Bagration

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Il Maresciallo pigia il bottone M. La lettera M del pulsante s’illumina di rosso. L’ascensore cade silenzioso verso il basso, verso le viscere segrete del Cremlino. Il Maresciallo dell’Unione Sovietica Georgij Konstantinovič Žukov guarda il quadrante dell’orologio da polso Vostok Komandirskie: ore 11 e un quarto della sera del 22 maggio del 1944, lunedì, quasi martedì. Žukov l’ariete, Žukov l’uragano, Žukov l’invincibile è atteso dal Capo Supremo.

Sotterraneo M, si aprono le porte dell’ascensore e degli abissi del potere. Secco colpo di tacchi di due giovani guardie dell’NKVD, altissime, divise impeccabili, impettite, volti di marmo, occhi cerulei fissi; sembrano due statue di cera armate di pistola mitragliatrice Shpagin con caricatori a tamburo. Il Maresciallo passa le guardie e il cancello nero. Si ferma al limite della banchina, e sotto i suoi stivali, un binario della metropolitana fantasma. È una fermata che non esiste, non c’è mappa al mondo che la indichi. Poca la luce, piastrelle bianche, nessun segnale, il silenzio cupo. Il silenzio si rompe: dalla galleria di destra sale l’incedere meccanico di un treno, le rotaie vibrano, una luce dal buio profondo, una creatura di ferro sbuca fuori dalla sua tana nascosta negli umidi inferi di Mosca. Il viaggiatore del sottosuolo misterioso intravede la sagoma scura del conducente senza faccia, forse un automa, forse uno spettro, forse Caronte. L’elettromotrice con un solo vagone annesso stride davanti al Maresciallo immobile sulla banchina, e il vento artificiale gli fa quasi volar via il cappello. Le porte si aprono: è un rumore freddo, un invito a prendere posto sulla panchina di legno rivestita di velluto rosso scuro. Non ci sono finestrini. Laggiù si viaggia ciechi, la caverna è occulta.

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La Metro-2 non esiste. Non deve essere nominata. È un passaggio magico per le stanze più protette di tutta la Grande Russia, un teletrasporto. Costruita nel decennio precedente, collega il Cremlino con il bunker sotto lo stadio Izmailovo, un mastodontico complesso sportivo di 120.000 posti voluto dal Capo, i cui lavori si sono interrotti nel ’41, causa invasione tedesca. Diciassette chilometri di tunnel che pochissimi conoscono. Gli ingegneri sovietici e gli operai che l’hanno realizzato tengono la bocca chiusa. A titolo precauzionale a molti di loro la bocca è stata chiusa a forza, preventivamente; ci hanno pensato i sicari di stato dell’NKVD. La storia ricorda la leggenda dell’architetto della cattedrale di San Basilio, fatto accecare da Ivan il terribile all’indomani della sua costruzione, per evitare così, che una tale perfezione potesse essere replicata fuori dalla Russia. Ora è meglio andare sul sicuro, meglio eliminare chi conosce il segreto della Metro-2.

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L’elettromotrice si ferma, capolinea. Il viaggiatore sotterraneo s’avvicina al posto di guardia, uomini sull’attenti, una mano lesta compone due cifre al telefono sulla scrivania, il Maresciallo è arrivato. Ставка Верховного Главнокомандования – Quartier generale del Comandante in capo delle forze armate c’è scritto su una piccola targhetta d’ottone posta su una porta di mogano. Stavka, possiamo dire noi, per semplicità. È il centro nevralgico di tutte le cose sovietiche, la stanza dei bottoni suprema, qua si fa la guerra. La sala delle riunioni è circolare, ha il soffitto a cupola, massicce colonne di marmo rosa, un grande tavolo a ferro di cavallo, posacenere colmi di mozziconi schiacciati; il samovar riempe le tazze di ciai nero, tè robusto, forte, per gli insonni. L’ambiente e i volti dei partecipanti fanno sembrare l’incontro un meeting di gangster.

Presenti alla riunione del GKO, il Comitato di difesa dello Stato, l’organo supremo:

Vjačeslav Michajlovič Skrjabin, nome di battaglia “Molotov”, Commissario del Popolo per gli Affari Esteri, già fautore assieme al collega tedesco barone Joachim von Ribbentrop del famoso patto Ribbentrop-Molotov, finito poi nel camino. Occhialini, abiti borghesi, sembra un ragioniere ma il suo potere di vita e di morte è secondo solo a Stalin;

Georgij Maksimilianovič Malenkov, prezioso e cinico collaboratore durante le purghe dei ’30, supervisore e massimo responsabile della produzione aeronautica militare con incarichi speciali nel programma atomico e per la ricostruzione economica delle zone liberate dall’invasore;

Anastas Ivanovič Mikojan, armeno, responsabile dell’industria alimentare e della logistica delle vettovaglie dell’URSS in guerra;

Aleksandr Michajlovič Vasilevskij, maresciallo dell’Unione Sovietica, capo di stato maggiore generale, assieme a Žukov eroe di Stalingrado, comandante delle grandi offensive sul Don;

Aleksej Innokent’evič Antonov, generale dell’Armata Rossa, vice di Vasilevskij, stratega d’alto livello, creativo ideatore di complessi piani militari, pianificatore di mostruose offensive sul fronte est, abile progettista di attacchi e contrattacchi su vasta scala;

Konstantin Konstantinovič Rokossovskij, maresciallo dell’Unione Sovietica, ex nobile decaduto d’origine polacca e cavaliere dello zar, rivoluzionario, epurato e reintegrato, salvatore di Mosca, martella il nemico senza sosta, non si ferma mai, è “il martello degli unni”;

Georgij Konstantinovič Žukov, il Maresciallo. Uno dei migliori generali di tutta la seconda guerra mondiale. Stalin sta battendo Hitler anche grazie a Žukov.

E poi c’è lui. Iosif Stalin, il georgiano d’acciaio, il Capo supremo dell’Unione Sovietica, il dio rosso. Stalin è in piedi, parla camminando con le mani dietro la schiena al centro della sala. La sua voce è forte ed amplificata dal soffitto a cupola, progettato apposta per dare al timbro di voce del compagno numero 1 un tono possente e suggestivo. La voce del comandante dei comandanti, impossibile da contraddire. Vari gli orologi a muro sincronizzati su Londra, Berlino, New York, Tokyo, Roma, Teheran, Buenos Aires, Il Cairo. Momento fissato, istantanea temporale: quello di Mosca ha le lancette delle ore, dei minuti e dei secondi tutte e tre esattamente sovrapposte verso l’alto, è mezzanotte di Grande Storia nel sottosuolo.

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Dal soffitto è srotolata una grossa mappa dell’intero fronte, dal Mar Baltico ai Balcani. Sono disegnate bandierine rosse, bandierine con la croce uncinata, sigle, linee e cerchi rossi, linee e cerchi neri, frecce rosse. È deciso, la riunione sancisce l’inizio delle operazioni, non si torna più indietro, l’ordine è dato. Si colpirà con inaudita violenza nel settore bielorusso, e una volta lì penetrati, il raggio d’azione si amplierà verso nord, nei Paesi Baltici, e verso sud, in Galizia e Romania. Non una sola offensiva, bensì una serie micidiale di offensive concatenate tra loro, una dietro l’altra, una tempesta di vari attacchi in diversi momenti e lungo migliaia di chilometri. Una spaventosa bufera di fuoco.

La Bielorussia è la chiave. È ancora saldamente in mano ad ingenti forze tedesche. Gli strateghi di Stalin studiano a fondo come agire sui fianchi e compiere una manovra a tenaglia per intrappolare il nemico, chiudere il pugno e annientarlo. Il nome dell’operazione è scelto dal Capo in persona. Bagration, in onore di Pëtr Ivanovič Bagration, generale dello zar Alessandro, caduto valorosamente nella terribile battaglia di Borodino del 1812, durante la campagna di Russia di Napoleone. 1812-1944: dopo l’Empereur ora tocca al Führer fare i conti con il distastro russo. Bagration era georgiano, come Stalin.

6 giugno del 1944, ovest. La fortezza Europa è assalita dalla Manica, D-Day, i bastioni di Normandia sono invasi dal cielo e dal mare, il Vallo atlantico cede. Noi occidentali, complici tanti anni di guerra fredda, una storiografia più vicina alle imprese anglo-americane, il cinema e la letteratura, abbiamo considerato l’operazione Overlord come la più imponente offensiva della seconda guerra mondiale e della Storia intera, quella che decise tutto. Ma è ad est, due settimane più tardi, che si assesta una spallata determinante per il crollo del Terzo Reich. Anche se si parla quasi eclusivamente di Normandia, è necessario, al fine di capire la sconfitta di Hitler, studiare a fondo il fronte orientale e capire l’entità dello scontro bielorusso e lo sforzo titanico dell’Armata Rossa, ora inarrestabile. L’operazione sovietica ridisegnerà i confini e le sfere d’influenza orientali, poi formalizzate a Jalta: è l’inizio della corsa di Stalin a Berlino; l’URSS in dieci mesi divora mezzo continente. Diciamo allora che la combinazione delle due grandi offensive, Normandia e Bagration, è una morsa letale rivolta al cuore dell’Europa, ma che la sconosciuta Bagration è quella risolutiva. Senza la schiacciante pressione cingolata delle mastodontiche armate dei marescialli Žukov, Vasilevskij, Rokossovskij, i tedeschi avrebbero potuto impiegare ben altre forze per ributtare a mare americani ed inglesi. Difficilmente sarebbe potuto verificarsi il contrario, anche senza la Normandia, lo sforzo sovietico, in un fronte così sconfinato e con un nemico così provato da tre anni di durissima guerra, alla lunga sarebbe riuscito comunque ad avere la meglio sui gruppi d’armate germanici ingraciliti.

I numeri delle colossali battaglie europee di quel fatidico giugno 1944 fanno balzare sulla sedia: tra fronte est e ovest, sono coinvolti quasi 5.800.000 uomini di ambo le parti; rileggiamo il dato, è incredibile, ma è così.

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Sssshhhhh! Segretezza assoluta. La segretezza è fondamentale. Gli ordini sono trasmessi a voce. Le radio tacciono. I macchinisti dei treni che viaggiano verso il fronte ignorano la destinazione. I soldati accalcati sui vagoni non hanno idea di dove stanno andando. I carri armati si muovono di notte e a fari spenti, lungo le piste nelle foreste, sotto lo scudo delle tenebre. I sovietici si preparano. 400.000 tonnellate di munizioni, 300.000 di carburante, 500.000 di cibo e rifornimenti: accampamento dei titani. Frattanto, il 10 giugno, viene lanciato l’attacco contro i finlandesi ancora alleati del Reich, lungo le posizioni dell’istmo di Carelia, con l’offensiva Vyborg-Petrozavodsk. È la prima della serie estiva, la tempesta numero uno. Ma i tedeschi del Gruppo armate Centro agli ordini del feldmaresciallo Ernst Busch credono ancora di passare un’estate tranquilla, i servizi segreti dell’Abwher rassicurano, prendendo una cantonata colossale. Anche a Berlino si ritiene di non correre un pericolo imminente a est. Hitler e il feldmaresciallo Wilhelm Keiteil, capo del Comando Supremo delle Forze Armate, sono convinti che Stalin aspetti di vedere cosa succede in Normandia. L’orso bianco aspetterà di certo di vedere l’esito in Francia, prima di rischiare. Il Führer e il suo mastino si sbagliano di grosso.

Il 18 di giugno le retrovie tedesche s’incendiano. Tutte le bande partigiane, attivissime nella regione, sono chiamate a raccolta per il sabotaggio simultaneo. La rete ferroviaria patisce attentati molto duri. Si calcolano circa 10.000 bombe della guerriglia esplose nella notte del 19 giugno. Le strade si fanno scenario di innumerevoli agguati. Le isbe divenute minuscole fabbriche di mitra artigianali svuotano i loro depositi. Prima di picchiare in faccia, i russi colpiscono alle spalle. Il sistema di difesa è fortemente indebolito ancor prima di iniziare la battaglia vera e propria. Il quartier generale di Busch è destato dal torpore, squillano i telefoni, le radio annunciano pessime notizie ovunque, dal cielo arrivano i bombardieri con la stella rossa sulla carlinga. La Luftwaffe può ormai fare pochissimo per contrastare la carica dei cosacchi del cielo, la forza aerea di Göring non è più quella di una volta. Busch ha rinforzato il settore meridionale, in Ucraina, quello dove un’offensiva nemica sarebbe stata più probabile, ma Teufel! Avrebbe dovuto invece irrobustire il saliente centrale e seguire l’azzardo dell’improbabilità. Il senno di poi. 22 giugno, terzo anniversario dell’invasione nazista: Ivan balza in avanti. Le squadre sminatrici escono dalla selva con i metal detector, i rabdomanti in cerca di esplosivi mimetizzati disinnescano migliaia di trappole, liberano il campo alla corsa delle compagnie d’assalto. Gli esploratori strisciano zitti verso le postazioni d’artiglieria del nemico, s’appuntano le coordinate e le comunicano ai compagni artiglieri. Diluvio di fuoco, boato di cannone, gli autocarri con i lanciarazzi Katyusha scoccano le frecce infuocate e fanno rizzare i capelli ai difensori. Le saette sfregiano incandescenti l’oscurità, con mille strilli di furore omicida. È un concerto di terrore.

A sud, le vaste zone paludose bielorusse di Rokitno, con i loro acquitrini e il terreno melmoso inadatto ai mezzi, brulicano di uomini che lavorano senza sosta a costruire zattere, ponti, sentieri di tronchi per far passare i T-34; un’oceano di uomini e mezzi si muove, spostando i confini. Tre fronti bielorussi più uno baltico compongono le direttrici principali d’attacco. 2.400.000 soldati, 5.200 carri armati e cannoni semoventi, 5.300 aerei: il gigante sovietico in azione.

Per spezzare le linee, i russi usano una tattica scaltra. Montano sui cassoni dei camion potenti riflettori contraerei. Si avvicinano di notte alle trincee e alle batterie del nemico. Come raggi laser, accecano gli avversari e illuminano le postazioni della Wehrmacht, vulnerabili alle picchiate mortali dei Shturmovik da attacco al suolo, che distruggono pressoché indisturbati. Seguono i carri armati con i vomeri per far esplodere le mine, per arare il campo di battaglia e sgombrarlo e che fanno da apripista alle avanguardie d’assalto di fanteria, lanciate a conquistare gli obiettivi tattici di primaria importanza. Dietro, le formazioni dei Corpi corazzati della Guardia – T-34 e anche Sherman per concessione americana – avanzano contrastate dalla disperata difesa dei panzer Tiger e Panther, e dei lanciagranate Panzerfaust della fanteria. Poi, le onde umane, le divisioni dei fucilieri in corsa a spazzare il resto. È una valanga. Le tre direttrici che infilzano lo schieramento del Gruppo di armate Centro si aprono come lame tridenti, moltiplicandosi sulle mappe dei territori strappati all’avversario. Le truppe dilagano.

Il Terzo Reich sanguina, quest’affondo di Stalin è profondo, la ferita non si rimargina. Hitler è convinto che la tecnica di sua invenzione Wellenbrecher frangiflussi possa fare la differenza, crede nelle città-fortezza, in piazzeforti urbane dove asserragliare divisioni intere e ordinare loro di tenerle fino all’ultimo uomo e all’ultimo proiettile. Ma questa guerra è quantomai di movimento, lo hanno insegnato proprio i tedeschi; sempre di più, sempre più veloce, se c’è un ostacolo lo si supera, per poi accerchiarlo in un secondo momento, per strozzarlo con sacche che si stringono come cappi al collo della Wehrmacht in disfatta. È il caso di Vitebsk, dovrebbe essere una roccia che spezza la marea, ma è solo un sassolino in un fiume in piena, inutile. Dai binocoli, gli ufficiali dell’Armata Rossa scrutano Minsk, vicinissima, tra poco cade; i resti della 4ª armata tedesca tentano di oltrepassare la Beresina, e fuggire verso ovest. Beresina! Dopo 150 anni, ancora quel nome maledetto. Fu lì, in Bielorussia, per oltrepassare quel gelido fiume, che si ebbe una delle pagine più tragiche della grande avventura imperiale di Napoleone Bonaparte. Ora, ad arrancare via dal russo inferocito, sono i tedeschi, stretti in colonne polverose di camion e carretti trainati di cavalli, nel caos, a sfruttare quell’ultimo ponte di Berazino, incastrati in un traffico impanicato di sbando e cingoli stanchi, tutti a testa in su pregando che dalle nuvole non sbuchino stormi di bombardieri.

Panzer tedeschi distrutti durante l'avanzata sovietica

Panzer tedeschi distrutti durante l’avanzata sovietica

Luglio inoltrato, le avanguardie del 3º Corpo meccanizzato della Guardia raggiungono la Lettonia e il golfo di Riga; alcuni carri armati si fermano sulla battigia. Una squadra speciale di carristi entra in mare con gli stivali a mollo, riempiono tre bottiglie di acqua salata, immediatamente sigillate dal politruk, l’istruttore politico della compagnia carri esploratori. Le tre bottiglie sono inviate a Mosca; sono sulla scrivania di Stalin, il dittatore le guarda compiaciuto, ne apre una, versa un poco d’acqua nel bicchiere, immerge un dito e se lo porta sulle labbra. Sorride sotto i baffi neri. È salata! L’Armata Rossa ha raggiunto le sponde del Mar Baltico, presto l’intero Gruppo d’armate Nord sarà accerchiato nella Sacca di Curlandia. E intanto il 20 di luglio, nel quartier generale del Führer a Rastenberg, la Tana del Lupo – Wolfsshanze, in Prussia Orientale, un complotto ordito tra le fila dell’esercito riservista ha la sua conclusione con l’attentato dinamitardo del colonnello Claus Von Stauffenberg. Il regicidio fallisce, ma è ulteriore segno dell’inesorabile e tragica parabola discendente di Hitler in quell’estate decisiva del 1944.

Con l’operazione Bagration i marescialli Rokossovskij, Žukov, Vasilevskij avanzano per centinaia di chilometri, si avvicinano alla periferia di Varsavia, il Gruppo di armate Centro è prossimo al totale annientamento; per salvare l’intero fronte dal collasso definitivo Hitler sostituisce lo sconfitto Busch con il brillante Walter Model, maestro della difesa e uno dei migliori generali tedeschi. Model salva il salvabile, è l’uomo della situazione disperata. Dopo che l’offensiva sovietica si esaurisce, e grazie all’intervento di riserve e forze fresche, la nuova linea del fronte si assesta sui fiumi Vistola e Niemen; per ora la gigantesca falla è arrestata, la Prussia Orientale è fuori pericolo, per il momento.

Il bilancio della sconfitta per i tedeschi è pesantissimo, un colpo da cui non si riprenderanno più. Il Gruppo di armate Centro è annientato, 450.000 i morti, i feriti, i prigionieri, i dispersi. Un migliaio di mezzi corazzati andati perduti. Tutta la Bielorussia è caduta in mano nemica, il fronte rumeno è sguarnito e anch’esso sta per precipitare, l’Ucraina occidentale capitola. Sebbene Bagration sia costata agli attaccanti un prezzo altissimo in termini di sangue, nell’ordine di centinaia di migliaia tra morti e feriti, essa è una vittoria fondamentale dell’URSS e di tutta la seconda guerra mondiale. Ed è a Mosca, il 17 luglio 1944, che si ha il momento simbolo di quella battaglia, sia per i vincitori, che per gli sconfitti.

I prigionieri tedeschi sfilano per Mosca (1944)

Decine di migliaia di prigionieri tedeschi, concentrati nell’ippodromo della capitale, sfilano per le strade del centro moscovita, in fila ordinate e con il passo scandito dalle guardie dell’Armata Rossa, loro carcerieri. In testa, i generali che si sono arresi, cupi. Dietro, una torma di poveri disgraziati, barbe incolte, pulci, divise logore, spalline a brandelli, facce sporche, passo stanco, la marzialità dimenticata. È il nemico in catene, umiliato. Quelli che un tempo erano fieri soldati conquistatori adesso sono solo uomini deboli depressi cenciosi. Il mondo guarda loro e guarda una nuova superpotenza affermarsi sui destini dei popoli della Terra. 1242 – 1944, settecentodue anni anni dopo: c’è questo parallelismo; nella Battaglia del lago ghiacciato il principe di Novgorod Aleksandr Nevskij sconfigge i cavalieri germanici dell’Ordine Teutonico; la storia, seppur in ben altri contesti e dimensioni, si ripete. Il famoso film sovietico del 1938, Alexander Nevsky di Sergei Eisenstein è difatti una rappresentazione storico-cinematografica che molto si adatta alla propaganda stalinista della Grande Guerra patriottica.

Sergei Eisenstein – Alexander Nevsky (1938)

I Tèutoni son tornati sottoforma di Wehrmacht, cavalli e corazze sono diventati panzer, e di nuovo sono stati sconfitti.

Minsk, oggi. In città c’è il Museo bielorusso della Grande Guerra patriottica. Si trova nella prospettiva Pieramožcaŭ e sembra una base spaziale. Quando si sale sulla scalinata esterna verso l’ingresso si ha l’idea di avvicinarsi ad un tempio, ad una cattedrale della memoria. Ed è così, è un luogo religioso, un museo-medaglia che il popolo bielorusso si è appuntato al petto, ad orgoglio eterno. Certo, ancor prima di raccontare la Storia, il luogo serve alla fierezza nazionale, quello è il suo scopo, qua ancora sacro. Oltre ai carri-armati e ai manichini in posizione di combattimento, che fanno impazzire d’interesse le scolaresche, i pensionati ma anche i baldi turisti torinesi, vi è una vastissima collezione di cimeli. Ognuno di essi potrebbe essere d’ispirazione per narrare una storia diversa. Come il fucile da sniper di Leonid Yakovlevich Butkevich, cecchino dell’Armata Rossa operante nel settore del Mar Nero. Il grilletto di Butkevich fulminò 345 uomini accertati.

Museo di Minsk fucile cecchino

Oppure come il quadro di propaganda che raffigura la firma della resa incondizionata della Germania a Berlino, l’8 maggio 1945.

Noi sottoscritti, quali esponenti della Suprema Autorità dell’Alto Comando Tedesco, dichiariamo al Comandante Supremo delle Forze Alleate e contemporaneamente al Comando Supremo dell’Armata Rossa, la resa incondizionata di tutte le forze armate di terra, di mare e dell’aria che a questa data sono sotto il controllo tedesco.

 

L’Alto Comando Tedesco emetterà immediatamente l’ordine di cessare ogni operazione di guerra a tutte le autorità militari tedesche di terra, di mare e dell’aria e a tutte le forze sotto controllo tedesco a partire dalle 21:30 dell’8 Maggio 1945, di rimanere nelle posizioni occupate in quel momento e di deporre le armi arrendendosi ai Comandanti e Ufficiali nominati dal Comando Supremo Alleato.

 

Guardiamo i due protagonisti della tela. Sulla destra il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, capo dell’OKW – Oberkommando der Wehrmacht, il comando supremo delle forze armate del Reich defunto, fedelissimo di Hitler e a lui sottomesso, poi impiccato nel ’46, cammina viola di rabbia funebre verso il tavolo della capitolazione totale. A sinistra, in piedi, duro sguardo di saette d’odio, il maresciallo Žukov, il conquistatore di Berlino. La teatralità storica, vincitori e vinti.

Museo di Minsk quadro della resa

Il Museo bielorusso della Grande Guerra patriottica – Белорусский Государственный музей истории Великой Отечественной войны racchiude tutta l’epica della guerra dal 1941 al 1945, è uno di quei santuari del passato dove l’appassionato errante trova motivo di forte attrazione. Mi ritornano in mente altri musei analoghi, visitati in gite estere, che hanno sì la funzione didattica ma anche quella di preservare il ricordo delle gesta di una nazione intera, per custodirne l’orgoglio, sentimento che dovrebbe essere sacrosanto.

E allora mi ricordo del Mitsubishi Zero all’ingresso del museo Yūshūkan nei pressi del Santuario Yasukuni, a Tokyo; forziere di antichi onori asiatici e volontà imperiali affondate nell’oceano Pacifico. E sempre nel Sol Levante, del MOMAT National Museum of Modern Art, Tokyo, con il tesoro dei quadri di Nakamura Kenichi nella Room 6, 3rd floor, scorci in pittura del fronte pacifico della seconda guerra mondiale raccontati in un mio precedente lavoro.

museo Yūshūkan

Mitsubishi Zero all’ingresso del museo Yūshūkan

Mi ricordo dei caccia Messerschmitt e Mustang appesi al soffitto dell’Imperial War Museum di Londra, testimoni dei duelli nei cieli d’Europa. O dei mitra MP40 arruginiti, caduti nel fango dalle mani del nemico colpito a morte, nel piccolo, ingombro ma affascinante Muzeul de Istorie Militară di Chișinău, dove mi presentai come primo e forse unico visitatore del giorno, e percorsi solitario i corridoi in legno scricchiolante, dopo un’inferocita e ubriaca notte insonne (la cultura ha effetti benefici per placare la sbornia e l’emicrania corazzata di cingoli in marcia nel cranio).

Penso all’Egyptian National Military Museum del Cairo, dentro la Cittadella di Saladino, medievale ed erculea sulla collina del Muqaṭṭam, dedicato in buona parte alla guerra guerra arabo-israeliana del 1973 – Ḥarb Oktōber – che, anche se fu vinta tatticamente da Israele, rappresenta per l’Egitto motivo di vanto e di riscossa. Mi viene in mente anche il Museo della Storia Militare di Belgrado nel parco Kalemegdan tra i resti dell’antica fortezza tra la confluenza dei fiumi Sava e Danubio, con i suoi mezzi all’aperto o il suo lungo percorso dall’antica Grecia fino alle briciole-trofeo del supercaccia americano Lockheed F-117 Nighthawk “Stealth” abbattuto dalla contraerea serba durante i bombardamenti NATO nella guerra del Kosovo del 1999.

1) Muzeul de Istorie Militară di Chișinău
2) Imperial War Museum di Londra

In qualità di impallinato grave di Storia, sofferente della patologia della curiosità vorace, avida e insaziabile, vengo rapito di continuo da questi luoghi di testimonianza dello ieri. Nostra Signora Storia: macchina del tempo, passione infinita.

L’articolo Bagration proviene da L' intellettuale dissidente.

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