Afghanistan, 600 capre per 300 famiglie: il dono di “Gvc” per ricominciare a vivere

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Seicento capre per 300 famiglie: questo il regalo dell’organizzazione non governativa bolognese “Gvc” alla popolazione del profondo Afghanistan, in quell’area del Paese dove la povertà è a livelli elevatissimi, bilanciata fra le scarse risorse di cibo e il terrore perpetrato dai gruppi fondamentalisti talebani. La zona in questione è remota, lontana dalle cronache e dalle vie commerciali più battute, al confine con il Turkmenistan. In queste valli dimenticate, la vita si basa sulla sussistenza agricola, su quel poco che la terra riesce a offrire alle famiglie locali, spesso composte da madri vedove. E ciò che nasce dalla terra è davvero poco, così come esigua è la possibilità, per tali nuclei familiari, di impegnarsi concretamente nella coltivazione dei campi, in uno scenario fatto di fortissima difficoltà economica e di gravi disagi nutrizionali. Ma è proprio in questo contesto difficile che si inserisce l’aiuto dell’ong: attraverso la distribuzione dei caprini (sostanzialmente due a persona), alle 300 famiglie in questione viene offerta la possibilità di scegliere in che modo tentare di rilanciare la propria vita. Da una parte vendere gli animali, con il conseguente incasso di un ricavato in denaro; dall’altra, utilizzarle per diventare allevatori (tutte le capre, fornite da un allevatore locale vincitore di un bando, sono in stato di gravidanza) e, in tal modo, intraprendere un’attività che, nel tempo, potrebbe garantire il sostentamento necessario con latte, carne e piccoli ricavati economici.

L’obiettivo non è solo offrire un sostegno diretto e concreto alle famiglie ma anche tentare di arginare il galoppante tasso di malnutrizione della zona, in progressivo aumento: “Il nostro progetto – hanno spiegato i promotori a “Il resto del Carlino” – prevede sia la presa in carico dei bambini malnutriti sia l’intervento sulla consapevolezza della situazione, per proporre rimedi e incentivare la disponibilità e l’accesso al cibo. La guerra e la paura del terrorismo hanno peggiorato la condizione generale: non si coltiva più nulla, ci sono gravissimi problemi di malnutrizione, specie tra i bambini”. Uno scenario quotidiano non dissimile da quello di altre zone dimenticate del mondo, dove la vocazione assistenziale degli operatori umanitari trova però la sua ragion d’essere: “Si lavora sempre sul filo, con la passione di chi vede realizzarsi un piano con persone che, di fatto, ricevono un aiuto concreto dalle nostre mani”.

Gli animali donati alle famiglie hanno dato alla luce i loro piccoli poco tempo dopo il loro arrivo presso i villaggi. Ora, una piccola possibilità di vita quotidiana si delinea nuovamente per loro: i più soli, i più vulnerabili possono tornare a sperare e, soprattutto, a scegliere.

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