Il ristorante giapponese in cui mangi quello che non ordini

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Chiunque sia solito frequentare ristoranti avrà sicuramente, almeno una volta, assistito – o fatto assistere – alle furie non controllate di qualche cliente insoddisfatto nei confronti di camerieri mortificati per aver servito la pietanza sbagliata. Oggi, nella società del tutto e subito, siamo sempre più abituati a pretendere ciò che bramiamo e per farlo, spesso, mettiamo da parte persino gentilezza e buone maniere. Viviamo nella difesa costante di quel principio reciproco del «se pago, mi si deve», scambio equo e necessario che a volte, però, non ci fa neppure mettere in conto che le cose, per qualche motivo, possano andare diversamente.

Dai casi più gravi, a quelli più insignificanti non manca la perenne convinzione che se si è nel giusto ci si può permettere tutto. E così, via alle scenate, alle rivendicazioni, alle scuse non accettate davanti ad un piatto di pasta che non assomiglia alla carne in precedenza ordinata, o a quelle verdure troppo cotte per essere presentate sulla tavola di una forchetta sofisticata.

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C’è un posto, però, dove trovarsi davanti a portate non commissionate è la prassi: il consumatore è consapevole e accetta il rischio che ciò che le sue papille gustative gradirebbero potrebbe non arrivare, un errore annunciato contro il quale non poter protestare. Il ristorante degli ordini sbagliati (The restaurant of order mistakes) nella città di Tokyo è un locale dove la regola è infatti mettere da parte ogni tipo di lamentele per dare spazio ai sorrisi: dei clienti e soprattutto del personale. Ad essere assunti, infatti, sono solo coloro affetti da qualche tipo di demenza, per garantire loro un posto nella società e contemporaneamente abituare anche i più affamati alla pazienza.

L’ esperimento dell’esperienza pop-up, che ha visto la partecipazione del centro specializzato Maggie’s Tokyo, sembrerebbe ampiamente riuscito. Molti sono coloro che hanno mostrato ampio entusiasmo verso il progetto volto alla sensibilizzazione della collettività, palati esigenti compresi, nei confronti di chi soffre di disturbi mentali.

Tra gli estimatori del locale c’è la food blogger Mizuho Kudo che in una recensione non si è esentata dall’elogiare, oltre la qualità dei prodotti, gentilezza e cura dello staff. È stato tutto tranne che un problema per lei vedersi servire un piatto di gyoza, i gustosi ravioli giapponesi, al posto dell’hamburger che aveva scelto. Il ristorante, metafora e lezione di vita, più che la fame, dunque, sazia l’anima: quella di chi è affamato dalla voglia di essere utile e quella di chi è ghiotto di sorrisi a km 0.

Concetta Interdonato

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