Iniziative community-based e nuovi spazi di inclusione dei migranti: il caso del Baobab Experience a Roma

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di Venere Stefania Sanna
L’Italia vanta una lunga tradizione di movimenti sociali e di cittadinanza attiva, spazi autonomi e forme di riappropriazione dei beni pubblici che prendono vita già dai primi anni ’70, soprattutto nelle grandi città del nostro paese (V. Pecorelli “Spazi liberati in città: i centri sociali. Una storia di resistenza costruttiva tra autonomia e solidarietà”, Acme, 2015). 
Roma, in particolare, presenta un variegato universo di iniziative locali nate dal basso, da e per la comunità: dagli squatter occupati, alle forme (anticapitalistiche) di gestione di spazi auto-organizzati o gestiti in modo cooperativo (es. orti urbani, cooperative agricole, centri sociali e culturali, ecc.), sino alle più attuali organizzazioni sperimentali, rappresentazione di nuove pratiche di economia alternativa e consumo consapevole che si sono affermate nel tempo come veri e propri spazi di integrazione e centri di cultura urbana (T. Glover et al., “Association, Sociability, and Civic Culture: The Democratic Effect of Community Gardening”, Leisure Sciences, 2005).
Queste iniziative community-based svolgono oggi un ruolo da protagonista, anche se spesso esso è sussidiario o sostitutivo dell’azione degli enti pubblici locali a scala urbana. Si pensi, infatti, che tra le molteplici sfide che Roma sta affrontando da tempo, una in particolare riguarda l’integrazione sociale della crescente quota di popolazione immigrata. Con l’acuirsi della crisi economica e in seguito alle cicliche emergenze migratorie, molte iniziative locali offrono concretamente spazi per la vita collettiva e una miriade di servizi e opportunità per l’inclusione sociale: attività culturali, educative, sociali e di partecipazione politica.
Queste iniziative rappresentano dunque una concreta risposta alla mancanza di alloggi a prezzi accessibili, offrono sostegno e tutela legale ai richiedenti asilo politico, nonché supporto psicologico e servizi di vario genere alla comunità come corsi di lingua italiana per immigrati, percorsi formativi professionalizzanti, ecc. (V.S. Sanna, “Crisis and community: grass-roots initiatives as space of migrant integration in Rome”, in AA.VV. From Europe to Local: Migrating Solidarity, FEPS – Foundation for European Progressive Studies and SOLIDAR, 2016).
Nessuna trattazione delle iniziative community-based e dell’accoglienza dei migranti a Roma che aspiri alla completezza potrebbe mancare di considerare l’attività del Baobab Experience[1].
Fondato nel 2004 in un’antica vetreria situata in Via Cupa, presso la Stazione Tiburtina di Roma, Baobab era inizialmente costituito da una rete di volontari che, anche grazie ai sussidi del Comune di Roma, offriva attività culturali alla comunità eritrea e, data la mancanza sul territorio urbano di strutture di accoglienza, ospitava circa 60 migranti, all’epoca per lo più di origine africana (P. Paglia et al. “L’accoglienza dal basso del Centro Baobab e le tracce che restano”, in Centro Studi e Ricerche IDOS, Osservatorio romano sulle migrazioni. XI Rapporto, 2016).
Nell’estate del 2015 quando il flusso di migranti e rifugiati politici ha subito un drastico aumento e più di 30 mila migranti (per lo più in transito) hanno raggiunto Roma per poi proseguire verso il Nord Europa, l’organizzazione si è mobilitata attraverso diversi canali al fine di avviare una campagna di accoglienza su diversi fronti.
In primo luogo, la chiamata agli aiuti materiali è stata massiccia e ad essa i romani hanno risposto (e ancora rispondono) numerosi offrendo beni di prima necessità, vestiario, alimenti, tende, sacchi a pelo, coperte, ecc. In secondo luogo, vista la mancanza di strutture pronte ad accogliere un tale flusso migratorio, i volontari del Baobab si sono adoperati per ospitare nel centro il maggior numero di persone possibile.
Il 6 dicembre 2015 Baobab è stato oggetto del primo sgombero da parte delle forze dell’ordine. All’epoca, il Centro riceveva supporto finanziario dal Comune di Roma per alloggiare 60 persone ma di fatto ne accoglieva 800. Tali numeri oltre a suscitare il malcontento di alcuni comitati cittadini localizzati nelle immediate vicinanze del centro, sono stati oggetto di discussione politica in un momento caldo, quello in cui la città era scossa dagli scandali di “Roma Capitale”.
All’accoglienza sono succeduti gli sgomberi. Alle incalzanti richieste di legalità da parte del Comune e delle autorità sono seguite le proposte degli attivisti, una di esse riguardava la ricerca di spazi pubblici alternativi da adibire a centro di accoglienza.
Anche dopo i ripetuti sgomberi del centro di via Cupa, la società civile ha continuato a rispondere alla forte chiamata umanitaria del Baobab ospitando i migranti in palestre, bar e sedi di partito. I volontari hanno tenacemente mantenuto aperto un canale di comunicazione e concertazione con l’amministrazione locale al fine di promuovere una visione progettuale per “un nuovo modello di accoglienza”.
E’ ormai nota alle cronache la questione dell’ex istituto ittiogenico sito in via della Stazione Tiburtina, un’area abbandonata che rappresentava una reale alternativa a via Cupa poiché rispondeva sia ai criteri indicati dal Comune che alle reali esigenze di spazio necessarie per accogliere i migranti. Nonostante l’ideale condizione e collocazione dell’istituto, solo nel giugno 2017 si è appreso che l’edificio non era più di proprietà della Regione Lazio già dal dicembre 2016 poiché già “trasferito” (o “dismesso”) ad un fondo immobiliare (FIA i3 – Regione Lazio) gestito da una società del Ministero dell’Economia, nato con l’obiettivo di “cogliere le opportunità derivanti dal generale processo di valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare pubblico” operando “in ottica e con logiche di mercato”.
Ecco dunque che il Baobab è venuto a scontrarsi con uno dei principali problemi che affliggono l’universo delle iniziative community-based a Roma: la disponibilità e l’affidamento formale da parte degli enti locali degli spazi fisici (edifici, terre, ecc.) dove svolgere le proprie attività. Questa dismissione, in linea con altri provvedimenti di “riordino del patrimonio immobiliare di Roma” (es. Delibera 140 del 30 aprile 2015 di Roma Capitale) se formalmente tende a regolamentare e a “mettere a reddito” proprietà pubbliche, all’atto pratico “minaccia l’esistenza di molte realtà esistenti sul territorio che svolgono un ruolo sussidiario proprio della stessa azione pubblica in materia sociale e nei processi di inclusione sociale, ma che non operando secondo logiche di profitto non hanno sufficiente capacità di spesa per poter onorare dei canoni di locazione proporzionati al valore catastale dell’immobile” (V.S. Sanna “Movimenti sociali e iniziative dal basso: nuovi spazi di integrazione e centri di cultura urbana”, in Centro Studi e Ricerche IDOS, Osservatorio romano sulle migrazioni. XI Rapporto, 2016).
Nel frattempo, l’emergenza dell’estate 2015 è divenuta ormai un fenomeno strutturale e i migranti arrivano in ogni stagione. Il Baobab non ha smesso di dare supporto ai migranti in transito garantendo loro pasti caldi, assistenza legale e sanitaria, e nonostante sia riuscito a mettere in rete una moltitudine di attori e associazioni umanitarie[2], il dialogo con Comune, Regione e Prefettura è difficile.
Seppure l’obiettivo comune dichiarato sia il superamento della logica emergenziale al fine di affrontare il problema in un’ottica sistemica, di fatto le risposte delle amministrazioni locali sono contradditorie e scostanti.
Ad oggi, essendo sfumata la possibilità di adibire l’ex istituto ittiogenico a nuovo centro di accoglienza, gli attivisti del Baobab operano in un “campo informale” situato in una sorta di “terra di mezzo”, alla fine di via Gerardo Chiaromonte nei pressi della Stazione Tiburtina. La tenacia del Baobab Experience dimostra però come mediante la (ri)appropriazione degli spazi comuni – anche di un fazzoletto di terra chiamato “Piazzale Maslax” ignoto persino a GoogleMap – queste iniziative siano in grado di attivare processi di transizione verso un modello di accoglienza più inclusivo, terreno fertile per innescare cambiamenti sociali di più ampia portata.
L’esperienza di Baobab costituisce in realtà un vero e proprio “space of citizenship” (R. Ghose – M. Pettygrove, “Urban Community Gardens as Spaces of Citizenship”, Antipode, 2014) che l’accomuna a molte altre esperienze. Si pensi ai movimenti re-take(letteralmente di “ripresa” degli spazi pubblici) o quell’universo di iniziative community-based di riscoperta delle pratiche agricole a scala urbana – dai movimenti di guerrilla gardening, ai giardini comunitari e condivisi, agli orti urbani – che hanno tra i loro obiettivi fondanti la soddisfazione dei bisogni primari legati all’alimentazione sostenibile e al miglioramento degli stili di vita dei loro membri, ma che, al di là di tale funzione, facilitano l’aggregazione sociale (A. Flachs “Food For Thought: The Social Impact of Community Gardens in the Greater Cleveland Area”, Electronic Green Journal, 2010), nonché l’integrazione dei migranti, innescando processi partecipativi di riconquista della città (P. Mudu “Resisting and Challenging Neoliberalism: The Development of Italian Social Centers”, Antipode, 2004; E. Scandurra – G. Attili, (a cura di) Pratiche di trasformazione dell’urbano, Franco Angeli, 2013).

[1] Un gruppo di volontari del Baobab Experience è stato intervistato nel maggio del 2016. Le informazioni riportate in questo articolo sono state estratte dai comunicati del centro sui social media.

[2] Di seguito sono riportate tutte le associazioni che nei passati mesi, hanno collaborato con i volontari del Baobab nella costruzione del nuovo modello di accoglienza, suddivise per i diversi settori di intervento.
Coordinamento e attività accessorie (visite guidate, eventi sportivi e culturali, corsi di lingua, etc.): Volontari del Baobab (costituiti in associazione);

Assistenza Sanitaria e Psicologica: Medici per i Diritti Umani (MEDU), Medici Senza Frontiere (MSF), Istituto di Medicina Solidale (IMES), Istituto Nazionale salute, Migrazioni e Povertà (INMP) San Gallicano, Croce Rossa Italiana (CRI), Albero della Vita, Medici di Strada, Pediatri per l’emergenza, Emergency, ASL Roma A, ASL Roma B, Medici Volontari;
Assistenza Legale e Assistenza ai minori: Save The Children, Intersos, A Buon Diritto, Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR), Amnesty International, Avvocati di Strada, Avvocati volontari;
Museo della Migrazione e Centro di Documentazione, Istituti Didattici, Assessorato alla Cultura, 19 Million Project.

Fonte: eticaeconomia.it 

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