L’eredità di Gheddafi

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Quando si parla di Gheddafi in Libia, è bene far riferimento a due elementi: da un lato, l’importanza della figura dell’ex rais nel contesto familiare e della sua tribù dei Qadhadhfa stanziata tra Sirte e l’entroterra, dall’altro invece l’importanza della sua figura nel contesto più spiccatamente politico. E’ per questo quindi che, in riferimento all’eredità di Muhammar Gheddafi in Libia, è necessario considerare quanto ha lasciato tanto in termini personali quanto in termini politici: è bene quindi chiedersi, da un lato, cosa è rimasto della famiglia Gheddafi e della sua tribù oggi e quanto, allo stesso tempo, è rimasto del gheddafismo all’interno dell’opinione pubblica dell’ex colonia africana.

Partendo dal secondo punto, a distanza di sei anni o quasi da quel 21 ottobre 2011 (data dall’assassinio del rais) il popolo libico nella suo insieme molto complesso di certo non ha dimenticato l’epoca di Gheddafi, né tanto meno ha cancellato tutte le tracce derivanti dai 42 anni del passato regime; senza più uno Stato, senza più un governo che incarna e rappresenta l’unità nazionale, i libici (soprattutto in riferimento alla sicurezza ed alla stabilità odierna) in gran parte di certo non vedono di buon occhio l’attuale situazione ed i paragoni con l’epoca gheddafiana, alla lunga, costringono anche coloro che nel 2011 scesero in piazza a, se non approvare, comunque quanto meno ricredersi sulla necessità di allora di combattere contro il colonnello. A livello economico l’eredità ed il lascito del gheddafismo reggono quel che rimane dell’economia libica: stipendi, sussidi e gran parte della spesa pubblica del sistema di welfare vigente con il passato regime, vengono ancora oggi erogati dalla Banca Centrale Libica che ha adesso sede provvisoria a Malta e che riesce nel suo intento grazie all’importante mole di liquidità delle riserve provenienti dalla LIA, il Fondo Statale Libico creato nel 2006 per gestire i proventi del petrolio e gli investimenti di Tripoli all’estero, che nel 2011 ammontavano a circa 70 miliardi di Euro.

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Dimostrazioni a favore della ‘rivoluzione verde’ di Muhammar Gheddafi a Bani Walid, città a sud di Tripoli feudo dei Warfalla: è qui che, nell’estate del 2015, è stato inaugurato un memoriale in ricordo delle vittime dei bombardamenti NATO del 2011

Sempre a livello politico, c’è poi anche un altro aspetto da considerare: la società libica è sempre stata divisa in tribù e clan e tale divisione appare un suo elemento cardine e molto radicato sul territorio; per cui, non è inusuale constatare esplicito sostegno alla Jamahiria gheddafiana tra le tribù considerate da sempre molto vicine all’ex leader. Caso emblematico è quello di Bani Walid, città a 150 km a sud di Tripoli e punto di riferimento economico e culturale per i Warfalla, la tribù più numerosa del paese e da sempre al fianco di Gheddafi anche se con qualche distinguo durante la guerra del 2011; nell’estate del 2015, in città è stato inaugurato il memoriale a ricordo delle vittime dei bombardamenti NATO e da allora non sono state rare anche manifestazioni popolari con tanto di bandiere e vessilli verdi (simbolo della Jamahiria) al seguito. Non solo Bani Walid, ma anche in altre località è possibile vedere esposti solo simboli del passato regime che dunque, in certi casi, sembra sopravvivere almeno nella mente di quei cittadini appartenenti a tribù vicine ai Gheddafi ma anche semplicemente favorevoli all’operato dell’ex rais.

Politicamente quindi il gheddafismo, pur tranciato dalla guerra del 2011 e dai vari governi esponenti delle rispettive milizie che imperversano nel paese, non appare definitivamente sepolto nella storia ed insabbiato dentro le polverose terre del Sahara; ma a questo punto, è lecito chiedersi invece che fine hanno fatto coloro che da Gheddafi hanno ricevuto non solo l’eredità politica ma anche quella legata al nome. Ed a proposito di nome, il primo che viene in mente è certamente quello di Saif al-Islam Gheddafi, ‘Spada dell’Islam’ in arabo, secondogenito del rais e predestinato a prendere le redini del governo qualora la Jamahiria fosse sopravvissuta alla cosiddetta primavera araba del 2011; Saif Gheddafi è stato il volto diplomatico del passato regime, a volte si è trovato in disaccordo con il padre, ma è stato lui stesso subito dopo le prime rivolte del febbraio 2011 ad andare in tv ancor prima dello stesso rais per parlare alla nazione e cercare di dirimere il caos che incombeva sul paese.

Muhammar Gheddafi con i nipoti e la famiglia all’interno della caratteristica tenda berbera negli anni 2000

Dopo l’uccisione del padre, è stato l’ultimo della famiglia ad arrendersi: il 28 ottobre 2011 infatti, aveva fatto recapitare ad alcuni media un suo messaggio in cui smentiva la volontà di consegnarsi alle forze della NATO e di voler proseguire la lotta da una località segreta; pur tuttavia, Saif verrà catturato un mese dopo mentre era in procinto di rifugiarsi in Niger e viene preso in consegna dalle forze di Zintan. Negli ultimi sei anni, il secondogenito di Gheddafi non avrebbe mai lasciato la Libia: messo in prigione in una località non specificata della Tripolitania, nel 2015 un tribunale della capitale lo ha condannato a morte per i fatti del 2011, pur tuttavia le stesse forze di Zintan, forse grazie soprattutto alla pressione della potente tribù dei Warfalla, lo hanno scarcerato nel 2016 e poche settimane fa si è avuta notizia che Saif oramai è completamente libero ed al sicuro in una località cirenaica all’interno dei territori controllati dal generale Haftar. E’ lui, all’interno della famiglia Gheddafi, ad avere ancora oggi senza dubbio un maggiore peso politico anche per l’appoggio dato da diverse tribù del paese africano: in futuro, potrebbe essere Saif ad accreditarsi la nomina, assieme ad Haftar, di figura in grado di riappacificare e riunire il paese dopo i disastri provocati dalla caduta del padre ad opera delle forze NATO; dalla sua parte non solo numerose tribù, ma anche ampie fette di popolazione che vive ancora grazie agli stipendi ed ai sussidi del passato regime.

Il primogenito dell’ex rais invece, Muhammad Gheddafi, il quale è anche l’unico ad essere nato dal primo matrimonio di Muhammar, si trova in Oman dove ha ricevuto asilo politico assieme alla moglie ed ai figli; con Muhammad, nel sultanato della penisola arabica risultano al momento ospitati anche Hannibal Gheddafi (quintogenito e famoso negli anni 2000 per aver creato problemi di ordine pubblico a Roma e Parigi in alcune sue notti brave) ed Aisha Gheddafi, unica figlia femmina dell’ex rais e da sempre accanto al padre durante gli anni del regime; nello scorso mese di marzo, una sentenza del tribunale comunitario dell’UE ha tolto il divieto per lei di viaggiare in Europa e potrà far ritorno nel vecchio continente anche per esercitare la sua professione di avvocato. Assieme ai due figli ed alla figlia, nella capitale dell’Oman è ospitata anche Safia Farkash, seconda moglie di Gheddafi sposata nel 1971 e madre di sette degli otto figli dell’ex leader libico. Non si hanno invece notizie da anni di Khamis Gheddafi, ultimogenito: nato nel 1983, più volte negli ultimi anni è stato dato per morto o catturato, mentre altre volte è stato segnalato a capo di ex brigate dell’esercito per condurre rivolte nel sud  del paese, come quando nell’aprile del 2013 è stata assaltata una caserma di Sebha, capoluogo del Fezzan; pur tuttavia, nel corso degli ultimi anni anche membri della stessa famiglia Gheddafi sostengono di non sapere quale sia stata la sorte di Khamis e, in particolare, se esso sia ancora vivo o meno.

Aisha Gheddafi, unica figlia femmina dell'ex rais: attualmente è in Oman assieme alla madre

Aisha Gheddafi, unica figlia femmina dell’ex rais: attualmente è in Oman assieme alla madre

L’ultimo a restare accanto al padre durante la guerra del 2011, è stato Mutassim; come Saif, anche lui veniva accreditato di ottime capacità politiche e diplomatiche, tanto da essere delegato dal rais alla cura dei rapporti con gli USA e nell’aprile 2009 vola dritto a Washington per incontrare l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton. Mutassim, che negli anni 2000 è stato anche all’interno delle pagine di cronaca rosa italiane per via di un suo rapporto con l’ex miss Italia Francesca Chillemi, è stato catturato in quel famoso 20 ottobre 2011 assieme al padre a Sirte e giustiziato poco dopo dalle milizie di Misurata. L’altro figlio deceduto durante la guerra civile, è Sayf al-Arab: la sua uccisione ad opera degli aerei della NATO, è stata una vera e propria rappresaglia volta a facilitare la resa della famiglia e dei sostenitori di Gheddafi; Sayf infatti, nato nel 1982, era sempre rimasto defilato a livello politico ed aveva preferito dedicarsi maggiormente ai suoi studi universitari a Monaco di Baviera, dunque non rappresentava alcun pericolo né tanto meno un uomo di punta del regime quando, il 30 aprile del 2011, un raid della coalizione internazionale ha appositamente centrato la sua dimora di Tripoli. Degli otto figli, assieme a Saif al-Islam solo Saadi Gheddafi è attualmente in Libia: popolare in Italia per aver giocato per tre anni in Serie A, anche se in realtà ha disputato appena due partite tra Perugia ed Udinese, nel 2011 era scappato in Niger e lì aveva trovato asilo politico salvo poi essere estradato nel suo paese nel 2014. Da quel momento, vivrebbe in una prigione di Tripoli controllata dalla milizia islamista che fa riferimento a Gwell, ex leader del governo tripolino prima dell’avvento di Al Serraj; tristemente famoso è un video del 2015 in cui Saadi Gheddafi viene preso a schiaffi e bastonate sui piedi da alcuni carcerieri.

Mutassim Gheddafi incontra Hillary Clinton il 21 aprile del 2009: due anni più tardi, sarà la stessa ex Segretaria di Stato USA a dare il suo benestare per i bombardamenti contro la Libia e Mutassim verrà ucciso assieme al padre a Sirte il 20 ottobre del 2011

Con la fine del regime di Gheddafi, anche la vita della sua tribù di appartenenza ha subito non poche mutazioni: come detto all’inizio, la famiglia dell’ex rais fa parte dei Qadhadhfa, originariamente stanziata nel deserto attorno a Sirte ma spostasi negli anni anche più a sud, soprattutto presso Sebha. I Qadhadhfa hanno sempre garantito il supporto ed il sostegno al loro membro più famoso ed importante per 42 anni; con l’uccisione poi di Muhammar Gheddafi, il primo atto della tribù è stato quello di richiedere la restituzione del corpo dell’ex rais in modo da garantirne una degna sepoltura. I miliziani di Misurata hanno però sempre negato questa opportunità, preferendo invece una sepoltura celebrata presso una località segreta nel deserto libico; ancora oggi, i Qadhadhfa chiedono di sapere quanto meno il luogo in cui riposano le spoglie dell’ex rais ed il diniego a tale richiesta rischia di far sorgere maggiori rivalità con i clan responsabili della fine del regime. Recentemente la tribù dei Gheddafi ha fatto parlare di sé per la cosiddetta ‘guerra della scimmia’, ossia la battaglia scatenatasi a Sebha dopo che proprio una scimmia scappata da una bancherella gestita da un uomo dei Qadhadhfa aveva attaccato una ragazza appartenente alla tribù Awlad Suleiman, da sempre acerrima nemica dell’ex regime; dopo quell’episodio, è nata una battaglia durata diverse settimane. I Qadhadhfa risultano comunque attualmente alleati con i Warfalla ed in parte con le milizie di Zintan che, a loro volta, sono fedeli alle forze dell’esercito di Haftar che controlla già gran parte della Cirenaica e del Fezzan; è su questo asse che la tribù dell’ex rais e la sua famiglia cercheranno di tornare in auge all’interno della scena politica libica.

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