Un decreto per i risparmiatori?

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di Sergio Farris 
Dopo l’assenso della Bce alla messa in liquidazione per accertato rischio di dissesto della Banca Popolare di Vicenza e della Veneto Banca (i due istituti di credito, da tempo in crisi, non assolvono gli obblighi relativi ai necessari requisiti patrimoniali), il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha dichiarato che la soluzione per le due banche venete in liquidazione, adottata con il relativo Decreto emanato il 25 giugno dal Consiglio dei Ministri, era l’unica praticabile. Non c’erano alternative alla liquidazione ‘ordinata’. Si garantirebbe la stabilità del sistema finanziario e si tutelano i risparmiatori. In realtà, la vicenda ha più che altro le sembianze di una resa incondizionata ai desideri del gruppo Intesa SanPaolo. In cambio di un euro, quest’ultima è cessionaria delle attività sane (e fruttifere) finora nei bilanci di VenetoBanca e di Banco Popolare di Vicenza, per un ammontare di circa 30 miliardi. Inoltre, riceverà risorse pubbliche per 4,8 miliardi al fine di mantenere inalterato il proprio coefficiente di patrimonializzazione, più una garanzia di 400 milioni a copertura dei rischi legati alle attività acquisite. Lo stato mette inoltre a disposizione ulteriori 12 miliardi sempre a garanzia dei rischi che potrebbero materializzarsi a seguito delle operazioni di ‘due diligence’ sull’attivo che Intesa SanPaolo ha incamerato. Padoan si è detto fiducioso circa la possibilità, per lo stato, di rientrare in possesso degli oltre 5 miliardi di esborso a favore di Intesa, tramite la messa sul mercato dei crediti deteriorati (20 miliardi) che costituicono l’attivo (in senso tecnico) delle bad banks. In esito alla liquidazione delle due banche venete, al privato resta la parte sana e lucrosa delle attività, un rafforzamento patrimoniale con denaro pubblico, tutte le garanzie richieste e un vantaggioso riposizionamento nel risico bancario nazionale; allo stato resta lo speculare esborso, le perdite (non è dato sapere se e quanto dei 20 miliardi di attività deteriorate si potrà recuperare) e 4000 licenziamenti da gestire. Veramente non c’erano alternative? Oppure il settore pubblico è completamente succube degli interessi privati?
E poi, che fine fa la retorica concernente il debito pubblico? Il Governo continua a spacciare la (contraddittoria) illusione di un mondo rassicurante nel quale, lungi dal volerlo ammettere, il rachitico sviluppo è dipendente dai cicli espansivi del credito. Ciò deve avvenire proprio mentre in nome dell’abbattimento del debito pubblico si riducono i servizi universali e quindi, indirettamente, i redditi da lavoro. Lo stato perde la sua funzione redistributiva e gli inquilini nella stanza dei bottoni cercano si persuadere gli elettori (molti dei quali neanche votano più) che ciò li avvantaggerà. Il debito pubblico è evidentemente soggetto alla mannaia solo per quanto riguarda l’investimento nei servizi e nei beni pubblici, mentre può dilatarsi (come occorre nella vicenda di cui ci stiamo occupando) per cercare di assicurare le condizioni di ampliamento del credito/debito privato (la cosiddetta ‘domanda autonoma’, che surroga una frustrata dinamica dei redditi). Come se la domanda di credito non fosse anch’essa legata alle condizioni di benessere relativo della maggioranza della popolazione.

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