Come della rosa

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di Lelio Pallini

Non è certo una storia che si legge d’un fiato. Ho trovato molto impegnativa la lettura, e l’impegno profuso mi ha ricordato l’esperienza di tanti anni fa, quando mi imposi di leggere tutto l’Ulisse di Joyce.
Che cosa mi ha sospinto, dunque, che cosa mi ha condotto fino all’ultima pagina? Non certo la voglia di sapere ‘che cosa succede’. Infatti, non è un libro avvincente nel senso più banale del termine. Ciò che ha determinato il mio percorso di esplorazione è stata la curiosità intellettuale. La curiosità di sondare un mondo che è del tutto nuovo per me, anzi, del tutto estraneo alla mia esperienza e al mio ethos.
Giunto all’ultima pagina, mi sono chiesto che cosa ha reso tanto arduo il mio lavoro di lettore. Tornando a Joyce, ho escluso che la difficoltà di lettura derivasse da una ragnatela di associazioni tipica del monologo interiore, perché il libro ha una struttura coerente, un narratore sempre cosciente e vigile, uno sviluppo logico e grammaticale congruo e non casuale. In un secondo momento ho pensato che, comunque, l’autore / narratore avesse difficoltà a controllare una ‘fuga’ dei pensieri che voleva organizzare in modo compiuto. Tuttavia, ho dovuto abbandonare anche questa ipotesi, perché nella storia c’è un filo conduttore che emerge a tratti come il ‘Leitmotiv’ di una sinfonia complessa.
Alla fine, mi sono convinto che, in realtà, si tratta di un’altra ‘fuga’, la fuga dello sguardo e dei sensi, come se la protagonista e l’autrice non volessero, e non potessero, lasciarsi sfuggire nulla. Non a caso Lupo è fotografa. La sensibilità fotografica è onnipresente: colori, forme, sfumature, atmosfere, dettagli, contrasti, tonalità diverse. L’esperienza sensoriale si estende a tutti i temi ricorrenti: l’alcol, il cibo, l’abbigliamento, il sesso, la ritualità Yoruba, il mondo del crimine, New York e gli altri luoghi del ‘viaggio’ in senso lato. Altri motivi ricorrenti, la letteratura, la musica e il cinema, prestano alla protagonista (e all’autrice) tutte le suggestioni, indispensabili al narrare, che altrimenti non potrebbero essere articolate razionalmente.
Ovviamente, l’aspetto che mi ha incuriosito più di tutti, è il tempio, la religiosità, il pantheon a dir poco atipico (troppo tardi, purtroppo, ho scoperto l’interessantissimo ‘Glossario’ – che dovrebbe essere ben segnalato fin dalle prime pagine). Ho cercato di capire le analogie e le differenze con la cultura religiosa a cui sono stato educato. La cosa più sorprendente – anche se forse è solo una mia impressione – è come l”etica’ Yoruba riesca ad andare d’accordo con la spontanea, quasi innocente amoralità dei protagonisti. Forse questo, e la mia formazione, spiegano la mia riluttanza a considerare ‘amore’ ciò che unisce e divide gli eroi di questa impresa catartica. Tra Lupo, Lazzaro ed Emiliano sono evidenti le passioni, anche la voluttà, ma non li vedo nobilitati da quel sentimento superiore di affinità e di unione quasi mistica che io chiamo amore. A meno che ricorriamo al concetto di agàpe, ciò che troviamo alla fine del processo di sofferenza e di purificazione che segna i destini degli umani di Come della rosa in questo mondo, non nell’altro.

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