Serbia, il significato della vittoria di Vučić

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di Maria Serra

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«Convincing». Con questo termine il Commissario europeo per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento, Johannes Hahn, ha salutato l’elezione di Aleksandar Vučić alla presidenza della Repubblica serba. Secondo i dati preliminari della Commissione elettorale (Rik), l’ormai ex primo ministro e leader della coalizione di governo guidata dal Partito progressista serbo (Sns) ha difatti ottenuto la vittoria al primo turno con il 55,1% dei voti, staccando nettamente l’ex ombudsman Saša Janković – presentato dall’iniziativa civica “Per una Serbia senza paura” e apertamente sostenuto anche dal Partito democratico serbo (Dss) –, fermatosi al 16% delle preferenze. Solamente quarto (con il 5,6%) l’ex ministro degli Esteri ed ex presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Vuk Jeremić – formalmente indipendente e a cui lo stesso Dss aveva tolto il supporto –, preceduto dal giovane attore satirico e attivista politico Luka Maksimović (attestatosi al 9,4%) e seguito dallo storico fondatore del Partito radicale serbo (Srs) Vojislav Šešelj che, malgrado l’assoluzione da parte Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e il reinserimento nel circuito parlamentare, ha raccolto solamente il 4,4%. Al di sotto dell’1,5% gli altri candidati: Milan Stamatović, sindaco del comune di Čajetina; Nenad Čanak, leader della Lega dei socialdemocratici di Vojvodina; Miroslav Parović, in testa al movimento anti-globalizzazione, Movimento libertario nazionale; l’ex ministro dell’Economia Saša Radulović e Boško Obradović, le cui formazioni politiche (Djb e Dveri) avevano fatto per la prima volta ingresso in parlamento nel 2016 con un discreto risultato.

Le ragioni della vittoria di Vučić, ampiamente prevista dai sondaggi pre-elettorali e solo apparentemente spiegata dalla sovraesposizione mediatica in favore dello stesso neo presidente nel corso dell’ultimo mese, sono riconducibili ad una serie di fattori propriamente legati sia alle dinamiche partitiche correnti sia all’assestamento del processo di trasformazione della politica interna serba occorso nell’ultimo decennio e a cui le elezioni legislative del 2014 avevano dato un forte contributo. In primo luogo, infatti, l’alta frammentazione dello spettro partitico, senza che a ciò abbia corrisposto l’introduzione di effettivi elementi di novità (eccezion fatta per la candidatura di Maksimović) – sintomo, questo, dell’incapacità delle opposizioni di articolare una piattaforma politica competitiva e concorrenziale –, ha premiato la linea perseguita dalla coalizione di governo. Un frastagliamento potenzialmente destinato ad approfondirsi e ad avvantaggiare ulteriormente il nuovo presidente e il suo partito se, come ci si aspetta, Janković e Jeremić daranno vita a nuove formazioni politiche nei prossimi mesi.

A favore della coesione intorno a Vučić ha non di meno giocato un ruolo importante la decisione del presidente uscente Tomislav Nikolić – troppo debole di consensi rispetto al premier – di rinunciare a correre per il secondo mandato con un implicito duplice scopo: evitare da un lato di entrare in ulteriore attrito con lo stesso capo dell’esecutivo, la distanza con il quale, malgrado l’appartenenza alla medesima formazione politica, negli ultimi anni si è approfondita in relazione a tutte le maggiori questioni del paese, soprattutto nel campo delle relazioni internazionali e alle ricadute di queste stesse in ambito interno; dall’altro, di non spaccare né il fronte progressista – all’interno del quale l’ex presidente aspira a tornare a far parte attivamente – né l’alleanza con il Partito socialista (Sps) di Ivica Dačić, junior partner di governo con cui negli anni Nikolić ha dimostrato di avere alcuni punti di contatto.

Inoltre, la credibilità acquisita dal leader progressista è andata negli anni di pari passo con un rimodellamento del contesto politico sostanzialmente incentrato su due aspetti strettamente interconnessi: per un verso sul progressivo spostamento dello scenario partitico su posizioni più europeiste (o euro-realiste) – laddove tutte le principali questioni (anche e soprattutto quelle dirimenti come quella kosovara) sono state filtrate attraverso la lente dei vantaggi (e delle opportunità) derivanti dall’avvicinamento alle strutture europee, dimensione in cui Vučić ha potuto rafforzare il proprio ruolo; per l’altro verso sul ridimensionamento (se non proprio l’emarginazione) delle connotazioni ideologiche basate sui cleavages socio-economici in favore di una competizione politica basata sulla divisione culturale e sulla scalata alle gerarchie partitiche al fine di accrescere l’influenza nei settori in cui il partito stesso è influente.

Ciò non deve tuttavia necessariamente corrispondere al pericolo di una “deriva autoritaria”, tesi quest’ultima sostenuta da quanti sono scesi in piazza all’indomani del voto per protestare contro l’elezione del leader del Sns. In primo luogo, infatti, le elezioni legislative dello scorso anno – indette anticipatamente dallo stesso Vučić per rafforzare il proprio mandato e il proprio programma – hanno restituito l’immagine di un partito di governo ben saldo nella sua maggioranza (48,2%) ma non ancora auto-sufficiente e capace di poter fare a meno di una nuova alleanza di governo con i socialisti del Sps. Oltretutto, il dato relativo all’affluenza alle urne (del 54,6%, in calo di due punti percentuali rispetto alle consultazioni del 2016) evidenzia come l’astensionismo rappresenta un fattore di condizionamento – anche in termini di richiesta di responsabilizzazione – per i vertici politici. Al tempo stesso, a meno di riforme costituzionali che allo stato attuale sembrano potersi escludere, l’assunzione da parte di Vučić di un ruolo meramente formale come quello presidenziale mitiga il rischio di un’involuzione del funzionamento democratico delle istituzioni. D’altra parte tale prospettiva potrebbe mutare qualora il leader conservatore dovesse mantenere – ipotesi non del tutto remota date anche le divergenze passate con Nikolić – la guida del partito riproponendo la situazione di incompatibilità della propria carica con ogni altra funzione e impegno professionale sancito dall’art. 115 della Costituzione (e di già presentatasi durante il mandato di Boris Tadić).

Sebbene solo nei prossimi mesi saranno chiari quali saranno i futuri equilibri politici della Serbia, a cominciare dai rapporti che si instaureranno tra presidente e primo ministro, è prevedibile che l’azione di Vučić si snoderà su un doppio binario fondato sia sul rafforzamento della propria posizione nei limiti costituzionalmente consentiti sia sul completamento del percorso di integrazione europea, nonché sul mantenimento di una progressiva convergenza strategica con le strutture atlantiche – aspetti pur necessariamente coerenti con una politica estera fortemente improntata al pragmatismo e pertanto fondata sulla capacità di interloquire anche con altri attori esterni (Russia, ma anche Cina). In questo senso è indubbio che il neo presidente, in linea con le iniziative già messe in pratica negli ultimi anni, sarà chiamato ad assumere un ruolo di ulteriore responsabilità nell’ambito delle relazioni con i Paesi vicini (non solo il Kosovo, ma anche la Bosnia Erzegovina) e nel quadro di un sempre più preminente impegno serbo nel contesto di sicurezza e stabilizzazione dell’intera regione balcanica. Per l’Unione europea la vittoria di Vučić sarà “convincente” nella misura in cui egli saprà dar prova di affidabilità proprio su questi punti.

* Maria Serra è Responsabile OPI e Research Fellow (Head) area Europa

Photo credits: Zoran Zestic

Una versione di questo articolo è stata precedentemente pubblicata su ISPI il 05.04.2017.

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