Suor Arcangela e le altre: le eroine di Aleppo

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mons. Antoine Audo vescovo caldeo di Aleppo e presidente di Caritas Siria:
“In questi anni di guerra le donne sono state vere eroine.

 Non vedo direttamente un intervento sociale o politico delle donne: non si trova questo in Siria, a causa della struttura del Paese, ma penso che la donna sia simbolo della “resistenza” della vita. La donna è dignità, la donna è continuità; capace di soffrire e di rimanere in piedi, di stare accanto alla famiglia e ai bambini. Per me la donna è veramente un’eroina nella guerra in Siria.” 

di: Marinella Correggia da Aleppo
L’Ordine.La ProvinciadiComo,  4 giugno 2017

A Herat, nell’Afghanistan occidentale, il supervisore dell’organizzazione di sminatori Said Karim aveva allestito un «museo degli orrori»: esemplari delle migliaia di mine, granate e altri ordigni estratti e disinnescati nella bonifica dei suoli restituiti alla vita. Il museo voleva aiutare la memoria post-bellica. Era fiorente anche l’attività di un fabbro che ricavava zappe e vanghe dai rottami ferrosi.

Forgeranno le loro spade in vomeri.
Ad Aleppo, Siria, suor Arcangela Orsetti coltiva una forma di arte dal riciclo che potremmo definire anti-bellica. Religiosa lucchese delle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, vive nella città siriana da più di 40 anni e con cinque consorelle gestisce l’ospedale Saint Louis. Nel suo inesistente tempo libero in lunghi anni di guerra, suor Arcangela si è ingegnata a «trasformare oggetti di morte in simboli di vita e riscatto». Un enorme bossolo metallico contiene un ramo d’ulivo. Le mani della suora («fervide come la sua fantasia», osserva sorridendo suor Thèrese) hanno unito proiettili a formare scritte di pace in varie lingue, simboli cristiani classici,rosari, una colomba. Arredi sui muri e sulle finestre dell’ospedale. Pezzi di ordigni e ferraglia assortita si sono trasformati in portacandele, assai utili in questi ultimi anni di black-out, quando l’ospedale era interamente affidato al generatore a diesel – e nelle settimane più difficili non arrivava nemmeno quello, in città.
«Ho cominciato all’inizio della guerra, perché erano piovuti sulla terrazza dell’ospedale, in giardino e nei dintorni proiettili e pezzi di mortaio sparati dai musallahin(così in arabo sono definiti gli uomini armati che non fanno parte di un esercito regolare, ndr). Poi il personale ospedaliero, visto cosa stavo facendo, nel tragitto fra la casa e qui ha cominciato a raccogliere per me pezzi non pericolosi».
L’ospedale nasce nel 1912, ma le prime suore arrivano in Siria dalla Francia nel 1856, a dorso di asinello. Sono obbligate a partire durante la prima guerra mondiale. Ma durante quest’ultima guerra mondiale a pezzi, le suore di San Giuseppe non si sono mai mosse da Aleppo in questi anni di pericolo talvolta estremo, a partire dal 2012: «Mi dicevano: “Tu che non sei siriana sei rimasta qua mentre tanti sono andati via”. Del resto, Gesù ci ha detto “non c’è gioia più grande che donare la vita per coloro che amiamo. E io amo questo popolo. E poi San Giuseppe là sul tetto ci ha protetti al meglio», dice semplicemente suor Arcangela.
Sul cellulare conserva foto per lei preziose: un sacerdote ortodosso grande e grosso le regala una rosa mentre lascia l’ospedale, guarito; un bambino calzolaio fa i compiti per terra fuori da un portone; una donna pulisce verdure sul balcone di casa, niente di speciale se non fosse che tutto intorno sono rovine.
Negli ultimi anni, di guerra, ad Aleppo «abbiamo sofferto, sì, e rischiato; non andavamo nel rifugio, nelle ore più pericolose, per rispetto verso gli ammalati in corsia». Al Saint Louis, il programma «Feriti di guerra» portato avanti insieme all’organizzazione dei Fratelli Maristi ha curato negli anni centinaia di persone. Si calcola che nel Paese gli amputati di guerra siano ormai 30mila. E in questa parte occidentale di Aleppo, che essendo sotto il controllo governativo non è mai stata sotto i riflettori internazionali, 15mila persone sono morte dal 2012 colpite dai razzi, dalle esplosioni, dalle bombole del gas ripiene (chiamate «bombe dell’inferno») lanciate dai jihadisti asserragliati in Aleppo Est; là, interi quartieri sono distrutti da una guerra i cui fronti erano ravvicinati, dentro la città.
Al primo piano del Saint Louis, suor Lydia cura fra gli altri un uomo al quale – a causa di una mina – è stata tagliata una gamba; l’altra è in brutte condizioni; «oggi è meno depresso, perché dopo un mese lontano dalla famiglia ha rivisto moglie e figlia». Se le si chiede «Che cosa vorrebbe dire o chiedere all’Occidente?», la suora libanese aggrotta la fronte e risponde secca: «Sì, da anni ho una domanda: come mai lì da voi combattete gli integralisti e qui li avete aiutati, se non lo fate ancora? Sono gli stessi, con altre etichette».
Mirna detta Mimì è una aiuto infermiera etiope, di Addis Abeba, «vicino all’aeroporto» precisa. Lavora nell’ospedale da 10 anni per mandare denaro a casa. Come hai fatto in questi anni, quando tutta la notte anche quest’area di Aleppo era bersagliata di colpi e scossa dalle esplosioni? «Certo la vita non è stata facile, ma non ho avuto molta paura». E adesso, che era arrivata una parvenza di normalità, ecco il presidente statunitense con i suoi missili…«Trump, crazy!», taglia corto Mimi. 
Anita è filippina; faceva la domestica presso una famiglia abbiente che è partita lasciandola come custode della casa; là si annoia, così arrotonda venendo ad aiutare in cucina. Nel corridoio passa, sorridente sotto il velo, una lavoratrice indonesiana appena arrivata. Per compensare qualcuno che ha lasciato Aleppo. Il personale non siriano è sempre più necessario, anche se, pagato in dollari, costa adesso di più; il cambio lira siriana-dollari è stato sconvolto dalla guerra.
Come tutta l’economia. E su questo crollo si innestano, come un cauterio su una gamba di legno, le sanzioni economiche occidentali contro la Siria. Il loro effetto ce lo spiega suor Thérèse, percorrendo un’ala vuota dell’ospedale: «Il cateterismo cardiaco è in questo momento fuori uso; finché non avremo i pezzi di ricambio richiesti». Il fatto è, dice la libanese suor Samia, che «per esempio, un’attrezzatura dalla Germania che prima arrivava direttamente in aeroporto e andavamo a sdoganarla, ora deve arrivare a Dubai, poi a Beirut, poi fin qua via terra. Sempre che non si perda». Eppure, le sanzioni non riguardano le attrezzature sanitarie…«sarà, ma si ripercuotono su tutto, lo sperimentiamo noi», conferma la religiosa.
La Siria è una grande produttrice di farmaci, ma non di certe apparecchiature mediche, e non è per oggi l’indipendenza economica in quel campo. Forse potrebbe andare un po’ meglio nel settore energetico. Sui tetti a terrazza dell’ospedale, vicino alla statua di San Giuseppe ecco i pannelli solari termici per il riscaldamento dell’acqua. Ne è dotata anche la vicinissima moschea. Sotto, nelle strade, semafori e rotonde funzionano con il fotovoltaico. Forse le nuove energie avranno un posto nella ricostruzione della Siria.
Ma, intanto, «la guerra non è certo finita», dice suor Samia. I colpi di cannone che si sentono in lontananza lo confermano. Dice Suor Arcangela: «Il percorso per una duratura pace è ancora lungo; i fronti aperti sono tanti». 
In una lettera ai benefattori scritta in piena guerra, le responsabili dell’ospedale scrivevano: «I grandi del mondo vogliono non la pace ma i loro interessi geopolitici ed economici. E la sofferenza è raddoppiata per la disinformazione sui vostri media, che ci arriva fin qua».

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