Chuck Lorre: “Young Sheldon è la continuazione naturale di The Big Bang Theory”

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Sessantacinque anni portati alla grande, cose che probabilmente succedono a chi è stato per dieci anni sposato con una playmate (Karen Witter, per la cronaca, hanno divorziato nel 2010). Ma soprattutto è buffo pensare che il creatore della serie più nerd della storia della televisione, The Big Bang Theory, abbia anche solo parlato con una modella di Playboy. Ma naturalmente la realtà è ben diversa dalla fantasia, per quanto a Chuck Lorre quest’ultima non manchi affatto, altrimenti non sarebbe un pilastro dello show business da trent’anni.

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Dalle prime sceneggiature per Roseanne a oggi di tempo ne è passato. Nel mentre grosse soddisfazioni, come Grace Under Fire e Dharma & Greg, e successi clamorosi, leggi Due uomini e mezzo e naturalmente The Big Bang Theory, arrivato alla decima stagione.

PHOTO CREDIT: ART STREIBER/AUGUST
PHOTO CREDIT: ART STREIBER/AUGUST

 

 

Il futuro si chiama ancora Sheldon, ma bambino, un prequel a lungo atteso e per cui i fan dovranno aspettare ancora un po’ (settembre per una special preview, quindi novembre per la serie regolare). In rete gira da qualche settimana un teaser trailer, ma la notizia più importante è che Young Sheldon non andrà a sostituire The Big Bang Theory, che è stata appena rinnovata per altre due stagioni. Per la gioia del pubblico e del cast, che continuerà a percepire il suo simpatico milione di dollari a testa a episodio. Un exploit riuscito a un bizzarro gruppo di amici che rimpiangiamo ogni volta che prendiamo in mano il telecomando.

Di loro e di molto altro abbiamo parlato di fronte a un caffè con il creatore delle due serie Chuck Lorre a Londra.

Dieci stagioni di The Big Bang Theory, ma il livello dello show sembra ancora alto (anche se non mancano critiche). Non dev’essere facile.

“Non è facile tenerlo alto anche solo per una stagione! Ma tutti quelli che lavorano alla serie ne sono orgogliosi, lo amano, gli dedicano tutto il loro tempo per far sì che ogni episodio valga quello dello spettatore, visto quanta offerta televisiva c’è oggi. Per fare un grande show che duri a lungo il segreto è questo. Spesso ci riusciamo, qualche volta falliamo, ma ci proviamo ogni volta con tutte le nostre forze”.

A proposito di quanto prodotto viene realizzato oggi: non è forse anche troppo?

“Sarebbe come dire che in un supermarket c’è troppa scelta. Avere quest’imbarazzo è sempre bello”.

E cosa ha spinto il pubblico a scegliere la serie negli ultimi 10 anni?

“Spero sia perché fa ridere. È la ragione per cui si fa commedia. Poi ovviamente ci sono tanti altri elementi che concorrono alla buona riuscita, ma il più importante è quello”.

E far ridere è la cosa più difficile del mondo.

“No, un’operazione al cervello è la cosa più difficile del mondo”.

Immagino che prima di tutto debba migliorare la vostra giornata con una risata quando scrivete le sceneggiature.

“Esatto, quando scriviamo ridiamo come pazzi, ed è la sola maniera con cui possiamo predire che il materiale su cui stiamo lavorando sia davvero divertente. Sai, non è possibile sapere quello che pensano milioni di persone. Quindi l’unico test attendibile nel momento in cui inventi qualcosa comprende solo te e il tuo team”.

Sono una valida cavia, vedo lo show dalla prima puntata e continuo a ridere. Ma per me c’è qualcosa di più, l’ho sempre visto come un’evoluzione del cinema teen di John Hughes: gli antieroi di John Hughes sono ragazzi in gamba che cercano di imparare a vivere, esattamente come i nostri quattro eroi e Penny.

“A dire il vero non ci avevo mai pensato, ma sono sempre stato un grande ammiratore di John Hughes. In fondo è quello che abbiamo cercato di raccontare sin dal primo episodio, il fatto che volessero far parte di qualcosa, ma senza sapere come. E in fondo tutti ci siamo sentiti così prima o poi nella vita, credo sia l’aspetto davvero universale dello show e il più importante. Perché per quanto tu possa essere brillante e intelligente, la vita vera è un’altra partita, ed essere esclusi è facile”.

La vita è fatta sfide, lei ne ha affrontate molte, le ultime due sono Mom e Young Sheldon. Partiamo da Mom. Qual è l’idea da cui è partito?

“Molto semplice, ma anche molto difficile da sviluppare. Volevo raccontare la storia di una dipendenza, che non è una cosa divertente, ancora meno se riguarda una madre e una figlia con lo stesso problema. Ma nella riabilitazione c’è spazio per la commedia, e ammetto che per certi versi Mom era a l’inizio quasi un esperimento, perché era difficile trovare l’equilibrio giusto. Soprattutto bisognava toccare l’argomento con il necessario rispetto nei confronti delle tante persone che sono passate attraverso quest’esperienza oscura e che non vogliono venga trattata con superficialità. Non è stato facile, ma quando abbiamo trovato la formula è stata una grandissima soddisfazione”.

E di Young Sheldon che cosa ci può dire?

“Ne abbiamo parlato quasi da l’inizio di The Big Bang Theory, scoprendo particolari dell’infanzia di Sheldon molto presto. Abbiamo conosciuto la sua famiglia, la mamma, la sorella gemella, il fratello maggiore. A un certo punto ci è sembrato naturale sviluppare la storia in una serie a parte, avevamo molti elementi su cui lavorare. Prima di tutto un bambino dalle doti speciali che cresce in un paesino sperduto del Texas. E poi la difficoltà da parte della famiglia che lo sostiene, ma lo deve anche sopportare. Così come i suoi insegnanti e i suoi vicini di casa. È la loro storia tanto quanto quella di Sheldon”.

Sono cambiate molte cose in America negli ultimi tempi. Fare televisione nell’era Trump sarà più difficile?

“No, sarà esattamente come prima. Vivere in America sarà dannatamente difficile”.

Come autore non sente questa responsabilità?

“Come autore so prima di tutto quali sono i limiti che mi devo imporre, e quelli politici non sono compresi. Una cosa che mi rende molto orgoglioso di The Big Bang Theory è che questi ragazzi sono scienziati e credono nei fatti, in cose che si possono provare con la sperimentazione. Credo che onorare l’importanza della scienza e della ricerca sia già una presa di posizione molto chiara”.

Scienziati straordinari, ma non sanno spiegarsi perché sono in cerca dell’amore.

“Disperatamente, ma non è matematica, non è chimica, non sanno perché ne hanno così bisogno. E sono goffi nei loro tentativi di assecondare questa necessità. Ma in fondo siamo tutti così, loro sono più divertenti perché sono dei genii”.

E per quanto tempo ancora seguiremo le loro avventure amorose?

“Ancora per due stagioni, e credo che la dodicesima stagione sarà l’ultima. Ma a essere sincero, pensavo sarebbe stata la decima, eppure siamo ancora qui. Quindi preferisco darti la risposta migliore: non lo so”.

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