L’Italia di Rodotà e l’importanza di ricordare Calvino

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Tra le letture della stampa di stamane, un cenno lo merita sicuramente l’intervento su “Repubblica” del noto giurista Stefano Rodotà, “La democrazia senza morale”. La riflessione mi pare incentrata su due filoni cardine: il richiamo all’art.54 della Costituzione e lo scritto politico di Italo Calvino  “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”, datato 1980 e presente sempre nel quotidiano attualmente diretto da Mario Calabresi.

L’art. 54 della Costituzione recita: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate le funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge».

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Dalla trattazione “rodotiana” emerge la chiara pertinenza di un disposto di una così elevata importanza alla luce dei recenti avvenimenti interni, sul tema della corruzione e conseguentemente delle problematiche strutturali del nostro Paese. Rodotà non esita a richiamare l’attualità di Calvino, in un clima «ben peggiore degli anni Ottanta». Vi è un passo che a mio avviso colpisce molto, mettendo a nudo il malcostume italiano e il “così fan tutti“, e sottolineando la diversità (ed anomalia) del sistema politico italiano rispetto ad altri noti casi internazionali e sistemi politici:

«Basta ricordare i parlamentari inglesi che si dimettono per minimi abusi nell’uso di fondi pubblici: i ministri tedeschi che lasciano l’incarico per aver copiato qualche pagina per la tesi di laurea: il Conseil constitutionnel francese che annulla l’elezione di Jack Lang per un piccolo sforamento di spese elettorali: il vicepresidente degli Stati Uniti Spiro Agnew  che si dimette per una evasione fiscale su contributi elettorali (mentre un ministro italiano ricorre al condono presentandolo come un lavacro di conclamata evasione fiscale)».

Per le altre considerazioni rimando alla lettura integrale dell’intervento. Qui è invece sufficiente sintetizzare il punto attraverso il passo citato: ovvero l’emersione del  disprezzo della Cosa Pubblica, a vantaggio di spinte individualistiche e di profitto personale, per sé e per la propria “famiglia”, figlie di un fallimentare atteggiamento che tocca praticamente l’intera storia italiana del dopoguerra, dalle responsabilità della cosiddetta democrazia bloccata, sino al fallimento dell’apparente benessere craxiano e all’avvento del berlusconismo. Una storia travagliata, che pure avrebbe potuto muovere da quei fallimenti per contrastare le ceneri e le oscurità di un Paese anomalo e sprovvisto di qualsivoglia forma morale o etica. E si torna così allo scritto calviniano, il cui incipit suona prepotentemente attuale:«C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere.  … Così, tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto».

Considerazioni straordinariamente attuali, che delineano il quadro di una società ormai integrata e basata sull’erosione della collettività, perché essa non è priorità ma lo diventa nel momento in cui si avverte la necessità di ritrarre vantaggi, economici e non, nell’arco di una spiccata e considerevole sensazione di impunità. Calvino se ne mostra assolutamente consapevole, Rodotà altrettanto ma entrambi mi sembrano ritrovarsi in un punto comune: avvertono infatti una altrettanto collettiva mancanza di indignazione, nel tentativo di rovesciare la tendenza ed il senso di marcia. Come se tutto lo scenario attuale fosse divenuto ordinario, a scapito della minoranza onesta, rappresentata dalla controsocietà teorizzata da Calvino.

Ed infatti lo scrittore prosegue così: «Avrebbero potuto (i corrotti) dirsi unanimemente felici  gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti».

Calvino rivela l’eterna contrapposizione tra due modelli ed idee di società totalmente diversificati, i cui valori distintivi non possono che partire dal profitto, e di conseguenza, nell’anomalia italiana, sfociare in fenomeni di corruzione, criminalità organizzata ed evasione fiscale: gli eterni cavalli di battaglia della società corrotta contro i valori nobili ma purtroppo deboli della moralità e dell’etica. Né può essere altrimenti, dinanzi a cotanta spietatezza e spregiudicatezza nell’imporre la propria forza sul più debole.

Esiste ancora la “controsocietà degli onesti” teorizzata da Calvino? Questa è l’amara constatazione di fondo, che avverte l’inconsistenza del sentirsi diversi ma al tempo stesso impotenti. Tuttavia, questa controsocietà  rappresenta  «qualcosa che non è stato ancora detto e non sappiamo ancora cos’è». Oggi continuiamo a conoscere senza agire, senza essere in grado di remare verso le acque del cambiamento, quasi annullando quel quesito calviniano di (eterna) sconosciuta risposta. Prima o poi, l’impressione è che non basterà solo scegliere da che parte stare, ma occorrerà porsi in grado di conoscere quali risposte fornire. Perché appare arduo continuare ad attendere la vera normalità attraverso la delegazione o il “ci pensa qualcun altro”, in un contesto nel quale la politica nasconde le proprie nefandezze dentro se stessa e il potere giudiziario resta immerso in una battaglia complicata, ritenuta tristemente e beffardamente eroica, così come accaduto in Tangentopoli e nell’era del berlusconismo.

Non resta che ammettere come la politica abbia ormai deciso di nascondere se stessa agli occhi dell’opinione pubblica, oscurando ogni considerazione del “bene comune”. Dimenticandosi della controsocietà  altrettanto nascosta ed invisibile, che ricorda quasi l’inesistente Cavaliere Agilulfo ne “Il cavaliere inesistente”, tanto per tornare a Calvino. Agilulfo mostra infatti le difficoltà dell’uomo contemporaneo nel comprendere la propria persona in primis ed il suo conseguente rapporto con il mondo. Pur essendo corporalmente invisibile, egli non è tuttavia privo di autocoscienza, suscitando ciò, un senso di tormento e smarrimento, generato appunto dalla necessità (ma incapacità) di dare risposte a se stesso. Ancor più interessante è la contrapposizione con il  personaggio Gurdulù: qui il corpo esplica la sua esistenza ma è contrariamente sprovvisto di quella autocoscienza posseduta invece da Agilulfo. Sembra paradossale ma pare ricordare l’eterna antitesi tra la controsocietà degli onesti e la “politica nascosta”. In maniera tutt’altro che invisibile e con la necessità di trovare una sintesi.

(8 aprile 2016)

 

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