La tana di Johnny

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di Giulio Laurenti

La voce era un po’ che mi era arrivata all’orecchio e quando i giornali, l’altro giorno, hanno annunciato che il pluriomicida Johnny lo zingaro era evaso, mi son detto: “andiamo a vedere quanto di quelle voci hanno un fondo di verità”.
Evasione è un termine inesatto. È parecchio che Johnny, nonostante i delitti e il tasso di violenza esercitata sin da giovanissimo, gode di un particolare regime di semi libertà. Una delle voci mi aveva detto: «ma come nun ce lo sai? Da mo che quello te lo ritrovi qui a Testaccio. Chi je ha sempre parato er culo mo ci ha ‘na prescia de levasselo de torno e vedi che nun lo fanno sparì!»
Johnny fa parte dei miei ricordi televisivi: tre decenni fa, evaso pure allora, fu la preda da film in una caccia all’uomo frenetica; lui e la sua fidanzata, sottoproletari da romanzo di Truman Capote. Durante la fuga prese in ostaggio una ragazza e fu accusato di un omicidio in apparenza senza movente e dal quale fu scagionato in primo grado. Per quel che mi è rimasto in mente, fu una cosa veloce, esecuzione, colpo a bruciapelo. Pam! E poi l’arresto e la triste fine della sua fidanzata, incinta. Allora nessuno osò scrivere che Johnny era sospettato di essere presente all’idroscalo di Ostia, quel 2 novembre assieme a Pino la rana, mentre si massacrava un poeta e da subito tutto congiurò perché della morte oscena di Pier Paolo Pasolini nessuno capisse più nulla.
Testaccio è un bel quartiere in bilico tra la Roma verace e una borghesia giovane che sceglie quegli appartamenti ampi e luminosi di un’edilizia popolare che oggi fa tanto loft. Nessuno rifiuta di raccontare: «’nvece de fa tante domande, voi inciampà sull’ombra de Johnny? Ascolta, va dritto pe’ qua, la vedi quella via là? Alessandro Volta, all’incrocio co’ via Marmorata».
Inarco le sopracciglia: «lo cercano tutti e lui starebbe qui dove già mi hanno indicato due mesi fa? È così scemo?»
L’altro fa spallucce: «fa come te pare. Ce lo sanno tutti. Proprio quella casa al primo piano, d’angolo, cor balconcino, le persiane sempre chiuse, sur lato che va verso er fiume. È sotto sequestro da ‘na fraccata de anni, ma nun ce stanno i sigilli. Lui entra, tiè tutto chiuso, manco le luci appiccia, oppuro ha schermato co’ le coperte ogni finestra e chi vuoi che lo va a cercà lì?»
Mi incammino e scruto in alto: tutto chiuso. Su via Marmorata sferraglia il tram e una vecchia mi apostrofa: «giornalista? Sarebbe la prima volta che uno della vostra razzaccia ha le palle de venì a da’ ‘na sbirciata»
«no, sono scrittore»
«e i giornalisti che fanno? Scriveno»
«ma io magari mi concedo d’inventare qualche dettaglio»
«buciardo pe’ buciardo si solo ‘na sottomarca de giornalista. Daje, famme la domanda!»
«sta qui?»
«e che ne so?»
Poi osserva la mia faccia delusa e aggiunge: «ce sto fijo suo, fa avanti e dietro cor Brasile. Se nota che stanno qua perché passa ‘na donna a spiccià la casa e molla li stracci a sgocciolà sul balcone. Lui lo riconosci, er padre o sedicente tale. Zoppica, ce fai caso».
Sto per domandare com’è che allora non hanno mai perquisito l’appartamento se è perfino sotto sequestro ma la vecchia, dall’occhio di faina, sorride: «tiette la fregnaccia in bocca, che già so dove vai a parare. Nessuno lo cerca manco mo che è fuggito. Tra qualche giorno viè qua e bussi alla sua porta, ar primo piano, verso le sette de sera e magara ce lo trovi. Nun strigne er culo che mo s’è fatto mansueto, mica se mette ad ammazzà proprio mo che je stanno ad aprì la gabbia ‘na volta pe’ tutte».
Mi sembra loquace la vecchia e se azzardo una domanda sulla sua passata attività che immagino colta nonostante l’eloquio da Anna Magnani compiaciuta di fare la greve, mi zittisce ancora: «che te frega de me? Ho ammazzato forse quarche d’uno? Viè tra qualche giorno e fai come t’ho detto. Bussa. Toc toc. Ce l’hai le nocche? Bussa e ti sarà aperto».
Busserò? Per chiedergli cosa? Se era lui alla guida dell’auto gemella di Pasolini, quella notte, e se fu come si sospetta, proprio lui, Johnny lo zingaro, a passare sul corpo del poeta massacrato. Anni fa pensai d’incontrarlo mentre frequentavo, con un pretesto teatrale, il carcere di Rebibbia e mi fu vivamente sconsigliato: «quello ha strani rapporti con i servizi, qua lo sanno tutti, e se credi che perché sta al gabbio non po’ fatte niente, sbagli. Se decide che je stai sui cojoni c’è il caso che incarica qualcuno fuori per darti una ripassata. Fregatene di Pasolini e quell’altro, come hai detto che se chiama?»
«Cefis, sarebbe il mandante della morte di Mattei, nel romanzo Petrolio»
«Cefis, come no! Inutile che fai domande, che tanto quello ha la bocca cucita, con l’ergastolo e l’assassinio di un agente ti pare che potrebbe godere di tanti favori?»
E ora questa notizia che Johnny è libero. Libero di fare cosa? C’è lo spettro della riapertura dell’indagine della morte di Pasolini, quelle tracce di Dna che attendono di incrociarsi con quelle di un altro personaggio, Pinna, dato per morto e forse invece anche lui in Brasile. E Johnny cosa ha nel Dna? Un brano di trama di quella notte? Avrà nostalgia del suo anello perduto nell’auto del poeta? Il maglioncino dimenticato nel portabagagli gli andrà ancora o magari è di qualche altro figuro rimasto nell’ombra? Tempo fa chiesi di incontrare Delle Chiaie a qualcuno che poteva presentarmi nel modo giusto e forse, ora che Johnny è in giro, varrebbe la pena riprovarci. Cinque o sei ragazzotti di borgata che hanno goduto tante protezioni di sicuro potrebbero essere ben narrati da uno come l’ultraottantenne neofascista Delle Chiaie, che di servizi segreti se ne intendeva. Insomma, dopo quaranta e passa anni, si deciderà pur qualcuno a dire: «è andata così. Ce lo domandò tal dei tali, per motivi che potemmo solo intuire. La voce che tra noi fasci era più diffusa lo sanno tutti quale era: Pasolini faceva troppe domande, elaborava troppe ipotesi, e aveva troppo ascolto nell’opinione pubblica. Se non puoi comprare chi non è in vendita, allora lo ammazzi. E lo ammazzi in una pantomima adatta al personaggio. Un frocio ammazzato da marchettari».
Ma per raccontare il passato che si è sempre taciuto occorre più coraggio che fare la lotta armata. Nessuno vuole portare il marchio infame di essere uno degli assassini di un poeta che ancora oggi continua ad essere ammirato, mentre tutti gli altri, dietro le quinte o nel fango dell’idroscalo, sono solo spettri.
Toc toc! Qualcuno aprirà?

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