George A. Romero, la saga dei morti viventi

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Il cinema può mostrare ciò che la realtà non mostra e, così facendo, dire quel che normalmente non si può dire, o come non lo si può dire. Quando si riesce a fare questo è vero cinema d’autore, soprattutto quando è cinema di genere. Horror e fantascienza in particolare, infatti, sono al loro meglio quando il fantastico e l’inverosimile sono l’occasione per parlare di attualità e realtà, potendo consegnare una visione del mondo più piena ed estrema di quanto si potrebbe fare restando fedeli alla realtà.

George A. Romero, da poco scomparso, è stato in questo senso un ottimo esempio: regista e autore eccezionale, naive per qualcuno, eccessivo per altri, geniale per molti, ha saputo usare il genere come strumento di critica e libertà espressiva. Questo è evidente in particolare per la sua serie di film sui morti viventi: distribuiti nell’arco di cinque decadi, più che film dell’orrore sono un vero e proprio commentario al mondo contemporaneo, una sorta di diario nel quale ha impresso le proprie opinioni. Romero passa anzitutto alla storia per essere stato l’inventore dello zombi moderno e le cui caratteristiche sono comprensibili specialmente alla luce di quanto appena detto: il genere come strumento privilegiato di descrizione e critica della realtà.

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La notte dei morti viventi, 1968

La notte dei morti viventi, 1968

Lo zombi classico era un morto riportato in vita con un rito voodoo, solitamente come servitore dello stregone che lo rievocava. Nello zombi moderno di Romero scompare ogni magia: i morti tornano in vita senza che nessuna particolare spiegazione venga data, all’infuori del meraviglioso sottotitolo dell’Alba dei morti viventi “quando l’inferno è pieno, i morti camminano sulla terra“. La seconda novità dello zombi romeriano è che non è mai singolo, non esiste come individuo, ma è sempre una folla: lo zombi è l’uomo-massa. Un’innovazione che nasconde un’intuizione talmente profonda e profetica da essere oggi praticamente ovvia e archetipica.

Anche la divertente diatriba nerd tra lo zombi lento e lo zombi veloce, ovvero il fatto che in alcune serie TV o film (come in Romero) i non-morti procedano lentamente, ondeggiando, trascinandosi, mentre in altri (molti di più) corrono come centometristi e via dicendo, va inquadrata alla luce di questa attenzione sociologica e narrativa. Gli zombi sono lenti perché non sono individualmente delle vere minacce, ma il loro vero – unico – punto di forza è l’essere molti o moltissimi, l’essere ovunque, accerchiare i vivi. L’essere massa, inconsapevole classe marxista. Lo zombie romeriano quindi non è minaccioso, ma nemmeno è cattivo. Addenta i vivi come si addenta una bistecca, senza alcuna particolare malvagità. Già dai primi capitoli della serie di Romero è chiaro come i veri cattivi siano i viventi. Lo zombi è l’occasione per mostrare gli uomini lottare tra di loro: l’invasione dei morti viventi è soltanto un evento naturale, una calamità. Ai fini narrativi, potrebbe essere un tornado, uno tsunami, l’esplosione di un vulcano. Serve solo a mostrare uomini in situazioni di emergenza reagire a delle difficoltà. I film di zombi di Romero insomma non sono film dell’orrore, bensì di satira sociale. Il primo, La notte dei morti viventi (1968) parla di Vietnam e specialmente di razzismo, che determinerà l’esito della vicenda molto più degli zombi, “nuovi neri” la cui uccisione sarà descritta come non così diversa dai linciaggi razziali che per decenni hanno attraversato gli USA.

Zombi, 1976

Zombi, 1976

Il secondo e probabilmente più riuscito, L’alba dei morti viventi, in Italia uscito come “Zombi” (1976) critica il consumismo. I protagonisti si nascondo in un immenso centro commerciale – il primo del genere ad aprire in Pennsylvania, dove all’epoca viveva Romero. Gli zombi sparsi nel centro commerciale sono chiaramente i consumatori, imbambolati davanti alle vetrine, stregati dai saldi: inermi, lenti, rimbambiti. Prendete un’immagine del Black Friday statunitense e faticherete a distinguere finzione e realtà. Allo stesso modo, magistralmente, Romero costruisce la tensione anche sulla difficoltà nel distinguere persone, morti viventi e manichini delle vetrine; e nuovamente, i protagonisti saranno messi in pericolo dagli altri viventi più che dai morti.

Segue Il giorno degli zombi (1985): nell’epoca dei film ultra-americani e testosteronici di Stallone e Schwarzenegger, la critica di Romero non può che rivolgersi ai militari, ottusi e violenti, opposti agli scienziati che hanno cinicamente iniziato a condurre esperimenti per “addomesticare” gli zombi.

Il giorno degli zombi, 1985

Il giorno degli zombi, 1985

I morti viventi riconquistano, film dopo film, umanità, consapevolezza individuale e – per il marxista Romero – coscienza di classe: questo percorso si conclude, dopo una lunghissima pausa, ne La terra dei morti viventi (2005) nel quale ormai gli umani resistono solo in poche enclavi sorvegliate e militarizzate. Il film è ambientato in una città fortificata dove nel mezzo di quartieri degradati e pericolosi si erge un grattacielo/centro commerciale (il cui nome è traducibile “il paese della cuccagna”) nel quale vivono lussuosamente pochi milionari, che sfruttano i poveri dei quartieri popolari per mantenere il proprio stile di vita. La critica è definitiva, ormai si tifano gli zombi, quasi i veri buoni, contrapposti ai malvagi milionari che depredano e sfruttano.

La terra dei morti viventi, 2005

La terra dei morti viventi, 2005

Ironico come sempre, Romero disegna un protagonista che, dopo una vita a combattere gli zombi, vuole scappare tanto da loro quanto dai suoi datori di lavoro. Ormai i morti viventi sono più vivi dei vivi morenti, rinchiusi in tombe/gabbie dorate: l’eroe comprende che per vivere in santa pace l’unica soluzione è “trasferirsi in Canada”, fuggendo dagli Stati Uniti, quella Land of the free richiamata già nel titolo originale di questo ultimo capitolo, Land of the dead. La libertà è sostituita dalla morte: poteva Romero essere più chiaro di così?

Shaun of the dead, regia di E. Wright, 2004

Shaun of the dead, regia di E. Wright, 2004

Dopo questi capitoli, Romero procederà a una sorta di “reboot” della sua saga, con i due ultimi episodi della sua cinematografia, Le cronache dei morti viventi (2007) e L’isola dei sopravvissuti (2009) interessanti come tutte le opere del maestro, ma in forte discontinuità con la linea narrativa dei precedenti episodi.

Come tutti i lavori di Romero, sono stati talvolta definiti “amatoriali” o di basso livello sul piano tecnico; ciò soprattutto da chi crede che concetti e creatività valgano comunque meno di finanziamenti faraonici o effetti speciali spettacolari e inutili. A nascondere ogni critica, dovrebbero bastare la dimensione quasi profetica di alcune visioni di Romero e, ancora di più, l’eredità che lascia: centinaia di tentativi di imitazione, più o meno riusciti, dall’horror fino alla commedia con il riuscitissimo Shaun of the dead.

La calca per i saldi del black Friday, omaggio involontario alla filmografia di Romero

La calca per i saldi del black Friday, omaggio involontario alla filmografia di Romero

Quella di restare indipendente è stata per Romero una scelta sempre esplicita, dichiarata, controcorrente; una decisione che solo in un contesto ormai non più artistico, bensì meramente commerciale, può essere ritenuta coraggiosa. Un atteggiamento che lo avvicina a tanti grandissimi registi, uno su tutti Kubrick, famoso per non essere mai stato in grado di scendere a compromessi sulle proprie idee creative solo per ottenere qualche soldo in più. D’altronde, chi avrebbe mai potuto pensare di produrre commercialmente un “2001: Odissea nello spazio”? Quante opere d’arte, cinematografiche o meno, sarebbero esistite se il criterio fosse stato sempre e solo quello della loro commerciabilità? Quanti registi celebratissimi anche dalla critica hanno accettato di buon grado limitazioni creative o progetti indecenti in nome di produzioni mastodontiche? Nulla di male, sia chiaro: ma anche da questo passa la differenza tra un ottimo professionista e un artista.

George A. Romero

George A. Romero

Romero è stato un artista e la sua scomparsa quasi in sordina serva a ricordarci che non è necessario per i grandi registi “scendere a compromessi” e che non è vero che non si possono fare film di qualità senza spendere i milioni. Semplicemente è difficile farlo.

Sapevo esattamente quale tipo di film avrei dovuto fare per trovare tutti i fondi che volevo

ha dichiarato appena pochi mesi fa Romero in un’intervista,

Solo che non li volevo fare.

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