Riflessioni molto italiane sulle elezioni inglesi

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di Norma Rossi 
Il giorno dopo le elezioni, il risultato più inaspettato ci chiede di riflettere su cosa è successo, e su cosa la sinistra italiana può imparare da questo voto. Nonostante Corbyn non abbia ottenuto la maggioranza in Parlamento, il risultato resta straordinario. Nelle elezioni indette da Theresa May per distruggere il partito Labourista, questo ha ottenuto il miglior risultato dal 2001, sfiorando il 40% dei consensi. La lezione principale di Corbyn per chiunque voglia chiamarsi di sinistra oggi è chiara; se non vuole perdere (o meglio se vuole vincere) la sinistra deve fare la sinistra, perché nessuno fa la destra meglio della destra. I Labouristi hanno imparato questa lezione nelle ultime sconfitte elettorali in cui il partito, discreditato da politiche neoliberiste, ha subito cocenti sconfitte che hanno portato un outsider come Corbyn alla sua guida. Ma analizziamo meglio cosa significa ‘fare la sinistra’ nell’esempio di Corbyn.
Primo: il messaggio di Jeremy Corbyn è forte e chiaro. Per dirla con Noberto Bobbio, “bisogna essere moderati ma radicali”. Perché il programma dei Labour oggi, nonostante le accuse di ispirarsi a un pericoloso estremismo nostalgico di sinistra, è basato su un principio moderato di sfida radicale alle politiche di austerità. A essere contestata è l’idea che queste siano inevitabili, che costituiscano una scelta tecnica al di là della discussione politica. Il messaggio di Corbyn insiste sul fatto che debbano essere considerate delle decisioni politiche, e che pertanto possano e debbano essere messe in discussione. La contestazione è moderata nella sostanza ma radicale nella forma.
Questa semplice presa di posizione riapre gli scenari perché ridà voce alla politica, sfidando la posizione di servaggio nei confronti della retorica neoliberalista e contestando apertamente la facciata di ragionevolezza di cui le politiche di austerità si sono ammantate fino ad oggi. Questo ha permesso a Corbyn di spostare i termini del discorso e di riconfigurare il modo in cui i pressanti problemi contemporanei sono presentati agli elettori, incluso il problema dell’immigrazione, uno dei cavalli di battaglia della destra inglese (e italiana), che lui ha inserito nero su bianco nel programma di governo Labourista. La conseguenza fondamentale è stata di ridare alla classe media e ai lavoratori un’alternativa alla destra nazionalista. Corbyn ha simultaneamente sottratto il monopolio del dibattito alle forze espressione di spinte tecnocratiche e ai loro finti avversari nazionalisti e xenofobi che mentre fanno finta di seguire la ‘volonta’ del popolo’ solidificano e espandono il potere delle élites finanziarie e dei relativi gruppi di interesse (Trump docet).
Secondo: Corbyn insegna che fare la sinistra significa non avere paura di dire cose di sinistra anche quando sembra difficile e fuori dal senso comune. Un esempio tra tutti, quello della sicurezza. Si sa, la destra ha tradizionalmente la fama di prediligere la sicurezza al di sopra di tutto. Di questi tempi, la cosa si è spesso tradotta in goffi tentativi da parte di partiti di sinistra di rincorrere la destra nel suo approccio al tema. In Italia la tentazione è sempre presente. 
Un esempio su tutti: il decreto sull’autodifesa che ha creato un papocchio legislativo nel tentativo di rispondere in termini di emergenza a una questione cosi delicata come la definizione dei limiti dell’autodifesa. Anche il Labour di Blair e Brown ha ceduto alla tentazione, dando inizio a controversi programmi di sorveglianza e prevenzione del terrorismo che sono stati poi ampliati e in parte ridefiniti dai Tories. 
Corbyn è riuscito a evitare questa deriva, anche nel momento più difficile, all’indomani di due devastanti atti di terrorismo a Manchester e Londra, quando la scelta apparentemente obbligata era quella di accodarsi alla voce del governo, sospendendo ogni differenza politica. E invece no. Corbyn ha sviluppato un discorso autonomo che ha sfidato il dominio conservatore nei termini stessi che definiscono la sicurezza e ha spostato l’accento da un problema di sorveglianza e rimozione delle garanzie dei diritti umani, alla necessità di sostenere la polizia e le forze dell’ordine nel loro lavoro quotidiano, attaccando il governo per i tagli alla polizia.
Terzo: fare la sinistra riguarda anche la politica estera. Per tutta la campagna elettorale Corbyn ha mantenuto posizioni esplicite e chiare sul disarmo nucleare, il ruolo Occidentale in Medio Oriente, il commercio degli armamenti, senza mai seguire il cosiddetto ‘buon senso’ del ciò che è possibile dire o pensare. Anche in questo ambito le difficoltà non sono state poche. Un esempio su tutti: all’indomani degli attacchi terroristici di Manchester e Londra, Corbyn ha richiamato alle problematiche scelte di politica estera inglese come a uno dei fattori da rivedere radicalmente nella lotta al terrorismo, chiedendo un’assunzione di responsabilità nei confronti delle condizioni globali che favoriscono la radicalizzazione e il terrorismo, come il commercio internazionale di armi e le discutibili campagne militari degli ultimi anni, prima tra tutte l’invasione dell’Iraq.
Mantenere queste idee, affermarle in ogni contesto senza compromessi è stata la caratteristica e la forza di Corbyn dal primo all’ultimo giorno di questa campagna elettorale. Non è stato facile; quella che Saviano chiama “la macchina del fango” qui in Inghilterra è estremamente potente e apertamente schierata con i Tories. Corbyn è stato costantemente additato come un simpatizzante dei terroristi, come un pericolo per il paese, come un leader incapace e con idee pericolose e ancorate al passato. Ma ha tenuto duro e ha continuato a fare la sinistra, senza scimmiottare neanche per un momento la destra.
Questo atteggiamento non è garanzia di vittoria elettorale, almeno non nel breve termine. Ciò è doppiamente valido se consideriamo che in Italia il centro sinistra, che è ormai al governo da qualche anno, faticherebbe non poco a tirarsi fuori da certi meccanismi e logiche di cui è stato complice e artefice. Non si può chiedere a un elettorato esasperato da anni (decenni in Italia) di martellante retorica su inevitabili crisi economiche e immigrati pericolosi, sfiduciato dalla esasperante omologazione di discorsi di ‘sinistra’ a logiche e retoriche di destra, di cambiare idea in pochi mesi di campagna elettorale. E infatti, come qualcuno qui in Italia ha tenuto a precisare prontamente, Corbyn le elezioni le ha perse.
Potremmo qui aprire una lunga discussione sulla definizione di successo. Basterà dire che non credo che Max Weber, uno tra i primi a porsi il problema di come mantenere una passione e una virtù politica nell’era disincantata della modernizzazione, sarebbe d’accordo con la misura del successo politico solo nei termini quantitativi del numero dei seggi parlamentari ottenuti in un breve periodo. Né credo che la sinistra che voglia fare la sinistra debba essere d’accordo con questa definizione. D’altra parte, come l’ex cancelliere tedesco Willy Brandt una volta ha detto: “Non ha senso vincere la maggioranza per i social-democratici se il prezzo da pagare per questo è di non essere più social democratici.” Non è un caso, quindi, se nonostante la sconfitta dei numeri Corbyn sia considerato il grande vincitore di queste elezioni. Su questa strada anche il successo elettorale arriverà.
Infine, l’esperienza inglese degli ultimi mesi fornisce un paio di spunti di riflessioni per chiunque aspiri a governare e per l’elettorato che deve scegliere chi governare.
Per gli elettori: non credere a coloro che conducono una campagna elettorale sul mantra nazionalista del riprendere il controllo, dell’essere padroni a casa propria, facendo appello a grandi idee di sovranità nazionale. “Take back control” era il motto con cui l’Inghilterra ha navigato verso la Brexit. Il paradosso è che, come mai prima d’ora nella sua storia, l’Inghilterra è sempre più senza controllo; incapace di condannare le assurdità (climatiche) dell’amministrazione Trump perché non si può permettere di incrinare minimamente il suo rapporto con gli Stati Uniti nel momento in cui si allontana dall’Europa, con un governo di Londra che e’ diventato ostaggio di 10 parlamentari della destra estrema di Belfast, e subalterna a una Unione Europea da cui la sua prosperità’ economica dipende ma che sta diventando sempre più impaziente di negoziare i termini del divorzio su cui i 27 dovranno accordarsi.
Per chiunque aspiri a governare: contenere la hubris. La hubris di chiamare un referendum sulla Brexit sicuri di controllarne il risultato è costato il posto a David Cameron (e all’Inghilterra un prezzo molto più alto). Indire elezioni con la convinzione di vincere ha portato all’imminente fine di Theresa May che è ormai ostaggio di 10 anti-abortisti, omofobi, parlamentari Nord- irlandesi che negano il cambiamento climatico. Ma per questa lezione forse non serve l’Inghilterra. Matteo Renzi avrebbe già dovuto impararla con la vicenda del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso.

Nota editoriale 
Norma Rossi, Senior Lecturer in Defence and International Affairs, Royal Military Academy Sandhurst, UK. Tutte le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente personali e non rappresentano in nessun modo il Governo Inglese o il Ministero della Difesa.

Fonte: Micromega-online 

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