«Cinquant’anni dopo», una storia che diventa grido disperato

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di Tommaso Di Francesco 
La questione palestinese è scomparsa dalle cronache ma i palestinesi no. Purtroppo, dopo cinquanta anni dall’occupazione dei Territori palestinesi da parte dell’esercito israeliano nella guerra dei sei giorni del giugno 1967, quel nodo irrisolto della crisi mediorientale e internazionale, su cui si preferisce stendere un mantello fitto di silenzio, può essere così sintetizzato: si è secolarizzata, vale a dire è diventata il racconto di una sconfitta e poco più. Proprio mentre lo status quo di immobilità e oppressione aggrava la separazione e la discriminazione tra israeliani e palestinesi.
È IL TEMA del saggio Cinquant’anni dopo (Edizioni Alegre, pp. 223, euro 15) di Chiara Cruciati e Michele Giorgio, due firme ben conosciute ai lettori e alle lettrici di questo giornale. Sulla copertina campeggia, non a caso una foto di Tano d’Amico del 1988 di una madre palestinese di Gerusalemme con in braccio i suoi due bambini e nell’ultima di copertina c’è un ragazzino che suona il flauto. Ora saranno, se vivi e magari profughi dentro qualche altra situazione di guerra, uomini fatti e disperati, loro e le loro famiglie.
CHE COSA HA PORTATO a questo oscuramento di una situazione che rappresenta il detonatore del Medio Oriente. Tanti fattori, ma in primo luogo l’avere supposto che le mediazioni di pace realizzate fossero più forti della violenza esercitata dall’occupante. Che l’avere chiuso gli occhi sull’uccisione per opera di un estremista ebreo del premier israeliano Itzak Rabin che il più elevato processo di dialogo aveva realizzato, fosse un episodio di cronaca nera, un delitto come gli altri. E non quel che è stato: vale a dire l’inizio della fine, la rimessa in discussione da quel giorno del 1995 in poi di ogni possibilità che il popolo palestinese avesse ascolto nel mondo per la sua storica necessità di avere una terra ed uno Stato democratico a rappresentarlo.
Più che un libro di storia, che pure dà – e con rigore ineguagliabile – l’intero argomento dalle fondamenta, ci troviamo di fronte ad una denuncia e ad un allarme. Perché quella terra, la Palestina dei palestinesi, non c’è, anzi non c’è più. Rimane futile promessa. Figurarsi lo Stato, che resta impossibile ormai da definire, visto che l’occupazione militare che ha avviato la presenza di centinaia di colonie con allegati presidi militari, colonie inamovibili per la «sicurezza» d’Israele, che ha eretto con Ariel Sharon un Muro della vergogna che ruba terre palestinesi e taglia in due le popolazioni, i villaggi e le case, le anime…ebbene alla fine quello Stato non ha alcuna continuità territoriale, requisito primario perché possa definirsi tale.
La violenza dell’occupazione e lo stillicidio delle guerre israeliane in chiave antipalestinese, dai Territori occupati al Libano, ha fatto il resto. Senza dimenticare la responsabilità delle leadership arabe che, quando hanno potuto, hanno fatto peggio dell’occupante israeliano, dal massacro di Amman del 1970 alle stragi in Libano degli anni Settanta e Ottanta. Ora i palestinesi, milioni di esseri umani, sono in una vasta prigione.
NON PIÙ DUE STATI, ma nemmeno uno Stato solo, quello israeliano che ha requisito le loro terre ma non intende accettarli se non in regime di apartheid. Non sono bastate, ricordano gli autori, stagioni di intifada, leader prestigiosi, disperazioni collettive, decine di migliaia di vittime. Ora resta negli occhi delle generazioni di palestinesi una rabbia storica inespressa che rischia di essere alla mercé di chi la raccoglie, di ogni radicalismo identitario e religioso. Forse non bastano più nemmeno i versi dei poeti palestinesi, che con Mahmud Darwish ripetono «vogliamo vivere un poco/ per tornare a qualcosa…», che tessono trame, anche loro inascoltati nel proliferare di una memoria e di una scrittura che sembrano appannaggio solo degli occupanti.
PUÒ UN SAGGIO RIGOROSO di storia diventare un grido disperato. È probabilmente questo il merito di Cinquant’anni dopo che ha il coraggio e la capacità di illuminare per la prima volta la scena di rovine, senza più metafore e retorica. Con un approfondimento che non risparmia nessuno, nemmeno l’attuale leadership palestinese, ormai divisa dopo la vittoria – subito sanzionata dal mondo – di Hamas nelle elezioni del 2006 , in due confini separati (anche territorialmente) e contrapposti. E senza quell’unità, alla quale si richiama con una forza equiparabile alla disperazione della solitudine e dell’isolamento, dal carcere l’unico leader palestinese credibile rimasto, Marwan Barghouti, non sarà possibile voltare pagina e strappare il duro racconto della sconfitta.

Fonte: Il manifesto 

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