Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: 23 anni di silenzi ed ombre

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[In copertina: Ilaria Alpi durante una registrazione. Fonte: ilariaalpi.it]

8507. Sono i giorni trascorsi dal duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Una storia complessa e convoluta, dove i sentori della presenza della criminalità organizzata sono stati forti fin dai primi momenti, ma mai ritenuti valenti dagli organi preposti. 23 anni ci separano ormai dalla scomparsa della giornalista del TG3 e il fotografo/cineoperatore italiani, caduti vittima di un tragico leitmotiv in zone di guerra. Fucilati a bordo di una autovettura da un commando somalo, il quale se spinto da motivi economici o braccio armato di personalità corrotte non si è riusciti a verificare ed appurare senza dubbi.

 

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Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia: prodromi storici e il caos della guerra civile

Gli anni a cavallo tra il 1980 e il 1990 furono particolarmente tormentati per la storia della Somalia. Il Corno d’Africa aveva da poco visto la conclusione della disastrosa Guerra dell’Ogaden del 1977. Il generale Siad Barre, allora presidente della Somalia, ruppe ogni indugio ed organizzò l’invasione della regione dell’Ogaden, a maggioranza somala ma sotto il dominio etiope. La dura sconfitta patita dalla Somalia si ripercosse sulla politica interna tanto che, a seguito dell’indebolimento fisico e politico del generale Barre, nella regione esplose la guerra civile, che tutt’oggi non può ritenersi conclusa.

I protagonisti della prima fase della guerra civile somala furono Ali Mahdi Mohamed, preminente figura dell’ala politica del USC (Congresso della Somalia Unita) e nominato Presidente della Repubblica, e Mohammed Farah Aidid, generale del USC e signore della guerra somalo.

Il nostro Paese si è mosso da sempre in Somalia, essendo stata una parte del fallimentare Impero Italiano. L’Italia intratteneva interessanti rapporti con il regime di Siad Barre, con il quale furono inviati aiuti di Stato ed anche poco chiari aiuti economici. Il 19 Gennaio 1986 il Fondo d’Aiuti Italiano, per ordine del suo Commissario Francesco Forte, versò nelle casse somale 400 miliardi di lire come aiuto allo sviluppo. Rilevante nella storia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin fu la donazione di 6 pescherecci alla società Shifco, i quali furono al centro di un’indagine per traffico internazionale di armi e rifiuti tossici.

Il duplice omicidio

La presenza della Alpi e Hrovatin in Somalia sarebbe collegata proprio alle loro indagini sugli insoliti movimenti di questo possibile traffico illecito. Solo 4 mesi prima in Somalia, Vincenzo Li Causi, sottoufficiale del SISMI, fu assassinato, evento anch’esso avvolto in una serie di fatti poco chiari e dalle motivazioni mai chiarite. Il sottoufficiale fu un informatore dell’inchiesta di Ilaria Alpi. La giornalista avrebbe collezionando una serie sempre maggiore di prove per la sua inchiesta, inclusa una intervista ad Abdullah Moussa Bogor, “sultano” di Bosaso. I primi problemi iniziarono al loro ritorno a Mogadiscio, dove non trovarono il loro autista ma Ali Abdì, che li scortò in vari alberghi della città, fino al Hotel Hamana, che fu teatro del duplice omicidio.

Reazione italiana: procedimento penale e commissione d’inchiesta

Importante impatto ebbe la vicenda nell’opinione pubblica italiana, e le indagini per accertare i fatti non tardarono. Il sostituto procuratore di Roma Franco Ionta chiese formalmente il rinvio a giudizio di un cittadino somalo, Omar Hashi Hassan, il 18 Luglio 1998. Hassan fu accusato di concorso in omicidio volontario aggravato, in quanto egli sarebbe stato l’autista del commando che attaccò ed uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, mentre si trovava su suolo italiano in qualità di testimone in una indagine sulla Missione Ibis e possibili violenze attuate dalle forze italiane. Secondo la testimonianza di Ahmed Ali Rage, conosciuto come Jellè, Hassan fu riconosciuto come autista e parte del commando ed anche il secondo autista della Alpi e Hrovatin, Ali Abdì, testimoniò in favore delle parole di Jellè. La difesa di Hassan chiamò a testimoniare due cittadini somali, i quali sostenevano che il somalo fosse a 200km dalla scena del delitto, in visita familiare.

In primo grado, il 20 Luglio 1999, Hassan fu assolto per non aver commesso i fatti, sottolineando come l’uomo fosse stato indicato come autore dalle fragili autorità somale come capro espiatorio, per ristabilire i contatti con l’Italia. Venne poi ribaltata la sentenza in appello, dove Jellè e Ali Abdì vennero considerati attendibili e la condanna per Hassan fu l’ergastolo. Ma l’impianto d’accusa si sgretolò in poco tempo, dato che Jellè fece perdere le sue tracce, mentre Ali Abdì, tornato in Somalia, fu ucciso poco dopo. La Cassazione confermò la condanna, eliminando però l’aggravante della premeditazione, e l’appello bis condannò Hassan a 26 anni di reclusione. 17 anni dopo, Jellè, fuggito in Gran Bretagna, fu reperito dagli inviati di “Chi l’ha visto” e ritrattò tutto, cancellato di fatto ogni informazione chiara della vicenda.

Fu inoltre istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta, con presidente Carlo Taormina. La Commissione concluse i suoi lavori il 23 Febbraio 2006 i cui risultati furono 3 relazioni finali, una di maggioranza e due di minoranza. La versione principale, secondo la Commissione, verteva su un delitto a scopo economico: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin furono uccisi da un commando il cui scopo era quello di rapirli, ma la situazione sfuggì al controllo dei miliziani, che aprirono il fuoco contro i due giornalisti. Questa ipotesi fu avvalorata anche da alcuni testimonianze, secondo le quali il rapimento era sì basato sulla visione di un possibile riscatto ma anche come vendetta nei confronti di possibili trattamenti violenti da parte delle forze italiane nei confronti di banditi somali (pg 440-443). 

Il presidente della Commissione Carlo Taormina, in una debacle con lo scrittore e giornalista Roberto Saviano, scriverà così dell’accaduto:

Fonte Huffington Post: Ilaria Alpi, Carlo Taormina a vent’anni dalla morte ribadisce su Twitter: “In Somalia era in vacanza”. Roberto Saviano: “Vergogna senza fine”.

Omicidi senza mandanti né fautori

[Sono molto contenta per Hassan, ndr] Tuttavia, se è una grande giornata per lui, da parte mia devo dire che sono molto amareggiata e depressa.

[…] È come se lei e Miran Hrovatin fossero morti per il caldo che faceva a Mogadiscio.

[…] La verità non l’abbiamo e secondo me non l’avremo mai. […]

Ormai sono convinta che sulla morte di mia figlia e di Miran Hrovatin non è stato fatto nulla a livello di indagine. Sul caso si sono alternati negli anni ben cinque magistrati e tre procuratori. Eppure, nessuno è riuscito a porre fine alle troppe bugie, ai troppi depistaggi che hanno caratterizzato questa vicenda. […]

Personalmente ho l’impressione che gli inquirenti non siano mai stati interessati a scoprire la verità”.

Fonte: La Repubblica: “Alpi-Hrovatin, assolto e liberato Omar Hassan era l’unico condannato per gli omicidi”

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano due osservatori, due reporter, alla ricerca della verità in una regione dove il marasma della guerra civile imperversava imperterrito, in una zona ritenuta “riserva di caccia per politici e faccendieri”. Come in seguito per la morte di Giulio Regeni, così la morte dei due giornalisti italiani è stata avvolta in un alone di mistero, di segretezza, che difficilmente potrà essere ripanato del tutto: dopo 23 anni di battaglie, chi ha combattuto in prima linea per la verità o non c’è più (Giorgio, il padre di Ilaria) o non ha più forze fisiche e mentali per continuare una infinita battaglia contro un muro senza nome (Luciana, la madre di Ilaria). 8507 sono i giorni trascorsi dall’omicidio alla seconda richiesta di archiviazione, in un girone di indagini, commissioni di inchiesta, false testimonianze, nel quale le vittime sono note, ma i mandanti e il movente ignoti.

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