C’è un mucchio di debiti sotto il tappeto tedesco

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di Civil Servant
Mentre euroscettici e populisti si lamentano della disciplina fiscale europea, ci sono governi fin troppo europeisti che da anni accumulano allegramente debiti alla luce del sole e alla faccia di tutti i trattati, le direttive e i regolamenti. Per verificarlo basta rovistare nel sito dell’Eurostat, che è l’agenzia statistica dell’Unione Europea, sotto la criptica voce “contingent liabilities”, ovvero “passività potenziali”. Per fortuna, come c’era una volta un incorruttibile giudice a Berlino, oggi c’è qualche statistico a Lussemburgo che raccoglie pazientemente dati su alcune poste che, per oscure convenzioni contabili, non figurano direttamente nei bilanci dei governi, ma che contribuiscono ugualmente ad aumentare l’indebitamento dei cittadini.

Misurare queste passività potenziali è un obbligo imposto da un codicillo del famigerato Six Pack, quello stesso gruppo di provvedimenti che ha generato i mostri della sorveglianza “rafforzata” sui bilanci pubblici; della regola di riduzione del rapporto debito Pil a passi di 1/20 l’anno; dei limiti alla spesa pubblica discrezionale; del “saldo “strutturale” e dell’”obiettivo di medio termine” per il deficit pubblico, che ingabbiano la politica economica dei paesi europei con regole oscure e spesso controproducenti, criticate recentemente anche da Artoni su queste pagine. L’art. 14(3) della Direttiva 2011/85/EU impone infatti agli stati membri, fin dal 2011, di pubblicare informazioni “on contingent liabilities with potentially large impacts on public budgets, including government guarantees, non-performing loans, and liabilities stemming from the operation of public corporations, including the extent thereof”. Questo significa riconoscere che, oltre al debito pubblico ufficiale rilevante ai fini della procedura per deficit eccessivo, esiste un mondo di debiti e promesse dei governi, fatto di garanzie pubbliche; debiti contratti da organismi controllati, di fatto, dai governi; crediti difficilmente esigibili; partecipazioni pubbliche. E tutto questo resta fuori dai parametri di Maastricht, del Patto di stabilità (e crescita), del Six Pack, del Two Pack, e del Fiscal Compact. Eppure, come riconosceva già il versetto. 5.11 della bibbia dei conti pubblici europei, la ESA 2010, tutte queste voci, se le cose vanno male, rischiano di trasformarsi in debiti a carico dei cittadini.
Ogni anno l’Eurostat pubblica un comunicato stampa su queste poste misteriose, che però viene regolarmente ignorato dai media, e accumula i dati in una sezione semi-nascosta del suo immenso database. Per esempio, dall’ultima edizione del comunicato si apprende che nel 2015 le garanzie prestate dagli stati per le operazioni più diverse, sfioravano il 30% del Pil nella insospettabile Finlandia e superavano il 15% in Austria e Germania, senza incidere sul rispettivo debito pubblico ufficiale. Nel caso italiano, invece, questa percentuale era appena del 2,2%, un valore che ci colloca al di sotto di un quarto della media di tutti i paesi più blasonati. E’ singolare che le regole statistiche europee escludano completamente dai conti pubblici solo le garanzie più rischiose, ossia quelle per le quali non è possibile trovare un corrispondente prodotto finanziario scambiato sul mercato. Per esempio, una garanzia prestata sul rimborso di un prestito ai pre-pensionati dell’APE pesa sui conti pubblici, perché le assicurazioni e contro-assicurazioni sulla vita sono trattate normalmente su tutte le piazze finanziarie. Al contrario, resterebbe fuori dai bilanci una garanzia su un prestito che verrà restituito solo in caso in cui una squadra parrocchiale vinca la Champions League il prossimo anno, semplicemente perché nessun bookmaker tratta simili scommesse. L’Eurostat ci informa che, non a caso, tutti i governi sembrano prestare garanzie soprattutto su eventi di quest’ultimo tipo. Solo il nostro paese si distingue per la sua oculatezza, visto che quasi la metà delle garanzie pubbliche è di tipo standard e quindi pesa sui conti pubblici.
Accanto allo stato garante di eventi ad alto rischio, l’Eurostat ci mostra anche che i governi amano anche entrare in affari con i privati o non riescono a riscuote prestiti concessi in passato. Ma a parte casi isolati (le partnership portoghesi e i cattivi prestiti rumeni) si tratta di piccole cifre.
La parte del leone, tra i debiti fuori bilancio, la fanno quelli contratti da enti che sono sostanzialmente controllati dallo stato, ma che per varie ragioni non rientrano nel “perimetro della PA” su cui le implacabili regole europee calcolano gli indicatori rilevanti ai fini delle procedure per deficit eccessivo. Si tratta soprattutto delle banche centrali e di istituti di credito simili alla nostra Cassa Depositi e Prestiti o finanziarie di stato come Invitalia, Atlante, ecc. che per il solo fatto di occuparsi di finanza non sono classificati nella PA. Tuttavia non mancano altre imprese a controllo pubblico, come Poste, FS, la maggior parte delle municipalizzate e anche la RAI fino a quando il nuovo sistema di esazione del canone e altri cavilli non l’hanno risucchiata nel calderone della PA.
Apprendiamo così dall’Eurostat (… non da un sito di populisti e fabbricatori di fake news) che nel 2015 la Germania aveva debiti fuori bilancio per un ammontare pari al 110% del suo Pil, soprattutto grazie all’eccezionale intraprendenza della Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, cioè l’Istituto di credito per la ricostruzione, che corrisponde più o meno ad un incrocio tra la nostra CDP e la compianta IRI. Seguiva a breve distanza l’Olanda, con debiti esclusi dai criteri di Maastricht pari al 108% del Pil, ma in questa particolare classifica non sfiguravano il Lussemburgo (81%) e la Francia (63%). Si tratta di paesi che possono esibire un rapporto debito Pil ufficiale del tutto rassicurante e che sono spesso indicati come esempi di rigore fiscale. L’Italia, con il suo 47% del Pil di debiti distribuiti sulle società controllate finisce per essere tra i talebani del rispetto sostanziale delle regole europee.
Se si sommasse il debito pubblico ufficiale a questa montagna di debiti fuori bilancio il risultato sarebbe quello mostrato nel grafico successivo. Il quadro che ne emerge è piuttosto diverso da quello a cui siamo abituati. In particolare, l’Italia, pur risultando molto indebitata (per poco meno di due volte il Pil prodotto in un anno), non sembra essere in una situazione troppo peggiore di Germania e Olanda, ovvero di due tradizionali paladini del rigore fiscale. Accanto ad un debito ufficiale attorno al 70% del Pil, questi due paesi hanno passività di tutto rispetto fuori dalla PA. A puro titolo di confronto, se in Italia il debito complessivo fosse distribuito tra PA ed enti controllati nelle stesse proporzioni della Germania, potremmo vantare un rapporto tra debito ufficiale e Pil del 69%, ossia due punti in meno della Germania. E il Six Pack ci imporrebbe dunque una riduzione del debito pubblico al ritmo di appena 4 decimi di punto l’anno di Pil, invece di 3,7 punti.
Il rapporto tra debito pubblico e Pil nel 2015
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Si potrà osservare che questo è un puro esercizio aritmetico, perché paesi come la Germania e l’Olanda possono permettersi di indebitare le proprie controllate in questa misura proprio perché i rispettivi governi sono finanziariamente solidi. Inoltre le statistiche sui debiti fuori bilancio sono poco comparabili tra i diversi paesi e forse contengono qualche duplicazione rispetto ai dati tradizionali, anche se le avvertenze metodologiche dell’Eurostat suggeriscono una significativa sottovalutazione dei debiti non ufficiali nella maggior parte dei paesi. Tuttavia, in caso di una severa crisi finanziaria, anche paesi con i conti pubblici formalmente migliori dei nostri avrebbero comunque la necessità di finanziarie un debito complessivo molto rilevante.
Quali conclusioni si possono trarre da questi dati? Escludiamo immediatamente un senso di sollievo per lo stato delle nostre finanze pubbliche. Un governo con troppi debiti ha comunque spazi di manovra più ristretti per politiche di investimento e programmi sociali ambiziosi, perché deve impegnare più risorse per pagare gli interessi e rimborsare i prestiti. Anche l’alibi che “Così fan tutte”, messo in musica proprio da un genio mitteleuropeo, regge poco, perché i mercati sono molto meno attaccati ai cavilli contabili europei di quanto non si creda e potrebbero entrare in fibrillazione se si esagerasse con i debiti fuori bilancio.
Quello che si potrebbe realisticamente fare è rimodulare le regole europee su una misura del debito pubblico “allargata”, o addirittura su una valutazione dell’indebitamento complessivo di tutta l’economia e non del solo settore pubblico, che è molto più rilevante dei parametri adottati fino ad oggi. In attesa di queste modifiche regolamentari, che presumibilmente prenderanno anni, l’Italia potrebbe almeno utilizzare in modo più dinamico la Cassa Depositi e Prestiti ed altri organismi simili per finanziare investimenti materiali e immateriali di cui il paese ha disperato bisogno. Da questo punto di vista, le regole fiscali europee sono anche fin troppo flessibili, come dimostra l’esperienza tedesca e quella di altri paesi considerati tradizionalmente “virtuosi”.
Basterebbe spostare progressivamente il finanziamento dei programmi di sviluppo dal bilancio della PA a quello degli enti controllati, sostituendo parte dei Bot e Btp con “titoli per lo sviluppo” emessi da CDP o altri. Ad esempio, in Germania esistono numerosi fondi comuni di investimento per lo sviluppo nazionale garantiti dallo stato. Per realizzare questa ristrutturazione del debito, sarebbe necessario in primo luogo distinguere tra quello accumulato a fronte degli investimenti realizzati e il debito derivante da altri fattori (a cominciare dalle inefficienze del fisco e dell’apparato pubblico). Solo il primo tipo di debito potrebbe essere trasferito fuori dalla PA, assieme alla proprietà delle rispettive realizzazioni, mentre sul secondo dovrebbe essere assicurato il più rigoroso rispetto delle regole europee. Se ben realizzata, si tratterebbe di un’operazione trasparenza che i mercati non confonderebbero con i soliti interventi di finanza creativa. Anzi, la garanzia reale sottostante associata al debito “esternalizzato” potrebbe lasciare margini per una significativa riduzione degli interessi e lo stesso effetto potrebbe avere anche l’impegno, finalmente realistico, a tagliare progressivamente il debito pubblico residuo. Cartolarizzazioni e cessione di asset pubblici a società di gestione controllate dallo stato sono un primo timido passo in questa direzione, ma si può fare molto di più.
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La vicenda dei “debiti sotto il tappeto” dei paesi virtuosi ha ispirato questo sobrio sonetto romanesco
Li buffi de li todeschi
Er Sor Wolfango, ch’è ‘n cervello fino
Ha fatto buffi ‘co tutto Casalotti
E ‘pe pagalli all’urtimo quatrino
Ha spartito li boni dai tarocchi.
Prima te dice e poi te lo riconta
Che j’è rimasto da pagà sopra ar groppone
Solo ‘no scudo e un paro de millanta
La rimanenza la sborza Pantalone.
Puro Gigi der banco s’è placato
Che pensava de perde tutto er pozzo
E ‘nvece mo’ se trova rincartato
‘N filetto de carne sopra all’osso.
“Ma nun lo vedi che t’hanno cojonato?”
Dice la moje a Gigi er cravattaro
“Si, ma l’osso e la ciccia io l’ho già vennuto
Mentre er resto ‘o lascio ar monnezzaro”.
Così si allo todesco je fai er verso
Tu pari più pulito d’un colombo
Nisuno dice che co’ te c’ha perso
E pòi fa’ buffi in giro per il monno.
Fonte: eticaeconomia.it

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