Il carcere alla prova delle migrazioni

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di Carolina Antonucci
Il carcere mantiene ancora oggi, nel nostro paese, una centralità indiscussa nell’ambito del variegato sistema dell’esecuzione penale. L’ordinamento penitenziario, regolato dalla legge di riforma del 1975 (la legge 354), ha conosciuto l’introduzione di misure alternative alla pena detentiva. Ma il carcere conserva la centralità. Da un lato, all’aumentare dell’accesso alle misure alternative è corrisposto un proporzionale aumento del numero dei detenuti; dall’altro, riveste il ruolo di costante minaccia per chi a quelle misure anela o a cui sono già state concesse.
Chi è in misura alternativa sa che la minima deviazione dalle regole lo riporterà in prigione; chi è dentro sa che per ottenere la misura non dovrà mai violare le regole trattamentali. 
Il luogo della rimozione
Il carcere rimane lì, come una specie di rimosso collettivo – come ha scritto Giuseppe Mosconi, sociologo della devianza – lontano dagli occhi e lontano dal cuore. Ma, allo stesso tempo, è una granitica certezza punitiva, in una società che percepisce sé stessa sempre più in pericolo. Il detenuto in Italia, così come prevedono la Costituzione e la stessa legge del 1975, pur perdendo il diritto alla libertà personale, continua a godere degli inalienabili diritti fondamentali e l’amministrazione penitenziaria deve garantire il rispetto della dignità umana in ogni aspetto dell’esecuzione penale. Così i diritti alla salute, alle relazioni familiari e affettive, allo studio e al culto, sono indicati come elementi imprescindibili di un trattamento capace di garantire quella tutela.
La legge del 1975 ha dato attuazione a questi principi teorici prevedendo, per fare alcuni esempi, che il criterio per la scelta dell’istituto penitenziario di destinazione debba essere quello della vicinanza al luogo di residenza della famiglia; e, ancora, riconoscendo il diritto ai detenuti di professare il proprio credo, di studiarne i precetti e praticarne il culto. Inoltre, come si vedrà meglio in seguito, la Costituzione ha stabilito come unico principio a fondamento della pena la rieducazione del condannato. 
Specchio della società
Il carcere del 1975 era molto diverso da quello odierno. Era la società nella sua interezza a essere diversa. E, pur con tutte le sue peculiarità, il carcere finiva per rispecchiarne le caratteristiche. La quasi totalità dei reclusi aveva cittadinanza italiana e apparteneva al sottoproletariato. Vi erano, poi, i detenuti politici e i membri della criminalità organizzata. Gli anni Settanta avevano conosciuto una forte messa in discussione dell’istituzione penitenziaria e queste posizioni critiche avevano portato, nel decennio successivo, a considerare la prigione come uno strumento desueto di controllo sociale destinato inesorabilmente a tramontare.
Negli anni Novanta lo scenario cambia radicalmente e il carcere ritrova vigore, assumendo le sembianze che lo caratterizzano oggi. Tutto il mondo occidentale conosce un vero e proprio “boom penitenziario”. Nel nostro paese sono soprattutto tossicodipendenti e migranti a finire in prigione. Guardando i dati, nel 1991 la popolazione detenuta in Italia era composta da 35.469 persone, il 15,13% di queste (5.365) era straniera. Dieci anni dopo lo scenario ci parla di una trasformazione radicale: i detenuti complessivi sono diventati 55.275, ma i detenuti stranieri (16.294) hanno sfiorato il 30% del totale, con un incremento di 14,35 punti percentuali rispetto alla decade precedente. 
Detenzione di flusso
In uno studio dell’associazione A Buon Diritto del 2011, Lampedusa non è un’isola. Profughi e migranti alle porte dell’Italia (studio da cui abbiamo tratto i dati), si fa notare come a parlarci della qualità della detenzione dei migranti nel nostro paese siano molto di più le statistiche sugli ingressi in carcere rispetto a quelle sulla presenza. Infatti, nel ventennio 1991-2011 è ancora più importante l’incremento del numero degli ingressi annuali degli stranieri in carcere, passati dal 17,34% sul totale nel 1991, al 35,74% nel 2001 e al 38,51% nel 2011. Da rilevare come il 2007 rappresenti l’apice sia per le presenze straniere (37,48% sul totale) sia per gli ingressi di stranieri in carcere (48,50%).
Stefano Anastasía – già presidente dell’Associazione Antigone onlus, associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale” e oggi Garante dei diritti dei detenuti di Lazio e Umbria – commenta come la differenza fra ingressi e presenze sia l’indizio del carattere di “detenzione di flusso” in cui rimangono coinvolti in maggioranza i non italiani. Anastasía individua le cause nel maggior ricorso all’arresto in flagranza, alle misure cautelari personali e al carcere anche per misure temporalmente brevi. L’Italia risulta essere in Europa tra i paesi con il più alto tasso di detenuti in attesa di giudizio.
Nel rapporto dell’Associazione Antigone, Galere d’Italia, del 2016 (l’ultimo è uscito a fine maggio 2017), Alvise Sbraccia, in riferimento a questi cambiamenti, ha parlato di un processo di sostituzione che, nell’arco temporale cui facevamo riferimento, avrebbe riguardato circa un terzo della popolazione detenuta. 
Disomogeneità territoriale
L’imposizione di un tratto multiculturale all’istituzione penale ha comportato numerose criticità. Per Sbraccia, i tratti biografici degli stranieri detenuti sono molto simili e parlano di una fuga dal luogo di nascita per le difficili situazioni socioeconomiche o politiche e di uno sradicamento che porta a concepire il crimine come ipotesi praticabile di adattamento al nuovo contesto in cui si giunge.
In generale, l’Italia è caratterizzata da una profonda disomogeneità territoriale dell’esecuzione penale, sia da un punto di vista strutturale sia gestionale. Su queste differenze il mutamento sociale portato dalla multietnicità della popolazione detenuta ha finito per produrre ulteriori divaricazioni. È anzitutto molto diversa da un punto di vista quantitativo la presenza straniera sul territorio italiano, con il centronord molto più coinvolto dal fenomeno rispetto al meridione. Se si guarda ai dati più recenti forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), al 30 aprile 2017 la popolazione detenuta straniera (19.268 persone) in Italia risulta così distribuita nei 190 istituti di pena nazionali (64 al nord, 52 al centro, 41 al sud e 33 nelle isole): 9.950 al nord, 5.426 al centro, 2.038 al sud e 1.854 nelle due isole maggiori. 
Sezioni etniche
Questo dato, fortemente sbilanciato in favore del centronord (15.376 il dato aggregato), ha avuto come conseguenza la creazione in molti di questi istituti di pena di vere e proprie “sezioni etniche”. La giustificazione prevalente sembra dettata da ragioni di sicurezza. Ma le sezioni etniche sono descritte come «dei contenitori dei più svantaggiati tra i criminali marginalizzati»; aree in cui in pochi riescono ad avere il sostegno delle famiglie, anche per via delle pratiche dei trasferimenti cui gli stranieri sono più soggetti, ma soprattutto per via della povertà. Così, una conseguenza diretta è l’impossibilità di accedere a quello che in gergo penitenziario è conosciuto come il “sopravvitto”, attraverso il quale i detenuti possono acquistare in carcere cibo extra.
Anche il vitto ha costituito per un lungo periodo un problema per l’amministrazione penitenziaria; infatti una cospicua presenza straniera significa anche diverse abitudini alimentari che coincidono, per buona parte, altresì con precetti religiosi. Tuttavia, a oggi le diete differenziate sembrano essere garantite negli istituti. 
Supplemento afflittivo
Da questa prima panoramica dei cambiamenti che il carcere ha conosciuto con le migrazioni sono emersi subito i problemi più evidenti che coinvolgono il tema del rispetto e della garanzia dei diritti fondamentali per la popolazione detenuta non italiana. Anzitutto, emerge la problematica dell’integrazione con il resto dei ristretti e l’anomalia delle sezioni etniche che poco o nulla sembrano avere a che fare anche con il principio di rieducazione del condannato e con l’obiettivo del reinserimento nel tessuto sociale a pena scontata.
Altro problema rilevante è quello dei diritti religiosi, come vedremo. Inoltre, configura una disparità di trattamento il ricorso al trasferimento del detenuto straniero, che avviene con molta più frequenza rispetto all’italiano. Questa pratica è giustificata con riferimento alla presenza, per l’italiano, di un tessuto familiare sul territorio e dalla contestuale assenza della stessa per lo straniero. Tuttavia, il trasferimento ha delle implicazioni considerevoli se si pensa che l’instabilità impedisce l’inserimento durevole in ambito scolastico e lavorativo all’interno dell’istituto di pena. 

Fonte: nigrizia.it

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