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Volano le foglie di fico a Cinque Stelle

di Dante Barontini 
I nodi arrivano al pettine, si usa dire. Specie in politica, dove il passaggio dalla teoria alla pratica si rivela sempre un po’ più arduo del previsto. Soprattutto se ti eri presentato come quello che aveva la soluzione semplice per tutti i problemi (le “ruspe” di Salvini, per dirne una…). Non ci sorprende dunque l’ennesimo incidente procedurale del Movimento 5 Stelle, costretti ancora una volta in Tribunale da qualche loro iscritto o candidato imbufalito per l’esito delle consultazioni online oppure per il rovesciamento di quell’esito deciso “dai vertici”.
Com’è noto, il Tribunale di Palermo ha sospeso il risultato delle “regionarie” con cui era stato scelto il candidato alla presidenza della Regione Sicilia, Giancarlo Cancelleri, su ricorso presentato da Mauro Giulivi, escluso da quella consultazione perché sottoposto a “procedimento disciplinare” interno. Tralasciamo qui le difficili relazioni interne a quel mondo, che sembrano largamente prevalenti sulle “regole” da tutti sbandierate, e concentriamoci invece sui meccanismi decisionali che erano stati presentati come l’uovo di Colombo. Con le consultazioni online, la trasparenza e il rispetto della legalità si sarebbe risolto qualsiasi problema. Una rivoluzione, o qualcosa di simile, comunque un “aprire il parlamento come una scatola di tonno”…
L’irruzione della magistratura nelle elezioni siciliane ha un corollario nazionale immediato: sabato 23 settembre, con la festa grillina di Rimini, si dovrebbe infatti scegliere – con consultazione online degli iscritti – il “candidato premier” del M5S. Ma a dieci giorni dall’evento clou che dovrebbe aprire la campagna elettorale per le politiche di primavera non si conoscono né le regole con cui verrà scelto il candidato, né chi saranno gli altri competitor di Luigi Di Maio.
Ufficiosamente, ma da fonti molto vicine a Davide Casaleggio (che gestisce la piattaforma Rousseau, su cui si deve svolgere il voto), si fa sapere che “più tardi daremo i termini (per il voto,ndr), meno spazio daremo ai pirati per attaccarci”. La piattaforma era già stata hackerata un paio di volte e dunque il sospetto che in questo modo si possa manipolare l’esito del voto è più che concreto.
Ma non è assolutamente un problema tecnico. Sulla centralità delle consultazioni online è stato costruito uno dei due pilastri dell’ideologia grillina (“né di destra, né di sinistra”, ma sempre di ideologia si tratta…), dunque il fatto che questo sistema sia pericolosamente incerto, al limite dell’incontrollabile, è tutt’altro che un dettaglio. Anche degli informatici dilettanti sanno infatti che qualsiasi sistema di sicurezza può essere prima o poi violato, secondo l’eterna lotta evolutiva tra lo scudo e la lancia (difesa e attacco). In ogni caso, nessuno può garantire “tecnicamente” che il risultato – hacker a parte – non possa essere deciso da chi controlla la piattaforma Rousseau.
Ne consegue che questo “criterio perfetto”, illustrato centinaia di volte dallo stesso Beppe Grillo e da Casaleggio padre, è poco più di una foglia di fico che copre scelte soggettive di chi controlla la piattaforma e/o dei suoi avversari in Rete (non è secondario, però, sapere se siamo “noi” a decidere o qualcun altro al nostro posto, prendendoci oltretutto per i fondelli). Un problema del genere si è verificato anche con i risultati della candidatura della Raggi al Comune di Roma, che sembrano pesantemente condizionati da un organizzatissimo gruppo di pressione (la cosiddetta “Banda Marra-Sammarco”), attivo per far fuori un altro candidato e far eleggere la Raggi, ritenuta più manovrabile. Le foglie di fico, però, al cambio di stagione volano via e spariscono…
Messa così, il criterio “uno vale uno” non è praticabile in questo modo (l’alzata di mano o una scheda in urna saranno pure antichi, ma decisamente più trasparenti); o perlomeno nessuno può verificare se viene applicato davvero oppure no. In ogni caso, gli interventi dei “vertici” a Genova e in altre città, hanno dimostrato che “il garante” vale più di qualunque maggioranza. Dunque tutti gli altri “uno” contano pochino…
L’altro pilastro che segue nel crollo è la parola “legalità”. Sembrerebbe un termine univoco, semplice, chiaro. E per la maggior parte della popolazione è così. Ma nell’applicazione pratica, da parte di un soggetto politico (individuo, gruppo, partito o movimento), si scopre immediatamente che così non è. Per la semplice ragione che la politica è proprio la sfera di attività che fa le leggi, dunque che modifica la legalità esistente per rispondere ai problemi nuovi, oppure ai problemi vecchi che le leggi esistenti si sono dimostrate inadatte a risolvere, oppure ancora per i problemi che proprio le leggi esistenti hanno creato (vogliamo parlare di speculazione edilizia e dissesto idrogeologico?).
Cosa significa? Che “i politici” – tutti, grillini compresi – sono tenuti al rispetto delle leggi esistenti, al pari dei comuni cittadini. Ma anche che proprio a loro (e sotto qualsiasi regime politico, dalla peggiore dittatura alla più irenica delle democrazie) spetta l’onere della decisione, ossia dellacreazione di nuove leggi e cancellazione delle vecchie. Onere complicato non poco dalla prevalenza dell’Unione Europea sulle decisioni nazionali, e ancor più su quelle locali, in materia di bilancio e non solo.
A questo punto dell’ideologia e del “metodo” grillini, all’atto pratico, resta ben poco. Certo, un politico deve essere onesto o finire in galera in caso contrario. Ma non può dichiararsi indifferente (o “neutrale”, insomma “né di destra né di sinistra”) rispetto alle diverse soluzioni possibili per ogni problema. Esempi concreti? Partiamo da quelli banali: di fonte al problema dei senza casa, sia “italiani” che “stranieri”, pensi di lasciare tutto alle “logiche di mercato” oppure ritieni vada fatta una politica di edilizia residenziale pubblica, in grado di dare un tetto quasi a tutti e di calmierare l’abnorme livello degli affitti? Nel primo caso ti va bene che ci siano masse crescenti di persone che vivono per strada o nei capannoni diroccati, e al massimo ti poni il dilemma poliziesco-minnitiano del “decoro urbano”, predisponendo servizi di polizia per “far sparire” gli homeless dalla vista dei turisti. Nel secondo caso, poni alcune basi per la riduzione della povertà, delle diseguaglianze ed anche per l’integrazione della popolazione immigrata. Nel primo caso non servono soldi, ti ritiri da ogni responsabilità e lasci fare a chi li ha (e magari te ne infila qualcuno in tasca); nel secondo devi trovare risorse, imporre limiti all’edilizia speculativa, tassare chi ha di più, fissare criteri sociologici e reddituali per le assegnazioni, ecc. Nel primo caso sei il maggiordomo degli interessi finanziari e immobiliari, nel secondo sei un soggetto politico attivo, con progetti, idee, responsabilità e ambizioni di cambiamento dell’esistente.
Potremmo fare centinaia di altri esempi, ma il problema è chiaro: fare politica significa scegliere soluzioni che non c’erano, crearne di nuove ed efficienti, favorire la soddisfazione di certi bisogni oppure di certi interessi. Non puoi insomma essere “neutrale” e “tecnico”.
Non riesci ad esserlo neppure nella gestione della tua piattaforma online, figuriamoci con la complessità degli interessi sociali in conflitto…

Fonte: contropiano.org 

Una guerra contro le donne

di Tamar Pitch
Chi stupra è sempre l’Altro: i neri per i bianchi, i poveri per i ricchi, gli stranieri per gli autoctoni, e viceversa. Lo stupro è ciò che distingue “il noi”, gli uomini che sposiamo, da “gli altri”, gli uomini che stuprano. Lo stupro, nonché l’accusa di stupro, segna un confine. Un confine, tuttavia, tra gli uomini: noi e loro si riferisce infatti al modo prevalente, sia nell’immaginario sia nelle pratiche e nelle norme, con cui lo stupro è visto e vissuto dagli uomini. E da alcune donne, certo, visto che partecipiamo di questa cultura. Da cui si evince che misoginia e sessismo sono sempre intrecciate a razzismo e xenofobia.
L’ormai enorme letteratura femminista ha messo in luce, tra le altre cose, l’identificazione delle donne, dei loro corpi, della loro capacità riproduttiva con la “comunità”, il “territorio”, la tradizione, l’identità (etnica, nazionale) e dunque il futuro. Di qui l’esigenza di dominare e controllare le “nostre” donne, nonché lo sconcerto e il disagio maschili di fronte alla libertà rivendicata e agita dalle donne.
Stupri e femminicidi vengono così raccontati diversamente a seconda di chi sono gli autori e le loro vittime. Orrore e scandalo quando una di “noi” (ossia una che è ritenuta appartenere al gruppo dei maschi autoctoni, o comunque di quelli cui la “comunità” si riferisce) è violentata o uccisa da uno di “loro”. Perplessità e incredulità quando è uno di “noi” a stuprare e uccidere. In ambedue i casi, il vissuto e la soggettività delle donne sono ignorate. O ci si erge a protettori e vendicatori di chi ha osato mettere le mani su una “cosa” nostra (e dunque in qualche modo le vere “vittime” non sono le donne, ma questi “noi”) oppure “quella se l’è cercata”, ci ha “sfidato”, e in fondo dunque si merita quello che le è capitato. È singolare come questo tipo di narrazione sia ancora così presente, nei nostri media, tradizionali e nuovi, quando invece la vita, l’esperienza e la soggettività femminili sono tanto mutate. Ciò che infatti manca a questa narrazione sono precisamente le voci delle donne, che, interrogate, racconterebbero, tutte, l’onnipresenza della violenza maschile: per strada, al lavoro, ma ancor di più dentro le sicure mura di casa. Se c’è un confine che lo stupro traccia, è quello tra gli uomini e le donne (o chi è “ridotto” nella posizione femminile). Non tutti gli uomini sono stupratori, ma tutti gli stupratori sono uomini, diceva già trent’anni fa Ida Dominjanni.
Stupri e femminicidi avvengono ovunque nel mondo, e nella maggior parte dei casi ad opera di uomini che le donne conoscono bene, mariti fidanzati padri fratelli amici e così via. Poi ci sono gli stupri invisibili, quelli di cui poco o niente si sa e si dice, quelli che non vengono riconosciuti come tali, a danno delle sex workers o, ancor peggio, delle ragazzine prostituite sulle nostre strade, da parte dei suddetti mariti e padri (di altre). Nonché degli uomini delle forze dell’ordine (su cui c’è un’ampia letteratura) che si avvalgono del loro potere di ricatto e dell’omertà diffusa. Perché le sex workers non sono per definizione proprietà di alcun uomo ( a parte il loro eventuale protettore, ma di questo parlo più avanti) e sono quindi di tutti: loro sì, se vengono violentate o uccise, “se la sono cercata”. E gli integerrimi italiani che vanno con le ragazzine, sempre più spesso minorenni, vittime di tratta, non sono forse, per le nostre stesse leggi, violentatori seriali?
Una vittima, per essere riconosciuta tale, deve avere caratteristiche e comportamenti che rispondono allo stereotipo della donna o ragazza “perbene”, ma deve anche essere violentata, meglio in strada e di giorno, da uno (se di più, meglio) sconosciuto, meglio se povero e scuro di pelle. E meglio ancora se questa vittima urla o viene visibilmente ferita. Sembra incredibile quanto questo sia vero, per i media, a quasi quarant’anni dal documentario Processo per stupro e dopo le mille battaglie femministe e la nuova ondata rappresentata dal movimento Nonunadimeno, che riprende l’analogo movimento nato in Argentina e poi diffusosi in tutta l’America Latina. Insomma, le donne si muovono ormai a livello globale contro violenze e sopraffazioni di uomini singoli o in gruppo e contro le istituzioni che fanno poco per contrastare queste violenze o addirittura le legittimano. I contesti sociali, culturali, politici sono diversi e questa diversità va presa in considerazione per capire le differenze quantitative e qualitative della violenza maschile contro le donne, ma sempre di patriarcato si dovrebbe parlare: ossia di un sistema complesso di potere e dominio maschili onnipervasivi, per battere il quale non bastano certo parità e pari opportunità (negli anni Settanta dicevamo che no, non era metà della torta che volevamo, ma una torta del tutto diversa). Questo sistema è in crisi per via del fatto che sempre più donne gli negano consenso e complicità, cosa che in certi casi può esacerbare violenza e ferocia.
Si ha l’impressione che sia in corso una guerra contro le donne, e tra uomini, per il controllo delle donne e dei loro corpi. È una guerra combattuta con le armi e con gli stupri e, oggi, anche con e su i social media. Difficile, se non impossibile, sconfiggere il patriarcato (soltanto) con il diritto penale. Del quale ci si può e ci si deve servire, naturalmente, ma sempre sapendo che la giustizia penale, a sua volta, è connotata da sessismo, razzismo e classismo. I decreti sicurezza (da ultimo quello firmato Minniti) parlano appunto questa lingua: non sono solo razzisti e classisti, sono anche sessisti, laddove è del tutto ovvio che il soggetto standard di questi decreti è maschio, adulto, non troppo povero. Berlusconi proponeva di mettere un poliziotto a fianco di ogni bella donna (le brutte si arrangiassero). Magari meglio una poliziotta…
Le politiche e le retoriche della sicurezza tendono a una specie di sterilizzazione del territorio urbano, mirano a rendere invisibili povertà e disagio, a recintare più o meno simbolicamente lo spazio dei perbene a difesa dai permale. Ma, benché esse si avvalgano spesso dell’evocazione del femminile (bisogna proteggere donne, vecchi, bambini: i cosiddetti soggetti vulnerabili), sono del tutto cieche e inutili, se non controproducenti, rispetto al contrasto delle violenze contro le donne. Le quali, come dicevo, non avvengono solo e nemmeno soprattutto negli angoli bui delle vie cittadine. Ho detto e scritto più volte che, se seguissimo fino in fondo la logica delle politiche di sicurezza, allora, per proteggere le donne, dovremmo cacciare tutti gli uomini da ogni casa, città, Paese, continente, universo mondo.
Una città, un Paese, un continente sono “sicuri” per tutti se le donne, tutte le donne, possono attraversarli liberamente, di giorno, di notte, vestite come vogliono, ubriache o sobrie. La libertà, per le donne, è un esercizio ancora difficile e contrastato, praticamente ovunque. Ci muoviamo, più o meno consapevolmente, con prudenza, ci neghiamo, più o meno consapevolmente, molte delle libertà di cui gli uomini godono senza rendersene conto. Gesti, atteggiamenti, parole, comportamenti maschili ci ricordano tutti i giorni che dobbiamo stare attente (non serve proprio che ce lo ribadiscano sindaci, ministri, poliziotti), l’aggressione e la violenza sono sempre in agguato. Però, è esattamente il contrario che serve: ai tempi si diceva “riprendiamoci la notte”, e anche adesso andiamo per le strade per dire che vogliamo andare e fare ciò che più ci piace, senza protettori.
Già, il termine protettore. In italiano ha un’ambivalenza significativa: il protettore delle donne che si prostituiscono è precisamente la figura simbolo della protezione maschile, una protezione che implica soggezione e acquiescenza, pena non solo l’abbandono ma la punizione. Sottrarsi alla protezione, sia reale sia introiettata, è invece un passo necessario per affermare la propria libertà. Ed è ciò che le donne, singolarmente e collettivamente, stanno facendo.

Fonte: rivistailmulino.it 

Il machiavellismo di Minniti

di Rino Genovese
Nel manuale di machiavellismo pratico, che il ministro Minniti di sicuro avrà sempre sul tavolo, a un certo punto si legge: “Se non puoi fargli la guerra, vedi almeno di comprarli”. Ed è così che l’Italia, come risulta ormai da una serie di testimonianze, avrebbe consegnato ben cinque milioni di dollari, tramite intermediari o direttamente non si sa, alla banda armata di Ahmed Al-Dabbashi detto “lo Zio”, il maggiore trafficante di esseri umani della zona di Sabratha in Libia. L’ex potenza coloniale, che in Tripolitania incendiava e impiccava, ora compra. Del resto, a quanto scrive “Le Monde” datato 15 settembre, il governo italiano aveva già trattato con “lo Zio” al fine di garantirsi la sicurezza degli impianti dell’Eni a Mellitah, a ovest di Sabratha. Un’impeccabile strategia: prima si scoraggiano, con regolamenti bizantini, le organizzazioni umanitarie dall’intervenire nel Mediterraneo in favore di profughi e migranti alla deriva, poi s’interviene “alla sorgente” dando del denaro ai trafficanti perché si riciclino come alleati nella lotta all’immigrazione clandestina.
Il problema è che tutto questo piace. Piace soprattutto al Pd che così finanzia, con soli cinque milioni dei contribuenti italiani, la propria campagna centrista delle prossime elezioni. Piace a una maggioranza di nostri concittadini che, ancorché in larga misura cattolici e perciò tenuti all’accoglienza, non ne possono più degli immigrati. Non sono molti quelli che si chiedono: ma scusate, dove finiscono gli aspiranti migranti se non in quegli stessi luoghi di detenzione e tortura, in una Libia controllata dalle bande armate, da cui, dopo mesi o anni di traversie, cercano di fuggire? Solo una piccola parte di loro riuscirà, chissà quando, ad avere il visto dell’ambasciata per fare ritorno al paese di origine (in cui certo troppo bene non dovevano passarsela per aver preso la decisione di andarsene).
Si dice – lo ha detto lo stesso Minniti – che non si possono accogliere tutti i migranti o aspiranti tali, perché bisogna anche pensare a integrarli. Ma allora che cosa si sarebbe potuto iniziare a fare con quei cinque milioni nel senso dell’integrazione? Quanti edifici scolastici si sarebbero potuti mettere in sicurezza, nello stato comatoso di un territorio come quello italiano esposto di continuo al rischio sismico e idrogeologico, all’interno di un piano – non solo italiano ma europeo – di lavori socialmente utili con maestranze composte prevalentemente da immigrati?
Al tasso di crescita demografica attuale, l’Africa alla fine di questo secolo costituirà il 40% della popolazione mondiale – al momento soltanto il 12-13%. Siamo destinati a una storia di grandi migrazioni: in parte essa è l’eredità di un predatorio colonialismo occidentale – una vicenda mai veramente conclusa –, in parte è l’effetto di un movimento inarrestabile, perfino emancipatorio, verso condizioni di maggiore benessere. La risposta politica non sta nel ridurre i flussi, che poi rispuntano per altre vie o semplicemente riprendono quando “lo Zio” avrà esaurito la sua provvista di denaro: piuttosto consiste nell’organizzarli per quanto possibile. Si aprano quindi, nei paesi africani maggiormente interessati dal fenomeno, delle “agenzie di collocamento” presso le ambasciate occidentali; si dia una speranza di futuro a quelle popolazioni martoriate con voli periodici verso l’Europa; si preparino programmi per lavori socialmente utili in cui inserire la manodopera immigrata. È la parola “integrazione” che dev’essere fatta vivere riempiendola di contenuti. E questa voce, sul manuale di machiavellismo pratico che Minniti ha a portata di mano, non c’è.

Fonte: ilponterivista.com 

L’Inferno del miracolo tedesco

di Olivier Cyran
Ore otto del mattino: il Jobcenter di Pankow, quartiere di Berlino, è appena aperto e già 15 persone attendono davanti allo sportello d’accoglienza, ciascuna chiusa in un silenzio ansioso. “Perché sono qui? Perché se non rispondi alle loro convocazioni, si riprendono ciò che hanno ti hanno dato”, borbotta un signore sulla cinquantina a voce bassa. “Del resto, non hanno nulla da proporre. A parte forse un impiego da venditore di mutande, chissà.” L’allusione gli strappa un magro sorriso. Da un mese, una donna di 36 anni, madre sola, educatrice e disoccupata, ha ricevuto per posta un invito del Jobcenter di Pankow a fare domanda per una posizione da agente commerciale per un sexy-shop. Pena per la mancata domanda: un’ammenda. “Ne ho viste di tutti i colori con questo Job center, ma questo è troppo”, reagisce l’interessata su Internet, prima di annunciare la propria intenzione di sporgere denuncia per abuso di potere.
Nel parcheggio delle case popolari, “la cellula di sostegno mobile” del centro dei disoccupati di Berlino è già all’opera. Su una tavola pieghevole, disposta davanti al furgone del gruppo, la signora Nora Freitag, 30 anni, dispone una pila di brochures intitolate “come difendere i miei diritti di fronte al Jobcenter.” L’iniziativa è stata attivata dalla chiesa protestante nel 2007.
Questo mostro burocratico suscita molto sconforto e sentimento di impotenza presso i disoccupati, che lo percepiscono, non senza ragione, come una minaccia. Una signora sulla sessantina si avvicina con passo esitante. Sembra molto imbarazzata di presentarsi a sconosciuti. La sua pensione di 500 euro mensili non è sufficiente per vivere, perciò riceve un contributo dal Jobcenter. Poiché fatica ad arrivare a fine mese, da poco è impiegata a tempo parziale (“mini job”) come donna delle pulizie per una casa di cura, che le assicura un salario netto mensile di 340 euro.
“Rendetevi conto” , afferma la signora con voce agitata, “che la lettera del Jobcenter mi comunica che non ho dichiarato i miei redditi e che devo rimborsare 250 euro. Ma quei soldi non li ho! Inoltre, ho dichiarato tutto dal primo giorno. Ci deve essere un errore… .” Un membro del gruppo la prende da parte per darle i suoi consigli: a chi rivolgersi per un ricorso, o per sporgere denuncia, etc.
Talvolta il furgone serve come rifugio per discutere dei problemi lontano da sguardi indiscreti. “È uno degli effetti di Hartz IV”, osserva la signora Freitag. “La stigmatizzazione dei disoccupati è così forte che molti provano vergogna a parlare della propria situazione davanti ad altre persone.”

Uno dei regimi più coercitivi d’Europa

Hartz IV: questa marcatura sociale deriva dal processo di deregolamentazione del mercato del lavoro, detto Agenda 2010, realizzato tra il 2003 e il 2005 dalla coalizione tra il Partito Social Democratico (SPD) e i Verdi del cancelliere Gerhard Schröder. Chiamato con il nome del suo ideatore, Peter Hartz, precedente direttore del personale di Volkswagen, il quarto pacchetto di riforme unisce gli aiuti sociali e le indennità per i disoccupati di lunga durata (senza lavoro da più di un anno) in una allocazione forfettaria unica, versata dal Jobcenter. L’ammontare, piuttosto ridotto, di 409 euro al mese nel 2017 per una persona sola, dovrebbe motivare il ricevente (ribattezzato “cliente”) a trovare un impiego il più velocemente possibile. Sia questo mal remunerato o poco conforme alle competenze.
La sua attribuzione è condizionata da un regime controllato tra i più cogenti d’Europa. Alla fine del 2016, la rete Hartz IV inglobava quasi 6 milioni di persone, di cui 2,6 milioni di disoccupati ufficiali, 1,7 milioni non ufficiali usciti dalle statistiche grazie alla trappola dei “dispositivi di attivazione” (formazioni, “coaching”, impieghi a 1 euro, mini jobs, ecc.) e 1,6 milioni di bambini associati a famiglie riceventi il contributo forfettario dei Jobcenter. In una società fondata sul culto del lavoro, queste persone sono spesso descritte come un gruppo di oziosi e anche peggio.
Nel 2005, in una brochure del ministro dell’economia Wolfgang Clement (SPD) intitolata “Priorità per le persone oneste. Contro gli abusi, le frodi e i self-service nello Stato sociale”, si leggeva: “I biologi sono d’accordo ad utilizzare il termine parassiti per designare gli organismi che provvedono ai loro bisogni alimentari a spese di altri esseri viventi. Ovviamente, sarebbe totalmente fuori luogo estendere delle nozioni provenienti dal mondo animale agli esseri umani.”
Ma l’espressione “parassiti Hartz IV” fu abbondantemente ripresa dalla stampa, Bild in testa. La vita di coloro che percepiscono i sussidi è difficile. Se il montante minimo percepito non permette loro di pagare l’affitto, il Jobcenter se ne fa carico, a condizione che non superi il massimale fissato dall’amministrazione secondo le zone geografiche.
“Un terzo delle persone che si rivolgono a noi, lo fanno per problemi legati agli alloggi”, dichiara la signora Freitag. “Molto spesso perché il rialzo del prezzo degli affitti nelle grandi città come Berlino, le ha spinte al di là dei limiti del Jobcenter. Gli assistiti devono traslocare senza sapere dove, poiché il mercato degli affitti è saturo, oppure, se il costo dell’appartamento supera l’ammontare concesso dal Jobcenter, pagare la differenza di tasca propria erodendo il budget per il cibo.”
Dei 500.000 Hartz IV che vivono a Berlino, il 40% paga un affitto che supera il limite imposto. Il Jobcenter ha inoltre la facoltà di sbloccare dei pagamenti d’urgenza, ciò conferisce un diritto che equivale quasi alla curatela. Conto in banca, acquisti, spostamenti, vita familiare o anche sentimentale: nessun aspetto della vita privata degli assistiti sembra sfuggire all’umiliante radar dei controllori. Le 408 agenzie del paese dispongono di un’iniziativa che talvolta supera l’immaginazione.
Alla fine del 2016, per esempio, il Jobcenter di Stade, nella Bassa Sassonia, ha inviato un questionario ad una disoccupata nubile e in attesa di un figlio, chiedendo di divulgare l’identità e la data di nascita dei suoi partner sessuali.
Questo regime inquisitivo trovava già i suoi germi nel manifesto firmato nel 1999 da Schröder e il suo omologo britannico Tony Blair. I profeti della “social-democrazia moderna” vi proclamarono la necessità di “trasformare la rete di sicurezza sociale in un trampolino verso la responsabilità individuale.” Questo testo, intitolato “Europa: la terza via, il nuovo centro”, precisava: “un lavoro a tempo parziale o un impiego scarsamente remunerato è meglio di non avere un lavoro per niente. Perché facilita la transizione dalla disoccupazione verso l’occupazione.”
Un povero che fatica è meglio di un povero inattivo: questa verità è servita come matrice ideologica alla “cesura più importante nella storia dello Stato sociale tedesco da Bismark”, secondo la formula di Christoph Butterwegge, ricercatore in scienze sociali all’Università di Colonia.
In Francia, le riforme Hartz costituiscono da dodici anni una fonte inestinguibile di ammirazione all’interno dei circoli imprenditoriali, mediatici e politici. L’ode rituale al “modello tedesco” si è rafforzata dall’arrivo all’Eliseo di Emmanuel Macron, per il quale “la Germania si è riformata con successo”. Un punto di vista, questo, raramente contestato dagli editorialisti.
“Il cancelliere tedesco Gerhard Schröder ha imposto le riforme che fanno la prosperità del suo paese”, ha ricordato il direttore di Le Monde all’indomani dell’elezione del candidato della “start-up nation”, per esortarlo ad esercitare il pugno di ferro sulle sue stesse riforme.
L’economista Pierre Cahuc, ispiratore con Marc Ferracci e Philippe Aghion della riforma del mercato del lavoro immaginata da Macron, elogia “l’eccezionale riuscita dell’economia tedesca” e stima che Hartz IV non solo sia meglio per il lavoro, ma sia preferibile per diffondere gioia e buon umore, perché: “i tedeschi si dichiarano sempre più soddisfatti della loro situazione, soprattutto i più umili, mentre la soddisfazione dei francesi ristagna.”
Se “i più umili” nascondono la loro gioia nelle lunghe attese dei Jobcenter, è chiaro che i progetti di Macron si ispirano direttamente al “modello tedesco”. Specialmente, l’indebolimento del codice dei lavoratori e il rafforzamento dei controlli sui disoccupati che saranno sanzionati in caso di rifiuto di due offerte di lavoro consecutive. Nulla ha meglio riassunto lo spirito di Hartz IV del presidente francese, che il 3 luglio ha dichiarato davanti al Parlamento riunito a Versailles: “proteggere i più deboli non significa trasformarli in assistiti permanenti dello Stato”, ma donare loro dei mezzi ed eventualmente obbligarli ad “esercitare un impatto sul loro destino”. Con un’acrobazia verbale simile a quella utilizzata dai promotori di Hartz IV, aggiungeva: “Dobbiamo sostituire all’idea di sostegno sociale (…) una vera politica di inclusione di tutti.” Per Schröder, la parola d’ordine contro i poveri era più lapidaria: “Incoraggiare ed esigere” (“fördern und fordern”).
Del resto Hartz non si è sbagliato. In Francia continua a godere di una buona reputazione. La Germania, però, non ha dimenticato la sua condanna a due anni di prigione nel 2007 e 500.000 euro di multa per aver comprato la pace sociale di Volkswagen corrompendo i membri del consiglio di amministrazione con tangenti, viaggi verso destinazioni esotiche e prostitute. Nessuno vuole più sentir parlare di lui, tanto che il direttore delle risorse umane si è rifugiato a Parigi per trovare un pubblico disposto ad applaudirlo. Il movimento delle imprese francesi (Medef) lo invita regolarmente, François Hollande, che lo ha ricevuto quando era presidente, avrebbe pensato di includerlo tra i suoi consiglieri. Ma è ormai a Macron che riserva i suoi oracoli.
Tuttavia Hartz ha giocato un ruolo di secondo piano durante l’avvento delle riforme Schröder, ha certamente presieduto la commissione dei lavori, ma è soprattutto la Fondazione Bertlesmann che ha orchestrato le operazioni principali. L’opera “filantropica” di uno dei gruppi più influenti della Germania, è stato il fulcro dell’elaborazione dell’Agenda 2010, finanziando conferenze e dibattiti con la partecipazione dei giornalisti. “Senza le opere di preparazione e accompagnamento effettuate a tutti i livelli dalla Fondazione Bertlesmann, le proposte della commissione Hartz e la loro traduzione in legge non avrebbero mai visto la luce”, osserva Helga Spindler, professoressa di diritto pubblico all’Università di Duisburg. La fondazione si spingerà fino al punto di mandare i 15 membri della commissione in soggiorno studio presso quei paesi considerati all’avanguardia in materia di valorizzazione dello stock dei disoccupati: Danimarca, Svizzera, Paesi Bassi, Austria e Regno Unito.

Posizioni regolari trasformate in posti di lavoro precari

Il 16 Agosto 2002 Hartz rimette le proprie visioni conclusive a Schröder sotto la cupola della cattedrale francese a Berlino. Oggi è un “grande giorno per i disoccupati”, esulta il cancelliere, che promette di immettere due milioni di posti di lavoro nel sistema entro i due anni successivi.
Composto di 344 pagine, il rapporto della commissione comprende tredici “moduli d’innovazione” scritti in un gergo manageriale misto tra tedesco e inglese. Il Job center è definito come un “servizio migliorato per i clienti”. Entrato in vigore il primo gennaio 2005, il regime studiato va di pari passo con l’altro pacchetto dell’Agenda 2010, che definisce la deregolamentazione del mercato del lavoro. Questa è definita dalla defiscalizzazione delle basi salariali, il lancio dei mini jobs a 400 euro, poi 450 euro al mese, soppressione dei limiti di ricorso al lavoro temporaneo, sovvenzioni alle agenzie di lavoro interinale che richiamano disoccupati di lunga durata ecc.
La febbre dell’oro si impossessa degli imprenditori, soprattutto nel settore dei servizi. Riforniti di nuova manodopera proveniente dai Jobcenter, gli imprenditori approfittano dell’opportunità per trasformare dei posti di lavoro regolari in posizioni precarie, liberi, coloro che li occupano, di fare la coda al Jobcenter per integrare la loro paga ridotta. Il lavoro ad interim aumenta, passando da 300.000 assunti nel 2000 a quasi un milione nel 2016. Nello stesso tempo, la proporzione di lavoratori poveri – remunerati al di sotto di 979 euro al mese – passa dal 18% al 22%. La creazione nel 2015 del salario minimo, a 8,84 euro all’ora, non ha invertito la tendenza: 4,7 milioni di lavoratori attivi sopravvivono con un salario bloccato a 450 euro al mese. La Germania ha convertito i suoi disoccupati in bisognosi.

I bambini convocati al Jobcenter

Hartz IV funziona come un servizio di impiego precario obbligatorio. Le minacce delle sanzioni che pesano sui “clienti”, li tengono i trappola costantemente.
Il signor Jürgen Köhler, un abitante di Berlino di 63 anni, esercita in modo autonomo la professione di grafico. Spiazzato dalla concorrenza delle grosse compagnie, che abbassano i prezzi, non ha abbastanza progetti perciò si è iscritto al Jobcenter. “Un giorno, racconta, ho ricevuto per posta una notifica che annunciava che mi sarei dovuto presentare il lunedì e martedì successivi alle 4 del mattino presso un agenzia di lavoro interinale, per essere assegnato ad un cantiere ed essere pagato la sera stessa. Inoltre sono stato invitato a procurarmi delle scarpe di sicurezza. Evidentemente non possedevo l’equipaggiamento richiesto e non avevo mai lavorato in un cantiere di costruzioni. Cominciare alla mia età non mi pareva una buona idea.” Poiché era troppo tardi per tentare un ricorso, al signor Köhler non è rimasto che contestare la misura in tribunale, sperando che il giudizio arrivasse prima delle sanzioni, che possono decurtare il sussidio del 10%, 30% o anche del 100%.
Nulla è esente dall’accetta delle sanzioni, nemmeno i figli dei riceventi i sussidi in età compresa tra i 15 e i 18 anni. In cambio dei 311 euro mensili versati nel budget della famiglia, anche se frequentano ancora la scuola il Jobcenter li può convocare in ogni momento e consigliare loro di orientarsi verso specifici settori, minacciandoli di tagliare i fondi se non si presentano all’appuntamento. Effetto pedagogico garantito sull’adolescente, che porta già Hartz IV tatuato sulla fronte.
Membro del gruppo di disoccupati Ver.di, il sindacato unificato dei servizi, il signor Köhler, ha potuto beneficiare di un avvocato gratuito e di una decisione in suo favore. Ma non tutti hanno questa fortuna. Nel 2016, circa un milione di sanzioni sono state pronunciate, con un prelievo di 108 euro a testa, un guadagno notevole per l’agenzia federale del lavoro, che è anche l’autorità che tutela i Jobcenter. Nello stesso anno, questi ultimi sono stati oggetto di 121.000 reclami, che sono stati rigettati nel 60% dei casi.
Ma non è sempre stato così. Nel 2003-2004, decine di migliaia di disoccupati e lavoratori hanno sfilato spontaneamente ogni lunedì in molte città della Germania per bloccare le riforme Schröder. Affermatosi soprattutto ad est, dove gli slogan facevano apertamente riferimento alle “manifestazioni del lunedì” dell’autunno 1989 contro il potere, il movimento si diffuse rapidamente anche ad ovest. “I sindacati hanno tergiversato molto”, ammette Ralf Krämer, segretario di Ver.di incaricato di questioni economiche. “La loro posizione era tanto ambigua, che due rappresentanti hanno partecipato alla commissione Hartz, uno era del sindacato DGB (Confederazione Tedesca dei Sindacati) e l’altro dei nostri.” Oltre ai due sindacalisti, la commissione comprendeva due eletti, due universitari, un alto funzionario e sette top managers della Deutsche Bank, del gruppo chimico BASF e della società di consulenza McKinsey.

Conclusioni

Nel novembre 2003, tra lo stupore generale, una manifestazione organizzata al di fuori del contesto sindacale ha riunito 100.000 persone a Berlino (….). Cinque mesi più tardi altre manifestazioni si verificano a Berlino, Stoccarda e Colonia, circa mezzo milione di oppositori si riuniscono a manifestare. Un numero mai visto dal dopo guerra. Questa volta i direttori dei sindacati sfilano in prima fila: “Avremmo potuto vincere”, afferma il signor Krämer. “Ma la DGB ha avuto paura di perdere il controllo e si è astenuta dal convocare altre mobilitazioni. Le manifestazioni del lunedì si sono trovate isolate e il movimento si è spento. Abbiamo perso un’occasione storica. Bisogna dire che non fa parte delle cultura sindacale tedesca, contestare le decisioni di un governo democraticamente eletto, anche se a titolo personale me ne pento.”
Curiosamente, questo fallimento non ha determinato una riflessione su un possibile cambiamento di strategia. Presso Ver.di, facente parte di DGB, i dirigenti non hanno ritenuto utile di aprire un dibattito sull’illegalità degli scioperi “politici”. Questa è una curiosità del diritto tedesco, che impedisce di indire uno sciopero contro le leggi giudicate nefaste per gli interessi dei lavoratori.
“Sciopero generale?” L’espressione provoca un’espressione dubbiosa in Mehrdad Payandeh, membro del comitato direttivo federale di DGB. “Per noi, uno sciopero ha senso solo se fallisce la negoziazione per un aumento dei salari nei settori dove siamo rappresentati. La nostra legittimazione è rappresentata dagli iscritti e non dalla strada. Non siamo come quei paesi del Sud dove la gente sciopera per motivi meno seri!”
Nella sua maniera eloquente e calorosa, il signor Payandeh incarna piuttosto bene la cultura sindacale descritta da Krämer. “Certamente, che sono contro le sanzioni Hartz IV e la precarietà”, esclama, “ma le leggi votate dal Bundestag non sono di nostra competenza. Il fine, per noi, è di difendere i nostri lavoratori all’interno degli accordi di settore.” Tali accordi esistono solo nei settori metallurgico e chimico, perciò l’industria dei servizi assorbe una mano d’opera sempre più asservita e meno protetta.
Le lotte contro le riforme Hartz hanno nondimeno lasciato una traccia profonda nel paese, indebolendo considerevolmente l’SPD, che ha perso 200.000 iscritti dal 2003. Inoltre hanno rimodellato lo scenario politico, spingendo una parte dei dissidenti del partito di Schröder a fondersi nel 2005 con i neo comunisti del Partito del Socialismo Democratico (PSD), al fine di creare il nuovo gruppo Die Linke (La Sinistra). Al momento questa formazione politica è l’unica formazione all’interno del Bundestag che si batte per l’abrogazione delle riforme Hartz. A seguito di tali proteste, è anche nata una vasta rete di disoccupati (come il collettivo Basta) risoluti a far sentire la propria voce.

“Per noi la Francia era esemplare”

Nel momento in cui in Francia ci si interroga sulla possibilità di ostacolare gli ardori riformatori di Macron, numerosi sindacalisti tedeschi attendono. “Le riforme Macron ci inquietano parecchio, poiché rischiano di spingere i salari verso il basso e di diffondersi a macchia d’olio”, afferma il Dierk Hirschel, dirigente di Ver.di. “Per noi, la Francia è sempre stata esemplare” aggiunge il suo collega Ralf Krämer. “L’evoluzione attuale appare tragica. Speriamo che i sindacati francesi non ripeteranno i nostri errori e si sapranno mostrare più aggressivi di noi”.

Articolo pubblicato su Le Monde Diplomatique
Traduzione di Anna Sperati per http://vocidallestero.it

Della guerra e della pace

di Guglielmo Ragozzino
Sbilanciamoci e in particolare Mario Pianta, noto cantore di pace, hanno avuto l’incarico di tenere una comunicazione al corso estivo sulla guerra per gli studenti di Villa Nazareth, collegio per universitari romani, a Dobbiaco. L’argomento “guerra” era affrontato variamente; il terzo giorno il corso verteva sulle cause e le conseguenze economiche della guerra. Mario, da pacifista laureato e da economista era perfetto per la bisogna. Solo che “quel giorno lì” 2 agosto 2017 per la cronaca, proprio non poteva.  Pochi sapevano che le patate bollenti rimbalzassero come le palline da ping pong; nel nostro caso la patata bollente è rimbalzata fino a chi scrive e lì si è fermata. Il risultato di tutto il palleggio è quello che segue.

Con tutta evidenza si tratta di un “power point”che serviva a introdurre una discussione, preparato seguendo i suggerimenti del testo anticipato dagli studenti del corso e appesantito dalla trascrizione del testo orale utilizzato per sviluppare i vari punti. Niente di più, niente di meno. Buona lettura, in santa pace.

Uno

Sbilanciamoci

Si tratta di una campagna cui aderiscono decine di associazioni che praticano la cultura della pace, la salvaguardia ambientale, l’accoglienza e l’inclusione sociale dei migranti, la lotta antirazzista e l’equità fiscale. Il rapporto annuale indica un bilancio pubblico possibile e ben diverso con un forte risparmio sulle spese militari, come quelle del caccia F-35.

Possiamo citare alcune delle associazioni: Emergency, Arci, Legambiente, Wwf, Greenpeace, Altra economia, Assopace, Donne in nero, Nigrizia, Pax Christi, Rete degli studenti, Terres des hommes e naturalmente Lunaria. Sbilanciamoci ha due nature: c’è sbil.org che fa le cose cercando di migliorare (mitigare, adattare il mondo e la politica alle persone e le persone al mondo) e c’è sbil.info che invece racconta quanto è avvenuto o sta per avvenire e perché. L’origine di Sbil.org si perde nella notte dei tempi. Da quindici anni almeno si prepara una contro finanziaria, una critica del bilancio dello Stato che sta per essere approvato – con modalità e titoli sempre diversi è sempre la stessa materia – che presenta spese più contenute con un risparmio anche consistente e scelte socialmente diverse. In particolare c’è una riduzione delle spese militari, in armamenti offensivi, come il caccia F-35 e la loro utilizzazione in altri settori per risolvere altri bisogni, di pace e sviluppo. Sbil.org ha sostenuto la Campagna “taglia le armi” e ha perfino prestato al parlamento italiano Giulio Marcon, uno dei suoi migliori attivisti, per svolgere il compito. Sbilanciamoci.info nasce da una costola della campagna per asfissiante iniziativa di Roberta Carlini, Mario Pianta e Guglielmo Ragozzino con la dichiarata volontà di fare concorrenza “de sinistra” (come si dice a Roma, anche se nessuno dei tre è di Roma) a qualche altra molto, o troppo, considerata, “info de destra”.
Due

Guerra è pace secondo Arundhati Roy

«Quando ha annunciato gli attacchi aerei contro l’Iraq nel 2003, il presidente George Bush ha detto: “Noi siamo un paese pacifico”. L’ambasciatore preferito di Washington, Tony Blair (che riveste anche la carica di primo ministro del Regno Unito) gli ha fatto eco: “Noi siamo un paese pacifico”. E così ora lo sappiamo. I maiali sono cavalli. Le bambine sono maschietti. La guerra è pace».

Arundhati Roy colpisce con il suo sarcasmo le bugie di George Bush e Tony Blair che devono far accettare la guerra ai loro popoli e sanno che la guerra è malvista da tutti e avversata da molti. Le bugie sono le armi chimiche che sarebbero a disposizione di Saddam Hussein in Iraq per la distruzione di massa, a partire dall’antrace e dalle miniere nigeriane di uranio per la costruzione di bombe nucleari. Dunque, assicurano Bush e Blair, non si può fare altro che la guerra preventiva, per evitare la catastrofe. Il mondo si ribella alle bugie di Bush & Blair; la protesta è globale, al punto che The New York Times si inventa la formula di “seconda forza mondiale”. In febbraio vi sono manifestazioni molto riuscite in numerose capitali mondiali tra cui Roma che con la sua manifestazione conquista ogni record. In Italia giovani militanti e ferrovieri fermano e rallentano i treni delle armi, ordinati dalla Nato. La guerra comincia e la risposta di uomini e donne in movimento che si danno da fare per impedire la guerra, si spegne nella calda estate del 2003.
Tre

Guerra non economica

Una sola (con molti dubbi). Quella di Troia. Più un’altra, inventata, tra Lilliput e Blefuscu, risolta da Gulliver.

Gli studiosi, i filologi più che i poeti, dubitano che anche la guerra di Troia – la guerra più famosa della storia delle guerre – abbia avuto cause e conseguenze economiche. Continuiamo però a pensare che la guerra sia originata dai begli occhi di Elena, dalla rivalità tra le dee dell’Olimpo, dalla gelosia di Menelao e per la trasmissibilità della gelosia, da Agamennone e dagli altri greci, contro Paride, l’orrendo e bellissimo traditore. C’è poi un’altra guerra, che saranno in molti a ricordare, di certo non economica. La guerra tra Lilliput e Blefuscu, risolta da Gulliver nel primo dei suoi viaggi con la sconfitta di quest’ultima nazione, visto che Blefuscu aveva perduto l’intera flotta rubata da Gulliver e trascinata via in un colpo solo. Gulliver si rifiutò di far schiavi gli sconfitti, come volevano i vincitori e se ne tornò a Bristol da dove veniva. Sono pochi a ricordare che la causa della guerra era il differente pensiero su come si rompe il guscio dell’uovo: dalla parte piccola o da quella grossa? Un insormontabile problema teologico come lascia intuire Jonathan Swift che conosceva bene le incompatibilità religiose tra protestanti e cattolici.
Quattro

Due tipi di guerre economiche

Uno per conquistare il territorio altrui e l’altro per impadronirsi del lavoro di altri (caso classico la schiavitù). Spesso e volentieri si prende un territorio cosiddetto di nessuno e ci si comporta di conseguenza.

La storia, almeno quella che perlopiù si narra e si conosce è storia di guerre. Le cause e le conseguenze sono pertanto decisive. La citazione: “è la storia, Bellezza, e tu non puoi farci niente” è dedicata più che ai cultori di storiografia, ai molti appassionati di cinema in bianco & nero. Si riferisce a un film, L’ultima minaccia, titolo italiano di Deadline di Richard Brooks in cui Humphrey Bogart, direttore di un quotidiano che fa l’ultima campagna, l’ultimo giorno, prima di chiudere, parla al telefono con il malvagio che minaccia l’intera città. Quando costui gli chiede “cosa è questo rumore?” – ed è quello delle rotative in funzione – gli risponde, il nostro eroe, con il suo tono bogartiano, “è la stampa, Bellezza, e tu non puoi farci niente”. Tra poche ore tutta la città saprà. Non sempre la stampa è sufficiente, come si è visto con Bush, nel caso dell’Iraq nel 2003; ma almeno ci abbiamo provato. A riprova la raccolta delle trecento prime pagine del “manifesto quotidiano comunista” nel 2003, con gli ultimi bellissimi editoriali di Luigi Pintor, ormai prossimo a morire e anche un paio di chi scrive.
Cinque

Tutte le altre guerre sono economiche per cause o per conseguenze

Si possono distinguere due modelli di guerra (economica): il primo per prendere il territorio altrui e allargare di conseguenza il proprio; il secondo per impadronirsi del lavoro (o della vita) di altri, prendendo i vicini, o anche quelli di un altro continente, come schiavi o razziando le loro donne, o i figli o gli armenti.

A prima vista possono sembrare modelli molto antiquati, ma occorre una seconda riflessione … riferita a episodi recenti. Chiarisce il contenuto economico della guerra Ludwig von Mises, il grande economista austriaco in una relazione (oggi citata da un sito anarchico) tenuta in California, contea di Orange, nel 1944, quindi nel corso della II Guerra mondiale. Egli, riferendosi soprattutto alla Germania, spiegava che una nazione è mossa da due volontà: “Lebensraum”, cioè spazio vitale e “Nahrungs Freiheit” cioè libertà dalla scarsità di cibo. Aggiungeva che un grande paese come l’allora Unione sovietica, alleato nella guerra, ha sempre spazio e grano sufficienti per la popolazione; non così la Germania, condizionata sempre, nel giudizio di Hitler e dei suoi, da quelle due esigenze. Nella storia, anche recente, varie nazioni civili hanno deciso che un certo territorio – un intero continente, un mare, una banchisa polare – fosse res nullius e lo hanno incorporato, o tentato di farlo, trascurando interessi di altre popolazioni, spesso presenti in quelle plaghe da centinaia e migliaia di anni.
Sei

Prendere le ricchezze di altri

Città, campi coltivati, grano e altre derrate, miniere, luoghi di culto o religioni intere, porti sicuri, oro, oggetti artistici, donne, ecc.

Vincere la guerra significa prendere le ricchezze del nemico, togliendogli le città, i campi coltivati, i prodotti della terra, le miniere, i porti, il commercio, l’industria … e poi l’intera religione, i luoghi di culto, l’oro, gli oggetti artistici, le donne, gli schiavi. È il tempo delle Crociate e del contrattacco dei mori. Tasso e Ariosto cantano le guerre, gli eroismi, i destini magnifici e inevitabili. L’unico che prova un altro metodo in quei secoli è Francesco che va a parlare con il Saladino, ormai padrone della Terrasanta e ritorna con l’invenzione del Presepe. “Se non possiamo andare noi là, portiamo il Bambin Gesù qua”. Ma i Crociati vogliono regni, nuova civiltà e le spezie e le stoffe e le spade d’Oriente.
Sette

Guerre per difendersi

Difendere gli averi, o gli avi, o l’assetto sociale o politico dato contro i barbari che assediano la città. Guerre religiose, guerre dinastiche, guerre tra guelfi e ghibellini cioè, in Italia, guerre a chilometro zero, ma anche, dentro e fuori la Germania imperiale di allora, guerre per le investiture.

Spesso la guerra serve per riprendere la libertà perduta o attesa o più spesso le città, i campi coltivati e tutto il resto che il nemico ci ha preso al punto precedente. Naturalmente la guerra, l’armistizio, la pace che talvolta arriva fanno maturare nuove idee, scoperte, interessi, politiche, canti, scelte alternative.
Otto

Modernità

Scoperte geografiche, vasti territori inesplorati o da ripulire dagli antichi abitanti infedeli. Nascita lenta degli stati assoluti in Europa. Pace di Vestfalia. Autoattribuzione di interi continenti agli europei. Trattato di Tordesillas subito dopo la scoperta dell’America. Continuazione delle guerre europee in colonia.

La guerra dei mori e dei barbareschi, sotto forma di scorrerie (“mamma li Turchi”) nelle terre e abbordaggi ai navigli nel Mediterraneo costringono Spagna, Portogallo e poi Francia e marinerie dell’Italia ad accordarsi con i pirati (come nel caso del Moro di Venezia), oppure a “buscar India per Occidente”, oppure circumnavigando l’Africa. Spagna e Portogallo. Lontano, soprattutto si trovano di colpo interi continenti da conquistare, colonizzare, cattolicizzare. Meno di due anni dopo la scoperta dell’America (1492), nel 1494 si chiede al papa di Roma di dividere il nuovo mondo, da conquistare e cristianizzare, in pace, tra Spagna e Portogallo. Alessandro VI (papa Borgia) si presta senza remore con il Trattato di Tordesillas con il quale si traccia una linea rossa che divide le terre scoperte di recente o ancora da scoprire tra Spagna e Portogallo. I confini attuali del Brasile sono ancora quelli della linea rossa di allora. Il viaggio di Caboto alla scoperta del Canada segue solo di tre anni quello di Colombo. Gli europei combattono guerre in casa per sopraffarsi e conquistare le ricchezze altrui, ma combattono tra loro e contro l’ignoto, nello stesso periodo, guerre coloniali per impadronirsi di enormi spazi, spesso occupati da popoli antichi e di civiltà eccelsa. In America e altrove gli europei continuano infatti le guerre europee per definire i nuovi confini e le nuove monarchie. All’epoca della pace di Vestfalia (1648) nascono i moderni stati assoluti.
Nove

Rivoluzione francese. Rivoluzione americana

Guerre per difendersi dalla peste francese oppure, viste da sinistra, per allargare la libertà a tutto il continente e oltre. Le tredici repubbliche indipendenti, unite insieme, fanno guerra al re inglese e poi conquistano il continente con la “guerra indiana”. Segue la dottrina di Monroe: l’America agli americani. Guerre per espellere Spagna e Francia dall’America intera. Conquista armata di California, Texas, Florida e altro Sud.

Quasi contemporaneamente si sviluppano due rivoluzioni: americana e francese. La libertà di commercio, di impresa, di religione, la ricerca di libertà a tutti gli effetti ha portato molti inglesi sul continente americano. Essi si rendono autonomi e si ribellano al re inglese, ormai estraneo e prepotente. Sono tredici gruppi, tredici comunità. Le tredici comunità si autonominano repubbliche, si uniscono, scelgono l’indipendenza e la democrazia. Accolgono tutti gli europei di ogni religione e patria. Fanno guerra agli inglesi e li cacciano via. Poi si guardano attorno e cominciano a togliere le terre agli indiani nativi. In meno di un secolo conquistano un continente. Il loro credo è “l’America agli americani”. Lo ha proclamato il presidente Monroe, l’ultimo dei presidenti della rivoluzione, successore di Washington e Jefferson; lo ripetono tutti. Servono guerre, oltre che compravendite di territorio, per espellere francesi e spagnoli da un grande semicontinente. Siccome l’appetito vien mangiando, si continua la guerra con gli spagnoli cacciandoli da Cuba, dalle Filippine, da Portorico e Panama e così via. L’America agli americani; ma dove finisce l’America e soprattutto dove finisce il suo interesse vitale, la sua sicurezza? La seconda rivoluzione non è meno importante. Si svolge in Europa, ma è un regolamento di conti tra le classi. Il “terzo stato” francese, la borghesia, alta e bassa, decide di non poterne più degli altri due stati, l’aristocrazia e l’alto clero e li espelle dal potere. I due stati, primo e secondo, esautorati, cominciano a tramare con gli aristocratici e le monarchie del resto d’Europa. Francia contro tutti. Anche nobili contro borghesi. Ma l’Europa e il mondo con essa cambiano ancora. C’è libertà per tutti nella rivoluzione francese, nel ventennio tra la presa della Bastiglia e Waterloo. Di uguaglianza solo un briciolo e di fraternità meglio non parlarne.
Dieci

Commercio mercato industria

Guerre ideologiche ed economiche conseguenti. Liberalismo contro protezionismo. Difesa del mercato aperto o dell’industria nazionale? Caso della gomma naturale, del rame, del cotone, dei macchinari, delle nuove armi, dei nuovi bastimenti, della dinamite. Sono alcuni motivi di guerre, tra molti altri. Gran caso del petrolio. Come si alimenta la flotta inglese? Col petrolio russo e persiano, lo sa Winston Churchill, primo lord dell’ammiragliato. La trasformazione di città e campagne moltiplica una manodopera superflua o pericolosa; in questo ultimo caso un rimedio o uno sfogo è la chiamata alle armi (con conseguente guerra)

La rivoluzione industriale porta con sé altre guerre, di tipo insolito. Occorre difendere il commercio e la produzione nazionale. Occorre procurarsi derrate e materie prime da trasformare e commerciare. Ogni grande paese “industriale” deve ottenere la circolazione delle proprie merci ed essere in grado di respingere quelle altrui. Il mondo esterno deve accettare di essere mercato aperto, mentre ogni Nazione deve poter erigere un muro daziario che impedisca alle merci di fuori di entrare senza permessi e conteggi. I paesi si iscrivono quindi a uno dei due partiti, liberisti e protezionisti, con molti voltafaccia e confusioni, nonché frequenti doppie militanze. La concorrenza si pratica da parte di ciascuno contro gli altri, cercando di difendere per quanto è possibile, le prerogative e gli sviluppi prevedibili e sperati, di crescere e trasformare i concorrenti temibili in spazio aperto per le “proprie” conquiste industriali. Ci torna sopra von Mises che osserva come il commercio internazionale libero porti molti frutti, quello statizzato, in qualsiasi forma, non serva a niente non essendo capace di essere abbastanza produttivo. Ci sono scoperte e invenzioni in ogni direzione. Il petrolio serve per i motori, di navi, automezzi, treni. Serve averne molto, vale la pena di guerreggiare per averne di più e anzi per venderlo a tutti gli altri. Si presenta in molti casi un eccesso di offerta di lavoro, anche per via dell’abbandono delle campagne a causa di una assai maggiore produttività e dell’eccessiva presenza nelle città sovrappopolate della popolazione espulsa dalle campagne. Le soluzioni possibili sono di dirottare una parte dei senza lavoro all’estero, dove c’è spazio e cose da fare. Altrimenti c’è la guerra; qualsiasi guerra tiene oltretutto in riga e seleziona la popolazione in eccesso. Anche se si scoprirà presto come sia molto rischioso tenere troppi contadini e operai al fronte, dandogli le armi e ordinando loro di uccidere altri proletari, contadini e operai anch’essi.
Undici

Guerra permanente, la guerra come risorsa

Diversa dalla rivoluzione permanente di Trockij: completa vittoria del proletariato; in tutti i paesi nello stesso tempo e poi fine, la guerra permanente è lo stato di guerra continua; non c’è vittoria che basti. La guerra russo-giapponese diventa in poco tempo guerra mondiale, poi la guerra sovietica in Asia, le guerre coloniali un po’ dappertutto. Alla guerra mondiale segue a distanza di anni il riarmo di Germania e Giappone

Mentre le guerre dell’ottocento sono guerre di tipo tradizionale: prendere gli spazi o i nutrimenti altrui, e poi chiudere, dal novecento in poi la guerra cambia. Ora la guerra non chiude mai; siccome c’è sempre un nemico da battere, un pericolo da sventare, è necessaria una vigilanza armata continua con adeguamenti senza fine all’armamento bellico e all’addestramento dei soldati, almeno quelli di un esercito permanente. La prima guerra mondiale del ’14-’18 ha varie caratteristiche nuove. Forse la più importante è il coinvolgimento della popolazione, quella nemica e quella propria, nei fatti di guerra. Non c’è da mangiare, si sta al buio, si rischia di essere bombardati o devastati, anche se il fronte non si muove per mesi. Se poi il fronte si muove, le popolazioni di frontiera sono deportate, proprio come in Siria, ai nostri giorni. Ogni paese che conti ha ormai un esercito permanente e una leva, tanto più che si profilano, per i paesi ricchi del globo, negli ultimi quattro quinti del XX secolo, un nemico mortale, il comunismo e una risposta anche più subdola, il fascismo, considerato dai buoni borghesi al potere quasi dovunque, un’estrema difesa contro quel nemico mortale. Come Trockij ha teorizzato la rivoluzione permanente che in ultima analisi consiste nella completa vittoria del proletariato in tutti i paesi, senza mai arrestarsi finché il processo non sia concluso, così sono in molti a ritenere inevitabile uno stato di guerra continua, con un continuo riarmo, sempre nuove invenzioni belliche e nessuna vittoria sufficiente. C’è il Giappone che entra nel 1905 nell’agone militar-politico sconfiggendo l’impero dello zar; le guerre sovietiche dureranno per dieci anni, dal 1914 fino all’avvento di Stalin che opterà per “il comunismo in un paese solo”; poi ci sarà il riarmo della Germania, contro i debiti di guerra, la guerra di Spagna, la sciagurata conquista dell’impero etiopico da parte dell’Italia; insomma la guerra permanente è l’invenzione del secolo.
Dodici

Nuova guerra mondiale

Contro il nazifascismo, contro l’imperialismo, contro il comunismo, alleato un po’ sospetto. Bombardamento a tappeto delle città, obiettivo i civili. Hiroshima. Il mondo è diviso in due, forse in tre parti. Libertà e rottura dell’India; guerre anticoloniali. Il mondo è ridisegnato, forse

Ci sono tutte le premesse per una nuova guerra mondiale, contro il nazifascismo che si sta riarmando, contro l’imperialismo, sempre più prepotente, contro il comunismo di cui tutti gli altri hanno paura, ma che diventa a volte alleato mortale o sospetto (con Hitler, contro i polacchi, con il “mondo libero” contro Hitler). Nessuno si spiega ancora perché, ma la guerra è una risorsa (forse contro un’insoddisfacente ripartizione della ricchezza comune tra le classi?). La guerra è contro i civili che sono l’ala debole del nemico. Si deportano e si sterminano le persone (ebrei, ucraini, rom, malati) si radono al suolo le città. A Hiroshima e Nagasaki le prime bombe atomiche più che sconfiggere il Giappone in fretta, mostrano come gli americani facciano sul serio e vogliano comandare il mondo, senza incertezze. Non è l’ultima guerra, tanto che subito si ricomincia. L’India diventa libera e si divide subito dopo in due e poi in tre. Anche il pianeta è diviso in due parti e forse in tre. Ci sono le guerre anticoloniali, in Asia, in Africa. La Cina vince la sua guerra civile. Anche l’Indonesia si libera dagli olandesi. C’è la guerra in Corea, aspetto caldo della guerra fredda. Arriva infatti il tempo della “guerra fredda”, caratterizzata dal terrore nucleare, e dal conseguente bilanciamento degli ordigni e dei vettori balistici. La guerra spaziale spinge alla conquista del cielo dell’ecosfera.
Tredici

Eisenhower fa la scoperta del secolo. Il complesso militare industriale

Importanza delle armi (per difendersi ora e in futuro; non trovarsi impreparati; essere sempre i più forti) Importanza di inventare le armi, fabbricarle, provarle, utilizzarle contro un qualsivoglia nemico – nemico della civiltà, cioè dell’american way of life. L’industria bellica, per gli Stati Uniti e via via per gli altri competitori, ha una variante spaziale o Nasa, una variante nucleare, di solito circondata dal segreto. Il complesso militare industriale è enunciato nell’ultimo discorso del presidente che mette anche in guardia contro i suoi pericoli. C’è anche un movimento mondiale contro la guerra e a favore della decolonizzazione

Quando la guerra fredda che Winston Churchill ha tenuta a battesimo ha ormai dieci anni il presidente Dwight (Ike) Eisenhower spiega la legge di movimento della guerra e della pace. Si tratta del complesso militare industriale che il presidente, che da generale ha guidato lo sbarco in Normandia, spiega con precisione nel suo ultimo messaggio, nel gennaio del 1960 il giorno prima che Jack Kennedy, eletto in novembre, entri in carica. E dice così: “Un elemento vitale nel mantenimento della pace sono le nostre istituzioni militari. Le nostre armi devono essere poderose, pronte all’azione istantanea, in modo che nessun aggressore potenziale possa essere tentato dal rischiare la propria distruzione … Questa congiunzione tra un immenso corpo di istituzioni militari e un’enorme industria di armamenti è nuova nell’esperienza americana. L’influenza totale nell’economia, nella politica, anche nella spiritualità, viene sentita in ogni città, in ogni organismo statale, in ogni ufficio del governo federale. Noi riconosciamo il bisogno imperativo di questo sviluppo. Ma tuttavia non dobbiamo mancare di comprendere le sue gravi implicazioni. La nostra filosofia ed etica, le nostre risorse e il nostro stile di vita vengono coinvolti; la struttura portante della nostra civiltà. Nei concili di governo dobbiamo guardarci le spalle contro l’acquisizione di influenze che non danno garanzie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo la nostra libertà o processi democratici. Noi dobbiamo presumere che nessun diritto sia dato per garantito. Soltanto un popolo di cittadini allerta e consapevole può esercitare un adeguato compromesso tra l’enorme macchina industriale e militare di difesa e i nostri metodi pacifici e obiettivi a lungo termine in modo che sia la sicurezza che la libertà possano prosperare insieme … (Eisenhower, discorso di addio alla nazione del Presidente, 17 gennaio)
Quattordici

La guerra è indispensabile

Occorre tenere in movimento il paese e il mondo intero. La guerra è necessaria a questo fine ed è sempre più costosa. Ne nasce un circolo “virtuoso” che si alimenta da sé. Si viene a sapere che mantenere una forza di occupazione di 135 mila soldati in Iraq costa un miliardo di dollari la settimana – e senza sparare un colpo. Niente è troppo per la sicurezza della nazione

Sono in azione continua economia industriale, ricerca, università, sistema politico, finanza, alleanze come la Nato e il patto di Varsavia. Naturalmente l’attesa di guerra (come del resto la pace armata) rappresenta uno sfogo per le classi pericolose che ricevono il soldo: da soldati, come dice la parola stessa. Mariana Mazzucato nel suo libro Lo stato innovatore polemizza con quanti negano che il progresso scientifico e industriale sia dovuto all’investimento e all’intervento pubblico. Ha perfettamente ragione; dal nostro punto di vista si può suggerire di riflettere ai motivi e agli usi delle scoperte e invenzioni che dal pubblico sono poi devolute alla sfera privata. Sarebbe ingenuo pensare ai progressi umani, senza se e senza ma. Si tratta invece in molti casi, per non dire sempre, di possibili armi inventate, provate, prodotte, messe nei ripostigli, per rafforzare la capacità dello stato di essere in grado con superiorità di offendere, in un ipotetico futuro – domani, tra un anno … – un nemico o di difendersi da lui, neutralizzandone le armi e le pericolose invenzioni. In ogni paese del mondo riferire la spesa pubblica alla difesa è una scorciatoia per avere l’approvazione parlamentare e popolare. Renner e molti altri analisti offrono un profluvio di cifre sul costo e la quantità degli armamenti. (Melman, Chomski, …) Ike suggerisce però che guerra e pace non sono decise dal popolo americano, cui il presidente attribuisce il diritto dovere di scegliere il bene per tutti. Non sono decise dal presidente, dal Congresso a ciò delegati dalla democrazia americana. A decidere è il complesso militare-industriale, forte di grandi imprese, università, servizi, poteri sconosciuti.
Quindici

La guerra è cosa nostra, anche

Il caso abissino. Una guerra del secolo scorso, vero e proprio vaso di Pandora, è stata l’Italia ad aprirlo. La conquista dell’Etiopia, l’ultimo impero coloniale. Il regime fascista di Roma vuole a) vendicare Adua, la sconfitta di quaranta anni prima; b) eliminare la schiavitù dall’Abissinia, il nome che si usava allora; c) costruire in pochi anni un impero tale da fronteggiare quello inglese, enorme, ricco, vecchio di secoli; d) esaltare se stesso, capace di simili imprese. In poche parole è la maggiore vergogna della storia d’Italia. Le sanzioni internazionali e l’oro alla patria. Il discorso del duce

Nel nostro tentativo di ricostruzione minima del millenario fenomeno della guerra economica, si può riflettere sulla politica bellica imperialistica dell’Italia, fase due, cioè il caso abissino. Sarebbero seguite una fase tre e quattro, nel presente millennio. Ma di questo alla fine.
La fase uno contempla la conquista della Libia, la cosiddetta terza sponda, contro l’impero turco che governava senza energia la sponda sud del Mediterraneo. Fu un’impresa voluta dai liberali giolittiani che pensavano di controbattere alle espansioni francesi e inglesi, evitare intromissioni altrui, aprire colonie di popolamento non lontano dalla Sicilia per ridurre la pressione delle masse in Italia e aprire mercati facilmente controllabili alle industrie nazionali, ancora fragili. C’erano poi le divise e gli armamenti, le bombe e gli aerei (i primi aerei da bombardamento!) da mettere a disposizione di uno stato maggiore, il primo post garibaldino. La fase tre è la guerra somala, nell’epoca succeduta alla fuga di Siad Barre con la partecipazione occidentale alla guerra civile e tribale somala, fino alla disfatta completa. Ma veniamo alla fase due. Siamo nel 1935 ai primordi dell’anno XIV. Gli storici sanno che gli anni del fascismo partono dal 1922, l’anno della Marcia su Roma, quindi è l’anno XIV. Il potere politico proclama di voler vendicare Adua, la grave sconfitta delle truppe italiane nella precedente avventura africana di fine secolo. Come se non bastasse, si tratta di eliminare la schiavitù e di erigere l’impero, capace di fronteggiare, almeno in quella parte dell’Africa, l’impero inglese, conquistando un enorme e ricco territorio coloniale, dove eventualmente spedire una parte della popolazione nazionale senza lavoro. Il punto decisivo è l’esaltazione del regime fascista, capace di risolvere i tre punti precedenti.
Non mancano le complicazioni, internazionali e interne. La più eclatante è che l’Etiopia (o l’Abissinia come dicevamo allora) è un membro della Società delle Nazioni, un patto firmato tra moltissimi paesi di gran parte del pianeta, tutti impegnati a non farsi guerra, quanto meno. L’Italia è messa sotto accusa da Ginevra, la sede della Società delle nazioni per la sua scelta aggressiva; essa fa la guerra a un altro paese della Società; così la Società decide di applicarle delle sanzioni: in altre parole molte delle altre nazioni decidono di troncare i rapporti commerciali. L’Italia ha molto bisogno di commerciare, di vendere all’estero e di comprare dall’estero. Ne deriva un contro programma nazionale: l’autarchia. Stringere la cinghia e fare a meno di comprare dall’estero derrate, manufatti e materie prime. Per convincere la popolazione dell’inevitabilità della guerra e dei sacrifici crescenti, il regime rilancia con un programma di armi e di armamenti (e divise e razioni e munizioni) che danno lavoro, cioè dislocano in nuove attività di lavori industriali pubblici e bellici una parte della popolazione disoccupata, con un’accentuata campagna di promozione di generali e gerarchi. Per quello che manca, occorre, per comprare merci dall’estero, servirsi dell’oro che i cittadini patrioti hanno donato e donano alla patria in armi. La campagna “oro alla Patria” funziona come una tassa volontaria, ma anche come campagna di sottoscrizione a fondo perduto che serve anche per pubblicità alla guerra e alla patria assediata e in pericolo. La risposta della popolazione più che in tonnellate di oro raccolto e fuso deve essere valutata tonnellate di propaganda. Si punta sulle donne, invitate a portare e gettare sull’ara della patria l’anello di matrimonio, con un fortissimo controllo sociale. So di una persona, una giovane madre che mi ha raccontato la sua storia. Quando si trattò di gettare la vera d’oro sul braciere e cambiarla con una di ferro, lo fece con quella che aveva al dito, solo che si trattava della vera del marito che insofferente di anelli l’aveva messa in un cassetto il giorno stesso del matrimonio. La giovane signora, in dolce attesa, come si diceva allora, aveva il dito dell’anello un po’ ingrossato e così, da qualche settimana, aveva messo da parte la sua vera e preso quella del marito, più larga, e quella aveva patriotticamente gettata nel fuoco, con l’idea di riprendere la propria, venuti che fossero i tempi migliori, tanto per l’anulare in condizioni originali che per la possibilità di mostrare, senza discredito, ancora e sempre l’anello d’oro che le era stato donato in pegno d’amore. I tempi migliori tardarono a tornare. Vennero prima le leggi razziali e la giovane signora restò malissimo, perché riguardavano anche lei che si chiamava Schwarz. Vennero poi le persecuzioni e la signora si nascose e dovette scappare e fu fortunata e scappò. Tornata la pace, dopo qualche anno la signora Schwarz, mia madre, mi raccontò tutta la storia cercando la mia complicità, visto che ero io quello che alla fine del 1935, anno XIV, aspettava.
C’era dunque un’offerta di territorio, di potenza e ricchezza per chi avesse voglia e carattere per approfittarne e una domanda di armi di navi, di aerei, di chimica e bombe, di trasmissioni, di gerarchia e ordine per gli anni a venire. Tutto questo si rispecchia in un discorso di Benito Mussolini al Cnel, quello che abbiamo mantenuto in vita con il “no” al referendum del 4 dicembre 2016. Nel discorso, tenuto il 1935 si parla di molte cose, per esempio della ginestra “quella di Leopardi” con cui sostituire il cotone e della fondazione del Cnr (consiglio nazionale delle ricerche) creato dal regime per ovviare all’assedio e inventare le nuove armi e i nuovi materiali per sopperire alle sanzioni. Mussolini arrivato alla fine del suo dire, riassume così: “L’assedio societario ha collaudato la tempra della stirpe e come non mai l’unità delle anime. Il sacrificio affrontato dal popolo italiano in Africa è un immenso servigio reso alla civiltà e alla pace del mondo e ancora a quelle vecchie e troppo sazie Potenze coloniali che hanno commesso l’incredibile errore storico di ostacolarci. L’Italia in Africa conquista dei territori, ma per liberare la popolazione che da millenni sono in balia di pochi capi sanguinari e rapaci. Lo slancio vitale del popolo italiano non fu e non sarà fermato dalle reti proceduristiche di un Patto che invece della pace reca all’umanità le prospettive di una guerra sempre più vasta. Trenta secoli di storia – e quale storia! – la volontà indomita delle generazioni che si avvicendano e salgono, la capacità di sacrificio più alta, quella del sangue, dimostrata tre volte in questo periodo di secolo, sono elementi sufficienti per alimentare la nostra fede e aprirci le porta dell’avvenire”.

Sedici

George Orwell: la guerra è pace

Arundathi Roy ha ripreso la formula di 1984. Anche Noam Chomsky aveva ripetuto la formula del Big Brother o Grande fratello (La guerra è pace; la libertà è schiavitù; l’ignoranza è forza)

Rileggere quel libro serve per imparare di nuovo la forma del mondo, con Oceania, Estasia ed Eurasia, tre grandi superstati, rivali e combattenti a due a due. C’è un’area di nessuno che viene contesa da tutti; è l’Africa, è un quadrilatero che va da Fez a Brazzaville, a Darwin, a Hong Kong. Area importante, si può vincere o perdere, ma poco cambia, nella guerra che continua sempre.
Spiega 1984 che la guerra continua e chi non la pensa così sarà in breve eliminato dalla invadente psicopolizia che richiede a tutti di pensarla allo stesso modo e servendosi delle stesse parole, espresse in una neolingua inevitabile …

Diciassette

Il nemico da odiare, Emmanuel Goldstein

Orwell suggerisce un pensiero all’arcinemico: Queste popolazioni non aggiungono nulla alla ricchezza mondiale, dal momento che tutto ciò che producono è utilizzato per fini bellici … Lo scopo fondamentale della guerra moderna (che conformemente ai principi del bipensiero è allo stesso modo affermato e negato dalle teste pensanti del partito interno) è quello di consumare ciò che producono le macchine, senza che ne risulti innalzato il tenore di vita …

Alti medi bassi. La popolazione è divisa in tre classi. I bassi non contano. I medi riescono ogni tanto a sopraffare gli alti e prendono il loro posto, diventando a loro volta alti, ma senza cambiare la forma della società …
Diciotto

Imperterriti torniamo in Libia. Cerchiamo petrolio, troviamo immigrati

Libia, penultima guerra. La guerra libica è prettamente economica, senza possibile dubbio. Si tratta di impadronirsi del petrolio (il migliore del mondo, ecc, ecc.), il più semplice da estrarre per non dire del gas, un’altra enorme, ottima risorsa di misura di dimensioni ancora sconosciute (Paolini, Limes). Sul petrolio e sul gas si sono avventati i soliti italiani dell’Eni e poi compagnie tedesche (Wintershall), contrastate dalle rivali americane, inglesi, francesi. Le complicazioni diplo-petrolifere hanno rimesso Gheddafi, fino ieri reprobo colpito da missili (Ustica) e bombardato (Reagan), all’onore del mondo. È di nuovo lui il mazziere che distribuisce le carte tra i giocatori multinazionali. Gli vengono tributati molti onori che non lo risarciscono dei bombardamenti e degli attentati aerei che ha dovuto subire a metà degli anni ottanta, ma forse attenuano la sua attenzione. La vicenda del petrolio e del gas è solo la prima del quadro libico all’inizio del millennio. Si intreccia con essa l’affare delle armi – e si parla di aerei da combattimento, carri armati, elicotteri, missili, sistemi di difesa. C’è poi la finanza che lega tutto, esaltata dai tempi calamitosi seguiti, tanto per fissare loro uno spunto iniziale, con il crollo di banca Lehman Brothers a Wall Street. Anche Gheddafi, come gli altri potentati petroliferi, dal Qatar alla Norvegia, ha messo in piedi un Fondo sovrano. Esso ha cominciato a comprare azioni e proprietà immobiliari, in Europa e in altre plaghe. Gli acquisti italiani sono davvero cospicui, soprattutto se riferiti ad anni di magra. Al dunque è Sarkozy, l’impaziente presidente francese che rompe gli indugi e prende le mosse. Invita il rais a Parigi e lo tratta con tutti gli onori, come un sovrano. Corre voce che i libici abbiano finanziato la campagna elettorale del neo eletto presidente francese. Siamo nel 2007, il crollo finanziario mondiale è appena agli inizi, ma anche questo conta, nel cambio delle alleanze. Ricorda Paolo Sensini, autore di “Libia – Da colonia italiana a colonia globale”, Attualità Internazionale come pure Negri ne Il sole 24 Ore che l’occasione del pour-parler è la “fornitura di uno o più reattori nucleari” che servirebbero per produrre acqua desalinizzata per un’area particolarmente a secco e per “il sostegno alle attività di prospezione e sfruttamento dei giacimenti di uranio”, immancabili nel desertico sud del paese africano. Centrale nucleare in cambio di minerali. Do ut des. Uno scambio tutto inventato, ma tecnicamente plausibile, quindi diplomaticamente perfetto. Entrambi i contraenti sono al corrente che si tratta in una copertura. La verità è un traffico di armi. Più coperto, ma vero c’è infatti “l’acquisto di 14 caccia Rafale, 35 elicotteri da combattimento di produzione francese, forniture varie e infine 21 aerei di linea Airbus”. Passa un po’ di tempo e si arriva al 2011. Interviene un impiccio. In quell’occasione c’è un passaggio da congiura di palazzo degna del sedicesimo secolo. A Parigi arriva uno stretto collaboratore di Gheddafi che in sostanza rivela al presidente francese che i libici stanno comprando altre armi, trattando altri bombardieri, altri missili con paesi rivali. Per la precisione, con un paese concorrente nei petroli. Forse Berlusconiland? In cambio lo spione chiede – e ottiene – un riparo politico e un lauto compenso. Passano poche ore e Sarko comincia a bombardare, quasi a dimostrazione della bontà dei suoi articoli. Egli ha rifondato con nuovo nome una compagnia nazionale energetica, Noc che ha spuntato percentuali fino al 90% sul valore di mercato del petrolio estratto, aprendo le gare tra le compagnie rivali. In altre parole dietro alla guerra dei buoni contro il cattivo (di nuovo cattivo) Gheddafi ci sono energia – petrolio e gas – buona per l’Italia e altre multinazionali; armi e territori saheliani che interessano la Francia che vi mantiene poligoni di tiro, vi scava uranio, sovrintende con la forza della sua Legione straniera: denaro sotto forma di fondi sovrani, banche, possibili monete africane per sostituire franchi francesi per i traffici e dollari per pagare petrolio e gas. Gheddafi viene ucciso in un modo atroce ed esemplare – qui comandiamo noi – poi tutto rimane per aria perché non si è deciso chi si assume la responsabilità e chi ci guadagna, petrolio, uranio, contratti per le armi, fondi sovrani. Si formano due campi, rappresentati da due personaggi Faiez Sarraj e Khalifa Haftar che il nuovo presidente francese Macron riceve a Parigi, facendo loro promettere che faranno le elezioni nel 2018, ma facendo capire: chi offre più barili per i miei fucili? D’altro canto la loro forma di pressione sull’Europa è quella di mettere in mare (consentire o non consentire) la partenza dei gommoni stracolmi. Non si sono resi conto, entrambi, che l’Europa, piena di altruismo, si è già tirata indietro, lasciando solo “Lampedusa”, povera, isolata, ad affrontare il problema.
Fonte: sbilanciamoci.info 

Città, spazi abbandonati, autogestione

di Pietro Saitta
È l’età più oscura dal dopoguerra, lo sappiamo. E non perché ci sia in fondo nulla di nuovo sotto il sole nel paese che ha inventato il Fascismo e visto poi succedersi ministri della “guerra interiore” come Scelba, Tambroni, Cossiga, giù sino al loro erede Minniti; il paese dello stragismo, dei processi di massa ai danni dei militanti politici e poi quello del riflusso, delle infinite sperimentazioni neoliberali, dei tagli crescenti alle garanzie sociali – dal lavoro alla casa – e della città “disneyficata” e musealizzata. Il paese, ancora, dei mille “nemici adeguati”: in ordine storico, i “capelloni”, i tossici, i centri sociali, il “popolo della notte”, gli immigrati, i rifugiati.
L’oscurità del presente, insomma, non è data tanto dalle azioni di una classe politica terribilmente autoritaria, dai bersagli e dai progetti di quest’ultima, oppure dalle novità intrinseche nelle ideologie e nelle sensibilità anti-umaniste che la orientano e che montano nel paese. L’oscurità a cui ci riferiamo, invece, è quella che consiste nell’apparente fine dell’opposizione istituzionale e sociale a queste tendenze antiche, e nell’impossibilità di un’adeguata rappresentanza delle istanze di segno opposto.
L’impossibilità, cioè, per una parte esigua ma irriducibile di questo paese di potersi sentire minimamente parte sia di una opinione pubblica sia di un progetto nazionale (non nazionalista né identitario) volto al bene comune, alla giustizia sociale e al primato dell’umano sui nuovi processi di accumulazione ed esproprio. E il consolidarsi, dunque, di una percezione in sé tutt’altro che originale, ma investita comunque di nuovi significati storici, che consiste nella “responsabilizzazione”. Ossia nella consapevolezza di una generazione disaffiliata e residuale, senza sponde istituzionali né simpatie estese nel paese – una “minoranza perfetta”, insomma – che il proprio futuro e quello di coloro destinati alla marginalizzazione a opera dello Stato (immigrati, lavoratori poveri e indesiderabili a vario titolo) dipenda da loro e solo da loro.
La coscienza, in altri termini, che nessuno farà il “lavoro della resistenza” al posto di questa sparuta minoranza e che il compito che il destino le ha riservato è ingrato, paragonabile a quella di chi, in un epoca mai davvero troppo distante, si è gradualmente ritrovato dapprima dinanzi all’adeguamento delle rappresentanze socialiste alle istanze capitaliste e poi davanti a una serie di guerre, a una crisi economica senza precedenti, alle suggestioni di una leadership forte e alla sua pedagogia della modernizzazione; alla repressione di un’opinione pubblica critica, agli “sventramenti” urbani e alla ricollocazione delle popolazioni; e, infine, all’emergere di un discorso razzista, alle deportazioni e ai lager.
A quella generazione, proprio malgrado resistenziale, toccò confrontarsi col dilemma del cosa fare nell’immediato e del come convertire la propria visione minoritaria intorno allo stato delle cose in una visione di maggioranza, utile a sovvertire l’autoritarismo imperante e a ripristinare una democrazia inclusiva.
Non mancherà di certo chi opporrà che il passato non ritorna e che il presente in ogni caso non ha nulla di quel passato. Ma a costoro possiamo ricordare che il passato ha invece la triste tendenza a ripresentarsi come farsa, e che le farse possono essere uno spettacolo ben più deprimente dei drammi originali. A ogni modo, ciò che vi è di interessante in quella critica potenziale è l’invito ad aggiornare le categorie attraverso cui leggere il cambiamento dei dispositivi materiali e linguistici di produzione dell’ordine. Un’attività di ricerca, però, che non deve smarrire il senso della memoria e della continuità storica dei processi; partendo dall’assunto che proprio il “nuovismo” è da sempre parte essenziale delle ideologie e delle narrazioni autoritarie.
Oggi come ieri dobbiamo però essere in grado di leggere anche le “altre” continuità: quelle che legano processi apparentemente distanti loro, oppure tradizionalmente oggetto di riflessioni disciplinari specialistiche e particolari. Dobbiamo cioè essere in grado di leggere le connessioni – a livello concettuale così come di attori – tra guerre esterne e interne, tra “crisi” e processi di ristrutturazione urbana, tra liberalizzazioni e vita quotidiana, tra storia e contemporaneità. Dobbiamo cioè rinvenire il filo che connette applicazioni apparentemente distanti, ma unitarie, del governo delle cose. Quello, insomma, che permette di leggerle come un dispositivo unico.
Dobbiamo inoltre riflettere sul diritto, le trasformazioni nella cultura degli operatori giuridici (dal legislatore ai magistrati, passando per la polizia) e ragionare così anche sulla nostra difesa, oltre che su quella della città comune. Consapevoli del fatto che la lotta del presente non è più solo un’arte marziale che si fonda sullo scontro e su una netta divisione dei fronti, ma anche una raffinata competenza discorsiva volta a disarcionare il nemico sfruttandone forza e contraddizioni. Fermo restando, naturalmente, che occorre tenersi distantissimi dai postmodernismi radicali e dalle finte contaminazioni su cui si fondano le retoriche interessate del “né di destra, né di sinistra”.
Dobbiamo dunque riflettere sulle tattiche e le strategie; ossia sul presente e gli aggiustamenti minimi, ma anche sui modi di imporre un altro ordine del discorso intorno ai grandi e ai piccoli temi, venendo così inseguiti e non inseguendo.
Infine occorre ragionare sulla “riproduzione”. Sui modi cioè, attraverso cui estendere visioni concorrenti e dissidenti rispetto a quelle egemoni (la più importante delle sfide, probabilmente). E anche, se così vogliamo dire, sul come comunicare la definitiva trasformazione di una ribellione originariamente generazionale e contro-culturale, maturata sostanzialmente in seno alle classe medie, in un processo politico-sociale “maturo”, che include e risponde ai bisogni primari di quelle fasce sociali preda degli imprenditori morali di destra così come dei neofascismi. Come rendere nota, insomma, questa fase matura dell’“antagonismo”? Quella che supplisce temporaneamente alla ritirata dello Stato, fornendo case, cibo e varie forme di assistenza a chi, a prescindere dalla nazionalità, è collocato ai margini dai processi di ristrutturazione dello Stato. Un processo, peraltro, che è ben chiaro ai mandanti della repressione, ma del tutto oscuro per gran parte dell’opinione pubblica.
In conclusione, credo che la giornata di studi organizzata da Crash sia essenziale perché coniugherà ricerca e azione, intellettualità e prassi, simbolizzazione e presenza, memoria e futuro dell’azione sociale di base. Soprattutto, però, sta lì a dimostrare che la Resistenza continua malgrado tutto. In fondo è sopravvissuta a Mussolini; sopravvivrà a Minniti.

Quello qui presentato è uno degli interventi introduttivi alla giornata di studi organizzata il 3 ottobre 2017 a Bologna dal Laboratorio Crash! sul tema “Citta, spazi abbandonati, autogestione”. Per ulteriori informazioni: https://www.infoaut.org/culture/citta-spazi-abbandonati-autogestione-call-4-contributions

Fonte: effimera.org 

L’uso politico dei migranti e la spoliazione dell’Africa

di Cristina Quintavalla
La tragedia umanitaria che si sta consumando sotto i nostri occhi, acuita dall‘inarrestabilità dei processi migratori, è resa tanto più drammatica quanto più viene utilizzata a fini politici e sociali, in Italia e in Europa. La questione della fuga di milioni di uomini, donne, bambini dai loro paesi d’origine e l’approdo di molte migliaia di essi sul territorio europeo viene presentata come la conseguenza del sottosviluppo, legato ad economie non industrializzate, rurali, primitive, imputabili ad arretratezza, o a regimi dittatoriali, a guerre intestine e fratricide. Insomma imputabili a storie e responsabilità loro. 
Viene messa in scena una sorta di concezione della storia, fondata su una dialettica contrappositiva tra civili/civilizzati/sviluppati/benestanti/capaci/meritevoli e incivili/sottosviluppati/incapaci/poveri/immeritevoli: l’assalto di questi ultimi alla nostra ricchezza, prosperità, sicurezza, civiltà si configurerebbe come una minaccia gravida di insidie e pericoli, causa della disoccupazione, della precarizzazione delle vite, della crisi economica, dell’imbarbarimento sociale.
Di questo si tratta in primo luogo: della costruzione di una narrazione che rende giustificabili i respingimenti collettivi, la chiusura delle frontiere, l’erezione di muri, la militarizzazione delle operazioni di ricerca, la collaborazione con regimi ripetutamente denunciati per violazione dei diritti umani, la detenzione in hotspot in stato di sospensione, quando non di brutale e violenta negazione dei diritti, come sta avvenendo in particolare nel territorio libico, posto sotto il controllo del sedicente governo di Al Serraj, con cui le autorità italiane, con la benedizione delle istituzioni europee, hanno stretto accordi.
L’uso politico dei migranti in secondo luogo serve a intorpidire lo scontro sociale, sino ad annacquare la lotta di classe, che si vorrebbe relegare nella pattumiera della storia, in quanto inattuale, e catalizzare la rabbia, il malcontento, l’insoddisfazione di tutti coloro che in Europa sono colpiti dalla crisi e conducono vite sempre più precarie e ricattabili, sul “nemico interno”, dato in pasto ad un’opinione pubblica resa inferocita. E’ un obiettivo ghiotto: per impedire la lotta tra servi e padroni, viene alimentata quella tra i servi. 
In verità i processi migratori sono la resa dei conti che la storia restituisce ad “un’economia che uccide”: che ci piaccia o no siamo in presenza di processi epocali e strutturali, che sono il portato del plurisecolare governo imperiale del mondo, che, pur con varianti – colonialismo, imperialismo, decolonizzazione- si protrae dall’età moderna ai nostri giorni. 
La deriva imperialistica, accompagnata dalla ristrutturazione dei processi produttivi, dall’accentramento della produzione nelle mani dei grandi monopoli, trust, cartelli, dalla fusione del capitale bancario con quello industriale, dall’esportazione di capitale, ha consentito che si compisse la più spregiudicata opera di conquista di popoli, terre, risorse, spartiti tra le grandi potenze europee, dal continente africano a quello asiatico, assoggettando milioni di esseri umani, schiavizzati, martoriati, privati dell’elementare diritto all’esistenza.
E’ indissolubile il legame intercorrente tra lo sviluppo economico di alcune grandi potenze – Germania, Francia, Belgio, Inghilterra in particolare- e l’estensione del dominio imperialistico europeo per circa la metà del globo terrestre, soggiogando e sottoponendo ad una sistematica spoliazione oltre un miliardo di esseri umani.
Le pratiche di dominio sono stati il commercio iniquo, l’occupazione diretta o indiretta attraverso la creazione e l’uso di classi dirigenti, spesso autoctone, corrive e complici dei piani di dominazione e sfruttamento, l’esportazione di capitale, la suddivisione delle sfere di influenza. Scrive lo storico Fieldhouse che
“Comunque, in regime protezionistico o di libero scambio, la tipica colonia moderna produceva ed esportava materie prime o semilavorati, importando la maggior parte dei manufatti di cui necessitava. Ciò la rendeva complementare alla sua madrepatria industrializzata e la metteva in condizione di sfruttare al massimo la sua dotazione di fattori produttivi e il principio del vantaggio comparato. Tale specializzazione, tuttavia, lasciava la colonia pericolosamente vulnerabile alle fluttuazioni del mercato internazionale, come avvenne nel corso degli anni trenta; inoltre le impediva di realizzare un rapido sviluppo economico attraverso l’industrializzazione[…] Un altro risultato comune a molti paesi è stato un enorme debito con l’estero, contratto per finanziare il nuovo sistema industriale”.
Insomma l’arretratezza economica e sociale delle ex colonie è stato il prodotto storico di relazioni di dipendenza che le società occidentali hanno loro imposto, facendone il serbatoio a cui attingere sia materie prime, sia manodopera a basso costo. Tale rapporto di dipendenza è stato mantenuto anche a seguito della decolonizzazione. Scrive sempre Fieldhouse che
“Nello stesso tempo i capitalisti occidentali riuscirono a fare investimenti in ogni campo in cui intravedevano ampi margini di profitto, con il risultato che, al momento dell’indipendenza, le ‘leve del comando’ dell’economia coloniale erano nelle mani di multinazionali estere. Il colonialismo, dunque, fu soprattutto responsabile dell’eccesso di specializzazione e della povertà di quasi tutte le ex colonie, e la decolonizzazione giunse solo quando, e in quanto, il capitalismo occidentale si convinse che il processo di ristrutturazione delle economie coloniali in base ai suoi interessi era giunto a un punto così avanzato che persino l’indipendenza non avrebbe più potuto invertirlo.”
Giustamente la CEI della Liguria parla di “Fenomeno sociale epocale”ed accusa l’occidente di “smemoratezza storica”
“Nel modo con cui il fenomeno delle migrazioni forzate viene affrontato, è contemporaneamente cancellata la storia: spesso non si riconosce il minimo coinvolgimento nelle cause storiche (economiche, politiche, ambientali, sociali, ecc…) che sono alla base dell’attuale fenomeno delle migrazioni. Questo, di contro, non è per nulla un fenomeno casuale, ma ha salde e profonde radici che legano tra loro gli enormi flussi migratori degli ultimi secoli. Nessuno può tirarsi fuori da questo esame di coscienza.”.
D’altro canto papa Francesco nel III Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, svoltosi dal 2 al 5 novembre 2016 a Roma, ha detto che «siamo creditori di un debito storico, sociale, economico, politico e ambientale che deve essere saldato». Giustamente i vescovi liguri sottolineano che quella di Francesco “ è un’espressione che rovescia la visione del mondo e pone i popoli sfruttati non tra i debitori dei ricchi, ma tra i creditori degli stessi e non solo da un punto di vista economico e finanziario, ma anche da un punto di vista sociale, ambientale, storico e, pertanto, politico.” 
E’ proprio così, come confermano i dati economici. « Troviamo che i Paesi dell’Africa sono, nel complesso, creditori netti nei confronti del resto del mondo per un ammontare di 41,3 miliardi di dollari nel 2015 … Quindi la ricchezza che sta lasciando il continente più povero del mondo è maggiore rispetto a quella che vi sta entrando. » è scritto nel rapporto Honest Accounts 2017, pubblicato nel maggio scorso, in cui viene precisato:
« L’Africa è ricca – nel potenziale di ricchezza mineraria, di lavoratori qualificati, di crescita di nuove imprese e di biodiversità. Gli Africani dovrebbero prosperare, le economie africane dovrebbero essere fiorenti. Eppure molte persone che vivono nei 47 Paesi dell’Africa rimangono intrappolate nella povertà, mentre gran parte della ricchezza del continente viene estratta da coloro che vivono in altri Paesi all’esterno. » 
Tale spoliazione è il prodotto dell’estrazione di plus-valore, conseguito attraverso il rimpatrio dei profitti, l’uscita illegale di flussi finanziari, la riduzione di imposte alle società multinazionali -“che deliberatamente registrano in modo errato il valore delle loro importazioni o esportazioni per ridurre le imposte” ed esercitano pressioni sui governi da loro sostenuti per ridurre la pressione fiscale – , attraverso il ricatto del debito, i cui interessi sono sempre più esosi, e la razzia di risorse preziose. “La sola ricchezza minerale potenziale del Sudafrica è stimata essere pari a circa 2.500 miliardi di dollari… » – si dice nel Rapporto -, senza parlare del coltan, dell’oro, dell’argento, del tungsteno, del rame, del cobalto, dello stagno, dei fosfati, del manganese, dei diamanti, rubati dalle multinazionali agli altri paesi dell’Africa, che dispone del 30 % delle risorse mondiali.
I numeri sono sconvolgenti: 
18 mld di dollari di interessi che i paesi africani devono pagare sui debiti con la finanza occidentale
68 mld di dollari di evasione fiscale da parte delle multinazionali, tale da consentire a 165.000 miliardari di disporre di un patrimonio di 500 mld nei paradisi fiscali, pari al 30% della ricchezza dell’Africa 
32 mld di dollaridi profitti esportati dalle multinazionali
29 mld di risorse esportate ogni anno con il commercio illegale 
Per l’accaparramento di queste risorse si stanno attualmente combattendo in Africa ben 33 sanguinosi conflitti, che hanno prodotto milioni di morti, un lucrosissimo commercio di armi, con cui ingrassano le classi dirigenti di molti paesi occidentali, e la fuga di centinaia di migliaia di disperati dalle zone di conflitto.
Quella che si consuma sotto i nostri occhi è dunque un’altra dialettica storica: quella tra servi e padroni, che si sta dispiegando a livello internazionale, in un mondo diviso tra i nuovi schiavi e il grande capitale economico finanziario. 
Hegel nella Fenomenologia dello spirito afferma che agli albori della storia la lotta per la vita e per la morte si è risolta con la riduzione in servitù di un uomo da parte del vincitore, trasformatosi in padrone. Il servo per effetto di tale rapporto è ridotto alla dimensione puramente corporea, animalesca, di cui il padrone dispone liberamente per soddisfare il suo appetito, consumando l’altro da sé e riducendolo ad oggetto. Non è un caso che oggi venga intentato un gigantesco atto d’accusa nei confronti dei servi, funzionale a denigrarli, e dunque a giustificare una più sistematica opera di disumanizzante dominio. Ma è il servo – scrive Hegel – colui che indica la verità di questo rapporto, poiché ha in sé, seppur molto inconsapevolmente, la verità dell’autocoscienza, che consiste nell’indipendenza e nella certezza di sé. 
D’altro canto non ci può essere futuro per il capitalismo senza politiche imperialistiche, e non c’è rimedio alla legge dello “sviluppo ineguale e combinato”, proprio di un sistema economico produttivo in mano alle grandi oligarchie finanziarie, fondato sulla divisione internazionale del lavoro, sull’accaparramento delle risorse e delle fonti energetiche.
Le orecchie da lupo spuntano sotto l’ immagine degli aiuti internazionali: a fronte di 19 mld di aiuti (“aiutiamoli a casa loro”!) più di 200 mld in modo diretto o indiretto defluiscono dall’Africa verso le multinazionali e la grande finanza.
Non aiutiamoli più, per carità! Fermiamo le grandi multinazionali e mandiamole via dal continente africano. Si risarcisca l’Africa per il saccheggio sistematico subito e per i danni all’ambiente e i cambiamenti climatici prodotti.
Magari solo per una decina di anni. E poi contiamo i migranti.
Potremmo allora guardare il mondo dalla verità del servo, di colui che è stato ridotto in servitù.
Fanon, il medico algerino autore dei Dannati della terra, libro che denunciò il colonialismo, in particolare quello francese, sostiene che alla crisi profonda della civiltà occidentale, in preda ad un processo di disintegrazione tecnologica, ambientale, culturale, spirituale, debba corrispondere la nascita di un uomo nuovo, che tenga conto certo delle tesi prodigiose prodotte dalla cultura europea, ma anche dell’incontro con quei milioni di esseri umani che l’Europa colonialista e imperialista ha voluto dimenticare, ignorare, denigrare per giustificare il suo dominio.

Fonte: popoffquotidiano.it 

Cosa ci attende nel nuovo anno scolastico e accademico?

di Giovanni Ordanini
L’anno scolastico nelle scuole e l’anno accademico nelle università ha avuto nuovamente inizio. Tuttavia nell’arco della pausa estiva le riforme della Buona Scuola e della ministra Fedeli sono proseguite sotto la volontà del governo e di Confindustria per creare sempre più posti di lavoro (ultra precari e pagati a voucher s’intende) e sempre meno conoscenza e spirito critico negli studenti. Facciamo quindi un breve riassunto delle notizie degli ultimi mesi estivi, partendo dalla riforma delle scuole elementari e medie [1], dove d’ora in avanti non si potrà più bocciare gli alunni per via del basso rendimento scolastico. La motivazione che viene espressa dal Ministero è quella per cui l’Italia è tra le nazioni europee con la maggiore dispersione scolastica: è sembrato ovvio e giusto quindi “eliminare” il problema chiudendo gli occhi e facendo passare all’anno successivo gli alunni anche senza le conoscenze adeguate, semplicemente spostando il problema di pochi anni più avanti. Questo perché o gli studenti concludono gli studi finito il ciclo delle scuole medie (con tassi di disoccupazione del 48,1% rispetto a chi continua gli studi [2]) oppure finendo con le scuole superiori il tasso di occupazione è nettamente inferiore a chi continua gli studi con l’università, circa del 33% in meno [3]. Ovviamente non tutti possono permettersi di iniziare gli studi universitari, e ancor meno studenti li finiscono: l’Italia è al penultimo posto per laureati, ma a quanto pare secondo le ultimissime affermazioni della Ministra dell’Istruzione [4] la colpa non è del governo e delle continue riforme che hanno alzato le tasse e i costi della vita universitaria, ma delle famiglie a basso reddito che non vogliono mandare i figli all’università: la colpa è dei poveri.
La seconda novità (più esattamente è un ampliamento di una pericolosa sperimentazione) è il nuovo decreto [5] firmato dalla Ministra per cui aumentano a 100 le scuole (licei e tecnici) che sperimenteranno la formula dell’istituto di quattro anni. Nella pratica, i professori e gli studenti dovranno essere in grado di sviluppare il percorso canonico di cinque anni in quattro, mantenendo gli stessi livelli degli studenti delle altre scuole. Per poter rendere questa sperimentazione almeno possibile (non c’è bisogno di mettere dei dati a riprova del fatto che anche negli istituti canonici di cinque anni di frequenza non si riesce mai a concludere il piano di studi di materia) l’alternanza scuola-lavoro verrà svolta dagli studenti unicamente nei periodi di vacanza invernale ed estiva, vanificando completamente la “vacanza”, intesa fino ad oggi come momento di rilassamento o di studio per recuperare. In questo modo per gli studenti sarà più facile abituarsi ai ritmi del lavoro retribuito, con poche ferie, straordinari non pagati e lavoro obbligato anche nelle domeniche e nei festivi.
Vediamo dunque da queste due principali novità legislative in ambito studentesco medio che la necessità di far concludere gli studi il prima possibile per poter immettere i ragazzi in un mondo del lavoro saturo e con contratti al limite della legalità è una prerogativa del Ministero e di Confindustria, a cui servono sempre meno menti pensanti e sempre più precariato, già inserito in una dinamica lavorativa di bassa specializzazione tramite l’odiata alternanza scuola-lavoro. Ricordiamo infatti nuovamente come Confindustria abbia richiesto [6] che i progetti di alternanza negli istituti professionali raggiungano almeno il 50% del tempo scolastico totale (riguardo questo argomento rimando a un mio scorso articolo specifico sul tema).
Inoltre due notizie specifiche della Regione Lombardia: la prima è la denuncia del sindacato di base USB, il quale attacca la Città Metropolitana di Milano per le risorse irrisorie stanziate per l’anno 2017/2018, soli 1000 euro a scuola per le spese di gestione ordinaria, quali la manutenzione, la sicurezza e il riscaldamento [7]. L’accusa di USB è quella per cui mediamente viene stanziato un euro per ogni alunno di Milano. La seconda notizia invece si inserisce nelle gigantesche spese – 23 milioni di euro – che la Regione Lombardia spenderà solo per i tablet da utilizzare per il voto elettronico (proposta portata avanti dal Movimento 5 Stelle), ma che rimarranno nelle scuole dopo il voto [8]. Un contentino assolutamente inutile (sicuramente meglio investire denaro nella messa in sicurezza delle scuole piuttosto che nei tablet) se si pensa alle gigantesche spese di propaganda che la Lega Nord e il presidente della Regione Lombardia Maroni affronterà per questo inutile e dannoso referendum (qui un appello per votare NO al Referendum).
Passiamo alle notizie sul fronte universitario. La più importante, che si sta sviluppando dall’inizio dell’estate ed esploderà durante la sessione autunnale, è il famoso e famigerato sciopero dei professori, specificatamente indetto dal Movimento per la dignità della docenza universitaria. Lo sciopero è stato indetto in tutta Italia per richiedere con forza lo sblocco degli scatti di anzianità che i professori non percepiscono dal 2011, e nei fatti i professori si asterranno dal primo appello di esame. Gli scioperi vengono dichiarati apposta per creare disagi, in questo caso però oltre al danno d’immagine dei vari atenei sparsi per l’Italia chi verrà maggiormente colpito saranno gli studenti, già da tempo vessati dalla riduzione degli appelli d’esame e l’aumento di possibilità di finire fuori corso, senza parlare degli studenti-lavoratori che saranno ancora più svantaggiati. La cosa che colpisce è il fatto che i professori non abbiano chiesto un aiuto o almeno una unione politica alle varie organizzazioni studentesche presenti nelle varie università, ma abbiano deciso per uno sciopero (all’inizio con modalità molto nebulose che ne facevano dubitare della possibile effettiva riuscita) indipendente. Questa cosa è sicuramente da contestare, perché se i docenti non vengono pagati quanto dovrebbero esserlo, i laboratori sono meno, le aule sono sempre piene, le rette universitarie aumentano, il mercato libraio è sempre più un cartello, i disagi non sono solo dei professori ma anche degli studenti! Si sarebbe maggiormente auspicato una lotta unitaria per richiedere maggiori fondi per l’Università.
La seconda notizia è ancora una specifica dell’Università degli Studi di Milano (la Statale), cioè la vittoria degli studenti dopo che il TAR del Lazio ha accettato di rimuovere il numero chiuso nelle facoltà di Studi Umanistici della Statale, scavalcando la decisione presa dal Rettore Vago e da metà del Senato Accademico, con anche l’avvallo del sindaco di Milano Giuseppe Sala. Ovviamente la risposta del Rettore non si è fatta attendere e subito è stato richiesto il ricorso avverso questa sentenza [9], bloccando tutto il meccanismo: circa 3.000 aspiranti matricole a Milano non sapevano se avrebbero potuto o meno iscriversi all’Università Statale, non avendo ancora sostenuto i test di ammissione. Ulteriore notizia che giunge durante la scrittura di questo articolo è che il Rettore ha deciso di ritirare il ricorso [10], rendendosi conto che i tempi tecnico-burocratici per una simile azione sarebbero stati troppo lunghi, e gli studenti non si sarebbero potuti iscrivere: oltre al danno d’immagine ci sarebbe stato un buco di milioni di euro per le mancate tasse. Tasse che ricordiamo essere recentemente di nuovo aumentate per gli studenti fuori corso e rimodulate in base al numero di CFU acquisiti [11], rendendo sempre più palese la volontà di competizione aizzata dalla dirigenza.
Il nuovo anno studentesco e accademico è pregno di lotte e si legherà con forza all’anno politico. Come diceva Mao Tse-tung: ” Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”. 

Note

L’arte nel tempo della brutalità

di Franco Berardi Bifo
Gorizia è una piccola città nel Nord est italiano. Il nome della città è ricordato soprattutto per via di un canto dei soldati costretti a combattere e morire nell’infame guerra nazionalista del 15-18. Quei soldati, contadini e operai massacrati in nome di un idiota sentimento nazionalista cantavano:
“O Gorizia tu sia maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu”.
Adesso l’idiozia del nazionalismo e della guerra riemerge come conseguenza dell’impoverimento, della paura e dell’ignoranza dilagante. In questo contesto la giunta di destra di Gorizia ha cancellato una mostra d’arte che era stata precedentemente approvata e finanziata dalle istituzioni cittadine e dal comune di Nova Gorica che si trova oltre il confine sloveno e organizzata dal collettivo di artisti Koine. Perché? Il titolo della mostra (cancellata) è (era) LIMES, e le istallazioni sono (erano) intese a riflettere sulla violenza del colonialismo passato e presente, sulla costruzione assurda di muri contro la mobilità delle popolazioni, e contro i diritti umani. In un ridicolo documento l’assessore alla cultura (sit venia verbis) della città chiede al collettivo di cancellare alcune istallazioni, particolarmente una di Laura Cazzaniga (Comunità recintate/Gated Communities) consistente nell’erezione di un muro in una delle strade cittadine, e The Banket, una metafora scultorea della rapina finanziaria compiuta dalle potenze coloniali del G8.
Il concetto di confine non può essere messo in discussione, secondo la Giunta di Gorizia, e gli artisti non hanno il permesso di mettere in discussione il concetto di identità nazionale. In una gazzetta locale un tizio di nome Vittorio Sgarbi, ignoto certamente agli intellettuali e agli artisti, ma ben noto al pubblico delle televisioni di Silvio Berlusconi, ha sostenuto l’atto di censura scrivendo che la cancellazione dell’evento risparmia alla cittadinanza l’inquietante disturbo di un’interrogazione etica. Questo è quel che accade a Gorizia mentre dovunque nel mondo inizia la battaglia finale tra la sensibilità umana e la brutalità, e mentre a Kassel si lancia un’aggressione nazionalista contro documenta.
Kassel è stata negli ultimi sessanta anni la capitale della sensibilità umana e dell’alleanza tra arte e democrazia. Quando la bestia del nazionalismo e del razzismo venne domata, al prezzo di milioni di vittime, quando la democrazia e l’uguaglianza si stavano diffondendo nel mondo, documenta venne concepita come una promessa: mai più. Mai più discriminazione razziale, mai più pulizia etnica, mai più identificazione nazionalista, mai più sfruttamento coloniale. Mai più Auschwitz, mai più Hiroshima, mai più Katin. Adesso la bestia sta riemergendo, in Europa e nel mondo. La bestia del nazionalismo, del razzismo e dell’identitarismo sta crescendo per effetto dell’impoverimento materiale e spirituale cui le popolazioni sono state sottoposte dal capitalismo finanziario. Di conseguenza documenta è in pericolo.
Documenta14, che chiuderà il 17 Settembre 2017 è stata concepita nel rispetto dello spirito originale della manifestazione, e ha ripetuto: mai più. Dal momento che la bestia sta riemergendo documenta14 ha lanciato un progetto estetico e intellettuale per curare l’epidemia di brutalità. Ma la bestia reagisce. Le autorità locali di Kassel e larga parte della stampa tedesca hanno aggredito gli organizzatori e gli artisti per imporre il carattere nazionale di una manifestazione che fu concepita contro il nazionalismo. Documenta14 ha spostato larga parte delle opere e degli eventi nella città di Atene, per solidarietà internazionalista e come critica della distruzione finanziaria dell’Unione europea. Ma le autorità tedesche hanno sentito questo atto come uno spreco di denaro tedesco. L’assalto contro documenta è iniziato, in nome degli interessi nazionali tedeschi, in nome della commercializzazione turistica dell’arte.
E adesso? Gli artisti si batteranno contro la censura? Non me ne importa molto. La libertà di espressione è minacciata dovunque, dal momento che la tirannia del neoliberismo e la (divergente e convergente) tirannia del nazionalismo tentano di soffocare il dissenso radicale, ma il punto non è soltanto la libertà di espressione. Il punto è che solo gli artisti possono guidare la lotta contro la bestia bicefala, e vincerla. L’arte è la ricerca della sensibilità, mentre la brutalità si diffonde per effetto dell’impoverimento materiale e spirituale. Gli artisti non sono più una piccola élite di professionisti della bellezza, sono lavoratori precari, e la loro azione non consiste nell’estetizzare l’orrore. La loro azione consiste nel cercare una via di uscita dall’inferno.
La sofferenza è dovunque, nel mondo contemporaneo, e il piacere sta scomparendo dall’orizzonte delle nostre vite. L’arte si occupa del piacere e della sofferenza: documenta14 ha messo in mostra la sofferenza del nostro tempo, ma gli ultimi giorni della manifestazione sono stati dedicati alla strategia della gioia. Gli artisti vivono in condizione di precarietà, e saranno l’avanguardia della ribellione dei lavoratori cognitivi precari. Per questo dobbiamo difendere documenta. Non solo in nome della libertà di espressione, ma soprattutto perché qui comincia la battaglia contro la brutalità.

Fonte: comune-info.net 

In 400mila “en marche” in Francia contro la nuova legge sul lavoro di Macron

di Pino Salerno 
A scendere in piazza contro la pessima e liberista riforma del lavoro di Emmanuel Macron sono state da 223.000 a 400.000 persone. La forbice nasce dalla prima stima, fornita dal ministero dell’Interno francese, e dalla seconda, data dal più grande sindacato del paese, la Cgt. Si è trattato della prima protesta di piazza per un presidente oggi ai minimi di popolarità (il 35% circa i gradimento nei sondaggi) a quattro mesi dal suo insediamento all’Eliseo. “E’ una prima riuscita”, ha commentato il leader della confederazione sindacale francese Cgt (Confédération générale du travail), Philippe Martinez, alla partenza della manifestazione parigina. Per i sindacati la riforma del codice del lavoro è una “regressione sociale”. Per Emmanuel Macron è la prima mobilitazione sociale del suo quinquennato, con appelli a scioperare e manifestare in tutto il paese. A Marsiglia, Jean-Luc Mélenchon, leader di France Insoumise (Francia indomabile, FI), e i suoi sostenitori, hanno sfilato accanto ai sindacati. “Macron ha così tanto bisogno di rimobilitare le elite di destra e i possidenti che per dare loro un segnale è stato obbligato a esagerare. Ciò significa insultare la gente, non l’ha fatto per noi, chiedete qui se ha fatto cambiare idea a una sola persona. Lo ha fatto perché parla ai potenti, alle persone importanti, a chi domina. E dice loro, è ora dei grandi regolamenti di conto”.
“Per una prima mobilitazione, è una buona mobilitazione”, ha insistito Martinez su Europe 1. “Da quello che mi hanno detto al telefono ci sono stati cortei dinamici, partecipanti motivati delle varie organizzazioni sindacali”, ha spiegato, alludendo ai militanti FO o CDFT venuti a ingrossare le fila nonostante i loro sindacati non abbiano aderito alle proteste. A Parigi, la polizia ha detto che hanno sfilato 24.000 manifestanti. “La polizia aveva previsto 10.000 persone, fanno le previsioni come con il tempo, prima delle manifestazioni”, ha ironizzato Martinez. La Cgt ha lanciato un appello per una nuova giornata di mobilitazione il 21 settembre, alla vigilia della presentazione dei decreti per la riforma in Consiglio dei ministri.
Nel paese erano stati proclamati 4.000 scioperi e 180 manifestazioni, che si sono svolte pacificamente. Gli unici scontri, ma marginali, si sono verificati a Parigi quando circa 300 persone con il volto coperto hanno scagliato pietre contro la polizia, che ha risposto con l’acqua degli idranti e il lancio di gas lacrimogeni. Intanto, le federazioni dei ferrovieri di FO (Force Ouviere) e della Cgt indicono uno sciopero il 25 settembre contro la riforma del lavoro avviata dal governo francese. “Sarà uno sciopero che avrà serie conseguenze sull’economia”, dichiara il segretario generale di Cgt trasporti, Jerome Verité, aggiungendo che “ovviamente” i depositi dei carburanti saranno un bersaglio. Lo sciopero arriva dopo la mobilitazione di piazza di ieri e dopo che il premier Eduard Philippe ha detto che presterà attenzione alle richieste avanzate dai sindacati, ma che sulla riforma intende andare avanti. Il ministro del Lavoro, Muriel Penicaud difende il nuovo codice del lavoro, che il presidente Emmanuel Macron intende far passare ricorrendo alla ‘ordinanze’, cioè ai decreti applicativi, che il Parlamento dovrà ratificare entro tre mesi dalla loro pubblicazione, senza una vera e propria discussione in aula. Intanto Macron ha avviato la concertazione tra le parti, presentando 36 misure divise in 5 ordinanze, contro le quali i sindacati si sono schierati in modi differenziato. Nettamente contro la Cgt, che ha parlato di “fine del contratto di lavoro”, mentre la Cfdt, pur dichiarandosi in disaccordo, ha detto che intende migliorare i decreti di applicazione.

Fonte: jobsnews.it

Tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori: normativa e prospettive di lotta

di Marco Spezia
Riporto a seguire il mio articolo apparso sull’ultimo di Medicina DemocraticaE la sintesi del mio intervento al Convegno di Medicina Democratica tenutosi a Milano il 20 e 21 gennaio 2017. Lo so, è molto lungo da leggere. Ma vi invito comunque a farlo. Porta via meno tempo che leggere un breve articolo su un qualunque giornale o sentire un notiziario in TV. E secondo me (che sono parte interessata e quindi non attendibile…) è molto più importante…  A proposito… KNOW YOUR RIGHTS! Ce ne è stramaledettamente bisogno!
TUTELA DELLA SALUTE E DELLA SICUREZZA DEI LAVORATORI: NORMATIVA E PROSPETTIVE DI LOTTA
L’EVOLUZIONE NORMATIVA 
Da anni esistono Leggi dello Stato italiano per la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.
Limitandoci alla normativa del dopoguerra, derivante da quanto disposto dall’Articolo 41 della Costituzione della Repubblica Italiana, già negli anni ‘50 venne emanato un corposo insieme di Decreti relativi alla tutela dei lavoratori:
Decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 27 aprile 1955 “Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro”
Decreto del Presidente della Repubblica n. 164 del 7 gennaio 1956 “Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro nelle costruzioni”
Decreto del Presidente della Repubblica n. 303 del 19 marzo 1956 “Norme generali per l’igiene del lavoro” 
Tali Decreti risultavano già allora all’avanguardia da un punto di vista tecnico, tanto che, con i necessari adeguamenti legati all’evoluzione della sicurezza, sono rimasti validi fino al 2008 e successivamente sono stati incorporati praticamente integralmente, all’interno del “Testo Unico sulla Sicurezza”.
Tali Decreti consideravano sostanzialmente tutti gli aspetti delle attività lavorative, sia all’interno di aziende e stabilimenti, sia all’interno dei cantieri edili e disponevano precisi obblighi di natura tecnica e gestionale ai datori di lavoro.
A seguito della costituzione della Comunità Europea e della normativa da essa emanata al fine di armonizzare le leggi di tutela sul territorio europeo, a partire dagli anni ‘90 l’Italia cominciò a recepire Direttive Comunitarie sociali, legate a specifiche aspetti della tutela della salute e della sicurezza.
Un primo importante recepimento (di natura sia tecnica che gestionale) fu il: 
Decreto Legislativo n.277 del 15 agosto 1991 “Attuazione delle Direttive 80/1107/CEE, 82/605/CEE, 83/477/CEE, 86/188/CEE e 88/642/CEE, in materia di protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da esposizione ad agenti chimici, fisici e biologici durante il lavoro)”
che fissava importanti novità per la tutela dei lavoratori rispetto alla protezione dal piombo metallico, dall’amianto e dal rumore e introduceva per la prima volta in concetto di “valutazione del rischio” da parte del datore di lavoro e del relativo obbligo di definire misure specifiche di prevenzione e protezione relativamente ai rischi individuati.
Successivamente il corpo normativo italiano venne completamente rivoluzionato dai due atti:
Decreto Legislativo n. 626 del 19 settembre 1994 “Attuazione delle direttive 89/391/CEE, 89/654/CEE, 89/655/CEE, 89/656/CEE, 90/269/CEE, 90/270/CEE, 90/394/CEE, 90/679/CEE, 93/88/CEE, 95/63/CE, 97/42, 98/24 e 99/38 riguardanti il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro”;
Decreto Legislativo n. 494 del 14 agosto 1996 “Attuazione della Direttiva 92/57/CEE concernente le prescrizioni minime di sicurezza e di salute da attuare nei cantieri temporanei o mobili”.
Il primo Decreto (per brevità D.Lgs. 626/94) recepiva la “Direttiva Quadro” 89/391/CEE che riguardava i principi generali di tutela dei lavoratori e le modalità organizzative delle aziende, oltre che le altre “Direttive Speciali”, relative a rischi specifici per la salute e la sicurezza.
Il D.Lgs. 626/94 (con le sue successive modifiche e integrazioni derivanti dal recepimento di ulteriori “Direttive Speciali”), introdusse o regolamentò, in uniformità su tutto il territorio europeo, alcune importanti novità rispetto alla normativa degli anni ‘50:
l’obbligo per il datore di lavoro di qualunque azienda di eseguire e formalizzare la valutazione di tutti i rischi per la salute e la sicurezza con la conseguente individuazione delle misure di prevenzione e protezione per eliminare o ridurre i rischi individuati;
l’obbligo di eseguire valutazioni specifiche per i rischi legati a particolari condizioni lavorative potenzialmente patogene (rumore, vibrazioni, movimentazione manuale dei carichi, agenti chimici, agenti cancerogeni, amianto, agenti biologici, ecc.);
la creazione del Servizio di Prevenzione e Protezione, con un Responsabile ed eventuali Addetti, come organismo di consulenza tecnica per il datore di lavoro;
la definizione della figura del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (da eleggersi nelle medio-grandi aziende all’interno delle Rappresentanze Sindacali), come figura di interfaccia tra datore di lavoro e lavoratori, con attribuzione di controllo e di segnalazione e soprattutto con la possibilità di fare ricorso agli Organi di Vigilanza;
la definizione della figura del medico competente e la regolamentazione della sorveglianza sanitaria di idoneità alla mansione per tutti i lavoratori sottoposti a rischio per la propria salute a causa del lavoro;
la creazione di specifici ruoli aziendali per la gestione delle emergenze (incendio, terremoto, inondazioni) e per il servizio di primo soccorso in caso di infortuni o malori all’interno dell’azienda.
Il secondo Decreto (per brevità D.Lgs. 424/96) recepiva la “Direttiva Cantieri” 92/57/CEE che riguardava i principi generali di tutela dei lavoratori e le modalità organizzative dei cantieri edili.
Il D.Lgs. 494/96, analogamente al D.Lgs. 626/94 che definiva precisi obblighi organizzativi nell’ambito delle aziende, introduceva importanti adempimenti organizzativi per la gestione della salute e della sicurezza nei cantieri edili:
definizione in maniera chiara delle figure di committente e di responsabile dei lavori;
creazione delle figure del coordinatore della sicurezza in progettazione e del coordinatore della sicurezza in esecuzione del cantiere;
l’obbligo della redazione di un Piano di Sicurezza e Coordinamento per la gestione delle interferenze tra le singole ditte presenti in cantiere da parte del coordinatore della sicurezza in progettazione;
l’obbligo della redazione del Piano Operativo della Sicurezza da parte dei datori di lavoro delle singole ditte;
l’obbligo del coordinamento delle attività di cantiere durante la loro evoluzione temporale da parte del coordinatore della sicurezza in esecuzione. 
I due Decreti D.Lgs. 626/94 e D.Lgs. 494/96 vennero successivamente integrati da altra normativa che regolamentava altri aspetti della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori o definiva le modalità attuative di concetti generali contenuti nei Decreti, relativamente a:
tutela delle lavoratrici in gravidanza, puerperio e allattamento;
regolamentazione dell’orario di lavoro;
protezione antincendio;
gestione del servizio di primo soccorso;
criteri per l’immissione sul mercato delle macchine e loro requisiti di salute sicurezza;
criteri per l’immissione sul mercato dei Dispositivi di Protezione Individuali e loro requisiti di protezione.
Agli inizi degli anni ‘90 del secolo scorso il corpo normativo risultava complesso ed elaborato e andava a coprire praticamente tutti i settori di tutela della salute e della sicurezza in ambito lavorativo.
Nacque quindi l’esigenza di accorpare tutta la normativa suddetta in un singolo “Testo Unico” su salute e sicurezza.
Il percorso legislativo fu lungo e travagliata, ma vide un’accelerazione improvvisa a seguito della strage della Thyssen Krupp, che richiamo l’attenzione dell’opinione pubblica sulla tematica della sicurezza sul lavoro.
Venne così promulgato, in tutta fretta e di conseguenza con numerosi refusi e imprecisioni, il Decreto Legislativo n. 81 del 9 aprile 08.
Tale Decreto (per brevità D.Lgs. 81/08) accorpava in un unico testo normativo tutta (o quasi) la normativa sopra richiamata, introducendo però nel contempo alcune importanti novità:
l’estensione del concetto di “lavoratore” a cui applicare le misure di tutela previste dal Decreto, ampliandone così il campo di applicazione a molte figure lavorative precedentemente non tutelate;
l’obbligo specifico di valutare il rischio da stress lavoro correlato;
l’obbligo di tenere conto nella valutazione dei rischi e nella definizione delle misure di tutela delle differenze di genere, di età, di provenienza da altri paesi, di tipologia contrattuale;
la creazione della figura del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza Territoriale per tutte le realtà all’interno delle quali i lavoratori avessero deciso di non eleggere il proprio Rappresentante aziendale; 
l’individuazione dei requisiti formali per la delega di funzioni;
l’obbligo d redazione di specifico documento di valutazione dei rischi da interferenze in caso di lavorazioni in appalto che non ricadessero nella definizione di cantiere edile;
la definizione di specifici obblighi per i lavoratori autonomi;
l’introduzione, per specifiche attività lavorative ad alto rischio, di controlli in merito all’abuso di alcol e all’assunzione di sostanze psicotrope e stupefacenti;
l’inasprimento (nella sua prima definizione) dell’apparato sanzionatorio;
la possibilità della sospensione dell’attività imprenditoriale in caso di gravi e reiterate violazioni degli obblighi del Decreto
A partire dal 2009, parallelamente alla generale riduzione delle misure di tutela per i lavoratori, anche il D.Lgs. 81/08 ha visto una serie di modifiche peggiorative (Decreto Sacconi del 2009, Decreto del Fare del 2013, Jobs Act del 2015, ecc.) che ne hanno ridotto le potenzialità di tutela in particolare relativamente a:
introduzione di visite mediche preassuntive;
riduzione del campo di applicazione del D.Lgs. 81/08, e restringimento del numero di lavoratori tutelati;
riduzione dell’apparato sanzionatorio;
parziale deresponsabilizzazione del datore di lavoro e dei dirigenti;
proroga di termini per l’entrata in vigore di alcuni adempimenti.
Ciò nonostante, ad oggi il D.Lgs. 81/08 mantiene importanti misure di tutela nei confronti della salute e della sicurezza dei lavoratori, il cui integrale adempimento permetterebbe una decisa riduzione del fenomeno infortunistico e delle malattie professionali. 
Occorre poi ricordare che assieme al corpo normativo cogente sopra definito, esistono una serie di norme tecniche, linee guida, indicazioni operative, risposte a interpelli, pareri emessi da organi autorevoli e riconosciuti a livello normativo (INAIL, ASL, Vigili del Fuoco, UNI, ecc.) che integrano il corpo normativo stesso con precise indicazioni di natura tecnica e organizzativa.
In definitiva, nonostante numerose, ma non sostanziali, riduzioni della capacità di tutela, l’insieme delle disposizioni normative a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, è ad oggi in Italia, di importante impatto.

LE POSSIBILI ULTERIORI MODIFICHE 
Relativamente alla normativa di tutela della salute e della sicurezza ad oggi si presentano due indirizzi di modifica, diametralmente contrapposti.
Il primo, inteso a una sostanziale riduzione delle garanzie per i lavoratori, è quello contenuto nel cosiddetto Disegno di Legge Sacconi, presentato dall’ex Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi assieme alla senatrice Serenella Fucksia [vedi nostro articolo].
Tale Disegno di Legge prevede una sostanziale riscrittura del D.Lgs. 81/08, che ne snaturerebbe del tutto le misure di garanzia in esso contenuto, prevedendo:
decisa deresponsabilizzazione del datore di lavoro;
eliminazione dell’obbligo di vigilanza in capo al datore di lavoro, con conseguente colpevolizzazione di preposti e lavoratori;
sostituzione della valutazione dei rischi con una “autocertificazione” a firma di non meglio definiti “tecnici della sicurezza”, in sostanza consulenti stipendiati dal datore di lavoro; 
Il secondo indirizzo di modifica è inteso invece a una maggiore tutela dei lavoratori, relativamente alla loro salute e sicurezza e si è esplicitato, attraverso:
numerosi Disegni e Proposte di Legge che propongono di definire precisi obblighi sanzionabili a carico del datore di lavoro per l’eliminazione o la riduzione di tutte i rischi per la salute legate al disagio psico-sociale lavoro correlato (stress, mobbing, molestie, burn out, ecc.), anche tramite la collaborazione con il Servizio di Prevenzione e Protezione e i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza;
il Disegno di Legge, a firma dei senatori Giovanni Barozzino e Felice Casson, che propone di modificare il Codice Penale con l’introduzione dei reati di “omicidio sul lavoro” e di “lesioni sul lavoro”, con pene detentive e termini di prescrizione maggiori di quelle relative all’attuale reato di omicidio colposo con l’aggravante della mancata osservanza delle norme antinfortunistiche.

LIMITI SOSTANZIALI DELLA NORMATIVA ESISTENTE
Al di là di possibili evoluzioni, come precedentemente detto, il corpo normativo italiano risulta ad oggi ancora sostanzialmente adeguato e in grado di garantire una sufficiente tutela per la salute e per la sicurezza dei lavoratori.
Ciò nonostante l’Italia conta numeri di infortuni, di malattie professionali, di morti per lavoro decisamente inaccettabile, con una linea di tendenza che non accenna a cambiare, ma che anzi negli ultimi anni è in sostanziale aumento, a causa dell’aumento del lavoro sommerso e che va quindi al di fuori delle statistiche ufficiali dell’INAIL (si veda a tale proposito le importanti informazioni raccolte dall’Osservatorio Indipendente di Bologna Morti sul Lavoro curato da Carlo Soricelli).
Le cause sono molteplici, come si vedrà meglio dopo, e non riconducibili soltanto al corpo normativo, che potrebbe essere in ogni caso migliorato.
Il vero limite della normativa esistente sta nella sua inadeguatezza alla struttura produttiva e alla realtà lavorativa italiana. Il D.Lgs. 81/08, come recepimento di Direttive Europee, parte dal presupposto dell’applicazioni in aziende di medie-grandi dimensioni ben strutturate, con chiare politiche sociali, con manager e tecnici dedicati alla sola tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, non solo come adempimento di obblighi esistenti, ma anche di tutela del patrimonio umano dell’azienda, con investimenti dedicati alla tutela dei lavoratori.
La maggior parte delle aziende italiane non hanno invece né la cultura, né la struttura per un sostanziale adempimento degli obblighi di cui al D.Lgs. 81/08, che non sia un semplice adempimento formale, dove (a causa anche dell’atteggiamento degli Organi di Vigilanza) conta più “fare carta” che sostanza. In questo modo le poche risorse interne o esterne disponibili si adoperano per la creazione di documentazione, spesso inadeguata e sempre inutile, piuttosto che per la realizzazione pratiche di misure sostanziali per la salute e la sicurezza.
Inoltre, in un tessuto produttivo dove regna sovrana la ricerca esasperata del profitto e non esiste alcuna “cultura” della tutela dei lavoratori, il D.Lgs. 81/08 lascia all’imprenditore una eccessiva libertà nella fase cruciale del processo di tutela che è quello di valutazione dei rischi, con il risultato della realizzazione di documentazione aziendale formalmente presente, ma che risulta completamente travisante la vera realtà in relazione alla presenza di rischi.
Rimane poi l’intenzionale travisamento di quello che deve in realtà essere il documento di valutazione dei rischi, non cioè una mera elencazione dei rischi per la salute e la sicurezza, ma uno strumento programmatico che parte da tale elencazione, per definire in termini concreti le misure di prevenzione e protezione da adottare per eliminare o ridurre tali rischi.

LA VERA CAUSE DELLA STRAGE SUL LAVORO
Come detto precedentemente il D.Lgs. 81/08, assieme alle fonti del diritto (Codice Civile, Codice Penale e Costituzione) costituiscono ancora, così come sono, una importante forma di tutela per la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.
Qual è dunque il motivo, se le leggi e le norme ci sono, perché si continui a morire e ad ammalarsi sul lavoro?
La risposta è semplice ed è la stessa che si ripete ogni qual volta si cerchi di proteggere gli sfruttati: la legge c’è ed è buona, ma volutamente non si applica e volutamente non si fa niente per farla applicare. 
I motivi della mancata applicazione della normativa sono molteplici, ma riconducibili tutti a una causa principale: la concezione capitalista del lavoro che mette in primo piano la logica del profitto, al di là ogni altra considerazione etica o morale.
Il fatto è che creare le condizioni perché il lavoro sia sicuro e salubre ha un costo, per giunta un costo non produttivo, perché non è finalizzato alla crescita dei ricavi. Tutti questi maggiori costi come già detto non comportano una maggiore produttività e quindi non comportano un maggiore profitto, inteso come differenza tra ricavato della vendita e costo di produzione.
Per dirla con Karl Marx “Al padrone non interessa nulla della vita e della salute dell’operaio, se non ci sono le leggi che glielo impongono”.
Ma questa imposizione, nonostante che le leggi ci siano, di fatto non sussiste, oppure sussiste in maniera percentualmente irrilevante. 
In conclusione, mancando la coercizione a “fare sicurezza”, i padroni non la fanno, riducendo il costo del lavoro e aumentando il loro profitto, unica leva dell’economia capitalista. 
Questa logica non interessa solo i datori di lavoro, ma coinvolge (con i dovuti distinguo) anche le associazioni e le istituzioni che dovrebbero vigilare sul corretto adempimento della normativa o che dovrebbero punire i mancati adempimenti ai sensi della normativa stessa, in quanto tali istituzioni cono comunque sotto il controllo diretto o indiretto dei centri di potere capitalistico finanziario o industriale.
Di conseguenza:
i partiti politici, anche quelli della cosiddetta “sinistra”, salvo casi rari, non inquadrano la mancata tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori in un ambito più ampio di lotta di classe;
i sindacati concertativi, accettando il ricatto “lavoro-sicurezza”, non supportano in maniera adeguata i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza, né pongono al centro delle loro vertenze il diritto alla salute e alla sicurezza;
gli Organi di Vigilanza, anche a causa dell’endemica carenza di organico, eseguono le ispezioni delle aziende e dei cantieri in maniera saltuaria e spesso in maniera estremamente blanda;
gli Organi Giudiziari, oltre ad essere ingolfati dalla lentezza dei processi (che spesso comportano la prescrizione del reato), in molti casi stanno dalla parte degli assassini, con la conseguenza di scandalose assoluzioni, anche in casi di evidente colpevolezza;
la maggioranza poi dei lavoratori stessi ha perso ogni nozione di lotta di classe, non comprendendo che essa si manifesta ancora oggi, anche se in forme diverse rispetto al passato, con la netta contrapposizione tra chi lavorando rischia di morire e chi non fa niente per evitarlo. 

LE PROSPETTIVE DI LOTTA
A fronte della esposizione finora svolta la conclusione è, secondo me, ovvia: relativamente alla salute e alla sicurezza dei lavoratori è stato di fatto sospeso il diritto di tutela dei lavoratori sancito dalla Costituzione e dai Codici e, di conseguenza dalla normativa sopra citata.
Per invertire tale tendenza è prima di tutto necessario creare di nuovo consapevolezza (che non può che essere di classe) all’interno dei lavoratori e dei sindacati sinceramente interessati, che il diritto alla salute e alla sicurezza sul lavoro, garantito dalle fonti e dalle leggi, è diritto inalienabile, non sottoponibile a ricatti di alcun tipo. 
Soltanto se i lavoratori sapranno quali sono i loro diritti per tutelare salute e sicurezza e si compatteranno con l’obiettivo di pretendere che tali diritti vengano garantiti, si potrà sperare in una inversione di tendenza nella strage quotidiana degli “eroi senza volto”. 
E’ indispensabile poi un coordinamento organizzativo e “politico” tra le tantissime realtà che esistono e combattono per la tutela della salute e la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini, ma che spesso sono appunto poco coordinati tra di loro.
Occorre cioè fare “massa critica” sia da parte di chi (partiti, sindacati, associazioni) ha sinceramente a cuore la salute e la sicurezza dei lavoratori, sia da parte dei lavoratori stessi, che devono acquisire (nuovamente) la consapevolezza dei propri diritti.

Nota editoriale 
Alla fine di agosto i dati Inail sui primi sette mesi del 2017 hanno mostrato di nuovo un aumento degli infortuni e delle morti sul lavoro. Sono seguite le parole di “cordoglio” di Mattarella e l’invito a “controlli più rigorosi”. Come ai tempi di Napolitano il presidente della Repubblica svolge il ruolo di foglia di fico di un sistema politico che ha la massima responsabilità della mancata applicazione, anche tramite la scarsità dei controlli, di una normativa sulla sicurezza invece piuttosto avanzata.
I dati Inail parlano di 591 morti da gennaio a luglio: come sanno tutti quelli che seguono da anni l’ottundente bollettino di guerra che proviene dai cantieri, dai campi e dalle fabbriche italiane, quelle dell’Inail sono statistiche sottostimate. Non tengono conto dei numeri di chi non è assicurato Inail, quindi di tutti i lavoratori in nero (in un paese dove il sommerso coinvolge 3,5 milioni di persone) che subiscono infortuni, spesso mortali, sul lavoro. Secondo l’Osservatorio di Bologna, che utilizza anche gli articoli della stampa locale per tenere un conto più veritiero, i morti sul lavoro (compresi i morti in itinere, cioè in incidenti stradali occorsi nel tragitto casa-lavoro) sfiorano già il migliaio quest’anno. Chi sono i responsabili di quello che andrebbe trattato urgentemente come problema nazionale – altro che emergenza immigrazione! – se a comandare non fosse il partito degli anti-lavoratori? In questo contributo apparso già su Medicina Democratica, l’ingegnere della sicurezza Marco Spezia ci spiega lo stato della normativa sulla sicurezza in Italia e lancia alcune proposte.

Fonte: clashcityworkers.org 

Il ritorno di Bernie Sanders

di Stefano Graziosi
Bernie Sanders è tornato. E scende nuovamente in campo su un tema a lui particolarmente caro: quello della sanità. Dopo la sconfitta del Partito Democratico alle ultime elezioni, il vecchio senatore ha continuato a battersi tra le sue file, cercando di portare l’asinello verso una prospettiva politica maggiormente sinistrorsa e lontana dal fallimentare centrismo clintoniano.
A capo di una fazione agguerrita, ha tentato all’inizio del 2017 di scalare il Partito, appoggiando la candidatura a presidente di Keith Ellison: ma non c’è riuscito. Mentre, nei mesi successivi, i democratici hanno continuato a dividersi tra radicali e moderati, non riuscendo a trovare una linea coesiva che andasse al di là del mero ostruzionismo anti-Trump. D’altronde, il nuovo presidente dell’asinello, Tom Perez, non sembra ancora oggi troppo in grado di elaborare una sintesi: molto vicino all’establishment, guarda con una certa diffidenza la corrente sandersiana, di cui teme un’impostazione troppo settaria e fondamentalmente inadatta verso l’arte governativa. Un dato che ha gettato il Partito Democratico in uno stallo pericolosissimo: uno stallo che ha lasciato l’iniziativa politica quasi completamente nelle mani dei rivali repubblicani. Uno stallo tanto più grave se si considerano le divisioni fratricide attualmente in seno al Grand Old Party. In tutto questo, ci si è messo poi il ritorno sulla scena di Hillary Clinton, che, nel suo nuovo libro “What happened”, ha lanciato una serie di accuse venefiche contro il vecchio Bernie, considerandolo la causa principale della propria sconfitta lo scorso novembre (ovviamente neanche una parola di mea culpa sulle proprie contraddizioni politiche e sui propri affari opachi con la fondazione di famiglia). Anche per questo, Sanders non sembra arrendersi. E ha dunque presentato una proposta di riforma sanitaria particolarmente ambiziosa e in linea con quanto promesso ai tempi dell’ultima campagna elettorale.
Nel dettaglio, il perno della riforma sandersiana dovrebbe risiedere in Medicare (il programma sanitario per gli over 65, siglato da Lyndon Johnson nel 1965). Innanzitutto, le assicurazioni private dovrebbero essere sostituite da una espansione di questo programma, che andrebbe a coprire ogni cittadino americano. Inoltre, il piano dovrebbe anche includere i bambini, nonché fornire coperture non attualmente garantite (soprattutto nel settore dentistico e oftalmologico). A tutto questo si aggiunga poi la possibilità di negoziare i prezzi dei medicinali: una facoltà che oggi è fondamentalmente vietata. L’idea sarebbe quindi quella di garantire una sanità per tutti, in cui le assicurazioni private verrebbero drasticamente ridimensionate. Una battaglia che Sanders aveva già combattuto ai tempi delle primarie contro Hillary, quando più volte definì Obamacare una riforma insufficiente in termini di giustizia sociale.
La proposta, neanche a dirlo, è già finita al centro di numerose polemiche. Soprattutto, da parte di chi la considera qualcosa di meramente velleitario. E questo, per una serie di ragioni. In primis, con entrambe le camere in mano al Partito Repubblicano, è assolutamente impossibile che un simile disegno di legge possa essere approvato. A maggior ragione sotto un presidente come Donald Trump, che ha sempre fatto della defiscalizzazione uno dei propri cavalli di battaglia. Un punto decisivo: perché l’ambiziosa proposta di Sanders potrebbe risultare concretamente sostenibile soltanto grazie a un deciso aumento della tassazione. In secondo luogo, anche tra gli stessi democratici i malumori non sono pochi. Soprattutto le correnti centriste considerano il piano di Sanders nulla di più che una sparata populista: ragion per cui, anche laddove prima o poi l’asinello dovesse riuscire a conquistare il Congresso, non è affatto scontato che questa proposta di legge possa avere vita facile. Eppure, nonostante ciò, è bene rilevare che un senso questa mossa sandersiana ce l’abbia. Ed è un senso tutto strategico.
Innanzitutto, come detto, la questione di un sistema sanitario universale rappresenta da sempre una delle battaglie principali del senatore del Vermont: un vessillo attorno a cui compattare la propria base e – possibilmente – estenderla. In secondo luogo, anche in termini di immagine, la questione sanitaria si configura di fondamentale importanza nell’agone politico americano: non soltanto per la delicatezza della materia ma anche per quanto sta avvenendo sul fronte repubblicano. Sono mesi che Trump sta cercando di picconare Obamacare, senza tuttavia riuscirci. Ribelli repubblicani spuntano difatti ovunque e – ad oggi – hanno tagliato le gambe ad ogni tentativo di intervento nel settore sanitario. Infine, sul versante parlamentare, Sanders non sembra più solo come un tempo. Ad appoggiare la sua riforma ci sono attualmente altri quindici senatori democratici: un numero che potrebbe anche salire nelle prossime settimane. E c’è già chi pensa che, con questa proposta, il vecchio socialista voglia confezionarsi un trampolino di lancio per le presidenziali del 2020. Anche perché, molti sondaggi registrano come Sanders risulti oggi tra i politici maggiormente popolari negli Stati Uniti: una situazione ben diversa dall’aprile 2015, quando si candidò tra le risate di scherno di chi lo considerava nulla più di un Don Chisciotte esaltato. Risate di scherno che qualcuno dovette poi rimangiarsi, visti i successi elettorali mietuti e le decine di migliaia di sostenitori raccolti ai comizi, nel corso delle ultime primarie democratiche. Una ragione in più per ipotizzare una sua nuova discesa in campo. Fantapolitica? Forse. La strada è ancora lunga. E molte cose potrebbero accadere da qui a tre anni. Per adesso, solo un elemento resta certo: il vecchio senatore del Vermont è tornato. Ed è pronto a combattere ancora.

Fonte: glistatigenerali.com

Land grabbing e migranti, gli italiani coinvolti gridano ‘Aiutiamoli a casa loro’. Mentono

di Vittorio Agnoletto 
Alcuni commenti al mio precedente post mettevano in dubbio alcuni dati da me citati, in particolare il ruolo svolto dalle aziende italiane nel Land grabbing, l’accaparramento delle terre fertili da parte di grandi multinazionali o di interi Stati, in Africa. Per superare ogni dubbio è sufficiente cliccare su Web of transnational deals e quindi Italy (con il browser Internet Explorer non funziona) e sarà possibile osservare come sono ben 1.017.828 gli ettari acquistati da industrie italiane attraverso il Land grabbing, terreni quasi tutti collocati in Africa, tranne circa 36mila ettari in Romania. Questi dati sono stimati per difetto, perché fanno riferimento unicamente ai contratti già chiusi nel 2015; molte altre trattative erano allora ancora aperte ed altre sono state avviate recentemente.
Cliccando su Show all outbound deals è possibile, poi, vedere la lista delle aziende italiane coinvolte in tale pratica, aggiornata al 2015. Quelli indicati come Secondary investor indicano l’azienda con sede in Italia che sta dietro i primi acquirenti (primary investor). Questi ultimi, in genere, fungono da prestanome locale: sono aziende collocate nel Paese in cui si trova il terreno, utili a superare le leggi nazionali che vincolano gli investimenti italiani.
Scorrendo fino in fondo la colonna Intention of investment,appare evidente come circa solo un terzo dei terreni acquistati con Land grabbing sono stati destinati all’agricoltura; confrontando la colonna Intended size ha (le dimensioni previste in ettari dei terreno da acquistare) con la colonna Contract size ha (la quantità di ettari di terreno già acquistati) si può osservare come già allora erano avviate le trattative per l’acquisto di circa un altro un milione di ha di terreno in Africa da parte di industrie con sede in Italia.
Siamo quindi di fronte ad un fenomeno in continua crescita e del quale molti aspetti restano ancora sconosciuti e nascosti anche per ragioni commerciali e fiscali.
Come già scritto nel post precedente, tra le conseguenze del Land grabbing vi è l’abbandono delle terre da parte di migliaia e migliaia di contadini destinati a precipitare in una condizione di ulteriore drammatica povertà che li porta ad emigrare verso nord spesso fino alle sponde del Mediterraneo con tutte le conseguenze che conosciamo. Ecco perché non ha alcun senso dire “aiutiamoli a casa loro” se contemporaneamente non vengono bloccate pratiche quali il Land grabbing.
Chiarito questo punto, rispondo brevemente anche ad altre obiezioni che mi erano state rivolte:
1. Non penso certo che “800 milioni di Africani devono venire da noi” né che “non dobbiamo aiutarli a casa loro”; sostengo molto più semplicemente che non li stiamo aiutando a casa loro e che i politici che usano lo slogan “aiutiamoli a casa loro” usano questo slogan solo per contrastare le politiche di accoglienza e per realizzare politiche di respingimento e finanziare governi e bande armate che gestiscono e costruiscono veri e propri lager nei quali rinchiudere i migranti prima che giungano sulle coste del Mediterraneo.
2. E’ evidente che le responsabilità sulla vendita delle armi o sul land grabbing non sono direttamente del singolo cittadino italiano. Con l’uso della prima persona plurale, ad esempio “Vendiamo armi” intendo riferirmi al sistema Italia, al governo – che per altro viene eletto da noi – e alle aziende/multinazionali italiane.
3. E’ ampiamente documentato che anche in Italia vi sono grandi differenze economiche, e infatti la gran parte dei post che ho pubblicato nel mio blog è dedicata ad esempio alla difficoltà di curarsi per chi è povero. Ed è altrettanto risaputo che le differenze economiche nel nostro Paese sono drammatiche. Contemporaneamente, vi è un piccolo gruppo di individui (nel mondo dell’industria, della finanza eccetera) chedalla crisi trae grandi vantaggi a danno di altri. Ad esempio la chiusura di migliaia di piccole aziende agricole familiari in Italia e nel sud dell’Europa è diretta conseguenza delle politiche delle grandi multinazionali dell’agrobusinesssostenute dai sussidi dell’Unione europea.
Sarebbe quindi molto più logico (e intelligente), anziché individuare nei migranti e negli africani i nostri nemici, comprendere che coloro che stanno depredando quel continente sono gli stessi che stanno mandando in miseria milioni di italiani ed europei. Ma nessun governo italiano, né quello attuale, né i precedenti, ha mai chiesto di rimettere in discussione i sussidi alle multinazionali europee dell’agricoltura, tanto per fare un esempio.
4. Chi vende le armi lo fa sperando che queste siano usate in modo tale da poterne vendere altre e quindi ha solo vantaggio a fomentare i conflitti. Ovviamente, un’enorme responsabilità hanno molti governi ed élites africane che scatenano le guerre pensando solo a arricchire se stesse lasciando in miseria i loro popoli. Ma a maggior ragione, i nostri leader politici, che ben conoscono tutto ciò, non dovrebbero commerciare armi con tali governi.
Se invece i nostri governi e le élites economiche finanziarie continueranno ad applicare l’antica massima pecunia non olet è bene che si sappia che le migrazioni continueranno ad aumentare senza sosta.

Fonte: Il Fatto Quotidiano 

Perché la storia

di Bruna Ingrao
Nelle università si è drasticamente ridotto, nei corsi di economia, lo spazio dedicato alla storia del pensiero economico e alla storia economica. In Italia, come a livello internazionale, si assiste alla progressiva scomparsa della storia nella formazione dell’economista. Scompare dai requisiti della formazione perfino l’introduzione alla storia delle idee economiche; si diluisce la conoscenza degli eventi economici nel tempo: i regimi monetari, le fasi dello sviluppo, le crisi finanziarie, l’innovazione tecnologica, l’evoluzione delle politiche economiche. Le due discipline, marginali o assenti nelle lauree triennali, sono quasi scomparse nella formazione magistrale e dottorale, quasi fossero un ornamento per l’arricchimento culturale degli studenti, non un pilastro della formazione cognitiva.
Un laureato in economia può uscire dal percorso formativo ignorando Smith, Walras o Schumpeter, senza nozione del dibattito passato su liberismo ed economia pianificata, senza saper distinguere tra liberismo e liberalismo, senza conoscere la prima rivoluzione industriale, la grande depressione, l’evoluzione dei regimi monetari, e così via. Ciò porta in prospettiva all’impoverimento culturale della figura dell’economista. Dobbiamo preoccuparcene? E perché? Intendo argomentare che è urgente ripristinare il ruolo della storia economica e della storia delle idee nella cassetta degli strumenti dell’economista, non solo per l’ovvia ragione di evitare l’ignoranza. Le ragioni profonde riguardano il mestiere dell’economista, come deve essere correttamente esercitato nella costruzione delle teorie, nell’interpretazione dell’attualità, nel contributo alla politica economica per identificarne i compiti e gli aspetti operativi.
Qual è il significato della storia economica per l’economista contemporaneo impegnato prioritariamente nella costruzione di modelli matematici e nella verifica econometrica? E’ l’educazione alla comprensione della complessità nell’economia e specificamente nella rete globale dei mercati: le interazioni con gli aspetti della socialità legati alle istituzioni, alle norme, ai valori; la temporalità irreversibile degli eventi; i processi di cambiamento di medio e lungo periodo. La capacità di vedere la complessità, che è portata dalla conoscenza storica, affina il giudizio dell’economista come teorico, come econometrico, come protagonista delle scelte di politica economica. Il mestiere dell’economista, oltre a capacità logiche, chiede la solidità del giudizio, cioé l’intelligente comprensione per discriminare e adattare flessibilmente i principi nella lettura degli eventi reali, immersi nella storia con dinamica evolutiva irreversibile.
La teoria economica contemporanea rivendica la libertà di modellizzazione: concepisce come compito della teoria la costruzione di modelli matematici immaginati come esperimenti mentali, definiti ora casi ideali, ora casi esemplari, ‘favole’ o ‘storie’. L’economista teorico rivendica la libertà di costruire nei modelli esperimenti mentali per trarne conclusioni in linea deduttiva. La prassi di ricerca dominante scava una distanza incolmabile tra la teoria e l’interpretazione, che non può essere colmata rigorosamente con il ricorso all’evidenza empirica, spesso neppure invocata a riscontro per la natura astratta dell’esperimento cognitivo costruito.
Come discernere la rilevanza o l’irrilevanza del ‘gioco’ teorico per la comprensione della realtà, supposto se ne possano ricavare conclusioni forti, cosa che non sempre l’apparato matematico sofisticato permette? La percezione della complessità della storia e la facoltà del giudizio rientrano di prepotenza dalla finestra nell’interpretazione, dopo essere state cacciate dalla porta formale del modello. Si deve valutare, con attività cognitiva indipendente e specifica, se e quando, entro quali limiti, per quali problemi il ‘gioco’ teorico del modello rilevi nella lettura degli eventi, che si presentano con urgenza all’attenzione dell’economista. Qui la conoscenza della storia economica è compagna indispensabile alla teoria economica, se questa deve prendere senso e trasformarsi in interpretazione della realtà.
La finezza dell’osservazione storica, la narrazione temporale degli eventi, la conoscenza della pluralità degli attori in gioco, insegnano a pesare il giudizio sul rilievo dei vari aspetti in uno specifico panorama. Schumpeter, Fisher o Friedman, autori diversi per approccio d’idee e metodo, hanno fuso nelle loro opere sul ciclo economico teoria e attenzione alla storia economica. A maggior ragione, l’adozione dell’epistemologia ispirata all’estrema libertà di modellizzazione impone all’economista l’affinamento del giudizio nella conoscenza storica, pena il rischio di scadere nell’irrilevanza o nell’irrealtà. Ciò è accaduto nella costruzione delle teorie dette del ciclo reale, dove modelli matematici con un solo agente rappresentativo, sorta di eremita isolato, sono stati spacciati come solide teorie delle fluttuazioni economiche, per cadere nell’irrilevanza e perfino nel ridicolo a fronte della crisi finanziaria 2007-2009, crisi dove è stata cruciale la struttura finanziaria stratificata e fragile, che nei mercati globali legava senza trasparenza agenti diversi, debitori e creditori, con informazione asimmetrica e opaca sulle reciproche situazioni di bilancio.
Nella politica economica, l’attenzione alla storia insegna contro le narrazioni semplificate quanto sia complesso il cambiamento, che deve far interagire mutamenti istituzionali, tecnologici, di norme, di idee, di capacità umane e quanto sia difficile, per promuoverlo, rompere assetti sociali e istituzionali, che abbiano assunto nella storia una stabile, sia pure infelice, coerenza. Nel medio periodo, la politica economica è la costruzione di progetti di cambiamento economico e sociale: richiede l’intervento coordinato tra gli attori disparati, che controllano le risorse pubbliche nelle amministrazioni e nelle istituzioni politiche.
La storia economica insegna la difficoltà delle ricette elementari, mettendo in scena la pluralità degli attori coinvolti nella costruzione delle politiche e i loro conflitti. Quanti progetti per la crescita nelle aree a basso reddito o nei paesi in via di sviluppo si sono arenati per la cecità cognitiva sulla complessità del cambiamento sociale e delle sue dinamiche. Sono temi discussi di recente nelle teorie dello sviluppo ispirate a quadri di lungo termine, dove le istituzioni giocano nell’evoluzione storica. Sono temi discussi nell’analisi storica delle crisi finanziarie o del crollo dei regimi monetari, dove la letteratura storica mette a fuoco la lungimiranza o la cecità dei protagonisti, i problemi di comunicazione, la resistenza degli apparati burocratici, le inerzie nelle scelte politiche. Nell’emergenza finanziaria, come nelle recessioni prolungate, la storia economica insegna la necessità di scelte cruciali, nel contenuto e nel momento, dalle quali dipende l’immediata evoluzione degli eventi economici, come, nel qui e nell’ora, ne potrebbero dipendere una rivoluzione, il crollo di uno Stato, una guerra.
Da qualche decennio la ‘nuova economia politica’ usa la modellizzazione matematica per affrontare temi al confine tra scienza politica ed economia, intrecciati a dinamiche politiche o istituzionali, che sono oggetto della riflessione storica. Le pretese di espandere il campo di ricerca in economia, con gli strumenti ritenuti specifici dell’economista, portano ad affrontare temi come la formazione degli stati nazionali, l’etnicità, la schiavitù, la famiglia, i divari di sviluppo a lungo termine, temi che coinvolgono simultaneamente la sociologia, la scienza politica, l’antropologia, sempre con una dimensione di storicità. Si rivendica l’efficacia degli strumenti modellistici per produrre generalizzazioni valide, con scarso rispetto di quanto la ricerca storica abbia già prodotto, in lavori puntuali o in panoramiche di ampio respiro, con narrazioni che rispettano i canoni di rigore della ricerca storiografica in quanto tale.
Per studiare processi sociali, che hanno nel percorso storico caratteri di sequenzialità, endogeneità, cause molteplici e controverse in contesti storici diversi, si è scaduti in equazioni mal specificate, con spreco di esercizi econometrici, di cui sono mal definiti l’ambito di applicazione, le coordinate temporali, i nessi di causalità. Il ritardo di sviluppo nei paesi africani è stato spiegato frettolosamente con speculazioni sulla tropicalità o la diversità etnica assunte quali variabili esogene nel continente, non si sa su quale incerto arco temporale. Si ignora, allo stesso tempo, come il continente africano sia stato terreno caldo e insanguinato della guerra fredda, con effetti devastanti e durevoli sugli assetti istituzionali e sull’economia. La conoscenza della storia economica deve svolgere una duplice funzione per l’economista impegnato nella teoria e nella politica economica, cognitiva e conoscitiva: educa a riconoscere la complessità dinamica e la sequenzialità irreversibile, proprie dei processi sociali nella storia, mentre offre una gamma amplissima di casi di studio sul successo o sul fallimento delle politiche non ridotti allo scheletro semplice delle equazioni di un modello.
Perché infine la storia delle idee? L’economia, nata nell’ambito della filosofia morale nel diciottesimo secolo, resta oggi una disciplina eclettica in rapporto con la filosofia morale, la cui riflessione non può essere scissa dai concetti di felicità, utilità, reciprocità, lavoro, libertà, socialità, equità, giustizia, Stato, per citarne alcuni essenziali nel discorso economico. L’economista deve comprenderne la valenza ampia e controversa, mentre spesso non ne conosce né le ambiguità né lo spessore. Nella ricerca la storia del pensiero illumina in modo appassionante la logica delle idee nel loro sviluppo, per chiarire punti morti o irrisolti, tracce di ricerca feconde ma parzialmente sviluppate, nessi con la storia economica, i fili rossi delle idee che legano presente e passato, illuminando criticamente l’approdo della teoria contemporanea. Non c’è grande economista del passato, che non si sia misurato con questi fili teorici, da Smith fino ai colti autori contemporanei come Hicks, Solow o Sen. La storia del pensiero, travalicando le classificazioni convenzionali, fa vedere le intersezioni, il dialogo delle idee o il suo fallimento, il contesto della ricerca. Se ne traggono molteplici spunti per procedere nel lavoro teorico contemporaneo. Nella politica economica, il dibattito delle idee è cruciale per mettere a fuoco i compiti, che ne devono essere l’oggetto. Né va trascurata la funzione delle due storie nella didattica. Gli studenti chiedono seminari di storia economica e di storia del pensiero, perché ne sentono la carenza nel percorso formativo. Al nocciolo, le due storie sono narrazioni di uomini, di eventi, di idee, che offrono l’incanto della curiosità, il fascino dell’esplorazione.

Fonte: eticaeconomia.it 

La svolta populista delle élites

di Mario Pezzella
Sta emergendo una nuova figura politica del populismo, ormai diverso da quello descritto da Laclau e assai lontano da ogni ipotesi di “populismo di sinistra”. Possiamo chiamarlo almeno provvisoriamente populismo tecnocratico. L’esempio più evidente è il movimento di Macron in Francia, ma anche in Italia Salvini e Di Maio si stanno muovendo velocemente in questa direzione. Macron che sfila solitario al Louvre, accompagnato dala note dell’Inno alla gioia, e pronuncia il suo discorso di insediamento di fronte alla piramide massonica di vetro voluta da Mitterrand, con le telecamere che inquadrano il suo volto poco al di sotto del vertice del monumento, quasi a suggerire che tutte le linee portano al leader e sopra di lui c’è solo un triangolo divino, è l’immagine simbolica di questa trasformazione.
L’élite tecnocratica assume le modalità spettacolari dei movimenti populisti, la loro retorica, la loro terminologia, con un détournement di tutte le caratteristiche ribellistiche e protestatarie iniziali. Macron dice nel suo discorso di voler “proteggere gli oppressi”, ma di quali oppressi si tratta? I francesi spaventati dal fondamentalismo e dall’immigrazione? Gli immigrati stessi? È il classico “significante vuoto” nella terminologia di Laclau, che inizialmente può raccogliere chiunque sotto le sue bandiere, e riprende una tradizione bonapartista mai del tutto sopita in Francia.
In realtà Macron proviene direttamente dalle élites economico-bancarie e si appresta a fare le “riforme” (termine diventato ormai sinistro) che queste richiedono; Salvini e Di Maio, da parte loro, vanno a inchinarsi di fronte ai potenti della finanza in quel di Cernobbio. La protesta contro il parlamentarismo si appresta a coincidere con l’insofferenza per la democrazia in generale, di cui la quasi totalità dell’élite finanziaria farebbe volentieri a meno.
L’antipolitica diventa antidemocrazia, e si dispone al compromesso con i grandi decisori delle banche centrali: i quali a loro volta si rendono conto di non poter governare direttamente con il memento mori della troika e dei Mario Monti e concederanno qualche brioche volante dalle finestre dei palazzi al popolo sovranizzato: per esempio un reddito di cittadinanza minimo per gli indigeni nazionali e una certa salvaguardia di quel che rimane del welfare, relegando ben inteso i nuovi senza parteoltre muri invalicabili. Ricette fasciste, in fondo, ma dolcemente addomesticate.

Fonte: ilponterivista.com