Intervista col Trio Kin

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Il Trio Kin è un progetto nato nell’edizione 2016 del Südtirol Jazzfestival Alto Adige, una produzione originale che vede interagire tra loro tre giovani artisti internazionali: Elias Stemeseder -classe 1990, attualmente residente a New York- astro nascente del piano jazz made in Austria; Francesco Diodati, chitarrista di punta del jazz contemporaneo dal respiro europeo e Dan Kinzelman –americano trasferitosi in Italia- oramai star internazionale del sassofono.

Cifra distintiva del loro jazz è l’alternanza tra momenti introspettivi ed episodi di grande tensione nella quale i tre componenti spingono fino all’estremo le possibilità espressive dei rispettivi strumenti che si inseguono e si sovrappongono con modalità uniche e ipnotiche.

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In occasione dell’apertura del Jazzflirt festival abbiamo avuto l’opportunità di chiacchierare abbondantemente con tutti e tre e di scoprire le loro idee in fatto di musica.


S. D. Come vivete il vostro rapporto con le forme musicali? È una ricerca di controllo sulla forma oppure è la forma che guida sia nella composizione che nell’improvvisazione?

F.D. Penso che tutti e tre condividiamo l’idea di forma come struttura flessibile; in questo progetto, la composizione è intesa come uno strumento con il quale interagire, giocare, scomporre e questo ci permette di essere molto flessibili.

S.D. Quindi parliamo di una sorta di equilibrio tra le due tendenze?

F.D. Sì, la forma musicale è qualcosa di malleabile che si può modificare a seconda del momento.

D.K. Sì, anzi spesso abbiamo la tendenza a modificare la forma tutti quanti nello stesso momento: alle volte ho proprio la sensazione che tutti e tre decidiamo di andare in una direzione, di passare da una parte all’altra nello stesso istante.

E.S. Alle volte un singolo pezzo può avere una forma e quindi una narrazione a sé in altri casi, invece, costruiamo un racconto assemblando più brani insieme e quindi più forme.

S.D. Quindi state parlando di macrostruttura? E per quanto riguarda la microstruttura, le parti più profonde, c’è una differenza?

F.D. Faccio un esempio per essere più chiaro: una delle composizioni di Dan Kinzelman è divisa in due parti ma non è stabilito quante volte venga ripetuta la prima parte prima di passare alla seconda eppure andiamo spontaneamente tutti e tre in quella direzione; è come se, il passaggio fosse legato a una certa sensazione che si crea e che ci spinge al cambiamento.

S.D. Quindi forma e improvvisazione sono conciliate? Qual è per voi un buon materiale per l’improvvisazione?

D.K. Sì, assolutamente. Personalmente quando scrivo musica cerco di creare qualcosa che sia il meno brutto possibile e, soprattutto, che sia abbastanza flessibile da permettere agli altri performer di dire la loro e quindi arrivare a scatenare una reazione di gruppo; io abbozzo il percorso ma non lo seguo fino in fondo, lascio che siano gli altri a completare lo sviluppo e, per fortuna, suono con musicisti fortissimi e dall’insieme viene sempre fuori qualcosa di migliore rispetto a quello che potrei fare da solo.

S.D. Tutto questo è un processo mentale vostro, che appartiene a voi musicisti. Riuscite a includere l’ascoltatore in questo processo creativo? Vi interessa questo aspetto oppure no? In sostanza: tenete conto dell’ascoltatore oppure vi concentrate sulla sperimentazione personale e di gruppo?

F.D. Ti rispondo con un piccolo aneddoto: prima, a fine concerto, qualcuno mi ha detto che gli era piaciuta la nostra performance perché sentiva di dover prestare attenzione, non poteva permettersi un ascolto passivo poiché doveva concentrarsi su elementi che ritornavano variati e con implicazioni sempre differenti a seconda del contesto. Solitamente si crede che una forma musicale non trasparente, non palese risulti ostica e quindi allontani il pubblico; io non sono d’accordo perché non parliamo di qualcosa di totalmente astratto ma di idee che vengono incastrate tra di loro a formare un dialogo molto stringente, non solo tra i musicisti ma con il pubblico stesso. È una pretesa da parte nostra, un modo per stare insieme all’ascoltatore perché la nostra è musica alla quale bisogna necessariamente prestare attenzione e, per questo, implica un forte coinvolgimento che la rende più “calda” di quanto si possa pensare.

S.D. Cos’è che volete comunicare in questo discorso con il pubblico? Innanzi tutto, c’è qualcosa che volete comunicare? Avete consapevolezza di quello che fate oppure è qualcosa di istintuale che pone l’attenzione sull’espressione personale lasciando indietro l’intento comunicativo? Perché dovete considerare che il tipo di ascolto che la vostra musica presuppone è qualcosa di molto lontano rispetto a quello cui sono abituate orecchie occidentali.

E. S. In realtà anche in questa musica c’è tensione e risoluzione, ci sono cadenze quasi come nelle forme classiche.

S.D. Infatti non intendo dire che la vostra musica manchi di forma ma che è qualcosa di molto labile per cui risulta più difficile gestire aspettativa e appagamento.

E.S. La differenza fondamentale sta nel fatto che questa musica è anche performativa, non parliamo solo di esecuzione per cui il pubblico deve sentire ma deve anche osservare.

S.D. Sì, ho notato questo aspetto; il gesto fa assolutamente parte della performance, in particolare, la tua esecuzione Elias ha suscitato grande interesse e curiosità nel pubblico perché hai suonato il pianoforte in maniera non convenzionale. Utilizzando la tastiera, le corde e il sintetizzatore hai arricchito la gamma sonora dello strumento amplificando l’aspetto percussivo, soprattutto, nei momenti in cui picchiavi con i pugni sulla tastiera: non tutti sono abituati a questo tipo di uso del piano e questo ha creato un interesse, un’attenzione non solo ai suoni ma anche alla maniera in cui venivano prodotti.
Ora vorrei spostarmi su un altro aspetto: il Jazz come musica di creolizzazione. Siete d’accordo? Il Jazz oggi mantiene questo status creativo dato dalla creolizzazione oppure si è collegato alla sperimentazione di tipo europeo, di tipo colto?

D.K. Penso che questo spetti a una persona come te dirlo. Il modo in cui io vivo il jazz è differente rispetto al tuo approccio e andare a scavare su queste tematiche bloccherebbe il mio processo creativo, la parte vissuta della musica; non vorrei andare a esaminare troppo questi aspetti perché potrebbe rompere la magia dell’esperienza, sarebbe come guardare dietro le quinte di un teatro.

S.D. E parlando in generale, riusciresti a darmi una risposta?

D.K. Capisco quello che dici e sono abbastanza d’accordo ma non seguo abbastanza il jazz contemporaneo perché mi nutro di altro nonostante io faccia questo tipo di musica.

E.S. Secondo me non è tanto una questione di stile quanto di approccio alla musica.

S.D. Credi che la mescolanza sia data proprio dall’approccio alla musica?

E.S. Sì, l’approccio è rimasto lo stesso anche se cambia l’estetica: è come danzare, dipingere o recitare, è qualcosa di legato al momento e alla performance.

S.D. Raccontatemi il vostro progetto. Cosa avete di particolare, cosa volete comunicare come trio?

D.K. Secondo me lo stiamo ancora capendo, almeno questa è la mia sensazione. Quello che mi interessa è lo “sforzo” che facciamo per trovare una via comune, per camminare insieme perché il nostro non è un organico semplice, ci sono due strumenti armonici, non c’è uno strumento ritmico, non c’è il basso, non c’è la batteria. In un organico jazz tradizionale i ruoli molto chiari e definiti invece in questo gruppo ognuno deve reinventarsi continuamente e capire cosa stanno facendo gli altri per creare un puzzle che si incastri nonostante le parti siano in movimento costante.

F.D. Sostanzialmente questo trio nasce proprio come incontro tra persone perché è stato incoraggiato dal direttore artistico del Südtirol Jazzfestival. Noi sapevamo di dover suonare insieme ma non siamo andati lì come trio, in più, io non mi ero mai esibito in questa formazione. Per me è stato come uno spazio creato appositamente per suonare insieme: abbiamo fatto due prove e subito dopo la prima ero talmente ispirato da scrivere due dei brani eseguiti in concerto. Per il resto, quello che facciamo è sviluppare delle idee cercando di capire cos’è che ci piace suonare insieme.

S.D. Vi ispirate solo a suggestioni di tipo musicale o l’ispirazione nasce anche da altri tipi di arte? Se si, come questa influenza si concretizza in musica?

E.S. È possibile avere stimoli da altri tipi di arte, recepirne più che altro il mood. I film hanno un mood, le foto hanno un mood ed è possibile che la musica si basi sul mood di un film o di un libro. Per me, alle volte, è più qualcosa di macroscopico, è molto astratto, vagamente basato su quella cosa per cui è difficile da descrivere in maniera precisa.

S.D. Quindi parliamo di suggestione?

F.D. Non è un rapporto univoco né chiaro. Quando suono, letteratura, cinema, vita entrano necessariamente nella musica, soprattutto in questo tipo di musica nella quale i rapporti con l’altro, le interazioni sono fondamentali: tutto viene messo in gioco. Nonostante questo, difficilmente c’è un riferimento preciso a un film o a un libro.

E.S. Alle volte l’influenza agisce a un livello poco cosciente, nella parte subconscia per questo è difficile parlarne in maniera chiara.

D.K. Non è facile dire: “ho pensato a…”, “ho visto un cane oggi e quindi ho suonato in questo modo…”. Alle volte ho delle suggestioni specifiche ma preferisco tenerle per me perché esternarle le renderebbe banali; in ogni caso mentre si suona questo tipo di musica avviene qualcosa di complesso ed è difficile averne piena consapevolezza, alle volte non è una sensazione precisa e, in ogni caso, non è detto che la mia interpretazione di ciò che sto facendo sia giusta.

S.D. Faccio un esempio che mi riguarda: quando dipingo ho in testa molto chiaramente il rimando che voglio fare, l’ispirazione che mi viene magari da un tipo di arte differente. A voi, quindi, non capita questa cosa?

D.K. Alle volte ho in mente delle immagini ma, per me, è più importante la connessione con gli altri, la comunicazione con loro piuttosto che delle suggestioni personali. Mi interessa l’interazione, una chiacchierata, un discorso fatto con gli altri musicisti; se discuto a parole o in musica con Francesco ed Elias quello che ne viene fuori, per me, supera le cose che potrei dire da solo.

E.S. alle volte l’ispirazione può arrivare da delle limitazioni autoimposte e, in questo caso, noi abbiamo una strumentazione particolare che forse è la limitazione adatta per far scattare il processo creativo.

D.K. Uno degli aspetti più interessanti della musica improvvisata, per me, è vedere persone che risolvono problemi in tempo reale e questa cosa, in un contesto con musicisti eccellenti, è molto interessante perché si trovano altre strade alle quali singolarmente non ci si sarebbe arrivati, si fanno deviazioni interessanti. Una cosa del genere è successa proprio questa sera con un mio pezzo: sono andato letteralmente in estasi perché è stato interessantissimo ascoltare come Francesco ed Elias hanno inteso “risolvere” quel brano, il loro approccio è stato inaspettato per me che non lo avevo mai pensato in quel modo.

Silvia D’Anzelmo

L’articolo Intervista col Trio Kin proviene da Quinte Parallele.

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