Se in ospedale non fanno il rooming-in

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Tenere sempre con sé il bambino in camera non è ancora un diritto di ogni mamma. Malgrado le evidenze scientifiche sui suoi numerosi vantaggi, la pratica del rooming-in – soprattutto al Sud – è diffusa soltanto a macchia di leopardo. In molti ospedali il contatto pelle a pelle e l’attacco precoce al seno in sala parto avvengono di rado. In alcune strutture i neonati vengono tuttora tenuti al nido e portati alle mamme in orari fissi per essere allattati. Come comportarsi in questo caso?

Scegli con cura la struttura

Le prime ore e i primissimi giorni (e notti) dopo la nascita sono i più delicati per l’avvio dell’allattamento al seno e la formazione del legame di attaccamento. “Tutto funziona al meglio se la coppia mamma-bebè resta insieme, a partire dall’immediato post parto e per tutta la durata della degenza”, spiega il pediatra e neonatologo Gerardo Chirichiello, consulente professionale in allattamento al seno (IBCLC). “Eppure molte mamme pensano ancora che l’ospedale ‘ti molli’ il bimbo in camera per risparmiare sul personale e – cosa ancor più grave – non tutti i reparti lo propongono: anche per questo le percentuali di allattamento esclusivo al seno in Italia sono così basse”. Nella scelta del luogo dove partorire, è quindi necessario verificare se esiste il rooming-in. “Se l’ospedale di riferimento non lo offre 24 ore su 24, si è ancora in tempo per valutare la possibilità di cambiarlo”, fa notare l’esperto.

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Frequenta un corso di accompagnamento

Nel caso non si possa o voglia cambiare ospedale, ci si può preparare all’allattamento già in gravidanza in modo da affrontare al meglio la separazione in ospedale. “Le mamme di oggi, che non hanno l’esperienza pratica tramandata di madre in figlia nella famiglia allargata di una volta, arrivano al parto piene di incertezze”, osserva Chirichiello. “Ma in tutti i corsi di preparazione c’è almeno un incontro di un paio d’ore in cui si parla di allattamento e molte associazioni hanno corsi dedicati, dove vengono dati alcuni fondamenti di anatomia e fisiologia. C’è ancora, ad esempio, chi pensa che il colostro sia da buttare e, quindi, nel corso si spiega che invece ogni sua goccia è un tesoro per il neonato. Inoltre, si provano le posizioni e il modo in cui attaccare il bimbo al seno. E si può cogliere l’occasione per preparare un Piano del parto, in cui chiedere espressamente il contatto pelle a pelle e il rooming-in”.

Chiedi che ti portino il bimbo quando piange

Nei reparti che non prevedono il rooming-in, i neonati sono portati alle mamme in orari fissi per essere allattati. Alcuni lasciano il bebè in stanza di giorno, ma lo portano via durante la notte. “La routine prevede che, se i bimbi hanno fame ‘fuori orario’, vengano placati con il biberon di latte artificiale o di soluzione glucosata, così poi, quando arrivano dalle mamme, non si attaccano. Si parte nel modo sbagliato, perché il seno non è stimolato dalla domanda/offerta, su cui si fonda il meccanismo dell’allattamento”, fa notare Chirichiello. “Quindi, si può chiedere agli operatori che non venga somministrato latte in formula o soluzione glucosata al proprio bimbo e che, quando piange, venga invece portato in camera. Non sempre, però, questa richiesta è accolta, dato che il personale è scarso e spesso deve occuparsi anche dei neonati ‘patologici’. Più spesso di quanto non si creda, persino l’accesso al nido per allattare non è consentito.

Fatti aiutare quando lo attacchi al seno

Considerati tutti i limiti di un allattamento ospedaliero a orari fissi, è necessario sfruttare al meglio il poco tempo a disposizione. “È compito delle ostetriche sostenere ogni mamma nell’avvio dell’allattamento, verificare che l’attacco sia corretto per prevenire l’insorgenza di ragadi e rispondere con competenza alle richieste di aiuto”, ricorda l’esperto. “Ciò deve avvenire in ogni caso: sia che venga offerto il rooming-in 24 ore su 24 – la coppia mamma-bebè non deve essere abbandonata a sé stessa – sia che il neonato venga portato in camera a orario”.

 

di Chiara Sandrucci

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