Rodotà-tà-tà

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Stefano Rodotà era più di un uomo: era un’insidia. Nel suo profilo di rigoroso intellettuale e uomo perbene, qualità che nessuno può disconoscergli, si nasconde l’eterno pericolo per chi voglia rovesciare l’esistente anziché illudersi di poterlo migliorare: considerare un alleato, un modello, addirittura un faro il distinto rappresentante della parte “buona”, più rispettabile, di quel che un tempo veniva chiamato “sistema”. Quando invece al massimo può essere un temporaneo compagno di viaggio, e comunque sempre, in fondo, un avversario. Ci vuole poco, d’altronde, per essere considerati in Italia una persona superiore alla statistica, quanto a serietà. Lui lo era certamente: impeccabile, preparato, misurato, forbito. Un signore d’altri tempi, di quella borghesia liberale di sinistra che era colta per davvero, non per niente minoritaria e di nicchia. Ma il giudizio umano, professionale e culturale va disgiunto da quello politico, ideologico e antropologico: se il primo è di ammirazione, o almeno di rispetto, il secondo non può che essere di distanza, se non di fastidio e diffidenza.

Stefano Rodotà nel giorno dell'elezione a Presidente del PDS, con Achille Occhetto il 16 febbraio 1991.

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Stefano Rodotà nel giorno dell’elezione a Presidente del PDS, con Achille Occhetto il 16 febbraio 1991.

Dato a Rodotà quel che è dell’uomo Rodotà, bisogna dire che l’ideologo Rodotà troneggiava noiosamente compunto come forse il massimo esponente italiano di quella corrente che vede nel diritto formale la via per la giustizia sostanziale. «E così “i diritti parlano”, sono lo specchio e la misura dell’ingiustizia, e uno strumento per combatterla» (“Diritti e democrazia”, in “La filosofia e le sue storie – L’età contemporanea”, Laterza-EM Publishers). E allora via alla costituzionalizzazione di ogni bisogno, con il rischio, già abbondantemente superato e in atto, di santificare legalmente ogni desiderio, in una deriva che non è esagerato definire liberismo dei diritti, alla faccia della sinistritudine di colui che fu il primo presidente del Pds. Moltiplicare le fattispecie di diritto non solo svilisce a “catalogo della spesa” quelli fondamentali, inerenti ai valori pre-politici e pre-giuridici riassumibili nel concetto di dignità, ma ottiene l’effetto di imbrigliare poi gli spazi di libertà in un tale reticolo di corrispondenti divieti, da tramutare la ricerca di giustizia in nevrotica ingiustizia: summum ius, summa injuria, dicevano saggiamente i latini. Diritto al cibo, alla conoscenza, alla pace, del territorio, degli animali, della riproduzione, al lavoro, all’abitazione, all’istruzione. Perfino all’esistenza. Il che dovrebbe far riflettere: se si sente la necessità di precisarlo, forse l’articolo 36 della Costituzione, testo sacro per Rodotà e tutti i conservatori costituzionaleggianti, con quella peraltro bellissima espressione, “esistenza libera e dignitosa”, dove la bellezza sta ovviamente negli aggettivi, non è poi così pregnante nell’uso quotidiano di questa Repubblica che tanto più declama princìpi quanto meno li osserva.

Il docente di diritto civile, ed ex storico garante della Privacy, era il classico liberal, già collaboratore de Il Mondo di Pannunzio, che aveva come vangelo la Carta e come credo la libertà intesa, appunto, alla maniera liberale. Cioè: il sovrano consumatore di diritti (cittadino) che acquista (acquisisce) sempre maggiori proprietà (libertà). Ad infinitum, almeno in teoria, e con la scappatoia, anch’essa tipicamente liberale, del limite dato dalla libertà altrui. Nasce un’esigenza, che in una società iper-capitalistica spesso è influenzata se non prodotta dal mercato? Et voilà formulato un nuovo diritto ad hoc.

I cartelli con scritto 'Rodotà presidente di tutti' sui banchi del M5s durante il voto per l'elezione del presidente della Repubblica nel 2013.

I cartelli con scritto ‘Rodotà presidente di tutti’ sui banchi del M5s durante il voto per l’elezione del presidente della Repubblica nel 2013.

Solo una forza come il Movimento 5 Stelle, che fatica ad oltrepassare il livello “onestà” (ma quando vuole è anche capace di farlo, vedi apprezzabili posizioni anti-Nato o sulla Russia, per esempio), poteva scambiare un Rodotà per il salvatore della Patria. Certo, messo a confronto con Napolitano, ne usciva come uno statista (per non far cenno alla bassissima media della canaglia in parlamento: un gigante in mezzo ai nani, uno come lui, ovvio). Ma qui è il punto: un soggetto palesemente odioso come Napolitano è identificabile da chiunque come nemico, la faccia pulita di un Rodotà, perennemente incistato nell’establishment ma brava persona, induce nell’errore di ritenerlo radicalmente diverso. Invece è solo la variante accettabile della stessa indigeribile sbobba: il pensiero unico liberale. Requiescat in pacem, l’ottimo Rodotà. Perché con le care e brave persone si fanno al massimo i convegni. Non si fa Grande Politica.

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