Mons. Abou Khazen: "Con la gente che soffre, seminando la speranza"

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Papa Francesco alla Veglia di Pentecoste:   

la pace è possibile oggi nel nome di Gesù

Custodia Terrae Sanctae
intervista a Mons. Georges Abou Khazen  
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 Lei che vive da anni in Siria, che cosa vorrebbe che si conoscesse della situazione di oggi? Di che cosa non si parla abbastanza? 
 Non si parla abbastanza della verità. Vorremmo che la gente capisse cosa sta succedendo e perché sta succedendo. Il modo con cui la maggior parte dei media ha raccontato tutta la crisi siriana non corrisponde al vero. Per esempio mi riferisco all’intervento straniero in Siria. Perché è avvenuto? Come anche il bombardamento americano. Tutti ne hanno parlato, ma non hanno parlato delle vittime: 400 vittime tra i civili e due villaggi completamente distrutti. Non è un crimine anche bombardare le infrastrutture e i ponti? Di questo nessuno parla. Gli americani hanno reso fuori uso tutto il sistema elettrico, hanno bombardato la diga che adesso rischia un grave danno. E quanti morti ci saranno se dovesse succedere? La povera gente che colpa ne ha… 
  
Cosa significa per lei essere vescovo, pastore, di un popolo che sta soffrendo, come quello siriano? 
Per me è sempre un dolore vedere la gente soffrire, vedere la gente che manca di tutto. Ad Aleppo per esempio è da più di un anno che siamo senza elettricità. Siamo stati anche qualche mese senza acqua. Non si parla del fatto che ci sono le sanzioni, l’embargo contro la Siria, a discapito dei civili. Non possiamo importare medicine, macchinari per gli ospedali, benzina, gasolio. E di questo chi soffre? Certo non i grandi. La popolazione. Ma in questi tempi così difficili ci sentiamo ancora più uniti ai fedeli e la gente vicina a noi. Come un pastore spero che io possa sempre essere vicino al mio gregge. 
  
Davanti alla povertà e al dolore come incoraggiate la gente a credere che Gesù non la abbandona? 
Cerchiamo di insistere sulla speranza come una virtù. Non sempre i cristiani hanno avuto tempi facili. Qui molti sono figli e nipoti di martiri e questo rafforza la fede, l’identità cristiana. A Damasco nel 1880 per esempio sono stati massacrati più di ottomila cristiani. Alcuni hanno ancora la foto del loro nonno o bisnonno attaccata alla porta o alle mura della casa. “È morto per la fede”, si dicono e anche loro si attaccano di più a questa fede. 
  
Molti cristiani hanno lasciato la Siria, ma alcuni sono rimasti. Cosa potete fare per loro? 
La metà della popolazione della Siria è profuga. Forse alcuni cristiani torneranno in futuro. Oggi grazie agli aiuti dei nostri benefattori, noi cerchiamo prima di tutto di far sopravvivere la gente che rimane. Stiamo aiutando a riparare alcune case.
 Stiamo pensando anche di aiutare a creare delle piccole imprese, in modo che i siriani possano lavorare per sostenersi. Si può pensare di tornare solo se si hanno casa o lavoro. 
  
Cosa spera oggi per la Siria? 
Che cessi la violenza, che cessi questo fiume di sangue, che arrivino la pace e la riconciliazione. 
  
Può raccontarci una storia esemplificativa della vita di questi tempi in Siria? 
Abbiamo avuto una coppia che ha aspettato otto anni prima di avere un figlio. Questo figlio a dodici anni è morto per una scheggia dei bombardamenti sui civili ad Aleppo. Era il loro unico figlio. Nel loro immenso dolore, hanno fatto un grande atto di fede: hanno deciso di continuare a stare ad Aleppo. Hanno pregato dicendo “Che il Signore ci dia la forza di testimoniare la fede. Che nostro figlio sia come un sacrificio accetto a Dio che impedisca la morte di altri bambini suoi coetanei”. 

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