AUTONOMI A TARGHE ALTERNE

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LUCA BILLI
Il prossimo 22 ottobre i cittadini della Lombardia e del Veneto verranno chiamati alle urne per rispondere, in un referendum consultivo, al quesito se è giusto che quelle due regioni, “in considerazione della loro specialità”, godano di una particolare autonomia amministrativa.
E’ ovviamente naturale che il partito che guida entrambe quelle regioni voglia sfruttare ogni occasione per ribadire quella che è in fondo la propria “ragione sociale”, anche se in questi trent’anni è stata declinata in vari modi, passando disinvoltamente dall’indipendentismo alla Bravehearth alla partecipazione a governi rigidamente centralisti. E’ un po’ meno legittimo che Maroni e Zaia per condurre la loro comprensibile, anche se non condivisibile, battaglia politica – anche dentro alla Lega contro l’”italiano” Salvini – usino dei soldi pubblici, ma evidentemente ormai questo pare non interessi a nessuno.
Proviamo a stare nel merito del quesito. Esattamente in cosa consiste la supposta specialità della Lombardia e del Veneto? Immagino che i due capi leghisti si richiamino alle esperienze della Catalogna e della Scozia, dimenticando che quei due paesi esistono davvero, perché hanno una storia, una lingua, una cultura proprie, ben distinte da quelle dello stato entro cui si trovano. Il Lombardo-Veneto non esiste, è stato soltanto una forma di organizzazione amministrativa decisa da von Metternich nella riorganizzazione del vastissimo Impero asburgico. La Lombardia non esiste, esistono dei territori – il milanese, il mantovano, il pavese, il varesotto e così via – che hanno forti elementi culturali al loro interno, peraltro differenti gli uni dagli altri, a volte in maniera anche molto rilevante – che per varie ragioni storiche sono stati riuniti in questa unica forma amministrativa che è la regione Lombardia. E un discorso analogo possiamo fare per il Veneto e per tutte le regioni italiane.
Come sapete io da tempo sostengo che l’unica riforma del Titolo V auspicabile in Italia sarebbe quella di abolire le regioni – che appunto già non esistono – e di dare forti poteri amministrativi alle province, che invece esistono e che i cittadini riconoscono immediatamente come il proprio territorio. Quindi, dal momento che questa “specialità” viene meno, dovrebbe venir meno anche il referendum: quest è il primo motivo per votare no.
Ma continuiamo a stare nel merito. Esattamente in quali ambiti si dovrebbe svolgere questa autonomia amministrativa? Ovviamente nessuno lo dice, perché nessuno lo sa, neppure questi autonomisti da operetta. La cosa curiosa è che i leghisti diventano autonomisti quando governano gli enti locali e centralisti quando siedono al governo nazionale. Succede lo stesso più o meno anche agli altri partiti, che sono spesso autonomisti o centralisti a seconda di chi parla, se un sindaco o un ministro. L’unica cosa che a tutti interessa è il potere e quindi le possibilità sono due: o si va dove c’è il potere o si porta il potere dove uno sta.
Emblematico è il caso del pd. Quando Maroni e Zaia hanno convocato il referendum, quel partito, in un sussulto di inaspettato buon senso, ha criticato questa scelta, dicendo che si trattava di un appuntamento inutile e costoso. Ma allora quel partito era al governo nazionale e pensava di starci in eterno. Ora che il governo nazionale si allontana sempre più, i sindaci renzianissimi – anche se ora dicono di esserlo un po’ meno – della Lombardia hanno deciso di schierarsi per il sì, ufficialmente per non lasciare la vittoria alla Lega. Come è evidente si tratta di una motivazione politica poco fondata, perché o sei d’accordo o non lo sei; se lo sei solo per inseguire il tuo avversario, allora ammetti implicitamente che ha ragione e non si capisce perché dovresti avere la pretesa di sostituirlo alle prossime elezioni. Il cognato di Benedetta Parodi perderà le regionali tra un anno, fortunatamente per i cittadini lombardi: potrà sempre aiutare l’illustre parente a rigovernare la cucina. Anche perché questi novelli alfieri del sì sono gli stessi che avevano detto sì anche il 4 dicembre, ossia si erano espressi a favore di una riforma che praticamente azzerava le autonomie locali. So che la gente spesso non sembra intelligente, ma non è neppure così stupida come evidentemente credono Sala e i suoi amici.
Allora su cosa dovrebbero essere autonome le autonomie? Non su la sanità, che è invece l’unico ambito a loro effettivamente delegato. Sulla sanità in Italia è stato contratto un perverso patto a tre contraenti – la politica, l’industria farmaceutica e la casta dei medici e dei professori universitari – in cui è stato deciso che il governo della sanità sarebbe rimasto a livello regionale, perché in questo modo sarebbe stato più facile rubare e infatti rubano – pro quota – politici, medici e industriali. Figurarsi se la sanità verrà tolta dal pacchetto delle autonomie. Invece la sanità dovrebbe essere nazionale, perché uno stato si misura proprio sulla capacità di curare – e di educare – i propri cittadini da nord a sud, da est a ovest, dalle città alla campagna. Invece alle autonomie locali dovrebbe essere affidata una larga autonomia nel campo del governo del territorio, ovviamente con le risorse per farlo, perché questa è la dimensione giusta per farlo. Naturalmente a quelli del sì – leghisti, piddini, grillini, tutti uniti nel nome della libera cassoeûla in libero stato – non hanno alcuna voglia di prendersi la briga di fare argini e di sistemare montagne – meglio discutere, rubando se avanza qualcosa, sulla sanità.
Compagne e compagni del Lombardo-Veneto provate a votare NO. Ve ne saremo grati, da Aosta a Canicattì.

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