La ritorsione di Putin: espulsi 755 diplomatici Usa

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L’espulsione di 755 diplomatici e membri del personale dell’ambasciata americana a Mosca – un numero senza precedenti perfino per i parametri della guerra fredda – segna la fine di ogni speranza residua del Cremlino in una svolta nelle relazioni con la Casa Bianca di Donald Trump.

Il primo incontro tra Trump e Putin

Il primo incontro tra i due presidenti al G20 di Amburgo non solo non è andato benissimo, come aveva affermato il leader americano, ma qualcosa deve essere singolarmente storto. In un colpo solo infatti Vladimir Putin ha violato due regole sacre della diplomazia della guerra fredda: ha agito preventivamente, senza aspettare che il suo collega americano firmasse le nuove sanzioni contro la Russia, e non ha rispettato la simmetria dell’occhio per occhio, per cui le espulsioni venivano pesate con il misurino perché nessuna delle parti potesse accusare l’avversario di aver sovrareagito. Tecnicamente, non è una ritorsione, è una cannonata di avvertimento, e Putin lo ha sottolineato, spiegando alla TV russa che “dobbiamo mostrare che non lasceremo più nulla senza risposta”.

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Luna di miele finita prima di iniziare

La “luna di miele” tra Trump e Putin è esistita più nei sogni (o incubi) dei commentatori e di alcune frange relativamente marginali degli establishment di Mosca e Washington, che nella realtà. Putin tra l’altro è stato quello che ha manifestato sempre un cauto scetticismo verso l’ipotesi di un disgelo con The Donald, che molti suoi sostenitori nel novembre 2016 davano quasi per acquisito. Ma gli ha comunque concesso un grande credito, rinunciando nel dicembre dell’anno scorso a reagire alle ultime sanzioni imposte da Barack Obama: anche quello un gesto senza precedenti nelle regole del balletto delle potenze, un’apertura di buona volontà nei confronti di un presidente non ancora insediato.

Trump ha deluso le aspettative dei russi

Ora si scopre che era solo una sospensione della pena: dopo sei mesi in cui Trump non ha fatto nulla di quello che i russi si aspettavano da lui – dall’abolizione delle sanzioni volute da Obama al riconoscimento della Crimea e all’alleanza in Siria – i russi hanno presentato un conto con gli interessi. Che la svolta non sarebbe arrivata se ne erano già resi conto, e il premier Dmitry Medvedev aveva twittato un lapidario “Vsyo”, è finita, già dopo il raid americano contro la base missilistica siriana al-Shayrat, dove erano dislocati militari russi. Per quanto avvertiti dell’attacco dal Pentagono, i russi non erano mai stati così vicini a uno scontro militare diretto con gli Usa. In altri settori le relazioni non procedevano molto meglio, e ad aprile Putin era arrivato a rimpiangere pubblicamente l’amministrazione di Obama, e a constatare che le relazioni bilaterali erano al minimo storico. La propaganda governativa era passata dall’esaltare Trump a presentarlo come una vittima dell’establishment liberal e dei “guerrafondai” del Congresso, e molti fan della prima ora alla Duma avevano ammesso di essersi sbagliati a riporre speranze nel nuovo presidente Usa: “Credevamo potesse essere filorusso, ma è innanzitutto filoamericano”, aveva constatato con candore Leonid Slutsky, presidente del comitato Esteri della Duma.

L’incontro al G20

L’archiviazione definitiva di un “reset” era sta però rimandata a un incontro tra i due leader, che entrambi confidano molto nel fascino personale e nelle decisioni prese faccia a faccia, senza i vincoli delle procedure e delle burocrazie. L’invito dalla Casa Bianca non arrivava, un altro motivo di irritazione per il Cremlino, e si è dovuto attendere fino al G20, anche se perfino molti collaboratori di Trump gli avevano sconsigliato di incontrare il leader russo, temendo di non ottenere altri risultati che nuova benzina sul fuoco dei sospetti del Russiagate. Ma probabilmente Putin non ha visto nel suo interlocutore nulla che potesse lasciare un barlume di speranza, e infatti adesso afferma che “le relazioni con gli Usa non cambieranno, e se lo faranno avverrà tra molto tempo”. In altre parole, non con Trump. Quale sia il momento, o il gesto, o la frase, che ha fatto decidere a Putin di troncare definitivamente, lo sapremo forse un giorno. Ma è evidente che qualcosa gli ha fatto dire “Vsyo”.

Il drastico gesto di Putin

Le conseguenze del drastico gesto di Putin – sproporzionato rispetto al pacchetto di sanzioni abbastanza minori proposte dal Congresso a Trump – sono due. La prima è che il Cremlino ha scelto per la campagna elettorale del 2018 l’antiamericanismo, leitmotiv della politica russa da anni ormai, ma ancora una carta giocabile, soprattutto in assenza di altri assi nella manica. La seconda è che Trump ora ha un altro nemico. I russi, anche quelli che come Putin non ci avevano creduto molto, si sentono comunque offesi da un uomo che gli fatto credere che le cose sarebbero cambiate. D’ora in poi alle mosse di politica estera di Mosca oltre alle considerazioni “pratiche” di politica estera si aggiungerà anche il rancore. Il Cremlino di oggi non ha la potenza per insidiare strategicamente gli Usa, ma può mettere loro i bastoni tra le ruote e fare dispetti pesanti su tutta una serie di scacchieri, dal Medio Oriente all’Asia. E lo farà, se non altro per ribadire che “non lasceremo nulla senza risposta”, come dice Putin.

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