Francesco Carofiglio, l’uomo e lo scrittore di "Una specie di felicità".

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Sono andata qualche giorno fa alla presentazione, in una grande biblioteca fiorentina, del libro di Francesco Carofiglio “Una specie di felicità”.
All’incontro era presente l’autore che ben poco conoscevo perché avevo sempre privilegiato la lettura delle storie del fratello Gianrico.
A parte il fatto che si somigliano tantissimo fisicamente e anche nel modo pacato e divertente di parlare, per me è stata una rivelazione ascoltarlo perché ho riso alle sue battute e mi sono appassionata alle storie della sua vita, di quando giovane studente di architettura a Firenze, seguiva corsi di teatro con Albertazzi e doveva industriarsi per sbarcare il lunario.
Lui ama scrivere, tanto. 
Quando le storie gli nascono nella  testa è felice di passare il suo tempo a farle diventare qualcosa di più di una semplice idea. Si diverte quindi e lo ha confessato con una sincerità disarmante, bella, pulita, della persona che non vuole ingannare l’ascoltatore facendo finta di essere l’intellettuale triste e macerato, ma semplicemente di vivere da uomo che ha trovato piacere nel suo lavoro.


Come ho detto, in quell’occasione si parlava del suo ultimo libro uscito nel 2016. Confesso che non lo avevo letto ancora ma la cosa che più mi ha incuriosito e di cui si è parlato anche in sala è l’immagine che appare nella copertina.

Un uomo qualunque che guarda fuori da una grande finestra e dietro c’è il tutto e il nulla. 
E’ un uomo che ammira giornalmente i platani dalla finestra e che ci riporta ad una poesia di Mariangela Gualtieri

Certi alberi vicini alle case.

Certi alberi vicini alle case
sostano in una pace inclinata
come indicando come chiamando
noi, gli inquieti, i distratti
abitatori del mondo. Certi alberi
stanno pazientemente. Vicini
alle camere nostre dove gridiamo
a volte di uno stare insieme
che ha dentro la tempesta
noi che devastiamo facce care

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per una legge di pianto.

E’ l’uomo del libro, anzi uno degli uomini, quello che lo psicoterapeuta Giulio d’Aprile protagonista, dovrà in qualche modo restituire al mondo vivo e vitale dopo un fatto terribile accadutogli, che gli ha fatto perdere la sua vita di brillante professore universitario per diventare uno stanco vecchio che vive in un istituto.

Ma anche per d’Aprile non sarà facile fargli affrontare il percorso di “guarigione” perché l’uomo è stato nel passato suo professore e ora, nella veste del paziente, lotta in ogni seduta portando la conversazione dove vuole lui, pur dando alla fine un senso, alla vita fredda e senza slanci del suo terapeuta.

Ho letto il libro in un giorno.
Mi è piaciuto e avrei voluto che non finisse, perché la storia fa riflettere ogni lettore su questioni di vita comuni ad ognuno.

“Non bisogna mai smettere di sognare e di continuare a sperare. Sempre e comunque, al di là di quello che il destino ha in serbo per noi.”









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