Il successo degli ETF e la spinta degli emergenti

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Continuano a sorridere i risparmiatori, italiani ed internazionali, che hanno deciso di investire sugli ETF. Dietro questa sigla si “celano” gli Exchange-Traded Fund, ossia tutti quegli investimenti catalogabili nella macro-famiglia degli ETP. Si tratta in parole povere dei prodotti a indice quotati, caratterizzati da una gestione passiva e da risultati che dipendono dalle oscillazioni della borsa, così come avviene per le azioni e le obbligazione, e non all’abilità di compravendita del consulente deputato alla gestione del fondo. Gli ETF espongono il risparmiatore a rischi inferiori, puntando ad una diversificazione del portafogli a costi decisamente più contenuti senza subire eccessivamente le conseguenze delle oscillazioni di mercato.

Un 2017 d’oro per fondi comuni e ETF

Chi ha puntato sui fondi comuni e sugli ETF ha scelto la via di un guadagno meno importante, ma anche di intraprendere la strada con meno insidie, ed è stato “premiato” dai risultati ottenuti in questo 2017. Entrando nel dettaglio, i dati più confortanti arrivano da quegli strumenti finanziari dedicati ai mercati emergenti. Basti pensare ai margini maturati dalla categoria Fideuram degli Emerging Markets, che nei primi 6 mesi ha guadagnato quasi 11 punti percentuali, sfiorando quota +25% nell’analisi dell’intero anno. Un risultato eccezionale, secondo in Italia soltanto ai titoli azionari nazionali. Il Wall Street Journal, nella sua classifica dei più importanti ETF ha citato l’iShares Core EM e l’iShares Msci EM, e non è un caso che questi ETF dei paesi emergenti abbiano finora fatto registrare ampi margini positivi.

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È però importante sottolineare che i risultati di un certo rilievo fatti registrare finora dai titoli dei Paesi emergenti sono controbilanciati delle ingenti perdite successive alla Grande Recessione che ha caratterizzato i mercati ormai 10 anni orsono, aumentando la volatilità di titoli già molto instabili come quelli legati alle nazioni in via di sviluppo. La dimostrazione più evidente è data dal Vanguard Emerging Markets Stocks Index, che si attesta a quota +13.73% da gennaio, e guadagna oltre il 23% nell’arco dell’ultimo anno, ma se si guardano i risultati degli ultimi 3 anni o dell’ultimo decennio, il saldo, pur rimanendo positivo, scende sensibilmente guadagnando in media l’1%. E se guardiamo all’evoluzione del Vanguard Emerging Markets, dal 1994 ad oggi vanta un tasso medio del 6.42%, ad ulteriore riprova delle oscillazioni a cui sono soggetti i mercati emergenti.

L’ingresso di Vanguard nel mercato italiano

Nel prossimo futuro, la Vanguard, società privata costituita senza scopo di lucro, punta anche all’ingresso nel mercato italiano. In questa forma di “cooperativa” azionaria, i sottoscrittori fungono da soci, e gli utili sono reinvestiti per minimizzare le commissioni, mentre le spese del fondo sono tra le più basse in assoluto, visto che si attestano intorno allo 0.3%.

L’ingresso della Vanguard, però, non sarà l’unica grande novità del 2017 nel grande mondo degli ETF legati ai mercati emergenti. Infatti, la spinta della Cina non è più trascurabile, e le autorità asiatiche hanno finalmente convinto i curatori dell’indice Msci. A breve, quindi, le azioni cinesi delle borse di Shanghai e Shenzen, quotate in territorio asiatico, saranno inserite all’interno dell’indice. L’accordo prevederà una selezione di 222 azioni, ma è solo l’inizio di una “rivoluzione” all’insegna di un mercato che ora non può più considerarsi in crescita. I capitali investiti nelle due borse cinesi ammonta a 7500 miliardi di dollari e solo in USA il giro d’affari è più importante. L’anomalia è riscontrabile nelle influenze esterne: solo poco più di un’azione su 1000 è detenuta da risparmiatori non cinesi, e questo nuovo scenario apre anche a ETF che strizzano l’occhio alla situazione della Cina.

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