Il caffè decaffeinato è una minaccia per l’ozono

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Caffè
(Immagine: Marco Lamberto/EyeEm/Getty Images)

Si chiama diclorometano, ed è la nuova minaccia per lo strato dell’ozono. A riferirlo su Nature Communications, è stato il team di ricercatori delle università inglesi di Lancaster, Cambridge e Leeds, secondo cui l’aumento delle emissioni registrato negli ultimi anni di diclorometano (o cloruro di metilene), una sostanza chimica comunemente usata nell’industria alimentare, per la rimozione di caffeina dal caffè e per la preparazione di estratti di luppolo ed altri aromi, potrebbe rallentare fino a un massimo di 30 anni il lento recupero dello strato protettivo di ozono.

Come sottolineano i ricercatori inglesi, le fonti naturali di questa sostanza sono poche e, quindi, l’aumento delle emissioni registrato negli ultimi anni è probabilmente causato da fonti umane. Infatti, tra il 2000 e il 2012, le concentrazioni di vapore di diclorometano nell’atmosfera sono aumentate, in media, di circa l’8% all’anno, mentre tra il 2004 e il 2014 sono addirittura raddoppiate. E ora, in seguito alle osservazioni che hanno indicato un rapido aumento delle concentrazioni atmosferiche di diclorometano, il team di ricercatori ha sviluppato un nuovo modello di trasporto atmosferico del composto volatile per valutarne l’effetto sull’ozono. A differenza dei clorofluorocarburi (Cfc), che sono i maggiori responsabili del rapido assottigliamento dello strato dell’ozono”, spiega Ryan Hossaini, dell’Università di Lancaster, il diclorometano ha una vita di breve durata atmosferica e quindi non è stato inserito nella lista delle sostanze sottoposte al Protocollo di Montreal, l’accordo internazionale del 1987 che portò al divieto di produzione e utilizzo dei Cfc e di molti altri composti.

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Per misurare l’effettiva minaccia attuale e futura dell’ozono da parte del diclorometano, Hossaini e il suo team si sono serviti di simulazioni al computer: secondo i risultati delle loro analisi, nel 2016 circa il 3% della perdita d’ozono estiva in Antartide potrebbe essere stata causata dal diclorometano. Una percentuale che, per quanto possa sembrare irrisoria, è in crescita: nel 2010, infatti, la sostanza era responsabile solo dell’1,5% della perdita di ozono, sempre nella stessa regione. Secondo il team di ricercatori, se le emissioni del composto continuano a salire con il tasso osservato dal 2004-2014, il recupero dell’ozono sull’Antartide sarebbe rallentato di circa 30 anni. Se le emissioni restassero ai livelli attuali, invece, il ritardo sarebbe invece di soli 5 anni.

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