Joseph Joachim, il destinatario prediletto dell’Ottocento

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Spesso sotto i titoli di grandi composizioni musicali si legge un nome che non è quello del compositore, ma quello di un destinatario al quale viene dedicata l’opera. E se non lo si trova lì sulla prima pagina è facilmente reperibile nelle biografie dei compositori stessi.

Uno dei nomi più ricorrenti  nelle dediche delle opere per violino dell’Ottocento  è  quello di Joseph (in ungherese  József) Joachim, che fu una delle figure più di spicco del panorama musicale dell’epoca. A lui furono indirizzati alcuni dei capisaldi del repertorio musicale di quel periodo come il Concerto per violino op.77 di Brahms, la Sonata FAE per violino e pianoforte, il Doppio concerto op.102 di Brahms e il Concerto per violino  op.26 di Bruch.

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Per poter capire il perchè di queste dediche bisogna fare un passo indietro a quelli che furono gli incontri e gli aneddoti fondamentali della  vita di Joachim. Violinista, direttore d’orchestra, compositore ed insegnante egli nacque nel 1831 a Kittse, in Ungheria in una delle sette comunità ebraiche che godeva della protezione degli  Esterházy. Studiò violino prima a Pest con la prima parte dell’Operà (nonchè futuro insegnante di H.Wieniawski), poi al Conservatorio di Vienna con il virtuoso Hauser ed infine a Lipsia dove conobbe una delle personalità che segnarono la sua carriera musicale: Felix Mendelsshon, al quale Joachim dovette il suo primo grande trionfo. Mendelsshon nel 1844 era il direttore della Gewandhausorchester Lepzig, una delle orchestre esistenti più prestigiose e riconobbe subito il talento di Joachim, decidendo così di affidargli  l’esecuzione del Concerto per Violino di Ernst. Ma il vero successo arrivò con l’esecuzione londinese del Concerto per Violino di Beethoven, dove Joachim diede dimostrazione del suo mirabile talento e fu notevolmente apprezzato dal grande pubblico.

La loro amicizia continuò a portare frutti: nel 1847 Mendelsshon e Joachim furono nuovamente insieme sul palco per l’esecuzione del Concerto in Mi Minore op. 64 scritto da Mendelsshon stesso. Dopo quell’esibizione il violinista scrisse: “ho avuto l’opportunità di eseguire questo concerto accompagnato dall’autore, conosco quindi bene le sue intenzioni, poiché quando se ne presentava l’occasione egli non risparmiava critica.”

Poco tempo dopo Mendelsshon morì e Joachim si trasferì a Weimar dove suonò con l’orchestra di Liszt con il quale ebbe però un acceso diverbio poiché ne criticò duramente le scelte musicali,  dissociandosi così dalla Nuova Scuola Tedesca di Berlioz, Liszt e Wagner definendola non consona al “nutrimento della mente e dell’anima”. Egli infatti non vedeva di buon occhio le nuove tecniche compositive di questi ultimi che si avvalevano di risoluzioni armoniche sempre più “azzardate” e innovative, non in linea alla “musica pura” dei grandi maestri della tradizione classica.

Lasciò così Weimar per recarsi ad Hannover che fu la città protagonista di un’altra grande amicizia fondamentale per Joachim, quella con Clara Schumann e Johannes Brahms. I tre si trovarono spesso a suonare insieme in occasioni pubbliche e  a frequentare l’ambiente di casa Schumann, che in quel periodo era la culla della convivialità romantica ottocentesca. Infatti Clara era ormai un’acclamata pianista di livello internazionale, occupata spesso in tournè all’estero, mentre il marito Robert Schumann oltre ad essere uno dei più grandi compositori dell’epoca romantica fu anche critico musicale di livello, tanto da fondare una propria rivista musicale.


Fu proprio in casa Schumann che nel 1853 venne realizzata una delle opere dedicate a Joachim in occasione di una sua visita al compositore, che per l’occasione scrisse insieme a Dietrich e Brahms una sonata da dedicargli. Il curioso compito per Joachim  di indovinare quale compositore avesse composto i movimenti della sonata e per farlo gliene venne portata una copia, di modo da non avere indizi dal manoscritto originale. Schumann si dedicò al II ed al IV movimento, Dietrich al I e Brahms al III, il celebre Scherzo.  Il titolo ebbe due principali chiavi di lettura: la sequenza di note fa-la-mi (F, A, E, in notazione alfabetica) utilizzate più o meno direttamente dai compositori, e il riferimento, in sigla, al motto di Joachim «Frei aber einsam», “Libero ma solo”.

Nel 1866 arrivò per Joachim la seconda dedica in cima allo sparito: il Concerto per Violino op. 26 n. 1 di Max Bruch. Compositore tedesco il cui stile musicale si ispirava al primo romanticismo ed in particolare a Mendelsshon, Bruch ammirava la personalità ed il talento del violinista ungherese e decise non solo di dedicargli amichevolmente l’opera (“Joseph Joachim in Freundschaft zugeeignet” si legge)  ma anche di affidargliene la prima esecuzione a Brema.

Il compositore che però ebbe il rapporto più significativo con Joachim (tanto da dedicargli due dei suoi concerti per strumenti solisti) fu Johannes Brahms. Tra i due si instaurò presto un rapporto di stima recpiroca: Brahms accompagnava al pianoforte Joachim, mentre quest’ultimo seguiva ed esortava il compositore durante la composizione dei suoi lavori. Così nel 1878 Brahms gli scrisse per comunicargli la stesura del suo Concerto per Violino chiedendogli aiuto nella distribuzione delle difficoltà tecniche all’interno della parte solista.

A testimonianza di questa stretta collaborazione ci sono annotazioni sul manoscritto e lettere tra i due, una delle quali la seguente, con in allegato il primo movimento: “Amico caro, (…) vorrei mandarti un certo numero di passaggi per violino (…) Mi chiedo se non sei tanto sprofondato in Mozart e forse in te stesso, da poter trovare di un’ora per guardarli. Mi è sufficiente che tu dica una parola o che ne scriva qualcuna sopra la parte: difficile, scomodo, impossibile, eccetera.” A questa lettera Joachim rispose con molto entusiasmo verso la nuova composizione definendola violinisticamente originale.Gli scambi di corrispondenza continuarono  fino alla prima del concerto a Lipsia nel 1879 eseguita da Joachim sotto la direzione dello stesso Brahms, che gli dedicò l’opera.

“[Brahms] È il più intransigente egocentrico che si possa immaginare. Tutto scaturisce dalla sua natura sanguinica, la sola cosa che gli preme è comporre senza essere disturbato. Le sue composizioni, così ricche e intransigenti nel respingere le afflizioni terrene, sono per lui un gioco quanto mai spontaneo. Non mi sono mai imbattuto in un talento come lui. Mi ha superato, di molto”.Joseph Joachim

L’ultima delle opere di Brahms per Joachim fu il Doppio Concerto per Violino, Violoncello e Orchestra op.102 composto nel 1887,  ma la storia di quest’opera non fu felice quanto quella del concerto per violino.

Tutto ebbe inizio con la separazione di Joachim dalla moglie Amalie Weiss nel 1884, poiché egli si convinse che lei potesse aver avuto una relazione con l’editore di Brahms.  Brahms, certo del fatto che tale ipotesi fosse errata, scrisse una lettera ad Amalie in segno di amicizia che lei però utilizzò in tribunale come prova della sua buona fede nei confronti del marito. Tale fatto comportò un distacco durato due anni tra Joachim e Brahms che si risolse successivamente con la dedica al violinista del Doppio Concerto come offerta di pace.

Si concludono così gli aneddoti sulle dediche a Joseph Joachim, che muore nel 1907 a Berlino dopo una brillante carriera da virtuoso del violino, compositore ma anche didatta e studioso; un musicista a tutto tondo, di grande aiuto per molti autori ed interpreti dell’epoca come, oltre quelli già citati, il violinista Arthur Moser con il quale fu autore di un’apprezzatissima Violinschule e Ludwig Spohr, suo collaboratore nella fondazione della Royal Academy of Music di Berlino dove delinearono insieme I fondamenti della nuova scuola violinistica tedesca. Inoltre Leopold Auer stesso spese parole di grande stima nei suoi confronti.

“Ogni artista è un Edipo: se si ferma dinnanzi agli enigmi del tempo senza risolverli, la Sfinge lo getta nell’abisso dell’oblio ed egli non transita innanzi verso il futuro dell’immortalità” scrisse Joachim in uno dei suoi appunti, un lascito importante sul quale ancora oggi poter riflettere.

Ginevra Bassetti

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