Non dirmi per chi voti e ti dirò chi sei

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Parlare di Francia significa anche parlare di noi. Le vicende della Sorella Latina, come la chiamava Gabriele d’Annunzio, spesso nell’arco della storia sono state il prologo transalpino di quel che attendeva l’Italia. Cito, banalmente, la Rivoluzione del 1789 e il Maggio 1968. Ma vale pure la reciproca: se è vero che Nicolas Sarkozy (parlandone da vivo, politicamente) prima di diventare il presidente bling bling dei Galli non è stato altro che uno dei numerosi avvocati di Silvio Berlusconi.

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Domenica la Francia andrà a votare per il primo turno delle presidenziali. I più sono sicuri che le urne incorniceranno la sfida a due tra la cattiva Marine Le Pen (Front National) e il buono Emmanuel Macron (En Marche). È probabile, sebbene io mi fidi parecchio del fiuto d’un eurologo di rango come David Carretta, il quale giorni fa da Bruxelles ha tuittato così: «Francia: non dire Fillon se non ce l’hai nel sacco» per segnalarci come nei sondaggi lo sconfitto in partenza François Fillon (Les Républicains) fosse soltanto tre punti sotto rispetto a Macron, a sua volta dietro Madame Le Pen d’una sola incollatura. Drôle d’élection, direi, tenendo conto che perfino il concorrente ultra goscista Jean-Luc Mélenchon, una specie di adorabile trotzkista sudamericanizzato, non veniva considerato del tutto fuori dai giochi.

E a proposito di giochi. Questa settimana Tempi ha deciso di affrontare il dossier francese in un modo serissimamente ludico: abbiamo inflitto a politici, giornalisti, intellettuali e amici vari il difficile compito di votare à l’italienne, affidando alle nostre pagine qualcosa di simile a una personale dichiarazione di voto. Domanda: se fossi un cittadino francese, per chi voteresti?, e per quale ragione? Leggendo le risposte di quelli che si sono prestati, dal venerando Eugenio Scalfari al mio compare Lanfranco Pace, passando per Paolo Liguori e Marino Sinibaldi, Giorgia Meloni e Pier Luigi Bersani, Paolo Romani e Pippo Civati, ognuno si farà la propria idea.

Ma il messaggio più rimarchevole sta forse nell’imbarazzo con il quale molti interlocutori (omissis sui nomi) si sono sottratti a questo petit jeu ineffettuale sotto il profilo statistico. Nella destra berlusconiana serpeggia inconfessabile il tifo per l’antieuropeista Marine Le Pen («però non posso dirlo, altrimenti rafforzo Giorgia Meloni») e sopra tutto è nitida la sfiducia verso il gollismo familista di Fillon. Nella sinistra, area Pd, la situazione è ancora più interessante: nel partito di Matteo Renzi si preferisce per lo più tenersi acquartierati piuttosto che sostenere apertamente Macron. Nell’essenza, per due ragioni: 1) «Dovrei ammettere che purtroppo la sinistra è così a pezzi da doversi affidare a un tecnocrate centrista pur di salvare Parigi dalla marea lepenista»; 2) «Dovrei confessare che finalmente la sinistra è così a pezzi… e ha ragione Renzi a voler seppellire la socialdemocrazia in nome di un patriottismo europeo che piace anche alla destra moderata». Résumé: non dirmi per chi voti e ti dirò chi sei.

@a_g_giuli

Foto Ansa

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