Il caso Piacenza: i furbetti da punire e il buon senso da applicare

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Il caso Piacenza non è di quelli che ci possono ancora stupire. 50 dipendenti pubblici indagati dalla Procura per il cosiddetto fenomeno dei furbetti del cartellino? Niente di nuovo. Oggi in Italia purtroppo capita ancora spesso. La novità è che capita ancora una volta a Piacenza, già città sonnacchiosa e spenta. Una Piacenza che invece da un po’ è quasi sempre in prima pagina. La mostra boom del Guercino e il candidato sindaco surreale Stefano Torre. Il cinghiale Agostino e le elezioni comunali vinte dal centrodestra. E oggi la maxi retata di dipendenti comunaliA questo punto sul caso Piacenza forse occorre una riflessione che alzi leggermente il tiro. Soprattutto dai soliti commenti da social di terz’ordine: “che brutte persone”, “tutti così i dipendenti pubblici”, “mandiamo a casa tutti”, “è ora di finirla”. E che vale per tutte le Piacenza italiane.

Uffici pubblici, dalla serietà alla farsa

Chi frequenta quotidianamente gli uffici pubblici sa bene di che cosa parliamo. Ci sono quelli che funzionano, con impiegati efficienti e cortesi. Dove si lavora a testa bassa e con molta serietà. E, nella stessa mattina, nella stessa via, si trovano uffici totalmente inefficienti. Con dipendenti che vagano da una stanza all’altra con un foglio in mano. Incapaci di dare indicazioni corrette agli utenti e che rifiutano di prendersi la minima responsabilità. E parliamo sempre della stessa cosa: il dipendente pubblico. Il quale è assunto non solo in forza di un concorso, ma sulla base di una “pianta organica”. Cosa vuol dire? Che il dirigente deve redigere periodicamente una situazione del settore che gli è affidato, elencando non solo quante persone vi lavorano. Ma quante dovrebbero lavorarci e per fare che cosa. Sulla base di questa relazione lo Stato (o il Comune) assume nuovo personale o lo sposta se è in eccedenza.

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Le eccezioni elettorali

Sarebbe perfetto, se tutto funzionasse a regola d’arte. Poi ci sono le eccezioni. Fino a non molti anni fa i comuni erano famosi per le assunzioni selvagge in vista delle elezioni. Stessa cosa per la macchina statale in vista delle politiche. Servivano tutti? Certo che no. Ma ogni assunzione corrispondeva a una dozzina di voti tra genitori, fratelli, zii e cugini del neo-assunto. Dall’altra parte c’erano (e ci sono) i distacchi sindacali, la legge 104, le ferie non godute, i permessi maternità, le aspettative. Insomma, cento e un sistema per prendere lo stipendio (pubblico), facendo il meno possibile. Fino a pochi anni fa il sistema, con le sue storture, funzionava così, dalla Sicilia all’Alto Adige, nessuno escluso.

L’effetto crisi

Il problema è nato con la crisi e la drastica riduzione dei finanziamenti ai comuni, che ha costretto tutti a fare marcia indietro e a “efficientare” il sistema. Non si sono sostituiti i dipendenti che andavano in pensione. Non si è riusciti a trasferire i dipendenti che non servivano più verso gli uffici che ne avrebbero avuto bisogno. Insomma, il sistema è andato in tiltE così in un ufficio dove lavorano in due, se uno manca l’altro ha due scelte. Lavorare il doppio, a parità di stipendio, o lasciare che si accumuli l’arretrato. Vi lasciamo immaginare quale scelta venga attuata nel 95% dei casi. D’altra parte l’esempio viene dall’alto. Se il dirigente è stato assunto perché amico degli amici, difficilmente potrà fare la morale all’impiegato che va a fare la spesa o in palestra. Ancor di più se a sua volta è inefficiente e/o incompetente.

Applicare le regole e il buon senso

Noi auspichiamo che la Procura di Piacenza colpisca, oltre agli impiegati infedeli, i dirigenti che dovevano controllare e non l’hanno fatto, come tra l’altro prevede la riforma Madia. Ma auspichiamo che il Comune di Piacenza da domani, nella persona di Patrizia Barbieri, attui semplici riforme di buon senso e a costo zero. In Tribunale a Piacenza, per esempio, il cartellino si timbra in cortile, davanti a tutti, utenti compresi. Difficile barare, no? Certo che se si colloca il meccanismo in un buio sottoscala, si invita il dipendente infedele alla truffa. E se il dirigente sa che rischia in prima persona, e in più i suoi collaboratori sono sotto gli occhi di tutti, sarà il primo a controllare che siano al lavoro.

Il caso Piacenza e l’orologio della giustizia

Un’ultima cosa. Come mai il blitz piacentino è avvenuto nel giorno in cui il neo-sindaco Barbieri ha assunto pieni poteri? Da come conosciamo i magistrati della Procura di Piacenza, se giustizia a orologeria c’è stata, semplicemente è servita per evitare di intervenire nel mezzo della campagna elettorale. E non per altro. Un gesto – se così fosse – che merita rispetto. Prima lasciamo che i cittadini esprimano il loro voto. Subito dopo interveniamo, incuranti di chi sia il nuovo sindaco. E questo, in tempi di magistratura protagonista, è il buon senso del caso Piacenza.

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