Un’isola divisa per sempre

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Nel 1878, come forma di ringraziamento per l’appoggio durante il Congresso di Berlino, che di fatto limitò i nefasti esiti della guerra russo-turca e la pesanti condizioni della pace stabilite dal Trattato di Santo Stefano, l’Impero Ottomano concesse alla Gran Bretagna l’affitto di Cipro, isola strategicamente fondamentale per il controllo del Mediterraneo orientale, successivamente occupata militarmente dagli stessi britannici nel 1914 e resa colonia vera e propria con il Trattato di Losanna del 1923.

Oggi come allora, l’isola, soprattutto dopo la recente scoperta di importanti giacimenti di gas naturale nella sua fascia costiera (giacimento Afrodite), continua a fare gola alle grandi potenze. Ed oggi come allora l’obiettivo rimane sostanzialmente uno: limitare l’espansione russa verso i mari caldi.

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Non è un caso che proprio la Gran Bretagna abbia sempre guardato con sospetto ad una reale indipendenza della Grecia e ad una reale autodeterminazione del popolo greco considerato, causa bizantinismo e ortodossia, troppo affine culturalmente alla Russia. Un timore giustificato in parte anche dal fatto che Alexander Ypsilianti, guida della lotta per l’indipendenza greca contro l’Impero Ottomano, fu ufficiale di cavalleria nell’esercito dello Zar durante le guerre napoleoniche, mentre Ioannis Kapodistrias, primo capo del governo della Grecia indipendente, fu ministro degli esteri dello Zar. E l’utopia neobizantina, portata avanti dall’associazione segreta Filiki Eteria, fu prontamente sopita dalla conferenza di Londra del 1832 in cui allo Stato greco fresco di indipendenza venne imposta una casa regnate, i Wittelbasch di Baviera, totalmente estranea alla storia della Grecia. Non si può altresì dimenticare che al termine del secondo conflitto mondiale, il timore che la Grecia finisse nell’orbita sovietica portò alla sanguinosa guerra civile degli anni 1946-49 in cui, ancora una volta, la Gran Bretagna giocò un ruolo determinate in sostegno delle forze filo-occidentali.

Il muro che divide Nicosia, capitale cipriota, tra zona greca e zona turca eretto nel 1974

Le vicende cipriote non si discostano da quelle della madrepatria. Ed anche l’isola, avamposto strategico sul Levante, non ha mai potuto godere di una reale autodeterminazione. Affrancatasi dal colonialismo britannico nel 1960, la Repubblica di Cipro godeva di una formale indipendenza basata sul sistema delle garanzie stabilito dal Trattato di Zurigo-Londra del 1959 secondo il quale Regno Unito, Grecia e Turchia si presentavano come garanti dell’indipendenza dell’isola col diritto di intervento in caso di violazione dell’accordo. L’accordo sulla condivisione dei poteri naufragò già a partire dal 1963 e la missione delle Nazioni Unite UNFICYP, di fatto, è presente sull’isola sin dal 1964. Il coup d’etat, ispirato dal governo greco dei colonnelli e volto alla riunificazione dell’isola con la madrepatria, scatenò la violenta reazione della Turchia che in due successive operazioni militari (luglio e agosto 1974), con il malcelato sostegno del Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger (che fallì nel tentativo di assassinare il Presidente greco-cipriota Makarios), mise a ferro e fuoco Cipro causando la morte di oltre il 3% della sua popolazione (una percentuale, in proporzione, addirittura più alta di quella causata dall’invasione a guida USA dell’Iraq nel 2003). Dal 1974, il villaggio di Pyla, nella zona cuscinetto controllata dalle Nazioni Unite, è l’unico in cui greco-ciprioti e turco-ciprioti vivono ancora a stretto contatto.

A questo punto, è importante sottolineare che i greco-ciprioti rappresentano l’ampia maggioranza della popolazione dell’isola (circa l’83% contro il 17% costituito da turco-ciprioti). L’intervento militare turco occupò il 37% del territorio cipriota sul quale venne proclamata la creazione della Repubblica di Cipro Nord: entità statuale riconosciuta dalla sola Turchia che, a sua volta, da allora nega il riconoscimento alla controparte greco-cipriota.

Ora, dopo il naufragio dell’impresentabile Piano Annan nel 2004, l’improvvisa accelerazione imposta ai negoziati da parte della Comunità Internazionale (ed in particolar modo dalla UE, il cui rinnovato interesse è stranamente coinciso con il rinnovato interesse nordamericano per l’isola) non può che detestare qualche sospetto. Soprattutto se si prendono in considerazione il cospicuo aiuto economico concesso dalla Russia alla Repubblica di Cipro a seguito della crisi nel 2011, la notevole crescita dei rapporti commerciali tra i due Paesi (da tempo Cipro funge da paradiso fiscale e turistico per le ricche famiglie russe), e la fondamentale scoperta del giacimento di gas naturale Afrodite che, insieme alla scoperta del giacimento Zohr al largo delle coste egiziane ed ai piani di sfruttamento israeliani di giacimenti di gas non esattamente nelle sue acque territoriali (giacimenti Leviatano e Gaza Marine 1 e 2), sta ridefinendo i progetti geostrategici sullo sviluppo delle risorse energetiche nel Mediterraneo orientale. Inutile dire che l’obiettivo, neanche troppo velato, è quello della costruzione di un gasdotto (l’EAST- MED, che andrebbe ad unire Israele, Cipro, Grecia ed Italia) che elimini la Russia, rinforzata nell’area dalla resistenza in Siria, dalle rotte del gas nel Mediterraneo. È chiaro che per fare ciò è necessario il ruolo determinante di governi nazionali più che compiacenti. E mai come oggi, sotto questo punto di vista, la situazione si mostra favorevole al progetto. La Grecia del Premier Tsipras, a dispetto della crisi economica ed alla presunta retorica sinistrorsa, oltre ad aver stretto inusuali legami con Israele, è una delle cinque nazioni che hanno rispettato l’obbligo, stabilito in sede NATO nel 2014, a destinare il 2% del PIL alle spese militari. Mentre al Presidente greco-cipriota Nikos Anastasiades è stata semplicemente imposta la capitolazione su tutti i fronti. Di fatto, la soluzione prevista in sede negoziale a Crans-Montana, in Svizzera, si caratterizzava per la mera imposizione di un sistema bi-zonale e bi-comunitario in cui la comunque sacrosanta tutela dei diritti della minoranza turca veniva a trasformarsi nella totale abolizione dei diritti della maggioranza. Insomma, si mirava a creare un nuovo non-Stato, in stile Bosnia-Erzegovina o FYROM, totalmente privo di autonomia decisionale da trasformare facilmente, più di quanto non lo sia già, in protettorato nordatlantico.

L’intransigenza turca sul ritiro delle truppe di occupazione (circa 35.000 unità), determinata anche dalla recente iniziativa del Partito nazionalista greco-cipriota ELAM (riuscito a far approvare in parlamento un emendamento per la commemorazione del referendum del 1950 sull’Enosis – l’unificazione alla madrepatria), oltre ad aver dimostrato, nonostante la sconfitta in Siria, la mai del tutto sopita volontà neo-imperiale di Erdogan (concentrato a mantenere alto il consenso interno attorno alla sua figura dopo la flebile vittoria nel referendum costituzionale) e l’altrettanto totale asservimento del Presidente di Cipro Nord Mustafa Akinci al volere di Ankara, ha paradossalmente salvato l’isola da un destino quantomeno infausto: ovvero, la sua nuova completa colonizzazione. Allo stesso tempo, Erdogan e Cavusoglu non hanno potuto esimersi dall’accusare la Grecia per il fallimento del negoziato, peggiorando ulteriormente dei rapporti già abbastanza tesi dalle ripetute violazioni turche dello spazio aereo greco.

Quando il calcio spiega al meglio le vicende politiche: fans dell’Anorthosis di Famagosta, ‘in esilio’ nello stadio di Larnaca per via dell’occupazione turca della città, intonano slogan inneggianti il rientro nel proprio territorio 

Il fallimento del negoziato, oltre ad aver dimostrato la sostanziale mancanza di autonomia decisionale delle parti coinvolte (cosa che dovrebbe quantomeno imporre le dimissioni dei due rappresentanti ciprioti) e l’imprevedibilità di una Turchia sempre più scheggia impazzita all’interno della NATO, ha rinviato, causa disputa sulla proprietà dei fondali, proprio il progetto di sfruttamento dei giacimenti di gas sottomarini. Un progetto che avrebbe comunque avuto un riscontro relativamente debole sull’economia dell’isola vista la sua totale monopolizzazione da parte di multinazionali e compagnie straniere.

Dunque, forse inconsapevolmente e per puro orgoglio nazionalista, la Turchia, che aveva ampiamente criticato la scelta di affidare l’esplorazione dei fondali ciprioti alla compagnia israelo-americana Noble Energy, ha fatto un favore tanto alla Russia quanto all’intera popolazione cipriota evitandole un destino da “Frankenstein State (per usare un’espressione dell’analista greco Dimitris Konstantakopoulos) in balia della già ingombrante presenza militare nordatlantica.

L’articolo Un’isola divisa per sempre proviene da L' intellettuale dissidente.

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