La prima tangentopoli d’Italia

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Cent’anni esatti prima di Mani Pulite, ma alla fine dell’Ottocento, l’Italia da poco unita fu travolta dallo scandalo della Banca Romana: con l’appoggio di diversi politici, aveva messo in circolazione banconote false per 50 milioni. Cadde il potente Giovanni Giolitti con il suo governo, ma il processo mandò tutti assolti. Il pomeriggio del 20 dicembre 1892 a Roma la tensione alla camera dei Deputati era altissima. Erano presenti tutte le notabilità e tutti i ministri, così come annotò il cronista della Gazzetta Piemontese, antenata dell’attuale La Stampa. All’ordine del giorno c’era il primo grande scandalo della storia dell’Italia Unita, quello della Banca Romana. Nell’occhio del ciclone, il governo e il suo primo ministro, lo statista piemontese Giovanni Giolitti.

L’intuizione di Cavour

Alla fine dell’800 la situazione delle banche in Italia era confusa. Il Regno d’Italia era stato proclamato il 17 marzo 1861 sulle ceneri degli stati preunitari, ma ciò non aveva portato alla confusione delle relative banche nazionali. Il regno delle Due Sicilie, il Granducato di Toscana, il Ducato di Parma, il Lombardo-Veneto e il Regno di Sardegna sopravvivevano attraverso le banche di emissione, istituti autorizzati a stampare carta moneta.

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Nessuno si fuse con altri, se non quello piemontese (la Banca Nazionale degli Stati sardi, ribattezzata dopo il 1861 Banca nazionale del Regno d’Italia), che inglobò la piccola banca del Ducato di Parma e che divenne indubbiamente il più forte istituto bancario della penisola grazie al rapporto di fiducia con i Savoia. Anche questa banca, però, era nazionale solo di nome e Camillo Benso, conte di Cavour, uno degli artefici dell’unità nazionale, sosteneva la necessità di completare l’unificazione del Paese anche sul piano finanziario, creando un istituto centrale in grado di guidare l’economia.

Non fu ascoltato: gli interessi locali erano forti e troppi notabili traevano eccellenti guadagni dalle banche tradizionali, relativamente piccole. Morto Cavour il 6 giugno 1861, nessun politico proseguì il suo lungimirante piano. Prevalse invece l’idea sbagliata che una banca centrale rappresentasse un eccesso di statalismo, come si direbbe oggi, e un attentato alle sane libertà del mercato.

Istituti di credito inadeguati

Nel 1871, un anno dopo la Breccia di Porta Pia e la conquista di Roma, a questo gruppo di banche ereditate dagli stati preunitari si aggiunse anche quella della capitale, la Banca Romana, che come le altre aveva mantenuto il privilegio di stampare carta moneta che le spettava in quanto ex istituto bancario di uno stato sovrano (in questo caso, lo stato pontificio).

L’Italia dell’epoca non era un paese industriale e non voleva nemmeno esserlo: la classe politica e gli economisti erano convinti che fosse destinata a diventare il granaio d’Europa, fornendo prodotti agricoli ai paesi industrializzati d’oltralpe. Perciò anche il sistema bancario si era adeguato: gli istituti di credito non erano attrezzati per fornire crediti a lunga scadenza, ossia a prestare denaro alle industrie per i loro investimenti, per la semplice ragione che in pratica le industrie non esistevano. Le banche operavano soprattutto attraverso le cambiali, che per definizione sono operazioni a breve termine.

Questo sistema, di per sè fragile, venne messo a dura prova dall’andamento generale dell’economia europea degli anni Ottanta: tutti i paesi si stavano rinchiudendo in una sorta di isolamento e proteggevano le rispettive economie imponendo pesanti tasse sulle merci di importazione. Inoltre, le banche francesi, che operavano in Italia portando capitali freschi, cominciarono a ritirarsi mettendo le nostre in difficoltà.

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