitori della proposta di reddito di base incondizionato ci fu Milton Friedman, il monetarista antesignano del neoliberismo che ne formulò una versione con cui essa si presenta come compimento del “conservatorismo compassionevole”: riduzione drastica di spesa pubblica e tasse e rete protettiva ridotta all’osso per i deboli, come nella “imposta negativa”. Lo stesso Van Parijs è venuto dopo e ha sempre associato la sua riflessione a un alone libertarian con non trascurabili affinità con quello di Friedman e di Nozick, finendo con l’avvalorare, pur di realizzare il reddito di base, l’immagine di uno Stato sociale minimo non troppo diverso da quello residuale ipotizzato dalle destre, specie nelle varianti più conseguenti che suggeriscono di assorbire nel nuovo trasferimento tutti quelli esistenti(tra cui le prestazioni pensionistiche e l’indennità di invalidità civile) e di azzerare la fornitura di servizi pubblici dalla cui sospensione (parziale o totale) verrebbero tratte le risorse aggiuntive necessarie al finanziamento.
La mia opinione è che tale comunanza di lontane ascendenze libertarian sia all’origine della strana resistenza a fare i conti con le implicazioni più profonde della crisi senza fine esplosa nel 2007-08 con cui alcuni teorici di sinistra ripropongono oggi l’ipotesi del reddito di cittadinanza, quasi fossero indifferenti a un’analisi politico-strutturale del neoliberismo e del suo esito più devastante, la “crisi permanente” per l’appunto. La motivazione con cui da parte di molti di loro si giustifica il reddito di base incondizionato è del tipo “tanto il lavoro non c’è e non ci sarà o quello che c’è è di tipo servile”, con la quale, però, il reddito di base viene a comportare una sorta di accettazione rassegnata della realtà così come è, quindi una sorta di paradossale sanzione e legittimazione dello status quo per il quale si verrebbe a essere esentati dal rivendicare trasformazioni più profonde. Non è forse questa la convinzione di Guy Standing,2 il quale argomenta che il destino delle società occidentali è di essere “società senza lavoro”, per questo da compensare e da risarcire monetariamente con forme di reddito di cittadinanza che antepongano la rivendicazione del reddito a quella del lavoro? È quasi del tutto assente il tentativo di intrecciare l’analisi delle trasformazioni con una osservazione degli elementi strutturali del funzionamento dell’accumulazione e della produzione del sistema economico capitalistico nella sua distruttiva versione neoliberista. Ci si limita a una considerazione delle diseguaglianze come problema solo distributivo e redistributivo da trattare ex post, non anche problema allocativo da trattare ex ante perché attinente al funzionamento delle strutture, dell’accumulazione, della produzione. Non voglio certo negare che la redistribuzione sia questione gravissima. Ma bisogna avere consapevolezza della profondità degli aspetti problematici del capitalismo che essa mette in gioco. Posto che la “genialità”, se così vogliamo chiamarla, del neoliberismo è stata di inventare un nuovo elemento autonomo di domanda – il consumo finanziatocon debito – oggi il problema cruciale è intervenire politicamente su quell’intreccio tra assetti produttivi, finanza e redistribuzione che ha creato un elemento autonomo di domanda sfociato in sovraconsumo. E questo è un problema di allocazione e di struttura. Del resto, c’è qualche correlazione tra la sbrigatività con cui gli affezionati al reddito di base incondizionato considerano le realizzazioni politiche – eredità del New Deal e della rivoluzione keynesiana – dei “trent’anni gloriosi” (rapidamente archiviate come una parentesi di eccezionale crescita in un trend di lungo periodo stagnante, senza chiedersi chi e come l’abbia generata e chi e come l’abbia sovvertita) e la loro insufficiente chiamata in causa del neoliberismo (che è stato, invece, il movimento politico di destra che ha rovesciato i trent’anni gloriosi), in particolare delle sue specifiche responsabilità nella generazione e nell’esplosione delle diseguaglianze.
Problemi di allocazione e di struttura si pongono tanto più al presente, rispetto ai quali non sono in grado di incidere davvero strumenti monetari tipicamente indifferenziati, elevati e generalizzati – quale è il reddito di cittadinanza – che rischiano di proporsi come strumento unico con cui risolvere una marea di problemi aventi, viceversa, bisogno di policies articolate, mirate, concrete. All’opposto, essi possono rafforzare alcuni rischi: a) che i veri problemi odierni (in particolare l’incapacità del sistema economico di generare piena e buona occupazione) rimangano oscurati e che, in ogni caso, rispetto a essi si sia spinti ad assumere un atteggiamento rinunciatario; b) che attraverso compensazione, riparazione, risarcimento, molto diversi dalla promozione vera, lo status quo risulti confermato e sanzionato; c) che l’operatore pubblico sia indotto alla accentuazione di una deresponsabilizzazione già in atto, perché per qualunque amministratore è più facile dare un trasferimento monetario che cimentarsi fino in fondo con la manutenzione, la ricostruzione, l’alimentazione di un tessuto sociale vasto, articolato, strutturato, ma questa deresponsabilizzazione equivale all’eutanasia della politica.
Una direzione ulteriore, attinente al background concettuale, su cui reputo essenziale fare chiarezza, riguarda la stessa concezione dellavoro. L’escamotage a cui alcuni a sinistra ricorrono – sosteniamo insieme sia il reddito di cittadinanza sia la piena occupazione – è fittizio e lascia tutti i problemi irrisolti. Stupisce, piuttosto, che di fronte a quella che i democratici americani non esitano a definire job catastrophe, in Europa oggi solo soggetti religiosi – come Papa Francesco, il papa che ha definito il neoliberismo “l’economia che uccide”3 – mostrino una persistente forte sensibilità al trinomio lavoro/persona/welfare, tornando a ribadire con veemenza che il diritto al lavoro è primario, superiore allo stesso diritto di proprietà, e che il rapporto che ha per oggetto una prestazione di lavoro non tocca solo l’avere ma l’essere del lavoratore, chiedendo di “non ridurre la persona umana a puro elemento dei fenomeni economici” e riaffermando la natura di relazione tra soggetti del rapporto lavorativo, “titolari di una dignità e non solo di un prezzo” (come è, invece, nella concezione mercificata del lavoro). C’è veramente da chiedersi perché la stessa riscoperta di Marx e della sua critica al capitalismo, indotta dalla crisi economico-finanziaria, non si sia spinta – nemmeno a sinistra – fino al recupero del Marx che, con Hegel, vede nel lavoro il processo attraverso il quale l’uomo non si limita a metabolizzare ma media anche simbolicamente il rapporto fra se stesso e la natura, cambia se stesso dandosi una funzione autotrasformativa, esplora sistematicamente dimensioni intellettuali di consapevolezza e di progettualità.
Indubbiamente opera quell’idea non di “liberazione del lavoro” ma di “liberazione dal lavoro” che da sempre anima teorici come Toni Negri. Ma per interpretare questa reticenza, quando non vero e proprio ripudio (si pensi che si giunge a titolare interi libri “Lavoro male comune”4), bisogna risalire anche più in là, al deficit di teoria che ereditiamo dal neoliberismo, e anche alla influenza di quella parte del pensiero di Hannah Arendt – giustamente preoccupata degli aspetti inquietanti delle società di massa – che dei regimi totalitari denunziava la riduzione della vita activa a lavoro e dell’“animale politico” ad animal laborans. Si sottace così l’enorme significato, anche antropologico, della vitale “inquietudine creatrice”5 sempresoggettivamente racchiusa nel lavoro. Si trascura che il lavoro è fattore vitale dell’identità del soggetto e attribuzione di significato all’esperienza esistenziale, esprime un’intrinseca dimensione di apertura verso il mondo e verso gli altri, contiene relazioni plurime (con il contesto in cui l’attività lavorativa si svolge, con il sapere e l’esperire di chi ha operato precedentemente, con gli altri che lavorano), il suo senso è impregnato di desiderio, quel desiderio che è un moto verso una destinazione mancante, un orizzonte nel quale non si è e al quale si aspira.
Dunque, piuttosto che ambire a costruire un welfare per la non piena occupazione, la priorità assoluta, a mio parere, va data alla creazione di lavoro demolendo l’ostracismo che è caduto sull’obiettivo della piena e buona occupazione, nella acuta consapevolezza che la sua intrusività – vorrei dire la sua “rivoluzionarietà” – rispetto al funzionamento spontaneo del capitalismo è massima proprio quando il sistema economico non crea naturalmente occupazione e si predispone alla jobless society. Non a caso Luciano Gallino negli ultimi anni di vita ha sostenuto appassionatamente la priorità del lavoro sul reddito. E non a caso il grande studioso Anthony Atkinson, scomparso da poco, da un lato proponeva un “reddito di partecipazione”, cioè un beneficio monetario da erogare sulla base dell’apporto di un contributo sociale (lavoro di varia forma e natura, istruzione, formazione ecc.), dall’altro si riferiva a Keynes e a Minsky e consigliava di tornare a prendere nuovamente sul serio l’obiettivo della piena occupazione, facendo sì che i governi operino come employer of last resort offrendo lavoro pubblico garantito, dall’altro ancora suggeriva che la direzione del cambiamento tecnologico sia identificata come impegno intenzionale ed esplicito da parte delle istituzioni collettive, finalizzato ad aumentare l’occupazione. Qui peraltro – sosteneva Atkinson – si colloca la possibilità di smascherare l’inganno che si cela dietro le fantasmagoriche proposte (istituire privatamente e localmente forme di reddito di cittadinanza) di alcuni imprenditori della Silicon Valley, interessati a ribadire che l’innovazione è guidata dall’offerta (cioè, traduceva Atkinson, dalle corporations) e non dalla domanda e daibisogni dei cittadini, ai quali bisogna dare solo capacità di spesa e potere d’acquisto, cioè reddito magari sotto forma di reddito di cittadinanza.
Ne risulta che altrettanto forti precisazioni vanno sollecitate a proposito della pretesa di Renzi di dar vita a un “lavoro di cittadinanza” e a un rinnovato New Deal. L’anima del New Deal di Roosevelt fu un grande piano di investimenti pubblici, straordinari progetti collettivi (quali l’elettrificazione di aree rurali, il risanamento di quartieri degradati, la creazione dei grandi parchi, la conservazione e la tutela delle risorse naturali) piegati al fine di creare lavoro in vastissima quantità e per tutte le qualifiche (perfino per gli artisti e gli attori di teatro) attraverso i Job Corps – le Brigate del lavoro ipotizzate anche da Ernesto Rossi e dalla CGIL di Di Vittorio –, identificando per questa via nuove opportunità di investimento e di dinamismo per il sistema economico. Riprodurre oggi un’ispirazione e una progettualità di tal fatta è del tutto inconciliabile con il mantra al quale si è attenuto e si attiene Renzi, l’erogazione di bonus monetari e la riduzione delle tasse (specialmente a vantaggio delle imprese e dei ricchi, come è avvenuto con la cancellazione dell’IMU e della TASI): perché mai, se no, Roosevelt avrebbe portato le aliquote marginali sui più ricchi a livelli elevatissimi, mantenute tali anche per molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale?
Inoltre investimenti pubblici e creazione di lavoro richiedono di usare le istituzioni collettive come leve fondamentali. Si tratta, infatti, di fare cose che fuoriescono dall’ordinario: a) identificare fini e valori per dare vita a un nuovo modello di sviluppo (l’opposto dell’assumere gli esiti del mercato come un dogma naturale immodificabile e, conseguentemente, del limitarsi a compensare i perdenti e chi “resta fuori dal processo di innovazione”, come dice Renzi); b) dirigere l’innovazione orientandola verso bisogni e fini sociali (ricerca di base, rigenerazione delle città, riqualificazione dei territori, ambiente, salute, scuola ecc.), l’opposto della neutralità e dell’ostilità per l’intervento pubblico (in nome del terrore del dirigismo); c) lungi dal considerarlo un ferro vecchio, enfatizzare l’obiettivo della piena e buona occupazione rovesciando la logica: invece che affrontare ex post i costi della perdita di impiego, fare ex ante degli investimenti pubblici e della creazione di lavoro il motore di una crescita riqualificata; d) considerare lo Stato come grande soggetto progettuale e come employer of last resort, invece che il perimetro da assottigliare e depotenziare ipostatizzato dalle politiche di privatizzazione e di esternalizzazione care ai tardoblairiani odierni.
Qui va riscoperto Keynes e non per contrabbandare come keyne­siano lo strappare margini di flessibilità all’austerità europea, senza rimettere drasticamente in discussione la logica del Fiscal Compact, per di più utilizzandoli per finanziare (in deficit) bonus e incentivi fiscali e non investimenti pubblici produttivi. Richiamandosi a Key­nes e a Minsky, nell’ultimo, bellissimo libro (“Inequality”) scritto prima di morire, Anthony Atkinson invoca “proposte più radicali” (more radical proposals) e denuncia l’insufficienza, quando non la fal­lacia, delle misure standard (quali tagli delle tasse, intensificazione della concorrenza, maggiore flessibilità del lavoro, privatizzazioni). Il primo tabù che egli infrange è che la globalizzazione impedisca di mantenere strutture fiscali progressive e imponga che le aliquote marginali siano sempre inferiori al 50%. Propone, per l’appunto, che il ripristino della progressività – violata dalle politiche neoliberiste a tutto vantaggio dei ricchi – preveda per i benestanti aliquote massime del 55 e perfino del 65%. Ed escogita tutta una serie di proposte radicali, tra cui di tornare a prendere nuovamente molto sul serio l’obiettivo della pie­na occupazione – eluso dalla maggior parte dei paesi OCSE dagli anni Settanta – facendo sì che i governi offrano anche lavoro pubblico garantito. Il suggerimento di Atkinson è di fare perno sulla piena e buona occupazione. E proprio collegata al rilancio della piena e buona occupazione è la proposta che la direzione del cambiamento tecnologico sia identifi­cata come impegno intenzionale ed esplicito da parte dell’operatore pubblico, volto ad accrescere l’occupazione, e non a ridurla come avviene con l’automazione. All’idea di rilanciare la piena e buona oc­cupazione Atkinson collega altre proposte radicali: quella – memore di quando nel 1961 nel Regno Unito vigeva per i giocatori di calciouna retribuzione massima di 20 sterline alla settimana, pari alla re­tribuzione media nazionale – che le imprese adottino, oltre che un codice etico, un codice retributivo con cui fissare anche tetti massimi alle retribuzioni dei manager pure nel settore privato. O quella di un programma nazionale di risparmio che offra a ogni risparmiatore un rendimento garantito (anche tenendo conto che, tra le cause dell’in­credibile aumento delle diseguaglianze, c’è la sproporzionata quota di rendimenti finanziari che va ai redditieri super ricchi).
[1] Come quello contenuto nel Libro bianco per il Piano del lavoro 2013 della CGIL, L. Pennacchi (a cura di), Tra crisi e «grande trasformazione», Ediesse, Roma 2013.

[2] G. Standing, A Precariat Charter. From Denizens to Citizens, Bloomsbury, Londra 2014.

[3] A. Tornielli, G. Galeazzi, Papa Francesco. Questa economia uccide, Piemme, Milano 2015.

[4] A. Fumagalli, Lavoro male comune, Bruno Mondadori, Milano 2013.

[5] L. Baccelli, Inquietudine creatrice. Marx e il lavoro, in “Iride”, 1/2015.

Fonte: italianieuropei.it 

L’aporia costitutiva che accompagna Mdp

di Michele Prospero 
Se le fondamenta erano l’obiettivo, a Milano il lavoro di scavo non è cominciato nel segno giusto. Vecchie pietre, che andavano rimosse, sono state rispolverate. Nuovi pezzi, che andavano evocati, sono stati occultati. E così l’ambiguità strategica rischia di far crollare le incerte mura. Un’aporia costitutiva accompagna il Mdp. Ha a che fare con la comprensione delle fratture che giustificano la nascita di un soggetto nuovo e con l’atteggiamento da coltivare verso il vecchio partito appena abbandonato. 
E’ arduo affrontare i traumi della separazione, mettere in conto i costi elevati della rottura e poi, come ipotesi ricostruttiva, estrarre proprio l’immagine di un nuovo centro sinistra. Tanto rumore per nulla: sopportare i traumi della fuga, e poi avere una grande nostalgia della casa appena lasciata. Ad incrementare la confusione c’è pure la ribadita distinzione tra Renzi l’intruso e il Pd quale interlocutore da ritrovare con i riti d’un tempo (primarie, tavoli) per la grande coalizione contro i barbari.
Tra l’idea di un nuovo centro sinistra e la costruzione di un soggetto diverso esiste una antinomia irrisolta. La formula di una paziente tessitura, per approdare alla riconciliazione con un Renzi ricondotto da un magico federatore sul bel sentiero coalizionale, rende difficile il cammino. Ma anche la credenza che il Pd sia cosa ben diversa dal suo leader poggia su dati analitici fragili e diffonderla induce presto al fallimento del Mdp. Se questa è l’analisi, e come scenario c’è la coalizione o il diluvio, senza fondamenta è l’impresa dei fuggiaschi che rompono ma sono paralizzati dall’ansia del ritorno. 
Avrebbero fatto bene a rimanere nel porto, a rinunciare a un viaggio incerto. Non si fa un partito nuovo per ripresentarsi a contrattare, prima ancora di combattere, con il nemico abbandonato. Questo negoziato per le politiche, i posti, le spoglie poteva svolgersi con pari efficacia anche dentro le mura antiche. Dopo l’uscita, non rende certo più forte chi ha accumulato rancore verso una leadership odiata, la prospettiva di una riconfluenza nella dimora nelle vesti di alleati critici. Da una analisi sbagliata (necessità di simbolo comune di tutti gli antipopulisti) può scaturire solo una strategia subalterna che segna l’eclisse di un tentativo che non scioglie le aporie.
Se la distanza ideale da Renzi era diventata così ampia da risultare insopportabile, e se il suo comando caporalesco era percepito come un affronto all’arte della direzione politica, allora bisognava preventivare l’impossibilità del ripensamento. Solo l’assenza di tentennamenti, e quindi l’azzeramento di deboli nostalgie di intesa, avrebbe garantito ai fuoriusciti uno spazio politico. Per questo non ha efficacia alcuna la distinzione tra un infrequentabile Renzi acclamato dalle primarie e un bel Pd delle origini da resuscitare nelle sue autentiche radici dopo un attimo di sbandamento.
Queste fondamenta non reggono più. Sono marcite. E il Pd ormai non è altra cosa rispetto a Renzi, è una cosa non più recuperabile. La determinazione di assumere una trasparente inimicizia politica contro Renzi e il Pd è la condizione imprescindibile per ogni progetto di costruire il nuovo. La sola operazione che può essere realisticamente avviata è quella che prevede una sinistra identitaria ma plurale, realistica nel gioco politico ma con una proiezione sociale, aperta alle sperimentazioni disobbedienti ma nel solco costituzionale. 
Non bisogna lasciare addormentare il peso delle due fratture che hanno spostato le opinioni pubbliche e ferito il Pd e Renzi, quella costituzionale con il referendum di dicembre e quella sociale, con la protesta contro il Jobs Act. Su queste due emergenze, che qualcuno a Milano ha richiamato senza però dedurne che esse conducono con coerenza ad essere alternativi al Pd, va organizzata l’offerta politica nuova con un arco di forze della sinistra sociale e costituzionale.
Se si fa una scissione, e però non si marcia verso una autonomia delle sinistre ma si insegue il miraggio del successo immediato, da condividere con il Pd rigenerato attraverso il soccorso di un mitico federatore, non si trovano le fondamenta. Si raccolgono solo i resti di chi ha osato sfidare il capo ma offrendo proprio a lui le armi, in segno di resa preventiva. Per chi, andando a Milano, non si è rassegnato al destino di aspettare che dal Nazareno giungano i cenni di una riconciliazione, si è trattato solo di tempo perduto per un’attesa senza fondamenta.
Articolo tratto dalla pagina Facebook dell’Autore

Rendite e diseguaglianza nel capitalismo contemporaneo

di Maurizio Franzini
Vi sono alcuni redditi e ricchezze che crescono, anche in maniera considerevole, senza che venga fatto alcuno sforzo aggiuntivo perché questo aumento si verifichi. Si tratta perciò di rendite che, contrariamente a ciò che comunemente si crede, possono nascondersi anche nei redditi da lavoro o da capitale e scaturire da condizioni di contesto o infondate convinzioni più che da meriti individuali. Sebbene queste forme di rendita non siano la causa unica del crescere delle diseguaglianze, ne sono uno dei motori principali nella realtà contemporanea. Per questo motivo, pur con tutte le difficoltà del caso, la creazione di nuove rendite andrebbe prevenuta e contrastata.
Non tutti i redditi (e tutte le ricchezze) sono uguali. Non mi riferisco alla loro altezza (evidentemente tutt’altro che uguale) né alla risorsa che li genera che può essere il lavoro, il capitale o la terra. Mi riferisco, invece, al meccanismo che li determina e, in particolare, alla possibilità che alcuni redditi (e ricchezze) crescano, e non poco, senza che sia ne­cessario l’impiego aggiuntivo di risorse (appunto, di lavoro, capitale o terra), cioè senza dover sostenere ulteriori costi.
Tra i redditi (e le ricchezze) che, usando un’espressione approssimativa, crescono solo in seguito a sforzi aggiuntivi e quelli che crescono anche senza sforzi aggiuntivi c’è, naturalmente, una bella differenza. I primi sono decisamente meno meritori e, inoltre, quasi sempre non si ac­compagnano a un allargamento della produzione complessiva.
Nella teoria economica la categoria utilizzata per indicare quelli che qui chiamo “redditi senza sforzi aggiuntivi” è la rendita. Il concetto è complesso e non sempre ben compreso. In particolare, spesso si ritiene che la rendita derivi soltanto dalla terra o dalla finanza, ma non è così.
A formare questa convinzione ha certamente contribuito il fatto chela rendita è stata introdotta nella letteratura economica da David Ricardo circa due secoli fa proprio con riferimento alla terra. Ricardo osservò che la scarsità naturale delle terre più fertili implica che al crescere della domanda di terra si producano due fenomeni: vengono messe a coltura quelle meno fertili e cresce il valore di quelle più fer­tili. Questo secondo fenomeno costituisce la rendita di cui godono i proprietari delle terre più fertili: un aumento di valore senza sforzi aggiuntivi, appunto.
Dunque, la scarsità è una condizione essenziale della rendita. Essa, può presentarsi in vari modi, alcuni dei quali non sono individuabili con immediatezza. Anche per questo spesso sfugge che la rendita può nascondersi nei redditi da lavoro e da capitale, può essere parte di essi.
Un caso in cui la scarsità che si traduce in redditi crescenti senza sforzi aggiuntivi è ben evidente è quello delle abitazioni di pregio. Se i più ricchi competono per quelle case – attratti anche dallo status che conferisce proprio la loro scarsità – i proprietari godranno di redditi (se danno le case in affitto) o ricchezze aggiuntive (se si deci­dono a venderle) senza alcuno sforzo particolare. Se, ad esempio, in precedenza erano soddisfatti di un affitto di 10.000 euro al mese ora, ricevendone 12.000, saranno più che soddisfatti. Il punto rilevante è che quei 2000 euro in più sono superflui per “mettere la casa sul mer­cato”. Viene così in evidenza un’altra caratteristica della rendita, ben nota agli economisti: è reddito in eccesso rispetto a quello che indur­rebbe a offrire un bene o un servizio sul mercato; dunque, reddito che non serve a far funzionare meglio il mercato e, si può aggiungere, che non si formerebbe se la concorrenza funzionasse perfettamente.
Scarsità, redditi senza sforzo, e redditi in eccesso rispetto al minimo per indurre l’offerta sono, pertanto, strettamente collegati e, in un certo senso, parte di un unico processo. Quello, appunto, che ge­nera rendite e che presuppone mercati che non funzionano secondo l’ideale concorrenziale degli economisti, che è, però, essenziale per giustificare il loro ruolo di istituzione centrale del sistema economico e per sostenere che è equa la diseguaglianza che essi producono.
Tornando alla scarsità che causa rendite, vi sono casi in cui essa è meno evidente. Ad esempio, quello della rendita finanziaria che in realtà cresce quando all’aumento della domanda di strumenti finan­ziari non corrisponde – ecco la scarsità – un ampliamento dell’of­ferta. Più in generale, è così in tutti quei casi in cui si fa fronte alla maggiore domanda (nel breve ma anche nel lungo termine) non con un aumento corrispondente di offerta ma principalmente attraver­so un aumento dei prezzi. Di ciò beneficeranno i proprietari di ca­pitale e forse anche i lavoratori già presenti sul mercato, ma i due casi possono essere tenuti ben distinti soprattutto quando il livello dei salari è molto basso. Nella realtà contemporanea, poi, delle rendite tendono a beneficiare soprattutto i manager che dispongono del potere per trasfor­mare le rendite in retribuzioni crescenti, spesso in modo stratosferico, per se stessi.
A proposito di manager, emerge un aspetto particolarmente problematico della creazione di rendite nei mercati contemporanei. Si tratta della tendenza a credere che la domanda sia in­dotta da speciali meriti individuali dei produttori e in particolare di chi gestisce le imprese. Questa individualizzazione è presente anche in altri ambiti dove si formano (ovviamente solo per alcuni) redditi da “superstar”: lo sport, lo spettacolo e il mondo delle professioni. Questa credenza presuppone, in qualche modo, che i servizi, i beni e le prestazioni di specifici produttori siano insostituibili o, alme­no, molto imperfettamente sostituibili. Ciò basta a vanificare l’idea stessa di concorrenza che richiede, appunto, una sostituibilità più o meno perfetta: molti possono fare le stesse ottime cose e chi do­manda sul mercato è in grado di riconoscere che si tratta delle stesse ottime cose.
Certamente i percettori di rendite hanno tutto l’interesse a diffonde­re queste convinzioni e lo fanno nei molti modi di cui dispongono. Il conduttore televisivo e la star dello spettacolo affermando che il pubblico che li segue verrebbe meno se qualcun altro prendesse il loro posto; il manager sostenendo che è merito proprio tutto o quasi tutto l’assetto organizzativo e produttivo che sostiene l’impresa, in­clusa la scelta dei collaboratori che finisce per contare più di quello che i collaboratori fanno e così via.
Se il professionista di successo non è sostituibile (proprio come la terra più fertile di Ricardo) è inevitabile che anche in assenza di altre barriere egli venga a godere di una rendita. Ma oggi la complicazione, come si è detto, sta nell’idea che, diversamente dalla terra che non ha alcun merito, nella crescita della domanda gli offerenti di alcuni servizi abbiano quel merito; dunque, essi compirebbero lo sforzo di creare domanda e i redditi aggiuntivi conseguenti cesserebbero di essere rendite. Ma è sostenibile una simile tesi?
I motivi per dubitarne sono numerosi e non possono essere tutti elencati in questa sede. Mi limiterò a osservare, da un lato, che resta piuttosto oscuro perché solo alcuni possano compiere quegli sforzi (produttivi) diretti a creare domanda e, dall’altro, che quegli sfor­zi possono facilmente consistere in tentativi di manipolazione delle scelte e delle preferenze dei consumatori, diretti a fare apparire in­sostituibile la propria prestazione o il proprio prodotto creando una sorta di artificiale scarsità ai quali sembrerebbe, perciò, appropriato non riconoscere alcun premio.
La conoscenza che si viene accumulando sulle debolezze cognitive de­gli individui permette di ritenere assai probabile che verranno poste in essere attività in grado di indurre – sfruttando quelle debolezze –
la percezione di insostituibilità di cui si è detto. In breve, la capaci­tà di ingannare si trasformerebbe in reddito e tutto questo sarebbe compatibile con il funzionamento dei mercati, ma non si trattereb­be dei mercati virtuosi evocati dagli economisti.1 Se non vogliamo chiamare rendite i redditi ottenuti con la manipolazione e l’inganno come dovremmo chiamarli?
Un ulteriore aspetto da considerare è quello della replicabilità dell’of­ferta grazie alle tecnologie del consumo congiunto. Una prestazione sportiva può essere goduta da un numero sterminato di telespettatori e quindi dare luogo a enormi introiti, soprattutto pubblicitari, di cui beneficiano le star dello sport (e, nel loro contesto, le star dello spettacolo), senza che il loro sforzo sia granché cambiato rispetto a quando una partita di calcio era vista da poche decine di migliaia di persone. Il loro sforzo no, ma il loro reddito sì.
Tutto ciò rischia di avere, nei vari casi, conseguenze assai negative. Anzitutto la possibilità di ottenere redditi senza sforzi può suscitare comportamenti diretti a rendere concreta quella possibilità. Si tratta del fenomeno noto come rent-seeking. La manipolazione di cui si è detto rientra in questo tipo di attività. Ma in altri ambiti il rent-seeking consiste nella pressione esercitata sulla decisione politica, per creare o proteggere situazioni di scarsità che generano rendite. Il processo di decisione democratica ne può risultare profondamente alterato. Anche questa è una conseguenza della mancanza di efficace concorrenza sui mercati.
Inoltre, nella valutazione di alcuni studiosi,2 le rendite contribuisco­no e non poco ad aggravare le diseguaglianze e la povertà. Certo, non ne sono la causa unica ma sicuramente sono tra i motori principali della diseguaglianza contemporanea e ne definiscono il carattere oli­garchico.3
Per questi motivi le rendite dovrebbero essere prevenute. Ma non è un compito facile. È praticamente impossibile impedire il formarsi di rendite dovute a scarsità naturali. È difficile ma possibile contrastare quelle che derivano da limitazioni nell’accesso ai mercati. È difficilis­simo ma ancora possibile limitare quelle che derivano dall’induzione della convinzione che le proprie prestazioni sia­no insostituibili. In tutti i casi, però, le rendite, una volta formate, possono essere tassate con l’effetto sia di scoraggiare la loro ricerca sia di correggere il loro impatto sulle diseguaglianze.
Interventi di questa natura possono essere presi in considerazione non soltanto rispetto ai reddi­ti ottenuti senza sforzo, cioè le rendite in senso proprio, ma anche rispetto ai redditi ottenuti senza pagare tutti i costi della propria attività. Nella realtà contemporanea si viene affermando una forma nuova di appropriazione gratuita degli input. Si tratta dell’uso (e della ven­dita) di dati personali che permettono profitti stratosferici ai giganti della rete. I dati personali sono divenuti un bene dotato di valore e non solo nei mercati economici, ma anche in quelli della politica. Vi è domanda pagante per essi ma chi li offre non paga nulla per ottenerli. Siamo in presenza di redditi ottenuti senza costi, dunque sostanzialmente di rendite.
Vi sono anche altri costi che si omette di pagare e che favoriscono la formazione di redditi spesso elevatissimi. Mi riferisco al fenomeno delle esternalità, ben noto agli economisti. I costi non pagati sono, in questo caso, i danni generati ad altri. Ad esempio, se si produceusando combustibili inquinanti invece che i più costosi combustibili verdi si infligge un danno senza compensazione ad altri, accrescendo, nel contempo, i propri profitti. Queste attività dannose generano per chi le crea redditi in eccesso rispetto a quelli che si formerebbero se non si infliggessero danni ad altri e, dunque, se i mercati funzionas­sero come molti economisti immaginano che normalmente funzio­nino. In questo senso hanno anch’essi la natura di rendite.
Il richiamo alle esternalità può essere utile per inquadrare il proble­ma dell’innovazione e in particolare dell’introduzione dei robot, sui quali si è proposto di applicare una tassa. Se i robot sostituiscono il lavoro umano e lo fanno con l’unico risultato di ridurre l’occupa­zione senza altri miglioramenti nella qualità dei prodotti l’esito è un aumento di profitti grazie a quella sostituzione e una perdita di salari da parte dei disoccupati. La scelta di utilizzare il robot genera, dunque, un danno per il quale non si paga alcunché. Vi sono buoni motivi per parlare di esternalità.
Si dirà che è questo il processo attraverso il quale il capitalismo cresce e che esso è in grado di produrre gli anticorpi, cioè il riassorbimento della disoccupazione. Ma non se ne può essere certi e per questo potrebbe essere sensato chiedere di pagare, attraverso la tassazione, il costo sociale rappresentato dalla disoccupazione, anche soltanto finché questa persisterà. È urgente una precisazione: affermare che è sensato non equivale a dire che è semplice da farsi. Ma se non si riconosce che potrebbe essere sensato di certo non si troverà il modo per fare una cosa non semplice.
L’obiezione che questa tassa scoraggerebbe l’innovazione non sembra sufficientemente fondata. Essa infatti, scoraggerebbe – eventualmen­te – solo l’innovazione che sostituisce profitti a salari mentre nessun effetto avrebbe sull’innovazione che consistesse in un prodotto nuo­vo che cattura nuova domanda e non implica disoccupazione. In questo caso l’innovazione non avrebbe costi sociali e il maggiore red­dito potrebbe essere tutto ascritto allo sforzo sostenuto per innovare in modo socialmente utile.
Osservato dal punto di vista delle rendite, il mondo contemporaneo appare un laboratorio in piena e non tranquillizzante evoluzione. Ne produce di nuove e spesso sono troppo complesse per essere fron­teggiate con precisione ed efficacia. Il rischio di errare nei due sensi (considerare rendite quelle che non lo sono e non considerare rendite quelle che invece lo sono) è, in alcuni casi, elevato. Ma le ragioni per tassare le rendite e redistribuire gli introiti sono numerose e ben fondate.
I problemi da affrontare sono molti e tra essi vi è anche quello di su­perare l’idea che presupposto della tassazione sia soltanto la capacità contributiva. Si tratta, infatti, di tassare in modo diversificato redditi o ricchezze di uguale ammontare ma con differente contenuto di rendita. Il fondamento giuridico per farlo, come ha osservato Gallo,4 non manca. E neanche quello economico e di giustizia sociale, come si è cercato di argomentare in queste note.

[1] G. A. Akerlof, R. J. Shiller, Ci prendono per fessi. L’economia della manipolazione e dell’inganno, Mondadori, Milano 2016; M. Franzini, L’economia dell’inganno, il caso Volkswagen e il crony capitalism, in “Menabò di Etica ed Economia”, disponibile su www.eticaeconomia.it/leconomia-dellinganno-il-caso-volkswagen-e-il-crony-capitalism.

[2] Si veda, ad esempio, J. E. Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi, Torino 2013.

[3] M. Franzini, M. Pianta, Le disuguaglianze. Quante sono, come combatterle, Laterza, Roma-Bari 2016.

[4] F. Gallo, Ripensare il sistema fiscale in termini di maggiore equità distributiva, in “Politiche Sociali”, 2/2014, pp. 221-32.

Fonte: italianieuropei.it 

Il vangelo della governabilità

di Gianni Ferrara 
Ricorre insistente, confuso, fastidioso, il termine centrosinistra. È ambiguo. Chiarezza ed onestà politica impongono di distinguerne le componenti per un discorso serio in una fase quanto mai grave dalla democrazia, non soltanto in Italia, certo, ma che la specificità italiana acuisce. Non è solo per rigore lessicale, quindi, che le due componenti del termine vanno distinte e chiaramente. Ma anche per ragioni molto più rilevanti.
Quelle che, prima ancora di riferirsi alla eventualità di un incontro, alla possibilità di una combinazione, di un compromesso, di una alleanza, auspicabili ed anche necessarie in determinate circostanze, attengono invece alla stessa identità di formazioni sociali, di correnti culturali, di eredità storiche e politiche definite, da qualche secolo. Entità umane, formazioni sociali, culture politiche e storiche che vanno riconosciute e rispettate, identità che non vanno dissolte, mischiate e disperse perché dei garbugli, dagli assemblaggi irrazionali, delle assimilazioni innaturali la loro storia si vendica. Si vendica come può, con le crisi e le regressioni di civiltà dei sistemi politici. Lo dimostra quella che stiamo vivendo la cui origine sembra evidente. Ne rivela la causa e ne definisce la sostanza la mistificazione totale delle istituzioni politiche, degli attori politici, dell’agire politico.
Basta riflettere sul significato autentico ed esplicitato del termine che definisce da quarant’anni il verbo e il logos della globalizzazione, il termine governabilità che ha ormai pervaso il vissuto umano in ogni sua manifestazione sociale. Basta confrontarlo e contrapporlo al termine democrazia e constatare che il popolo, il demos, il titolare del potere, il detentore del kratos, con la governabilità, ne diventa l’oggetto. Governabile deve, dovrà essere il popolo, da sovrano, da governante che era. È totale il rovesciamento del rapporto di potere con l’assunzione della governabilità come principio. Perché principio che, una volta elevato, avvolge il suo oggetto, se non tutt’intero, in quel che più rileva. Avvolge cioè la massa umana della forma stato, le singole individualità, i tanti rapporti che le legano, la condizione umana che ne consegue. Ed offre popolo, individualità, rapporti soggettivi, ordinamenti statali alla versione liberista del capitalismo, proprio quella che impone la governabilità. E la ottiene.
La ottiene con la mistificazione della democrazia che non ha trovato nei democratici, cristianodemocratici e socialdemocratici che fossero, alcuna opposizione, alcuna resistenza, alcun rifiuto. Anzi, sia i cristianodemocratici che gli stessi socialdemocratici hanno assunto il liberismo come proprio principio direttivo, e questi rinnegando con le loro radici, se stessi.
La ottiene con la dismissione della rappresentanza politica da parte dei partiti a favore della governabilità, con la propria trasformazione in comitati elettorali per i capipartito candidati alla alternanza tra omologhi a cui è ridotta quel che era la democrazia costituzionale del secondo dopoguerra.
La ottiene mediante leggi elettorali esattamente funzionali alla governabilità delle masse (come quelle ordite da Renzi o lui gradite e che piacciono a Pisapia) con la selezione e l’esclusione anticipata delle “domande di democrazia non sostenibili dal sistema” economico, domande funzionali invece alla espansione della democrazia, all’efficace garanzia dei diritti sociali, domande antagoniste al capitalismo.
La ottiene senza opposizione, senza contestazione, per l’assenza di una sinistra che sia tale, non arresa al capitalismo, neanche se benevolo, non ansiosa di benevolenza, tolleranza, gradimento, consentaneità, non connivente e non convivente con la sua destra.

Fonte: Il manifesto 

Pubblico o privato, sono sempre i lavoratori a rimetterci

di Sergio Farris 
A proposito di pubblico impiego, qualcuno forse ricorderà che a pochissimi giorni dal voto referendario del Dicembre 2016, una prova alla quale il governo Renzi aveva attribuito la sua stessa ragione di esistenza, è stato firmato un nebuloso “accordo quadro” fra Marianna Madia e le confederazioni sindacali. L’accordo contiene alcune vacue promesse e, in sostanza, ribadisce la pessima politica del lavoro imposta dal governo al Paese negli ultimi anni. 
Un aspetto mi aveva, allora, particolarmente colpito: che spiegazione dare al fatto che è sempre il governo a menare le danze, con i sindacati che sono stati convocati a comando e sono accorsi a firmare un accordo con il quale non si fa che riprodurre l’ideologia e la linea politica liberista di tutti gli ultimi pessimi governi, riuscendo a confezionare un rarissimo caso di trattativa in cui il soggetto che più avrebbe interesse a concedere (trovandosi in un frangente di debolezza perchè alla disperata ricerca di consenso) detta le condizioni?
La premessa di quell’accordo è il solito capolavoro di ipocrisia: “il settore pubblico ha bisogno di una profonda innovazione, che parta dai bisogni delle persone e si ponga al fianco e non al di sopra di cittadini e imprese. La Repubblica nel suo complesso e le singole amministrazioni devono porsi macro obiettivi che siano trasparenti, misurabili, idonei a a migliorare concretamente la qualità dei servizi resi e la certezza dei tempi di risposta”.
L’eterno richiamo alla riforma della Pubblica amministrazione. Come è possibile che la Pubblica amministrazione, nonostante 25 anni di riforme, è sempre appuntata nell’agenda dei governi fra i problemi del paese?
Ebbene, perchè i problemi sono stati reiteratamente creati dalle riforme, invece del contrario! Gli anni di tagli alle risorse hanno allontanato la prospettiva di raggiungere quegli stessi obiettivi di efficienza e produttività tanto sbandierati da tutti i governi. Eppure si continua a ragionare (?) come se gli anni scorsi fossero stati neutrali! E poi, perchè se lo sviluppo non arriva, secondo i nostri avvedutissimi governanti l’inghippo deve essere nella burocrazia che scoraggia gli investimenti. Una visuale piuttosto limitata.
A seguire nel testo dell’accordo del 30 novembre: “per rispondere a queste domande, riteniamo fondamentale che la riforma della pubblica amministrazione sia accompagnata dal rinnovo dei contratti di lavoro dei pubblici dipendenti”.
Cioè uno scambio fra riforma della pubblica amministrazione e rinnovo dei contratti. Ma come? Il contratto è un diritto autonomo e imprescindibile, cosa significa “riteniamo fondamentale che la riforma della pubblica amministrazione sia accompagnata dal rinnovo dei contratti di lavoro dei pubblici dipendenti”? Non erano sufficienti sette anni di accantonamento imperativo del diritto democratico al rinnovo dei contratti dei lavoratori, un blocco per giunta sanzionato di illegittimità dalla Corte Costituzionale? Assurdo.
Fatto sta che dopo ulterori sei mesi, l’ennesima (pessima) riforma è stata compiuta, mentre i miseri 85 euro medi lordi pro capite che un governo in teoria alle corde è riuscito a Dicembre a far mettere nero su bianco ai sindacati non si sono ancora visti (è stata annunciata la loro messa a bilancio).
I decreti Madia (rimasta al suo posto nel governo fotocopia di Gentiloni) appena approvati ripropongono la logica liberista, mutuata al settore pubblico, del “jobs act”.
1) C’è una vera ossessione per l’aumento della produttività sotto minaccia di licenziamento, che vede incrementare i casi di applicabilità. Più il lavoro è ricattabile, meglio sarà. Ancora l’infondata persuasione che la determinante della produttività sia la disciplina e non invece fattori quali la dotazione di risorse, la formazione, l’organizzazione, la motivazione data dallo svolgimento di un servizio di pubblica utilità.
2) Della “riforma” non si salva praticamente nulla, tranne forse, la promessa di stabilizzazione di qualche precario (risorse finanziarie permettendo).
3) Non ci saranno più le dotazioni organiche; ci sarà il Piano triennale dei fabbisogni, con l’occhio rivolto, ovviamente, al contenimento della spesa pubblica (eterno scopo).
4) Si demanda a un un unico ente, l’Inps, il compito delle visite in caso di malattia. Era necessario? No, ma l’importante è tenere vivo il fuoco del pregiudizio nei confronti degli statali eternamente malati, perchè porta voti.
5) Aumenta il peso della valutazione dei dipendenti, che diventa strumento minaccioso anche sul piano disciplinare. Ribadisco quanto detto al primo punto. Naturalmente i “minacciati” (sia sul piano retributivo che disciplinare), nonché soggetti ai variabili sentimenti di simpatia secondo l’intensità dell’atto di fede prestato ai dirigenti che li valutano, sono i lavoratori dei livelli inferiori. Quelli di rango superiore, grazie anche alla vicinanza con gli organi politici che si occupano degli obiettivi da raggiungere (e sempre raggiunti), sono sempre tutelati sotto ogni aspetto (si vedano le belle inchieste su “L’Espresso”).
6) Gli aumenti (si fa per dire) saranno sempre più differenziati, secondo i criteri riportati nel contratto collettivo, che stabilirà anche le (magre) risorse “decentrate”. Torna a fare capolino la mai sopita, ma non perciò non ipocrita, retorica liberista del merito individuale.
Torno alla domanda iniziale: che spiegazione dare al fatto che è sempre il governo a menare le danze? Perchè vi sono sindacati che, fra pochi rilievi di facciata, accettano in sostanza tutto questo? Azzardo una malizia. Perchè credono nella politica dei sacrifici, nell’espiazione di una colpa che i lavoratori dovrebbero patire, il che vale a dire che credono il paese non cresca a causa dei presunti privilegi di chi vive di salario. Per semplificare: l’ideologia liberista ha scavato troppo a fondo. E anzichè risalire si continua a scavare.

L’articolo è liberamente riproducibile citando la fonte

Il populismo come questione urbana

di Ugo Rossi
Le elezioni amministrative del 2016, in particolare quelle di Roma e Torino, hanno consacrato definitivamente l’ascesa politica del Movimento 5 Stelle, senza dubbio la principale espressione in Italia del fenomeno politico oggi comunemente noto come “populismo”. A differenza delle formazioni politiche apertamente schierate a destra (come la Lega Nord e i partiti eredi della destra fascista) che rivendicano con orgoglio posizioni di nazionalismo identitario e perfino razzista, sin dalla sua apparizione il Movimento 5 Stelle ha preferito tenere un atteggiamento cauto e ondivago sui temi più delicati che dividono l’opinione pubblica, come l’immigrazione, in linea con il suo orientamento “bipartisan” volto a raccogliere consensi lungo tutto l’arco dello spettro politico.
Tuttavia, a dispetto della vaghezza e ambiguità di posizioni che li contraddistingue, negli ultimi mesi si è assistito a una escalation del discorso anti-immigrati da parte di esponenti di punta dei 5 Stelle. Solo poche settimane fa, il candidato premier in pectore dei 5 Stelle Luigi Di Maio non ha esitato a prendere di mira le organizzazioni non governative impegnate a soccorrere i migranti che attraversano il Canale di Sicilia, definendo sprezzantemente le loro imbarcazioni “taxi del mare”. Lo stesso padre spirituale del Movimento, Beppe Grillo, nei mesi scorsi aveva scosso l’opinione pubblica con messaggi di inedita intolleranza nei confronti degli stranieri che giungono in Italia in modo non autorizzato. In particolare, nel dicembre del 2016, all’indomani degli attacchi terroristici di Berlino, Grillo pubblica un post in cui associa senza mezzi termini il terrorismo all’immigrazione, sostenendo che “la situazione migratoria è ormai fuori controllo” e che dunque è giunto “il momento di proteggerci”. D’altro canto, l’improvviso inasprimento delle posizioni sull’immigrazione non è sorprendente: i leader “pentastellati” sono tentati dalla capitalizzazione in termini elettorali (le elezioni parlamentari sono ormai alle porte) del mai sopito razzismo di una parte significativa, probabilmente maggioritaria, degli italiani.
Gli italiani, a ben vedere, non fanno eccezione nel quadro europeo e occidentale in genere: il razzismo è un tratto costitutivo delle nazioni occidentali, una testimonianza vivente del loro passato e del loro presente coloniale, che riaffiora ciclicamente soprattutto nelle fasi più difficili dal punto di vista economico, come l’elezione di Trump negli Stati Uniti e il voto a favore di “Brexit” in Gran Bretagna hanno evidenziato. Negli Stati Uniti, d’altro canto il razzismo è rimasto soltanto sotto traccia nell’età della colorblindness, della rimozione del colore della pelle dal discorso pubblico, culminata con l’era del mandato presidenziale di Obama in cui, nonostante tutti i proclami di fine della discriminazione, la criminalizzazione degli afro-americani – in particolare la loro detenzione carceraria in massa – è proseguita inesorabilmente. Di qui l’esplosione del “populismo” all’indomani della Grande Recessione di fine anni Duemila e dei primi anni del decennio in corso, fino all’infame Muslim ban emanato da Trump poco dopo il suo insediamento che solo l’intervento di alcuni giudici federali è riuscito a bloccare, almeno temporaneamente. In quanto tale, la crisi economica del 2008 è da considerarsi un momento di svolta, una vera e propria accelerazione, nelle molteplici guerre che il capitale globale, di cui Trump e i conservatori inglesi nonostante gli asseriti disegni isolazionisti sono rappresentanti, ha intrapreso all’indirizzo di minoranze subalterne ritenute nemiche della civilizzazione occidentale come migranti, rifugiati, musulmani (Alliez e Lazzarato, 2016). Le forze populiste, sia che siano già insediate al governo o che aspirino a farlo nel breve periodo, offrono il fianco a tali guerre, ne costituiscono l’espressione apparentemente più spontanea e, ma di certo anche la più efficace nella costruzione del “senso comune” razzista.
La netta sconfitta di Marine Le Pen nel ballottaggio presidenziale segna con ogni probabilità il declino irreversibile del populismo apertamente di destra, non solo in Francia ma ovunque: l’imbarazzante passato delle destre post-fasciste ne impedisce un pieno sviluppo elettorale e le condanna al minoritarismo. Un limite che è in evidente contraddizione con la “vocazione maggioritaria” del progetto populista. D’altra parte, i leader del Movimento 5 Stelle si sono ripetutamente dissociati dalle forze della destra sovranista e nazionalista, nello stesso momento in cui le loro posizioni razziste anti-stranieri hanno cominciato ad affiorare con maggior chiarezza, come abbiamo visto.
Torniamo alle elezioni del 2016. Le “mappe del voto” diffuse all’indomani della vittoria dei due candidati 5 stelle di Roma e Torino evidenziarono un dato inoppugnabile, comune a entrambe le città: il voto per i candidati del centro-sinistra (Giachetti a Roma, Fassino a Torino) era direttamente proporzionale al livello di reddito delle circoscrizioni elettorali, mentre l’inverso valeva per le candidate 5 Stelle (Raggi a Roma, Appendino a Torino); vale a dire, nei quartieri periferici a più basso reddito – compresi quelli con orientamenti storici progressisti – il consenso calava precipitosamente per i candidati di centro-sinistra e si impennava per quelli del Movimento 5 Stelle. Si era dinanzi a una chiara dimostrazione della capacità da parte del Movimento 5 Stelle di catalizzare il voto di protesta nelle aree che hanno più sofferto gli effetti della crisi economica. La geografia del voto a Roma e Torino riproduce a una scala urbana il fenomeno di dualismo socio-territoriale che gli analisti hanno evidenziato a una scala inter-regionale (tra regioni vincenti e regioni perdenti sul piano economico) nelle elezioni presidenziali statunitensi (Trump votato negli Stati più depressi della Rustbelt e delle aree interne, Clinton nelle città più prospere della costa) e nel referendum sulla Brexit in Gran Bretagna (dove le aree deindustrializzate del centro e del Nord dell’Inghilterra hanno votato in larga maggioranza per l’uscita del Regno Unito dalla Unione Europea).
A Torino, la svolta populista era nell’aria da tempo. Negli anni Duemila, con la designazione delle Olimpiadi del 2006, la città sembrava incarnare le speranze di un’Italia che era sul punto di farcela nella difficile sfida della modernizzazione post-industriale. Nel 2010, tuttavia, giunge inattesa la doccia fredda del debito: Torino si scopre il comune più indebitato d’Italia, le politiche di austerità e privatizzazione dei servizi pubblici sono presentate come inevitabili dalla giunta in carica di centro-sinistra. Inoltre la crisi del 2008 ha forti ripercussioni sulla base manifatturiera della città, con significative contrazioni nel numero degli occupati, ma anche nei settori del commercio e dei servizi alle imprese sui quali la città aveva puntato negli anni della “rinascita” post-fordista. Il malcontento sociale che cova sotto le ceneri esplode nel dicembre del 2013. Mentre in altre città italiane le manifestazioni dei cosiddetti “forconi” portano in strada numeri per lo più insignificanti, a Torino esplode una vera e propria rivolta urbana. La città si ferma improvvisamente, senza che sia stato dichiarato alcuno sciopero generale: per due interi giorni gran parte dei negozi cittadini tengono le serrande abbassate in segno di adesione alla protesta (ma anche di paura verso i protestanti stessi), mentre le strade del centro sono attraversate da manifestazioni costellate da bandiere tricolori che sventolano qui e là. Qualche parapiglia con le forze dell’ordine attira l’attenzione dell’opinione pubblica altrimenti distratta e incapace di comprendere un’esplosione di malcontento e risentimento sociale in cui sono assenti sindacati e movimenti sociali da sempre protagonisti di manifestazioni e proteste nella città delle grandi lotte operaie degli anni Sessanta.
La politica populista dell’intolleranza sociale ha una forza di attrazione nei confronti dei partiti tradizionali che nel tempo sembra diventare sempre più irresistibile. Poche settimane dopo il ballottaggio delle comunali, non tutti prestarono la dovuta attenzione alle dichiarazioni inquietanti rilasciate alla stampa da Piero Fassino, sindaco uscente di Torino, nonché esponente di rilievo del Partito Democratico a livello nazionale, sconfitto nettamente da una candidata di fatto sconosciuta ai più: “Nell’assegnazione delle case popolari – affermava Fassino – il criterio basato sulla composizione dei nuclei familiari premia sempre più spesso le famiglie immigrate, che fanno più figli. Bisogna domandarsi fino a quando la graduatoria unica è sostenibile. Questo per non alimentare conflitti tra chi quel diritto lo esige”.
In un contesto segnato dalla diminuzione drastica della disponibilità di alloggi pubblici e dall’imperativo dell’austerità nel governo locale, i partiti politici – ormai quasi senza eccezioni tra quelli rappresentati in Parlamento: populisti doc, moderati, riformisti, conservatori, destre nazionaliste – vanno alla ricerca di consensi tra i ceti meno abbienti indirizzando il malcontento sociale contro cittadini di origine straniera, ritenuti responsabili dello scollamento sociale anche solo per il fatto di candidarsi all’assegnazione delle case popolari, come si è visto nelle dichiarazioni di Fassino. Gli episodi di intolleranza nei quartieri popolari si sono moltiplicati in questi anni di post-crisi permanente. A Roma, nel dicembre del 2016, nel quartiere popolare di San Basilio, un tempo teatro dei movimenti di lotta per la casa, residenti storici inscenano una manifestazione di strada per impedire che una famiglia marocchina si insedi nell’alloggio pubblico di cui è legittima assegnataria. L’episodio è ripreso dai principali organi di informazione senza suscitare reazioni di particolare entità.
Le manifestazioni di ostilità verso i più deboli sono diventate un motivo ricorrente delle nostre società e per questo non fanno neppure più notizia. Le grandi metropoli e città, attraversate non solo in Italia ma in tutte le economie capitalistiche da una crisi abitativa senza precedenti, offrono terreno fertile ai fenomeni di rivalità e intolleranza sociale. La crisi del 2008 si generò a partire dal collasso della bolla immobiliare, per poi estendersi al settore finanziario che con il mercato immobiliare aveva costituito un connubio indissolubile negli anni dell’affermazione dell’egemonia neoliberale sulla globalizzazione. A dispetto delle istanze ridistributive emerse all’indomani della crisi del 2008, grazie soprattutto ai movimenti di contestazione apparsi nella scena mondiale a partire dal 2011 (da Occupy Wall Street alle proteste brasiliane del 2013), i successivi eventi non solo hanno disatteso le aspettative iniziali, ma hanno fatto registrare un brusco arretramento, imponendo una vera e propria “contro-rivoluzione”: da un lato, hanno confermato il modello di sviluppo che si era imposto negli anni precedenti fondato sull’indebitamento personale e sull’imperativo della proprietà immobiliare come bene di investimento, anziché come bisogno da soddisfare, a tutto vantaggio dei ceti benestanti; dall’altro lato, hanno aperto la strada all’ascesa inarrestabile delle forze populiste-nazionaliste che hanno speculato sull’esplosione delle diseguaglianze sociali, fomentando passioni negative di inimicizia comunitaria.
I fallimenti e insieme la resilienza dell’economia neoliberale hanno dunque creato le condizioni per l’affermarsi e il riprodursi del virus populista al di là dei suoi stessi confini: un’infezione che coinvolge l’intero quadro politico e potenzialmente tutta la società. È un virus la cui caratteristica distintiva è quella di apparire debole al momento della sua apparizione ma al tempo stesso capace di evoluzioni imprevedibili. Come scrisse Karl Polanyi a proposito del crollo di fiducia dopo la grande crisi del 1929, la deriva autoritaria – al tempo in cui egli scriveva di tipo fascista, oggi nazional-populista e comunitaria – si prospetta come una “mossa” improvvisa, prima ancora che come un “movimento” razionale e prevedibile nel suo sviluppo, possibile in ogni comunità colpita dalle conseguenze della crisi dell’economia di mercato.
Se si vuole contrastare la minaccia populista è essenziale dunque riportare la “questione urbana” nell’iniziativa politica, ponendo al centro dell’agenda dei movimenti il diritto all’abitare insieme alla costruzione di luoghi di convivenza dove sperimentare una “politica gioiosa dell’incontro”, internazionalista e anti-razzista, capace di offrire accoglienza e protezione a rifugiati e migranti, di nuovo arrivo o già residenti. Una politica gioiosa dell’incontro, fondata su un’idea e una pratica della città come “spazio del comune” a disposizione di indifesi e minoranze subalterne, appare oggi la sola alternativa credibile al populismo e alle sue passioni negative.

Fonte: euronomade.info 

Venezuela: sette chiavi di lettura per comprendere la crisi attuale

di Emiliano Terán Mantovani
Non è possibile comprendere l’attuale crisi in Venezuela senza analizzare nel loro insieme le cause che si sviluppano “dall’interno”, e che non vengono spiegate nel complesso dai principali mezzi di comunicazione. Abbiamo individuato sette chiavi di lettura della crisi attuale che mostrano come non sia possibile comprendere quello che sta accadendo in Venezuela senza prendere in considerazione l’intervento straniero e che il concetto di “dittatura” non spiega né il caso venezuelano, né può considerarsi una specificità regionale di questo paese.
Constatiamo a sua volta che il contratto sociale, le istituzioni e i principi dell’economia formale si stanno disfacendo, e che il futuro e le linee politiche nel contesto attuale si stanno definendo attraverso la via della forza e una buona dose di meccanismi informali, eccezionali e sotterranei. Sosteniamo che l’orizzonte condiviso dei due blocchi dei partiti che rappresentano il potere è neoliberale, che siamo di fronte a una crisi storica del capitalismo venezuelano della rendita e che le comunità, le organizzazioni popolari e i movimenti sociali si trovano di fronte a un progressivo annullamento del tessuto sociale.
L’immagine del Venezuela dipinta dai grandi mezzi di comunicazione internazionali di tutto il mondo è senza dubbio un’immagine che esula dall’ordinario. Non ci sono dubbi che ci sia troppa confusione a riguardo, troppo manicheismo, troppi slogan, troppe manipolazioni e omissioni.
Ma al di là delle versioni instupidite della neolingua mediatica che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “crisi umanitaria”, “dittatura” o “prigionieri politici”, e della narrativa eroica del Venezuela del “socialismo” e della “rivoluzione” che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “guerra economica” o “attacco dell’imperialismo”, ci sono molte tematiche, soggetti e processi resi invisibili, che agiscono più in profondità e che costituiscono l’essenza dello scenario politico nazionale. Non è possibile comprendere la crisi attuale in Venezuela senza analizzare nel loro insieme le cause che si sviluppano “dall’interno”.
Il criterio di azione e interpretazione fondato sulla logica “amico-nemico” risponde più a una disputa tra le élite dei partiti politici e dei gruppi economici che agli interessi fondamentali delle classi lavoratrici e alla difesa dei beni comuni. È necessario scommettere su sguardi complessi che analizzino il processo di crisi e il conflitto nazionale, e che contribuiscano a tracciare le coordinate per affrontare e immergersi nella congiuntura attuale.
Presentiamo di seguito sette chiavi di lettura per comprendere tale contesto, analizzando non solo la disputa tra governo e opposizione, ma anche i processi che si stanno sviluppando nelle istituzioni politiche, nel tessuto sociale, nelle trame economiche, tenendo in considerazione le complessità del neoliberismo e dei regimi di governo nel Paese.

I. Non è possibile comprendere quello che succede in Venezuela senza prendere in considerazione l’intervento straniero
Il ricco e ampio insieme di ciò che chiamiamo “risorse naturali” del Paese, la posizione geo-strategica, l’iniziale sfida alle politiche del Consenso di Washington, l’influenza in merito all’integrazione regionale dei Paesi latinoamericani così come le alleanze con la Cina, la Russia o l’Iran, attribuiscono al Venezuela una notevole importanza in termini geopolitici. Tuttavia, ci sono settori intellettuali e dell’informazione che cercano continuamente di nascondere le fluide dinamiche internazionali che incidono e determinano il divenire politico del Paese, tra le quali si distinguono la costante azione d’intervento del Governo e i diversi poteri de facto degli Stati Uniti.
A questo proposito tali settori s’incaricano dunque di ridicolizzare la critica all’imperialismo e presentano il Governo Nazionale come l’unico attore di potere in gioco in Venezuela, e per questo unico apparato al quale rivolgere qualsiasi interpellanza politica.
Nondimeno, dall’instaurazione della Rivoluzione Bolivariana è cresciuta l’intensità dell’interventismo statunitense in Venezuela, che si è rafforzato ed è divenuto più aggressivo all’indomani della morte del presidente Chávez (2013), del declino del ciclo progressista e della restaurazione conservatrice in America Latina. Vale la pena ricordare l’Ordine Esecutivo firmato da Barack Obama nel marzo del 2015 nel quale si dichiarava che il Venezuela veniva considerato una minaccia inconsueta e straordinaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti – “an unusual and extraordinary threat to the national security and foreign policy of the United States”. Sappiamo già cosa è accaduto ai paesi che sono stati catalogati in questa maniera dalla potenza del nord.
Attualmente, oltre alle dichiarazioni minacciose del capo del Comando Sud degli Stati Uniti, l’ammiraglio Kurt W. Tidd (6 aprile 2017), che ha affermato che la “crisi umanitaria” in Venezuela potrebbe obbligare a portare avanti una risposta regionale – “The growing humanitarian crisis in Venezuela could eventually compel a regional response’ –, e di fronte all’evidenza dell’aggressività della politica estera di Donal Trump con il recente bombardamento della Siria, il Segretario Generale della Organizzazione degli Stati Americani (OEA), Luis Almargo, ha manifestato, insieme ad altri paesi della regione, la volontà di applicare la Carta Democratica per avviare un processo di “ritorno alla democrazia” nel Paese.
Gli ideologi e gli operatori mediatici della restaurazione conservatrice nella regione si mostrano molto preoccupati per la situazione relativa ai diritti umani in Venezuela, però nelle loro analisi non riescono a spiegare perché, stranamente, non si stia facendo nessuno sforzo sovranazionale dello stesso tipo per contrastare la spaventosa crisi dei diritti umani in paesi come il Messico e la Colombia. A questo proposito, sembra che l’indignazione morale sia relativa e che preferiscano stare in silenzio.
Sia dunque per ragioni di premeditazione politica o di ingenuità analitica, questi settori spoliticizzano il ruolo degli organismi sovranazionali ignorando le relazioni di potere geopolitiche che li costituiscono e che sono parte della loro propria natura. Da una parte si assiste a una lettura paranoica di tutte le operazioni promosse da questi organismi globali, dall’altra, molto diversa, c’è un’interpretazione meramente procedurale della loro azione, che ignora i meccanismi di dominazione internazionale, nonché il controllo dei mercati e delle risorse naturali regolate attraverso tali istituzioni di governance globale e regionale.
C’è ancora una cosa importante da aggiungere. Se parliamo di interventismo, non possiamo solo parlare degli Stati Uniti. In Venezuela sono presenti crescenti forme di interventismo cinese per quanto riguarda la politica e le misure economiche che si sono andate prendendo, ciò porta a una perdita di sovranità, a un incremento della dipendenza nei confronti della potenza asiatica e a processi di flessibilizzazione economica.
Una parte della sinistra ha preferito stare in silenzio di fronte a queste dinamiche, visto che sembra che l’unico intervento che valga la pena segnalare è quello statunitense. Entrambe le vie di ingerenza straniera però si stanno sviluppando per favorire l’accumulazione capitalista transnazionale e l’appropriazione di “risorse naturali”, e non hanno nulla a che vedere con le rivendicazioni popolari.

II. Il concetto di “dittatura” non spiega il caso venezuelano
Praticamente dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana si è accusato il Venezuela di essere una “dittatura”. Questo concetto continua a essere oggetto di ampio dibattito nella teoria politica, in relazione al fatto che, soprattutto in quest’epoca globalizzata, è stato messo in discussione dalle trasformazioni e dalla complessità raggiunta dai regimi e dagli esercizi di potere contemporanei. Per questa ragione la sua definizione è ricca di omissioni e imprecisioni.
La dittatura normalmente è associata a regimi politici o forme di governo nei quali tutto il potere è concentrato, senza limitazioni, in una sola persona o in un suo gruppo di riferimento; c’è un assenza nella divisione dei poteri; un’assenza di libertà individuali, di libertà nei partiti, di libertà d’espressione; e inoltre in più occasioni il concetto è stato definito in maniera confusa come “il contrario della democrazia”.
Il termine “dittatura” in Venezuela è stato inoltre utilizzando e massificato nel gergo mediatico in maniera abbastanza superficiale, viscerale e in una forma moralizzate, definendolo praticamente come una sorta di specificità venezuelana, e distinguendo così gli altri paesi della regione, dove in teoria sarebbero presenti regimi “democratici”.
La questione è che in questo momento difficilmente possiamo affermare che in Venezuela tutto il potere sia concentrato senza limitazioni nelle mani di una sola persona o di un gruppo ad essa legata, e questo perché nel Paese agisce sì una mappa di attori, certo molto gerarchizzata, e anche frammentata e volatile – soprattutto dopo la morte del presidente Chávez –, ma continuano a esistere differenti blocchi di potere che possono allearsi o stare l’uno contro l’altro e che contribuiscono a far vacillare la dicotomia governo-opposizione.
Nonostante esista un governo con una componente militare importante, con crescenti espressioni di autoritarismo e con una considerevole capacità di centralizzazione, lo scenario risulta decisamente movimentato. Non c’è una dominazione totale dall’alto verso il basso e tra i gruppi di potere in disputa c’è un certo equilibrio. Detto ciò, il conflitto potrebbe andare fuori controllo, rendendo ancora più caotica la situazione.
Il fatto che l’opposizione venezuelana controlli la Assemblea Nazionale, guadagnata con forza attraverso la via elettorale, dimostra inoltre che prima di una mera assenza della divisione dei poteri, siamo di fronte a una disputa tra loro, che fino ad ora è stata favorevole alla combinazione Esecutivo-Giudiziario.
Prima di parlare, inoltre, di un regime politico omogeneo, bisogna considerare la presenza di una vasta rete di forze in conflitto. La metastasi della corruzione contribuisce a decentralizzare ancora di più l’esercizio del potere, o meglio, rende ancora più complicata da parte del potere costituito centralizzare i processi decisionali.
Ciò che invece ha a che vedere con l’antico concetto romano di dittatura è che in questo contesto il Governo nazionale sta governando per mezzo di decreti e misure speciali all’insegna di un dichiarato “stato di eccezione”, ufficializzato all’inizio del 2016. In nome della lotta contro la guerra economica e l’incremento della delinquenza, del paramilitarismo e dell’avanzata sovversiva dell’opposizione, numerose mediazioni istituzionali e processi democratici sono stati messi da parte. Si distaccano per la loro gravità le politiche securitarie come la Operación de Liberación del Pueblo (OLP), ovvero interventi che prevedono l’impiego diretto dei corpi di sicurezza dello Stato in differenti territori del Paese (nelle zone rurali, urbane e nei quartieri periferici) per “combattere la malavita”, e che normalmente commettono un considerevole e irritante numero di omicidi; il blocco del referendum per la revoca presidenziale; la sospensione delle elezioni governative del 2016 senza tuttavia aver chiarito quando si realizzeranno in futuro; l’aumento della repressione e degli eccessi della polizia di fronte al malcontento sociale prodotto dalla situazione del Paese; e l’incremento dei processi di militarizzazione, in particolare nelle zone di frontiera e nelle aree dichiarate “risorse naturali strategiche”.
Questa è la mappa politica che, insieme alle diverse forme di intervento straniero, configura lo scenario della guerra a bassa intensità che attraversa praticamente ogni ambito della vita quotidiana dei venezuelani. Ed è questo il contesto nel quale le libertà individuali, l’opposizione e la pluralità dei partiti, la convocazione e la realizzazione di manifestazioni, così come le espressioni di dissenso e critica attraverso i media, prendo forma in quella che chiamiamo democrazia in Venezuela.

III. In Venezuela il contratto sociale, le istituzioni e i principi dell’economia formale si stanno disfacendo
Se c’è qualcosa che potrebbe considerarsi una specificità del caso venezuelano è che il contesto socio-politico attuale è lacerato, profondamente corrotto e decisamente confuso. Abbiamo sostenuto che nel Paese siamo di fronte a una delle crisi istituzionali più dure di tutta l’America Latina, riferendoci così all’insieme delle istituzioni giuridiche, sociali, economiche e politiche che tra le altre contribuiscono a definire la Repubblica venezuelana.
La crisi storica del modello di accumulazione della rendita del petrolio, le metastasi della corruzione nel Paese, le aspre vulnerabilità del tessuto sociale a partire dal “periodo neoliberale” e in particolare dal 2013, e la intensità degli attacchi e degli scontri politici, hanno fatto cadere nel loro insieme le istanze delle istituzioni formali di tutti gli ambiti della società, canalizzando buona parte delle dinamiche sociali sulla via di meccanismi informali, sotterranei e illegali.
In ambito economico, la corruzione si è trasformata in un meccanismo trasversale, motore della distribuzione della rendita del petrolio, concentrando enormi somme di denaro e mettendole a disposizione della discrezionalità di pochi, svuotando così le basi dell’economia formale della rendita. Questo è accaduto in maniera determinante con PDVSA, la principale industria del Paese, così come con fondi strategici come il Fondo Cinese-Venezuelano e con numerose imprese nazionalizzate.
Il collasso dell’economia formale ha fatto sì che in pratica l’informalità diventasse uno dei motori di tutta l’economia nazionale. Le fonti di opportunità sociale, sia in termini di ascensione sociale che di possibilità di maggiori introiti, si trovano spesso attraverso quello che viene chiamato il “bachaquero” dei prodotti alimentari (il commercio illegale, ad altissimo prezzo, diretto al mercato nero) o attraverso altre forme di commercio nei differenti mercati paralleli: di denaro, di medicine, di benzina, ecc.
In ambito politico-giuridico, lo stato di diritto non è riconosciuto e rispettato dai principali attori politici, che non solo si disconoscono mutuamente ma ricorrono ad azioni politiche estreme, disposti a tutto per vincere l’uno sull’altro. Il Governo nazionale affronta quelle che considera le “forze nemiche” con misure d’eccezione e sensazionalismo, mentre i gruppi più reazionari dell’opposizione effettuano violente azioni di vandalismo, scontro e assalto contro le infrastrutture. In questo scenario lo stato di diritto è venuto meno in maniera considerevole, rendendo più vulnerabile la popolazione venezuelana.
Ogni giorno che passa regna una maggiore impunità, che si è diffusa a tutti i settori della popolazione. Ciò fa sì che la corruzione attecchisca ancor di più, sembrando inarrestabile, e che la popolazione come conseguenza non si aspetti più nulla dal sistema giudiziario e tenda sempre più a esercitare la giustizia con le proprie mani.
Il collasso del contatto sociale fa crescere nella popolazione tendenze del tipo “si salvi chi può”. C’è poi da considerare che la frammentazione del potere ha contribuito al generarsi, al crescere e al potenziarsi di diversi poteri territoriali, come ad esempio i “sindicatos mineros”, che controllano con le armi le miniere d’oro dello Stato di Bolívar, o come le bande criminali che dominano intere aree di Caracas come El Cementerio o La Cota 905.
Il contesto descritto dimostra, niente più e niente meno, che il futuro e le definizioni politiche dell’attuale situazione del Paese stanno definendosi in grande misura attraverso la via della forza.

IV. La crisi di lungo periodo del capitalismo venezuelano della rendita (1983-2017)
Il drastico calo dei prezzi internazionali del greggio è stato determinante nello sviluppo della crisi venezuelana, ma non è l’unico fattore che spiega tale processo. Dagli anni ’80 ci sono stati crescenti sintomi di affaticamento del modello di accumulazione basato sull’estrattivismo petrolifero e sulla distribuzione della rendita che questo estrattivismo genera. La fase attuale di caos dell’economia nazionale (dal 2013 ad oggi) è anche il prodotto del contesto economico degli ultimi 30 anni nel Paese. Perché?
Varie ragioni lo spiegano. Circa il 60% del petrolio venezuelano è pesante o extra-pesante. Si tratta del tipo di greggio economicamente più costoso e che richiede il maggior uso di energia e l’utilizzo di lavorazioni addizionali per poter essere commercializzabile. La redditività del principale business del Paese dunque è in costante calo rispetto al passato, quando prevalevano tipi di petrolio più convenzionali. Tutto ciò avviene mentre allo stesso tempo il modello esige sempre più guadagni legati alla rendita e una quantità sempre maggiore di investimenti sociali, non solo per venire incontro alle esigenze crescenti di una popolazione che continua ad aumentare.
La iper-concentrazione della popolazione nelle città (più del 90%) favorisce l’uso della rendita orientato fondamentalmente al consumo (di beni importati) e molto poco alla produzione. Le epoche di prosperità promuovono il rafforzamento del settore estrattivo (primario) – si tratta degli effetti di quella che viene chiamata la “Malattia Olandese” – e ciò a sua volta rende ulteriormente vulnerabili i già deboli settori produttivi. Così che, quando l’epoca d’oro finisce (come avvenne a fine anni ’70 e recentemente dal 2014), l’economia si ritrova ancora più dipendente e più debole di fronte a una nuova crisi.
Anche la corruzione socio-politica del sistema rende possibili fughe e decentralizzazioni fraudolente della rendita, il che impedisce lo sviluppo di politiche coerenti di redistribuzione per attenuare la crisi.
Infine, anche la crescente volatilità dei prezzi internazionali del greggio, così come i cambiamenti negli equilibri di potere globali intorno al petrolio (come la progressiva perdita di influenza della OPEC), hanno importanti conseguenze sull’economia nazionale.
Mentre si susseguono tutte queste oscillazioni economiche nel Paese, le risorse ecologiche continuano a erodersi ed esaurirsi, il che minaccia i mezzi di sussistenza di milioni di venezuelani per il presente e per il futuro.
L’attuale soluzione che porta avanti il governo nazionale è stata incrementare notevolmente l’indebitamento esterno, distribuire la rendita in maniera più regressiva per la popolazione, espandere l’estrattivismo e favorire il capitale transnazionale.
Insomma, qualunque sia l’élite che governerà nei prossimi anni, dovrà affrontare, che lo voglia o no, i limiti storici a cui ha portato il vecchio modello di rendita petrolifera. Non basterà solo sperare in un colpo di fortuna affinché i prezzi del petrolio crescano. Stanno arrivando cambiamenti decisivi e si dovrà essere pronti ad affrontarli.

V. Socialismo? In Venezuela si sta portando avanti un processo di progressivo aggiustamento strutturale e flessibilizzazione economica
Nel Paese si sta sviluppando un processo di aggiustamento strutturale e settorializzato dell’economia, flessibilizzando le regolazioni e le restrizioni al capitale che erano state imposte in precedenza e smantellando poco alla volta gli avanzamenti sociali raggiunti negli anni scorsi dalla Rivoluzione Bolivariana. Questi cambiamenti vengono nascosti dietro le parole Socialismo e Rivoluzione, sebbene rappresentino politiche ogni volta più osteggiate dalla popolazione.
In particolare parliamo di politiche come la creazione delle Zone Economiche Speciali, che rappresentano liberalizzazioni integrali di parte del territorio nazionale, uno strumento che consegna la sovranità ai capitali stranieri che in questo modo otterranno l’amministrazione praticamente senza limiti di queste regioni. Si tratta di una delle misure neoliberali già presenti nell’Agenda Venezuelana realizzata negli anni ’90 dal governo di Rafael Caldera e dettata dal Fondo Monetario Internazionale.
Allo stesso tempo, si portano avanti poco a poco politiche come la flessibilizzazione della Fascia Petrolifera dell’Orinoco, decisa con le corporazioni straniere; la liberalizzazione dei prezzi di alcuni prodotti di prima necessità; la crescente emissione di titoli di Stato; la svalutazione della moneta, che crea un tipo di cambio fluttuante (Simadi); l’accettazione che alcune transazioni commerciali si facciano direttamente in dollari, per esempio nel settore turistico; o il fedele pagamento del debito pubblico e dei relativi interessi, la qual cosa implica necessariamente un taglio alle importazioni con conseguenze problematiche in termini di scarsità di beni di prima necessità.
Allo stesso tempo viene portato avanti un aumento e una flessibilizzazione dell’estrattivismo verso nuove frontiere, tra cui emerge per importanza la mega-opera dell’Arco Minerario dell’Orinoco, un progetto senza precedenti per grandezza che ha l’obiettivo di installare mega-miniere in un territorio di 111.800 km2 di estensione, minacciando fonti di vita indispensabili per i venezuelani, in particolare per i popoli indigeni. Questi progetti porteranno tra le altre cose a vincolare il Paese per moltissimo tempo ancora agli schemi di dipendenza prodotti dall’estrattivismo.
Tali riforme, va detto, si combinano con il mantenimento di alcune politiche di assistenza sociale, con i continui aumenti dei salari nominali, con alcune concessioni alle richieste delle organizzazioni popolari e con l’uso di una narrativa rivoluzionaria e antimperialista. Il che, ovviamente, ha come principale obiettivo il mantenimento del residuo appoggio elettorale.
Siamo in presenza di quello che definiamo “neoliberalismo mutante”, nella misura in cui si combinano con meccanismi di intervento statale e di assistenza sociale diverse forme di mercantilizzazione, finanziarizzazione e deregolamentazione.
Parte della sinistra si è particolarmente battuta per evitare l’arrivo al potere di governi conservatori e per sottrarsi in questo modo a un “ritorno al neoliberalismo”. Dimenticandosi però di menzionare il fatto che anche i governi progressisti hanno portato avanti misure selettive, variabili e ibride di tipo neoliberale, con gravi conseguenze per il popolo e per l’ambiente.

VI. L’alternativa? Il progetto dei partiti della “Mesa de la Unidad Democrática” (MUD) è neoliberista
La coalizione di destra MUD (Mesa de la Unidad Democrática) è il blocco predominante dell’opposizione partitica al governo nazionale, sebbene sia recentemente nata e cresciuta un’opposizione di sinistra, che probabilmente continuerà a crescere. Questa sinistra critica, o per lo meno la più coerente, non si identifica con la MUD e di conseguenza non agisce politicamente al suo fianco.
La MUD non è un blocco omogeneo, esistono settori che vanno da influenti gruppi radicali di estrema destra – che potremmo chiamare “uribisti” (in quanto vicini all’ex presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez, ndt) – fino ad alcuni settori di conservatorismo moderato e di liberalismo elitista con tendenze redistributive. Questi gruppi hanno tra loro una relazione conflittuale che a volte sfocia in scontri e arroganze reciproche.
Nonostante le loro differenze, tuttavia, i diversi gruppi della MUD sono uniti da almeno tre fattori fondamentali: la matrice ideologica, le basi del programma economico e un’agenda reazionaria di fronte al governo nazionale e a qualunque possibilità di trasformazione in senso popolare ed emancipatore. Ci riferiamo ora alle prime due.
La loro matrice ideologica è profondamente determinata dalla teoria neoclassica e dal liberalismo conservatore, con elogi ossessivi alla proprietà privata e alle libertà individuali e d’impresa, e l’idea della fine dell’“ideologizzazione” statale.
Questi elementi ideologici sono più chiari nel programma della coalizione che nei suoi discorsi mediatici, dove la retorica è semplicista, superficiale e piena di slogan. La sintesi più articolata del loro modello economico si trova nei “Lineamenti per il Programma di Governo di Unità Nazionale (2013-2019)”. Si tratta di una versione più ortodossamente neoliberista dell’estrattivismo petrolifero rispetto a quella portata avanti dal governo venezuelano.
Risalta il fatto che, a dispetto delle loro retoriche sul “cambiamento” e sulla “Venezuela produttiva”, la loro proposta prevede di aumentare l’estrazione di petrolio in Venezuela fino a 6 milioni di barili al giorno, ponendo enfasi nell’aumento delle quote della Fascia Petrolifera dell’Orinoco. Sebbene si accusino a vicenda e si azzuffino, e a dispetto di quello che dichiarano pubblicamente, le proposte petrolifere di Henrique Capriles Radonski (“Petrolio per il tuo Progresso”) e Leopoldo López (“Petrolio nel Venezuela Migliore”) sono gemelle, e sono fondamentalmente in linea con il “Piano della Patria 2013-2019”, del governo nazionale. Il cambiamento annunciato non è niente più che un’ulteriore vincolo all’estrattivismo, un aumento della rendita e dello “sviluppismo”, con tutte le conseguenze economiche e di impatto socio-ambientale che tale modello porta con sé.

VII. La frammentazione del “popolo” e il progressivo sfaldamento del tessuto sociale
In tutti questi processi di guerra a bassa intensità e caos sistemico, il soggetto più colpito è il popolo lavoratore. La potente coesione socio-politica che si realizzò nei primi anni della Rivoluzione Bolivariana ha sofferto non solo un logoramento ma una vera e propria disarticolazione. E le conseguenze si sono spinte fino al midollo del tessuto comunitario del Paese: la precarietà nel soddisfare le necessità più immediate della vita quotidiana; gli incentivi al risolvere individualmente e in maniera competitiva i problemi socio-economici della popolazione; la metastasi della corruzione; la canalizzazione dei conflitti sociali per la via della forza; la perdita di referenti etico-politici e il logoramento della popolazione dovuto al discredito dei partiti; l’aggressione diretta alle esperienze comunitarie più forti e importanti e ai leader comunitari da parte dei vari attori politici e territoriali. Tutto ciò fa parte di questo processo di messa in crisi del tessuto sociale che punta a minare i veri pilastri di qualunque possibile cammino di trasformazione popolare-emancipatrice o le stesse capacità di resistenza della popolazione di fronte all’avanzamento delle forze regressive nel Paese.
Nel mentre, varie organizzazioni popolari di base e movimenti sociali in tutto il Paese insistono nel costruire un’alternativa che provenga dai territori. Il tempo dirà quale sarà la loro capacità di resistenza, di adattamento e soprattutto la loro capacità di organizzarsi collettivamente e unitariamente e di indirizzare con maggior forza il processo politico nazionale.
Se c’è una solidarietà irrinunciabile che dovrebbero mettere in campo le sinistre in America Latina e nel mondo, deve essere verso questo popolo in lotta, che storicamente ha portato sulle proprie spalle il peso maggiore dello sfruttamento e dei costi della crisi. Questo popolo che con frequenza si è ripreso le strade facendo in modo che le proprie richieste venissero ascoltate ed esaudite. Questo popolo che oggi si trova di fronte ai complicati dilemmi propri di questi tempi di riflusso e regressione. Questo dovrebbe essere il vero punto d’onore delle sinistre. Il costo di voltare le spalle a queste contro-egemonie popolari in nome di una strategia di conservazione del potere potrebbe essere molto alto.

Nota editoriale 

La situazione attuale che vive il Venezuela, come noto, è gravissima. Ma i termini della sua gravità non sono forse altrettanto noti, almeno rispetto a quello che propone la narrazione mainstream e alla confusione che regna a sinistra sui posizionamenti da prendere in proposito. Crediamo – e per questo lo abbiamo tradotto – che in questo testo del sociologo venezuelano Emiliano Terán Mantovani si possano trovare degli spunti per un’analisi più articolata, che sappia dare il giusto peso alle questioni realmente in campo, che sappia mettere in luce le differenze esistenti tra la sinistra di governo e la destra di opposizione nel Paese, ma che abbia ben chiaro che compito della sinistra e dell’internazionalismo non è difendere o no a prescindere un governo, ma stare sempre, inequivocabilmente, a fianco de los de abajo.
Non crediamo che questo articolo dia delle soluzioni politiche (come potrebbe?) alla crisi venezuelana e delle parole definitive sullo scontro in atto, ma sicuramente propone delle ottime chiavi interpretative. Uscito su alainet.org e ripreso dal giornale messicano Desinformemonos alla fine di aprile, non può dare conto di tutti gli eventi recenti in continua e rapida evoluzione. Primo tra tutti, la decisione del presidente Maduro di indire le elezioni per un’assemblea costituente, che dia rappresentatività non tanto alla “cittadinanza” indefinita come da matrice liberale, ma ai collettivi organizzati, ai sindacati, alle cooperative e alle associazioni di categoria. Mossa che era da tempo nel programma della Rivoluzione Bolivariana, ma che è stata a lungo subordinata alla pratica del governo dall’alto, alle logiche della rendita petrolifera, alle istanze della nuova élite burocratica e all’alleanza con l’esercito. Mossa disperata, forse poco credibile, e che arriva in un momento in cui il chavismo ha perso buona parte del suo consenso sociale, ma a cui bisogna dare atto di marcare una discontinuità nella strategia di resistenza di Maduro.
Non c’è dubbio però che un’iniziativa di questo genere potrà imprimere una soluzione positiva allo scontro in atto solo se accompagnata dalla crescita di un movimento popolare autonomo, tanto dal governo, come dalle manipolazioni dell’opposizione. [Perez Gallo e Simone Scaffidi]

Fonte: communianet.org 

Il sapere ridotto a residuo

di Marco Bascetta 
Il numero chiuso è un’infamia in qualunque branca del sapere. Il voto del senato accademico milanese che lo ha esteso alle facoltà umanistiche che, fino ad oggi, non vi dovevano sottostare (storia, filosofia, geografia, beni culturali), la porta ora a compimento. Con il che la formazione culturale entra ufficialmente a far parte dei generi voluttuari, dei diritti di serie B. Immaginiamo la stessa logica applicata alla sanità: più di tanti non ne curiamo; o alla giustizia: più di tanti non ne processiamo. Nei fatti accade proprio così, ma a nessuno verrebbe in mente di farne un principio o una norma. La contraddizione tra il diritto garantito e la sua effettività rimane almeno aperta, un problema da risolvere.
Nell’università, invece, la servile accettazione di una costante e vergognosa riduzione delle risorse si esprime nella moltiplicazione delle barriere all’ingresso, non di rado tramite test progettati sotto l’effetto dell’acido lisergico. Non dovrebbe sfuggire a nessuno il fatto che il numero chiuso legittima, normalizza o addirittura trasforma in una qualità etica il taglio delle risorse, preparando il terreno per ulteriori riduzioni della spesa. Come è accaduto alla statale di Milano il corpo accademico, nel quale certo non abbondano grandi maestri dalle lezioni imperdibili (il che dovrebbe aiutare a ridurre la calca), tende a dividersi. La maggioranza ragiona così: intanto chi sta dentro rimane dentro, dunque perché affannarsi a trovare soluzioni tampone o battersi affinché la politica cambi rotta?
Assai più semplice ridurre forzosamente il numero (già in forte declino) degli studenti e la pressione su di noi. Con la promessa di una qualità dell’istruzione del tutto fantasmagorica in una accademia nella quale la compilazione dei moduli e gli adempimenti burocratici hanno reso lo studio «un miserabile residuo». Questa posizione corrisponde a un corporativismo non si sa se più sclerotico o furbastro.
La minoranza capisce, invece, che la catena dei tagli non avrà fine e che il numero chiuso non è altro che una scelta suicida la quale, prima o poi, condurrà alla soppressione pura e semplice di un certo numero di insegnamenti. E allora nessuno sarà più al sicuro. L’eterno mantra sull’adeguamento della formazione alle richieste del mondo del lavoro (dopo innumerevoli fallimenti ancora caparbiamente inconsapevole della sua impossibilità logica) per le facoltà umanistiche non può che significare l’estinzione.
Questa consapevolezza richiederebbe, tuttavia, una mobilitazione permanente di studenti e docenti e un sabotaggio attivo dei dispositivi di controllo e di esclusione. Infine, una battaglia di ampio respiro contro la concezione lavorista dell’istruzione ed economicista della cultura che domina incontrastata da decenni.
Vi sono, però, istituzioni culturali che uno stato sviluppato non può permettersi di chiudere. Per esempio una Biblioteca nazionale, per esempio sedi museali importanti anche se meno frequentate. Così provvede al loro funzionamento il ricorso al lavoro semigratuito (e a volte del tutto gratuito) di presunti «volontari» presi per il collo dalla mancanza di alternative e forse, nel futuro, costretti alla corvée del servizio civile obbligatorio proposto dalla ministra della difesa Pinotti.
La vicenda dei cosiddetti «scontrinisti» della Biblioteca nazionale romana conferma ancora una volta come gran parte delle istituzioni culturali italiane (comprese le università del numero chiuso) sarebbero destinate alla paralisi senza il ricorso al lavoro gratuito o vergognosamente sottopagato, mascherato da passione volontaria, da formazione permanente o da altro ancora. Non si tratta di una emergenza, di una situazione transitoria, bensì di un elemento sistemico imprescindibile e consolidato. Resta da chiedersi perché, limitando l’accesso alle facoltà umanistiche si voglia ridurre il bacino che alimenta questo processo di sostituzione del lavoro equamente retribuito con il finto volontariato. Forse perché le diverse corporazioni si premurano di proteggere il solo segmento che le riguarda. Ma forse anche perché le maggiori aspettative suscitate da un livello di istruzione generale più elevato, politicizzandosi, potrebbero fare esplodere gli scellerati equilibri, i ricatti e le vessazioni che dietro l’insopportabile retorica sull’unicità del patrimonio culturale italiano ne costituiscono l’effettiva gestione.

Fonte: Il manifesto 

Spunti strategici su antirazzismo e movimenti

di Global Project 
Sono passati pochi giorni dalla marcia antirazzista di Milano e non si sono sprecate, a varie latitudini della sfera politica, le letture e i commenti. Senza fare una narrazione antologica della giornata, vorremmo piuttosto soffermarci su alcuni elementi utili ad inserire l’evento meneghino in un contesto sociale più ampio che guardi ai movimenti. D’altronde è sempre la dialettica tra avvenimento e processo a costituire elemento d’indagine per chiunque abbia cura della trasformazione dell’esistente e provi a farla vivere nelle contraddizioni.
Nessuna persona è illegale
I centomila di Milano rappresentano un importante elemento di rottura in Italia. Non solamente perché tolgono respiro, almeno per un attimo, alla retorica barbara e odiosa che ad una cultura dell’accoglienza contrappone la purezza etnica, ma perché per la prima volta assistiamo alla massificazione di un discorso antirazzista che eccede la dimensione caritatevole e meramente umanitaria. Come abbiamo scritto in un commento a caldo della giornata, la prima strozzatura all’operazione politicista messa in piedi dall’amministrazione Sala è stata la composizione stessa della piazza, in cui è stato egemone «quel tessuto sociale che le politiche della governance cittadina costringono all’illegalità ed alla marginalità sociale». La rottura dei dispositivi legalitari e securitari, che vive nella quotidianità di questa composizione, il 20 maggio si è rappresentata nello spazio pubblico, capovolgendo completamente il segno politico della manifestazione stessa. Non si è trattato del puro effetto di una nemesi, ma dell’affioramento di una contraddizione latente all’interno della convocazione della giornata, coltivata sapientemente dalla piattaforma “Nessuna persona è illegale”, in tutta la costruzione politica del corteo.
È stato proprio il lavoro molecolare compiuto in questi mesi dalle realtà antirazziste del capoluogo lombardo, fatto di attivazione di reti, di politicizzazione delle relazioni sociali, di costruzione condivisa di un discorso che non lasciava margini alle ambiguità, ad aver costruito le condizioni favorevoli per la materializzazione di una eccedenza. È altresì palese che questo lavoro sarebbe rimasto lettera morta se non avesse intercettato una disponibilità concreta a mettersi in gioco, a non essere comparse della rappresentazione teatrale dell’antirazzismo, per esprimere una capacità soggettività di contaminazione e mobilitazione. Quella stessa capacità che vede il protagonismo migrante emergere nelle lotte contro lo sfruttamento nei luoghi di lavoro, nell’affermazione del diritto all’abitare, nella rottura di quel regime dei confini che regola i movimenti di persone sia nello spazio mondiale sia nella micro-geografia urbana.
Questa molecolarità, che in una città come Milano si nutre più che altrove di un’essenza meticcia che connota le forme di vita metropolitana, è il risultato del rapporto tra soggettività situata e moltitudine in sé, tra organizzazione politica e tessuto biopolitico. Una dialettica che è riuscita, proprio stando dentro ad una contraddizione e lavorando per decostruirla, a trovare sintesi e consenso in una prassi radicale, quella della contestazione all’assessore Carmela Rozza e allo spezzone in cui erano presenti personalità locali e nazionali di spicco del PD sovvertendo di fatto la logica della giornata e gli stessi rapporti di forza che ne erano alla base.
Cortocircuito
La fuga di Rozza, di Sala e di tutto lo spezzone contestato rappresenta forse la foto-icona più rappresentativa del 20 maggio milanese. La stessa scelta di far parlare gli esponenti istituzionali prima dell’arrivo della massa dei manifestanti in parco Sempione è un altro elemento che sintetizza nitidamente quanto detto fino ad ora. Ma il punto è anche un altro e, pur intrecciandosi con i diversi momenti “di rottura” della giornata interroga il tema dell’accoglienza e la macro-questione dell’antirazzismo su un piano di discorso più complesso.
Sarebbe infatti errato pensare all’operazione tentata dal PD milanese sulla manifestazione del 20 maggio solamente come un posizionamento interno alla varie correnti di partito. Gli organizzatori del corteo hanno infatti provato ad imporre, sia nell’indizione della giornata sia nei contenuti espressi dai cartelli in piazza, parole d’ordine come «sicurezza e legalità», che, a loro modo di vedere, rappresenterebbero la dimensione complementare dell’accoglienza.È all’interno di questo codice che la piattaforma istituzionale aveva una continuità di fondo con le leggi Minniti-Orlando e con i rastrellamenti etnici compiuti alla stazione Centrale. Una continuità che da un lato è subalterna all’ideologia securitaria ed al concetto di accoglienza che discrimina tra migranti meritevoli e non (ad esempio sulla base della disponibilità del soggetto al lavoro gratuito), dall’altro si inserisce in una tendenza generalizzata di pacificare l’antirazzismo, privandolo di tutti quei contenuti e prassi che lo rendono terreno reale di lotta politica.
Il cortocircuito di Milano apre uno spazio dialettico dove istanze e prassi portate dal basso possono far deflagrare la contraddizione tra enunciazione politica e prassi istituzionale, muovendo tanto dall’intervento diretto sulle condizioni materiali di vita dei migranti quanto disvelando la progressiva implosione della sfera dei diritti entro cui i soggetti possono essere inseriti, ridotta al nucleo incomprimibile dei diritti umani. Non possiamo non rilevare, nel dibattito attorno ai “migranti in accoglienza”, l’assenza di ogni rivendicazione di diritti civili e politici. Ma, forse in maniera latente, forse pre-politica, le lotte nelle strutture di accoglienza (troppo spesso derubricate a proteste per il cibo o il pocket money) contengono il seme del ripensamento degli istituti della cittadinanza: sono certamente le lenti del pietismo cattolico o una nuova tensione coloniale ad imprigionare l’immagine del migrante nella figura del profugo dolorante o dell’africano indolente, vittima di mutilazioni violente o di sottosviluppo ed arretratezza da cui è impossibile emanciparsi impedendoci di leggere l’indubbio protagonismo che questo segmento della composizione di classe sta esprimendo.
L’antirazzismo molecolare
Sarebbe errato, però, tracciare una linea netta di confine tra un antirazzismo encomiabile ed uno da biasimare. Siamo consci, proprio perché immersi nella molecolarità dei processi e degli eventi, che per costruire iniziative che abbiano come obiettivo quello di sottrarre terreno al razzismo spesso dobbiamo confrontarci con realtà e soggetti assai eterogenei tra loro. La questione non è quindi quella di creare un’ortodossia della lotta antirazzista, ma generare un orizzonte che possa diventare terreno comune di riconquista universale di diritti e ricchezza.
La “questione razziale” definisce una polarizzazione della società attorno ad una macro-visione del mondo: da un lato solidale e predisposta al metissage, dall’alto xenofoba e neo-fondamentalista. E’ proprio quest’ultima categoria che ci consente di avere una lettura più ampia del fenomeno, che sia in grado di cogliere il disciplinamento basato sulla linea del colore elemento che si incunea nella crisi del neoliberismo, mantenendo tratti di funzionalità ad esso. Se da un lato il populismo nazional-reazionario, che con l’ascesa di Trump alla Casa Bianca tenderà ad incidere anche sugli assetti geopolitici mondiali, ne rappresenta un naturale risvolto, dall’altro la scia di attentati che da oltre due anni stanno scuotendo l’Europa e non solo in nome del fascismo islamico dell’Isis si afferma come l’altra faccia di una medesima medaglia. L’ultima strage di Manchester, nella quale hanno perso la vita oltre 20 persone, tutte giovanissime, è solo l’ultimo brutale riscontro di quella egemonia della violenza asimmetrica che corre lungo la linea della civiltà contemporanea ed è prodotto diretto della guerra globale permanente che, proprio nell’humus neo-fondamentalista, trae nuova linfa per modificare i propri assetti e campi d’azione.
In questo scenario l’antirazzismo diventa un campo di forza che tende ad impattare il neo-fondamentalismo e le forme di vita che da questo si dipanano. Un campo di forza che ha, nel suo divenire, una grande capacità di realizzarsi come “movimento” in grado di scuotere lo stato di cose presenti. Come ogni grande movimento che abbiamo visto nel corso della storia, anche questo si genera contemporaneamente in luoghi e situazioni diverse, proprio perché risponde all’esigenza di mettersi in gioco di fronte a quella “guerra all’umano” che impregna ogni pensiero e pratica razzista. Non scopriamo certo oggi il valore etico e culturale dell’antirazzismo, ma oggi ne constatiamo la sua carica politica, la sua capacità di aggregare attorno ad una visione di mondo, di portare persone nelle assemblee o in piazza, di trasformare la sensibilità in attivazione. Tutto questo accade, come si diceva, in uno spazio diversificato, che accomuna i piccoli borghi di provincia alle metropoli, il Nord al Sud.
Oltre allo spazio anche le sue modalità d’azione sono diversificate e multiformi, sono fatte di tanti momenti di rottura, piccoli o grandi, come ad esempio la manifestazioni che sono state fatte al Brennero o a Ventimiglia, ma anche di numerose manifestazioni in cui, oltre all’elemento solidale, è emersa chiaramente una rivendicazione dal basso di diritti. Questa ricchezza l’abbiamo toccata con mano nella costruzione della manifestazione Side by Side, che ha visto riversarsi a Venezia lo scorso 19 marzo una vera e propria marea meticcia, proveniente da tutto il Veneto, che spesso la vulgata associa ad emblema dell’intolleranza. Lo abbiamo visto con la sfida eretica vinta a Pontida, che ha visto nella roccaforte della Lega andare in scena il Festival dell’orgoglio antirazzista e migrante, che non solo ha contribuito a decostruire una trentennale narrazione razzista legata a quel luogo, ma è riuscita ad attivare tante realtà da tutta Italia. Lo vediamo, infine, nel lavoro quotidiano delle polisportive popolari, delle scuole d’italiano per migranti presenti nei nostri spazi sociali, nell’associazionismo di base che intercettiamo nei territori, nelle tante iniziative di mutualismo che, in particolare nei quartieri a più alto rischio di marginalità sociale, si vanno moltiplicando sempre di più.
Un terreno strategico per i movimenti
C’è un corpo vivo che si muove, che costruisce accumulazione attraverso eventi e processi, intrecciando esperienze e relazioni, che prende forma non solamente sulla base della negazione del razzismo e dei razzismi, ma anche sull’affermazione di nuovi modelli di accoglienza e, più in generale, di vita in comune.
La sfida che si apre, che dopo Milano sembra più concreta, è quella di ricomporre il mosaico, senza alcuna velleità di sintesi, ma con l’ambizione di costruire realmente un terreno moltitudinario di movimentazione sociale. Le lotte contro le discriminazioni, di razza ma anche di genere, possono fungere da traino per una possibile intersezione di aree conflittuali. 
Questo perché si situano su un livello avanzato della lotta di classe contemporanea, in quanto agiscono proprio perché mina alla base uno degli elementi su cui si riproduce il capitalismo odierno: quello della scomposizione dei soggetti sfruttati e della valorizzazione dell’iper-individualità. La cosiddetta “guerra orizzontale” si determina sulla base di un rapporto tra classi in cui, negli anni della crisi sistemica, si è cristallizzata la logica delle disuguaglianze e della subalternità. I nuovi processi di estrazione e di accumulazioni si sono accompagnati ad azione pervasiva da parte delle élite, che hanno introiettato nella moltitudine il concetto di scarsità che, di conseguenza, produce una feroce competizione al ribasso tra poveri e nuovi “eserciti di riserva”. In questo quadro le condotte discriminatorie e la costruzione fittizia di identità chiuse sulla linea della razza e del genere rappresentano in questa fase i principali elementi di riproduzione sociale del capitalismo. Per questa ragione contrastarle e batterle significa puntare al cuore del capitalismo stesso. Non è un caso, infatti, che in Italia le due principali espressioni di massa nell’anno politico negli ultimi mesi si siano date attorno alle questioni di genere, a Roma il 26 novembre, ed a quelle “razziali”, a Milano lo scorso 20 maggio. La capacità di questi terreni di lotta di intersecare istanze e soggettività sociali, anche usualmente lontane tra loro, deve essere la bussola dei movimenti per tracciare le linee strategiche nel presente e nell’immediato futuro.

Fonte: globalproject.info