OMICIDIO YARA, SI E’ APERTO IL PROCESSO D’ APPELLO PER MASSIMO BOSSETTI

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DI ANNA LISA MINUTILLO
Si apre il processo d’Appello per Massimo Bossetti che è stato condotto al Tribunale di Brescia per la prima udienza . E’ l unico imputato per l’omicidio di Yara Gambirasio. Non è stata rilasciata nessuna dichiarazione dai suoi difensori che sono gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini. La speranza di Bossetti accusato di omicidio volontario pluriaggravato, è quella di riuscire ad ottenere un ribaltamento della sentenza che il 1 luglio 2016 aveva portato alla sua condanna all’ergastolo.
Sono presenti anche Ester Arzuffi, Laura Bossetti e Marita Comi, madre, sorella e moglie di Massimo Bossetti per assistere alla prima udienza . Nell’udienza dovrebbe parlare anche , il sostituto pg Marco Martani per chiedere la conferma dell’ergastolo inflitto al carpentiere di Mapello un anno fa, ma anche il riconoscimento dell’accusa di calunnia caduta in primo grado.
Assenti invece in’ aula i genitori di Yara così come è accaduto anche durante il primo grado.
E’ questo un episodio di cronaca nera che ha visto il coinvolgimento di molte persone poiché ad essere stata uccisa e abbandonata in un campo è stata una ragazzina di soli 13 anni.
Cerchiamo di ripercorrere i fatti salienti che riguardano questa storia . E’ il 26 Novembre del 2010 quando Yara Gambiarasio di soli 13 anni
scompare da Brembate di Sopra, un paese situato alle porte di Bergamo. Lascia la palestra dove pratica la ginnastica ritmica che è situata ad appena 700 metri da casa e di lei si perdono le tracce. Dal suo telefonino parte un sms di risposta a un’amica. Alle 18.47 il suo telefonino viene agganciato dalla cella di Mapello, un comune distante circa tre chilometri da Brembate, poi la traccia scompare.
E’ una ragazza semplice Yara, diligente con nessuno scheletro nell’armadio , non rientrando a casa mette subito in stato di forte agitazione la sua famiglia che la sta attendendo e che inizia a chiamarla sul cellulare in attesa di una risposta che purtroppo non arriverà mai.
E’ una sera fredda e c’è anche la nebbia, trascorrono le ore ma della ragazza nessuna traccia. Si mobilita l’intero paese, molti i volontari che partecipano alle ricerche di Yara che sembra come essersi smaterializzata, stranamente poiché Brembate non è immensa e gli abitanti se non direttamente ma almeno di vista si conoscono tutti , ma nulla da fare la giovane non si trova.
Oltre ai volontari, le forze dell’ordine si ricorre anche all’ausilio dei cani molecolari che fiutano una traccia che conduce ad un cantiere edile situato a Mapello.
Il tempo trascorre e siamo al 5 Dicembre del 2010 quando
Il marocchino Mohamed Fikri, che lavora in un cantiere edile di Mapello viene fermato a bordo di una nave diretta a Tangeri. Contro di lui alcuni indizi, tra i quali un’intercettazione ambientale in cui sembra affermi “Allah perdonami non l’ho uccisa”. Ma la traduzione effettuata era sbagliata. Mohamd Fikri si proclama innocente. Riesce a dimostrare che le sue vacanze in Marocco erano programmate da tempo e che non stava fuggendo. La sua posizione sarà archiviata perché l’immigrato risulterà del tutto estraneo alla vicenda.
La svolta che tanto si stava attendendo non vi è stata ed intanto arriva Natale, il clima si indurisce, fuori fa freddo e la famiglia Gambirasio attende il rientro a casa di Yara, confidando di poter tornare a riabbracciarla molto presto. Lasciano anche la porta di casa aperta così che in qualunque momento Yara decidesse di rientrare potrebbe farlo tranquillamente, ma Yara da quella porta è uscita senza potervi fare rientro poiché l’allontanamento non dipende da lei ma da altri che la stanno trattenendo la dove lei avrebbe mai voluto stare.
La vicenda si complica maggiormente quando mitomani e sensitivi iniziano a far giungere nelle redazioni di giornali locali e negli uffici alle forze dell’ordine , lettere in cui si sostiene che il corpo di Yara si trovi all’interno del cantiere di Mapello, ma il luogo è stato più volte ispezionato senza alcun esito di ritrovamento.
Confusione, presenza massiccia di curiosi , della stampa portano il 15 Gennaio 2011 il Sindaco di Brembate Diego Locatelli a fare richiesta che si allenti questa morsa sul suo paese poiché si sente il bisogno di far tornare i cittadini alla loro “normalita”
Il 26 febbraio 2011 dopo tre mesi esatti dalla sua scomparsa Il corpo di Yara, viene ritrovato in un campo a Chignolo d’Isola, a una decina di chilometri da Brembate (Bergamo). Il ritrovamento è del tutto casuale ed è avvenuto da parte di una persona che stava facendo volare il suo modellino di ultra leggero proprio in questo campo. L’areoplanino cade, l’uomo va a recuperarlo ed è proprio li che avvista tra i rovi il corpo privo di vita di Yara. Le indagini appureranno che la giovane è stata uccisa sul posto, colpita da alcune coltellate che non hanno provocato la morte immediata della ragazza. La giovane è stata però esposta alle rigide temperature per troppo tempo fino a che non ha smesso di respirare. Chi ha fatto questo si sarà voltato e allontanato senza accorgersi che la ragazza era ancora viva? Non avrebbe potuto anche solo con una chiamata anonima fare richiesta di soccorso?
Ma soprattutto chi ha compiuto questa atrocità, quale motivazioni poteva avere per far subire alla piccola Yara questa fine così crudele?
Si sarà spaventato dopo aver realizzato cosa aveva compiuto ed è scappato oppure lo ha fatto perché era realmente intenzionato ad ucciderla?
Bisognerà attendere per dare una degna sepoltura alla piccola Yara fino al 28 Maggio del 2011 quando
migliaia di persone si ritrovano al palazzetto dello Sport per assistere ai suoi funerali e magari tra questi è presente anche chi ha commesso il fatto e nessuno lo sa.
Gli esami approfonditi svolti sul corpo di Yara iniziano a dare delle risposte quando il
15 giugno 2011 gli investigatori riescono ad isolare una traccia di Dna maschile sugli slip della ragazza che, a differenza degli altri tre già esaminati, non sarebbe suscettibile di contaminazione casuale. Si tratterebbe quindi del Dna dell’assassino.
Vengono raccolti 2500 profili genetici, battuto a tappeto il paese ma anche quelli limitrofi , per raccogliere il dna delle persone che si trovavano ad avere contatti con la ragazza e che ruotavano intorno al suo ambiente, il dna valido ritrovato
non figura tra i 2.500 raccolti in quei mesi dagli investigatori.
Arriviamo al
18 settembre 2012 – quando nasce la cosiddetta “pista di Gorno”: Viene estratto da una marca da bollo su una vecchia patente il Dna di Giuseppe Guerinoni, di Gorno (sposato e padre di due figli, morto a 61 anni nel 1999), simile a quello trovato sul corpo di Yara. Un Dna che, comparato con il nucleo famigliare dell’uomo, non porta ad alcun risultato; da qui l’ipotesi degli investigatori che esista un suo figlio illegittimo.
In data 7 marzo 2013 viene riesumata la salma di Giuseppe Guerinoni, che secondo gli inquirenti, sarebbe il padre biologico dell’assassino. La salma viene sottoposta a tutti gli accertamenti del caso, come disposto dalla Procura.
Il 10 aprile 2014 La consulenza dell’anatomopatologa Cattaneo fuga i dubbi, peraltro sollevati dalla famiglia di Yara, sulla corrispondenza del Dna con quello di Giuseppe Guerinoni. L’assassino di Yara è un suo possibile figlio illegittimo. Di recente, senza alcun risultato, quel Dna era stato comparato con quello di donne che frequentavano Salice Terme, nel Pavese. Una località climatica che l’autista aveva frequentato negli anni in cui avrebbe potuto avere un figlio illegittimo. C’è la presenza di calce nei polmoni della 13enne e i tagli sul corpo sono riconducibili a un taglierino o ad un arnese che viene usato in cantiere
Il 16 giugno 2014 Il 43enne Massimo Giuseppe Bossetti, sposato e padre di tre figli, viene fermato e portato presso il carcere di Bergamo. Ad incastrarlo è un test genetico: è suo il DNA di Ignoto 1, lo stesso ritrovato sugli slip e sui leggins di Yara. Bossetti sarebbe quindi il figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni. Secondo l’accusa, il muratore di Mapello avrebbe tentato di abusare della giovane ginnasta causandone il decesso. Fino ad oggi Bossetti ha sempre continuato a negare e si è detto innocente.
La madre dell’imputato, Ester Arzuffi, continua a contestare la prova del DNA negando la sua presunta relazione con Giuseppe Guerinoni dalla quale sarebbero nati Massimo Bossetti e sua sorella gemella .
La signora Ester si è sempre difesa sostenendo che i suoi figli sarebbero nati da una fecondazione assistita svolta a sua insaputa. Una tesi che finora non ha mai convinto i giudici.
Anche sua nuora Marita, moglie di Massimo Bossetti non le ha mai creduto e questa situazione ha radicalmente cambiato il loro rapporto.
Il 3 novembre 2015 – Si mette in discussione la validità del video che mostra il furgone di Bossetti passare e ripassare in continuazione davanti alla palestra di Yara nel giorno della sua scomparsa. Secondo i legali di Bossetti questo è un falso, confezionato ad arte dai carabinieri, d’accordo con la procura, per tenere a bada le pressioni della stampa, mostrando un filmato che sembra un fortissimo indizio della colpevolezza del muratore.
Più che “falso”, è il caso di dire montato ad arte: delle cinque telecamere che hanno ripreso il furgone passare 13 volte, solo una era in grado di identificare correttamente marca, colore e modello del furgone di Bossetti. Le altre telecamere non hanno fornito immagini che possano aiutare a capire quale fosse il furgone in questione, se non che fosse, appunto, un furgone, bianco.
Sempre secondo i legali della difesa di Bossetti non si può dimostrare che sia sempre lo stesso quello contenuto nel video fornito dai carabinieri.
Alle 20.35 del giorno 1 luglio 2016 – Massimo Bossetti è stato condannato all’ergastolo. La sentenza della Corte d’Assise di Bergamo è arrivata dopo oltre nove ore di camera di consiglio.
giudici hanno inflitto al carpentiere di Mapello il massimo della pena, riconoscendo anche l’aggravante della crudeltà. La corta ha stabilito anche che Bossetti dovrà risarcire i genitori di Yara con 400 mila euro a testa e i fratelli della giovane vittima con 150 mila euro ciascuno.
E’ stata tolta a Massimo Bossetti anche la potestà genitoriale sui tre figli.
Oggi l’appello dopo moltissime udienze, dichiarazioni contrastanti, un processo che pare essere un po’ il contenitore delle “scatole cinesi”, dove ogni volta che ne viene aperta una appaiono contenuti nuovi oppure che cambiano forma .
Molto difficile schierarsi dalla parte degli innocentisti o da quella dei colpevolisti e come sempre per comprendere cosa voglia dire trovarsi a vivere situazioni come questa bisognerebbe riuscire a calarsi nei panni di imputati e vittime e questo è un compito molto arduo a cui poter assolvere.
Quando intorno alle 17 del 16 giugno del 2014 a Seriate un paio d’auto entrano in via Volta. e raggiungono il cantiere dove Massimo Bossetti sta lavorando alcuni uomini in borghese dichiarano di essere lì per un controllo contro il lavoro nero, per verificare i documenti di eventuali extracomunitari. Gli uomini, però, si dirigono verso un italiano. Senza chiedergli nulla , nemmeno la carta d’identità lo immobilizzano e lo ammanettano. Bossetti si volta e chiede ad un collega: «Che sta succedendo? Perché mi portano via?». Sarà soltanto alla sera che guardando i telegiornali, chi abita a Seriate scoprirà chi è quell’uomo. Non si trattava di un operaio irregolare, ma del presunto assassino di Yara Gambirasio.
Una modalità d’arresto perlomeno discutibile, avvenuta in modo plateale, filmata e ritrasmessa molte volte in rete e all’interno dei telegiornali.
Bossetti è sempre stato raccontato da tutti come un uomo senza troppi grilli per la testa, che lavorava e che aveva un buon rapporto con i suoi figli.
Non solito a frequentazioni di locali, forse ogni tanto con lo sfizio della lampada per colorare la sua pelle ma nulla di particolare da evidenziare circa le sua abitudini di vita.
Si è parlato anche di un rapporto matrimoniale in crisi, ma questa non è una buona ragione per andare ad ammazzare una ragazzina che nulla aveva a che fare con lui, infatti i due non si conoscevano proprio, troppo grande il divario d’età che separava Yara da Bossetti.
Ci si domanda anche come mai il corpo sia stato ritrovato in modo casuale quando quella zona è stata più volte battuta durante le ricerche .
Si è data la colpa ai rovi che la circondano e che avrebbero potuto impedirne il ritrovamento anche se la zona è stata più volte sorvolata dagli elicotteri che avrebbero dovuto localizzarla dato che avevano avvistato una sagoma nera che segnalata si è rivelata successivamente solo un sacchetto usato per i rifiuti, quindi da qui scaturisce anche il dubbio che Yara possa essere trasportata li solo dopo il decesso .
Resta da chiarire la presenza della polvere di calce ritrovata nei suoi polmoni, polvere che non poteva essere stata inalata all’interno della palestra da cui Yara stava facendo rientro.
E poi in ultima analisi non ci si spiega come siano finite le tracce di DNA ricollegato alla figura di Massimo Bossetti sugli indumenti intimi di Yara .
A guardarlo dall’esterno Bossetti dà la sensazione di un uomo pacato, incredulo realmente di ciò che gli sta accadendo, del vortice in cui si trova catapultato , un uomo che piange e che cerca di gridare la sua innocenza ed estraneità a gesti così efferati, un uomo che è un padre di figli coetanei con Yara e che a maggior ragione appare molto distante dall’efferatezza.
Un uomo che non ha mai perso il controllo, che si è sempre rivolto ai Pm ed a chi lo ha interrogato senza mai cedere a scatti d’ira , ma anche un uomo che proprio per la freddezza, per il suo sguardo glaciale potrebbe regalare a chi lo osserva dall’esterno il ritratto di un abile calcolatore.
Potrebbe aver rimosso tutto per salvarsi dalle immagini scure che lo avrebbero inseguito per il resto dei suoi giorni? Per non fare i conti con tanta violenza che forse nemmeno lui sapeva di avere?
Difficile prendere una posizione ed infatti l’opinione pubblica su questo episodio è nettamente divisa in due , fatti che vanno dimostrati , spiegati e non devono alla fine di queste analisi , lasciare il minimo dubbio.
Per ora la cosa certa è che tante famiglie sono state distrutte in questa vicenda, a partire da quella del presunto carnefice, passando attraverso quella della madre e della sorella dell’imputato, fino a giungere alla famiglia Gambirasio che ha perso una figlia senza sapere perché , una figlia che qualcuno ha abbandonato , forse ancora in vita in quel prato in una fredda sera d’autunno, una figlia che avrebbe potuto essere la figlia di tutti noi.
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