Quel gioco pericoloso che cerca di confondere la critica radicale

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di Marco Bascetta
L’opuscolo di Tito Boeri , tratto da una lectio magistralis tenuta alla Biennale Democrazia nel marzo di quest’anno a Torino (Populismo e stato sociale, Laterza, pp.48, euro 9) comprende una strana appendice. Si tratta di un elenco dei «partiti populisti europei» elaborato dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti. Figurano in questo elenco formazioni patentemente filonaziste o filofasciste come la Npd e i Republikaner tedeschi, la greca Alba dorata, l’ungherese Jobbik, per citare solo le più spudorate, insieme con organizzazioni di segno diametralmente opposto come Podemos e Syriza.
UNO DEGLI EFFETTI più inquietanti del dilagante dibattito pubblico sul populismo è quello di aver cancellato dalla scena non solo il termine ma la messa a fuoco stessa del fenomeno fascista contemporaneo. Ben diverso, sia chiaro, dal fascismo storico, radicato in una composizione sociale in nessun modo paragonabile con le masse omogenee degli anni Venti e Trenta, le loro culture e forme di vita. Ma animato da uno spirito di sopraffazione, da un’idea di ordine, di comunità gerarchica, di interesse corporativo e del potere sovrano che a tutti gli effetti rientrano nel bagaglio politico del fascismo. Questa genia si guadagna oggi l’appellativo meno infamante di «populisti di destra» e l’appartenenza a una grande famiglia che si estenderebbe fino a un «populismo di sinistra» di stampo democratico ed egualitario, passando per quelli che si ritengono «oltre» la distinzione e che potremmo incasellare come esponenti di un «populismo opportunista».
QUESTO GIOCO, tutt’altro che terminologico, ha lo scopo di rinchiudere in siffatta inquietante famiglia chiunque muova una critica radicale alla democrazia rappresentativa, al dominio del mercato e alla «nuova ragione del mondo», come Dardot e Lavalle chiamano l’ideologia neoliberista. Sono i nemici della «società aperta», avrebbe detto Karl Popper.
Boeri muove da una voce enciclopedica di rara vacuità, tratta dalla venerata e «imparziale» Britannica: «I populisti affermano di essere i protettori dell’interesse del cittadino medio contro le élites: assecondano le paure e gli entusiasmi del popolo e si fanno promotori di politiche senza considerarne le conseguenze per il Paese».
C’è da chiedersi se il Fondo monetario abbia mai considerato le conseguenze catastrofiche della sua dottrina sul pianeta, e la Troika quelle dei suoi dogmi sull’Europa. Per non parlare dei «lupi» di Wall Street. Quanto ad assecondare le paure del cittadino medio e spergiurare di difenderne gli interessi non c’è partito dell’establishment che non ci si sia speso anima e corpo.
TUTTI POPULISTI? Quando si parte dal nulla, sia pur enciclopedico, è al nulla che si approda. E cioè al «paradosso» che spingerebbe il popolo in cerca di protezione dagli effetti destabilizzanti della globalizzazione a diffidare di chi, questa protezione, potrebbe garantirgliela. E cioè le élites o classi dirigenti che dir si voglia. Questa «diffidenza» (un concetto che in politica è assai scivoloso è serve soprattutto ad occultare le divisioni e i conflitti materiali che attraversano la società ) non ha nulla di sorprendente.
LE CLASSI DIRIGENTI sono da anni impegnate nello smantellare protezioni più che nel garantirle (ad eccezione delle politiche securitarie) e nel trarre proprio dall’insicurezza e dalla destabilizzazione risorse produttive e profitti. La crescita smisurata delle diseguaglianze è l’effetto voluto e caparbiamente perseguito dalle politiche praticate per decenni in tutto l’occidente. Non un effetto indesiderato o un malaugurato imprevisto. Su questo terreno matura la velenosa convinzione che la sovranità nazionale possa restituire ciò che la globalizzazione ha tolto. È dunque il nazionalismo ciò che effettivamente ritorna. E il nazionalismo comporta un rapporto tra governanti e governati, tra cittadini e stato, destinato inevitabilmente ad allontanarsi dai principi e dalle pratiche della democrazia e ad assumere forme più o meno intensamente autoritarie. Comporta anche un rapporto tra nazioni che rapidamente può passare dalla competitività alla guerra commerciale e da qui a chissà che cosa. Non esistono dunque i «populismi», ma correnti che esercitano la critica del liberismo in chiave autoritaria, sovranista e corporativa e correnti che la esercitano in chiave democratica, egualitaria e cooperativa. Nonché realtà politiche più composite e ambigue.
ALLA RADICE DI TUTTO, in questo Boeri ha ragione, sta la crisi dello stato sociale che non consegue però da un errore aritmetico, ma da un rapporto di forza tra le classi. Che nelle sue forme novecentesche il welfare non sia più sostenibile è difficile negarlo. Ma un conto è ritenerlo insostenibile per i profitti delle imprese, per le rendite finanziarie, per una pura e semplice logica di mercato, un altro affermare che non è più sostenibile per i bisogni e le aspirazioni dei singoli e di una collettività che vivono pienamente in un mondo postindustriale con caratteristiche culturali e produttive molto diverse dal passato. A seconda del punto di vista dal quale si guarda a questa «crisi» ci si troverà da una parte o dall’altra.
LA «MODESTA PROPOSTA» che chiude il volumetto e cioè l’istituzione di «un unico codice identificativo contributivo» europeo che seguirà il lavoratore nei suoi spostamenti attraverso il Vecchio continente impedendo così «abusi» e welfare shopping è un meccanismo di controllo che dovrebbe entusiasmare i populisti, soprattutto del nord.
Ma a dire il vero fino a quando i capitali continueranno a sfruttare il dumping fiscale di cui ogni amor di patria si alimenta, non vedo perché i lavoratori non debbano cerare di sfruttare asimmetrie e falle nel sistema per strappare un po’ di quelle risorse che da ogni parte vengono loro sottratte. Sarà poco legale, ma è molto ragionevole.

Fonte: Il manifesto 

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