Welcome to the Hotel California: l’epica americana degli Eagles

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(In foto, da sinistra: Joe Walsh, Glenn Frey girato verso destra,Randy Meisner, Don Henley)

C’è un preciso momento in cui gli Eagles diventano davvero gli Eagles.

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Nonostante ogni membro della band in periodi diversi abbia dato il massimo che ha potuto dare al processo creativo, è quando Bernie Leadon, uno dei membri fondatori della band con Glenn Frey e Don Henley, lascia il posto a Joe Walsh che si forma una specie di chimica indefinibile dove ogni tassello magicamente va al suo posto.

(Joe Walsh, 1977. Estratto da Youtube.)

Walsh non entra subito nella band. Durante un tour di supporto ai Rolling Stones, gli Eagles e Joe Walsh vengono scelti per aprire i concerti dei ragazzacci inglesi e brevettano un numero che ricorda più quello di un prestigiatore. Glenn Frey racconta che alla fine dell’apertura, mettevano Joe Walsh in una cassa che veniva portata sul palco e da cui una volta aperta, come la Venere nella conchiglia, usciva questo chitarrista smilzo e biondo, che con la sua Les Paul attaccava con gli Eagles “Rocky Mountain Way”.

 

Dopo “One of These nights”, che al suo interno mostrava una band ormai matura, che sfornava hit a ripetizione (la stessa title track, Lying Eyes, Take it to the limit), senza Bernie Leadon gli Eagles perdono qualcosa dal punto di vista delle armonie vocali (ascoltate Peaceful Easy Feeling per capire di cosa sto parlando) ma ne guadagnano dal punto di vista inventivo, essendo Walsh un personaggio molto estroverso. A sentire parecchio la pressione sono Don Henley e Glenn Frey, che sono i fondamentali autori della band, il vero e proprio nucleo creativo e infatti l’inizio non è così semplice.

Con l’arrivo di Joe Walsh, Don Felders, che è il primo chitarrista, voleva scrivere una canzone che si adattasse ad essere suonata da due chitarre soliste, per cui si rintana nella sua casa a Malibu, registrando su dei nastri alcune idee per delle canzoni che poi consegna alla band, che tradotto significa darle a Frey e Henley per vedere se riescono a tirarci fuori qualche brano. Frey ha dichiarato che il “90% delle cose che aveva ascoltato sulla cassetta erano dei fraseggi di chitarra su cui non si poteva cantare” ma tra le altre cose c’era una progressione che turba Glenn e Frey e su cui decidono di iniziare a scrivere un testo, anche se l’idea del titolo viene da Don Henley.

Il titolo di quel testo era “Hotel California”.

Hotel California è un capolavoro assoluto ed è la canzone che permette all’album di nascere nella sua interezza. Il testo è molto criptico, in quanto sia Don Henley che Glenn Frey erano fanatici dei messaggi nascosti e le parole si prestano a molteplici significati. Alla domanda, Henley ha risposto che la sua personale visione è che Hotel California evochi “un viaggio che attraversa un cammino che parte con l’innocenza fino ad arrivare all’esperienza”, quasi citando William Blake. La descrizione dell’edonismo sfrenato, che può trasformarsi in Paradiso o Inferno, è sicuramente autobiografica: gli Eagles erano grandi consumatori di sostanze e parlano di cose che conoscono, una Los Angeles piena di bottiglie di vino d’annata, del caldo odore delle colitas (lo slang messicano usa questa parola per riferirsi alle gemme della pianta di marijuana) e di donne dai dubbi valori. C’è un verso dove Henley canta: “So I called the captain, please bring me my wine/ he said we haven’t had that spirit here since 1969”, e la parola “spirit”, che di solito viene associata agli alcolici, è errata in lingua inglese se riferita al vino e questo ci porta a riflettere più ampiamente sulla metafora.

Non avere lo spirito del ’69 (è l’anno di Woodstock, l’ultimo grande evento con dei risvolti sociali prima che il business musicale cominciasse a pensare totalmente al guadagno) è quindi una vera e propria riflessione sociale, una specie di rimpianto per ciò che la musica stava diventando, non è la citazione dell’annata di un vino qualsiasi.

La canzone si conclude con uno degli assoli più belli mai incisi su album, le chitarre dialogano per tutta la canzone e in seguito ci sono due assoli, uno di Felder e uno di Walsh, che in seguito si uniscono nel finale. La relazione tra i due chitarristi era una delle più positive all’interno del gruppo perchè pur nutrendo reciproca stima, erano soliti imbeccarsi, preda di una forte competitività, per vedere chi dominava e chi fosse il più dotato tecnicamente. E’ da qui che nasce quindi la commistione delle due chitarre degli Eagles fino all’assolo che il loro ingegnere del suono, Bill Szymczyk considera l’apice della sua carriera in studio.

(Don Felder e Joe Walsh durante l’assolo di Hotel California)

Hotel California diventa quindi un vero e proprio manifesto. E’ la canzone che detta il concetto racchiuso all’interno dell’album, va vista come un vero e proprio commento che viene dall’interno dell’industria musicale e della cultura americana e su questi aspetti crea una riflessione, cercando di comprendere come l’America creatrice di miti in realtà sia fallace.

In definitiva il problema è che se si parla di sogno americano, c’era e c’è ancora oggi un confine sottile tra sogno americano e incubo americano.

La celebrità viene esplorata, attraverso la metafora del legame amoroso (presente tra un uomo e una donna come tra l’artista e il suo pubblico) in “New Kid in Town”, dove la facilità con cui,dopo un legame amoroso, si frequenta qualcun altro viene comparata al pubblico che segue sempre gli artisti nuovi sulla scena, disinteressandosene completamente dopo il primo album, spesso perchè molte band non hanno molto da dire. La verità è che spesso le band sono facilmente rimpiazzabili da qualcun altro e infatti la canzone si pone contro questa logica ad uso e consumo, è difficile accettarlo per il protagonista.

Quanto gli Eagles erano dentro ciò che scrivevano? Life in the fast lane ne è una piena dimostrazione.

La canzone nasce in studio quando gli altri sentono Joe Walsh mentre fa un esercizio di coordinazione alla chitarra: gli chiedono di risuonarlo, capendo che su quel motivo suonato da Walsh va costruita la canzone. Il titolo e il testo nascono da quello che succede una sera a Glenn Frey: il chitarrista era su una Corvette con uno spacciatore, la macchina era parecchio carica di cose non proprio legalissime. I due stavano andando a giocare a poker, quando il membro degli Eagles guardò il tachimetro e lo vide segnare 140 km/h. Glenn sbianca e si rivolge al tipo spaventato: “Che fai, amico?”. La risposta è perentoria: “Vivo nella corsia di sorpasso”. Life in the fast lane. Difficilmente un ritornello è stato più rappresentativo e diretto.

 

Hotel California rappresenta un capolavoro ma è palese e probabilmente è parte del suo fascino il fatto che mostri un lato oscuro che corrisponde poi al lato oscuro di chi l’ha scritto. Irving Azoff, il manager degli Eagles ha detto che la band ha iniziato a sciogliersi proprio mentre lavorava a quest’album perchè a fianco delle tensioni creative, sane e necessarie per mantenere luminoso il fuoco artistico, si sono affiancate tensioni personali tra i vari membri, soprattutto tra Felder e il nucleo composto da Frey ed Henley. Il risentimento nasce da un episodio legato a una traccia di questo album, “Victim of Love”. Felder, che ne aveva scritto la traccia musicale, voleva anche cantarla, e lo fece sebbene la canzone non raggiungesse gli standard della band per quanto riguarda la parte cantata. Azoff fu perciò incaricato di farlo uscire, portarlo in giro per la città tra pranzi e cene mentre gli altri membri della band la registravano in studio con la parte vocale cantata da Henley. A posteriori Felder ammise di essersi sentito molto ferito a causa di questo comportamento, quasi una testimonianza di poco apprezzamento del suo lavoro all’interno della band.

Le tensioni sottostanti sarebbero presto diventate insanabili nell’ultimo album degli Eagles, “The Long Run”, fino addirittura ad uno scontro a parole sul palco tra Frey e Felder mentre la band suonava in un live a Long Beach nell’80 che ha significato la rottura totale della band, fino al ’94, quando si sono appianati gli scontri e tutti i membri si sono riuniti.

Le relazioni tra i membri non hanno però fermato il successo di un album che continua ad affascinare chiunque lo ascolti, che vede probabilmente ogni membro degli Eagles al massimo, con Glenn Frey e Don Henley all’apice del loro talento come autori e di tutto il resto della band come interpreti e musicisti.

 

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