Perché il Califfato è nelle periferie d’Europa

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Il tema del radicamento dello Stato Islamico nei Paesi europei è un problema particolarmente sentito da tutte le intelligence degli Stati, impegnate da anni nel comprendere le dinamiche per cui una persona sceglie di entrare a far parte di una formazione terroristica. La questione è di particolare importanza poiché non è semplicemente la comprensione di un fenomeno sociale, ma soprattutto aiuta a comprendere le radici del problema e, in via prognostica, quali possono essere gli obiettivi del terrorismo.

Perché c’è una differenza sostanziale fra terrorismo prima e dopo la nascita del Califfato. Nel momento in cui si è realizzato allo Stato Islamico, è nato un metodo assolutamente nuovo di fare terrorismo. Non è più la cellula terroristica il problema, non è più solo la rete criminale, ma diventa un tema sociale e culturale. Non è più la semplice idea di entrare in un sistema criminale, ma è l’idea di entrare in una nuova società. Il Califfato ha creato questo, cioè un viatico. Al mondo escludente del liberalismo europeo e occidentale in generale, si è affiancato un mondo che include chiunque, di qualsiasi etnica e di qualunque strato sociale, basta che sia un fondamentalista pronto a morire per il sogno del Daesh.

E da questo punto di vista, è chiaro che c’è un target totalmente differente della propaganda del Daesh rispetto a quella che, per esempio, poteva avere Al Qaeda. Perché con Al Qaeda l’idea era di voler far parte di una grande organizzazione criminale fra i cui scopi c’era indubbiamente anche quella di promuovere la guerra santa contro l’Occidente. Con lo Stato Islamico, l’obiettivo della propaganda non è più quello di elevare le persone a martiri, ma di creare uno Stato parallelo, una società migliore per riscattare la frustrazione di chi si sente escluso dalla società occidentale, europea ed anche da quella asiatica.

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In sostanza, il circuito creato dal Califfato consiste nel pescare non più in determinati Paesi o nei campi d’addestramento tra le montagne dell’Asia Centrale o nei deserti della penisola arabica. Ma pesca nel disagio sociale. Pesca nella periferia. Pesca, in buona parte dall’immigrazione, specialmente quella di seconda generazione. E questo è evidente. Il terrorismo che colpisce l’Europa in nome del Califfo non nasce dai paesi musulmani, ma si trova nelle profonde periferie d’Europa. Il terrorismo ha le sue cellule madri a Birmingham, nel centro del Regno Unito, così come a Molenbeek o a Charleroi in Belgio, fino ad arrivare alle banlieue parigine e alla frustrazione di chi vive in realtà fragili dal punto di vista umano e sociale.

Il Daesh si erge come viatico a una vita fatta di esclusione sociale. Con questo, ovviamente, non s’intende che lo Stato sia colpevole e che il disagio sia un alibi, ma è un campanello d’allarme sul motivo per cui si radica il terrorismo islamico. Il radicalismo vive e prolifera dove c’è l’idea che l’immigrato, di prima ma soprattutto di seconda generazione, sia emarginato dalla società.

E questo è evidente in molti attentati terroristici che hanno colpito il cuore dell’Europa, da Parigi a Bruxelles o altri luoghi in altre parti d’Europa. L’identikit del terrorista islamico oggi è un soggetto tendenzialmente giovane, nato di solito nel Paese dove colpisce o lì vicino, e privo di ogni legame vero ed effettivo con lo Stato in cui vive. C’è una sorta di limbo sociale in cui la persona, a volte sola, a volte in comunità, torva una via di scampo nella lotta al nemico occidentale. E la propaganda in questo assume un ruolo fondamentale. La propaganda del Daesh, infatti, non soltanto cambia secondo il Paese in cui s’indirizza, ma cambia anche secondo l’obiettivo della propria propaganda. E per questo fa presa su molte fasce d’età e fasce sociali.

In questo senso, la debolezza di molte fasce sociali soprattutto giovani, fa sì che il Califfato trovi un terreno fertile in cui seminare il nucleo del terrorismo. Dà garanzie di una vita diversa. Dà certezze, con una visione manichea della vita in cui esiste il bene ed esiste il male rispetto a una civiltà occidentale che ha abdicato al ruolo di guida nello scegliere dei valori per cui lottare. Dà anche al cittadino di seconda generazione un’identità culturale e nazionale che non sente di avere nel Paese di appartenenza. Chi abita in un quartiere degradato di Parigi può non sentirsi parte della Francia, ma può sentirsi parte di uno Stato dove si combatte per la vera fede. E questo significa creare uno Stato all’interno dello Stato in ogni luogo in cui la propaganda del Califfo arrivi o dove il centro islamico radicale fa proselitismo. Basta un computer per creare una cellula operativa di uno Stato nemico, non più solo di un’organizzazione criminale.

La sfida dei nostri tempi è dunque cercare di comprendere che il terrorismo non è semplicemente criminalità. È un sistema sociale che vive nel disagio sociale. Lo Stato deve essere garante d’integrazione ma soprattutto deve crearla, senza lasciare che nascano enclave al suo interno o sobborghi e ghetti in mano al nulla. Lì le persone non vivono per essere parte dello Stato, ne sono escluse e cercano altre forme di appartenenza. Lo Stato Islamico lo ha capito. Ora lo devono capire anche gli scellerati governanti della nostra Europa.

L’articolo Perché il Califfato è nelle periferie d’Europa sembra essere il primo su Il Sud con Salvini.

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