Tutela per il debitore assillato da società di recupero crediti

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Non è possibile farsi giustizia da sé e minacciare il debitore con mezzi illegali.
Non ci si riferisce solo al caso di chi prende una pistola o un bastone e li indirizza verso il debitore con l’intento di spaventarlo. Anche lo stalking telefonico può essere considerato un atto illecito. Non è consentito dire in pubblico o scrivere su un profilo Facebook che un soggetto è debitore di una somma, così come non si può farlo con affissione alla bacheca condominiale; è tuttavia possibile citare in assemblea di condominio i nomi dei morosi.

Il creditore non può neanche intimorire il debitore prospettandogli delle conseguenze inverosimili per il diritto, confidando nell’ignoranza di questi. Ad esempio, dire al debitore che se non paga arriverà, il giorno dopo, l’ufficiale giudiziario a buttarlo fuori di casa è illecito; più volte, le società di recupero crediti sono state sanzionate per condotte di questo tipo.

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Il codice penale [2] punisce chiunque, al fine di esercitare un preteso diritto, potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé, usando violenza o minaccia alle persone; la pena consiste nella reclusione fino a un anno. Se il fatto è commesso anche con violenza sulle cose, alla pena della reclusione è aggiunta la multa fino a euro 206. La pena è aumentata se la violenza o la minaccia alle persone è commessa con armi.

La norma punisce colui il quale, pur avendo in astratto la possibilità di rivolgersi al giudice, decide di «farsi giustizia da sé», minacciando il debitore oppure usando violenza sulle sue cose o sulla sua persona. Il reato contestato è quello di «esercizio arbitrario delle proprie ragioni». È ad esempio chi strappa il portafogli di mano dal debitore, chi gli buca una ruota dell’auto, chi suona a ripetizione al citofono di casa, chi lascia dei cartelli minatori sulla sua porta, chi utilizzi un’arma come mezzo di persuasione.

Allo stesso modo è stalking quello del creditore che insiste per recuperare dei soldi concessi in prestito al suo debitore. La crisi ed i prestiti che non si riescono ad onorare, infatti, hanno indotto (sempre di più) le banche o le società di recupero crediti a fare continue telefonate, inviare lettere ed e-mail ai debitori per recuperare i propri soldi. Ma tutto questo non sempre è lecito.

Ci sono modi e modi per pretendere un pagamento (anche se dovuto): non si può perseguitare con insistenza il debitore notte e giorno, con telefonate presso l’abitazione o sul luogo di lavoro. Questo è contrario alla legge e, se portato alle estreme conseguenze, può condurre alla commissione del reato di stalking (oltre a quello di minaccia, molestia, violenza privata o esercizio arbitrario delle proprie ragioni). Si deve sempre trattare (ovviamente) di comportamenti vessatori ed opprimenti.

Per esempio. L’agente del recupero crediti che chiama una o, addirittura, più volte al giorno un debitore chiedendogli di pagare e preannunciando conseguenze spiacevoli (legali e non) derivanti dal mancato pagamento, può incorrere nel reato di stalking.

Capita di sentire chi dice: “domani veniamo con l’ufficiale giudiziario e pignoriamo tutto o vi cacciamo di casa”. Questo non è consentito, anche perché non si arriva a pignorare un bene con una semplice telefonata, ma ci sono delle procedure da seguire. Anche i debitori hanno i loro diritti e non possono essere stressati e pressati (quasi minacciati) quotidianamente al punto da aver paura di rispondere al telefono o, addirittura, da cambiare numero. Gli operatori (delle società di recupero crediti) devono rispettare le leggi: non possono cercare l’interessato in luoghi diversi dall’abitazione (come ad esempio a casa di parenti, vicini di casa o sul posto di lavoro), né in orari impensabili o con una frequenza maggiore di quella consentita.

La pena

Il reato di stalking è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni; la pena è aumentata se il fatto è commesso:

dal coniuge, anche separato o divorziato;
o da persona che è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa;
ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena è, altresì, aumentata fino alla metà se il fatto è commesso:

a danno di minori, di donne in stato di gravidanza o di una persona con disabilità;
con armi;
da persona che non mostra il volto (travisata).

Cass. sent. n. 35342/17 del 18.07.2017.

Art. 393 cod. pen.

Art. 612 bis cod. pen.

Cass., sent. n. 29705 del 23.7.2016.

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