Vanni Santoni, ‘La stanza profonda’ – La recensione

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La stanza profonda, particolare della copertina – Credits: illustrazione di Luca Maleonte

“Sulla spiaggia di mondi senza fine, i bambini giocano”. Il verso di Rabindranath Tagore allarga i bordi del campo da gioco a una dimensione misteriosa, metafisica. La stessa impressione l’ho provata leggendo La stanza profonda di Vanni Santoni, romanzo ambientato  in Valdarno dove in una piccola città di provincia un gruppo di ragazzi coltiva la passione per i giochi di ruolo. A metà degli anni Ottanta, scrive l’autore in una nota, erano circa dieci milioni nel mondo i giocatori che si riunivano ogni settimana intorno a un tavolo (vale la pena ricordarlo, e non davanti a uno schermo), tirando i dadi su una mappa di mondi immaginari. Come nella storia di una persona, anche nella storia dei giochi quello che sarebbe venuto dopo non può prescindere da quello che è accaduto prima.

Scrittore e talent scout allergico alle barriere e agli stereotipi letterari, Santoni ha sviluppato uno stile e un mimetismo linguistico con cui si diverte a ibridare i generi. Nel dittico Muro di casseLa stanza profonda (stesso editore e collana, Laterza Solaris, stessa foliazione, simile anche la copertina basata

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