RIFLESSIONI AL SEMAFORO

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DI MARCO GIACOSA
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A piedi, la testa tra le nuvole.
Vengo destato da una voce femminile, una ragazza protende la testa dal finestrino per urlare verso l’auto davanti: “NON SI DÀ PIÙ LA PRECEDENZA, TESTA DI CAZZO?!?”.
Mi colpiscono, il suono della voce – un suono gentile, su un corpo minuto, che l’auto davanti fosse guidata da una donna – ma la proferente forse non lo sapeva, e l’immediata violenza delle parole, dell’insulto che sembra non poter essere differito, forse perché fosse differito evaporerebbe.
A piedi, sono con tre sconosciuti giunti accanto a me dai loro mondi per attraversare la strada. Questo avremo sempre in comune: avere attraversato assieme in Torino corso Sommeiller angolo corso Turati, il 30 giugno 2017 alle 9.13.
Come spesso succede, scatta il verde per i pedoni ma ancora comanda l’onda lunga delle auto sorprese dal rosso in mezzo all’incrocio.
Facciamo un passo sulle strisce, tocca a noi.
Dalla seconda auto qualcuno dice – o mima – qualcosa, i due davanti a me – uno vestito da manager, uno da ferroviere – dicono nell’ordine: “CHE CAZZO VUOI COGLIONE?!?” e “MA GUARDA ‘STO SCEMO ANCORA CHE PARLA”.
Io non dico nulla ma sento mio quel “Che cazzo vuoi coglione”, non dico niente e l’insulto evapora. La rabbia, un secondo dopo.
C’è però una differenza, tra l’urlo della donna e quello del manager: la prima ha vissuto come un affronto una manovra non particolarmente esuberante – eravamo in una strada con poche auto, a una corsia sola, dove la velocità è ridotta – e ha attaccato; il manager ha reagito a un sopruso, fatto da chi stava in posizione di forza – auto, contro pedone – a danno di chi aveva il verde, il diritto a camminare verso l’altra parte della strada.
È sempre una questione di forti contro deboli, talvolta però il forte non si riconosce, si mimetizza, prevarica nascosto, come Renzo che faceva il matto la notte degli imbrogli a casa di don Abbondio, ma era la vittima.

 

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