Yemen santuario del jihad? La guerra sottovalutata e il fattore Trump

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di Eleonora Ardemagni

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Complice una guerra senza fine, lo Yemen, già roccaforte di al-Qaeda, potrebbe presto diventare il nuovo santuario mediorientale del jihad. Perché una volta riconquistate Mosul e Raqqa, le capitali siro-irachene di DAESH, la galassia jihadista vivrà l’ennesima riconfigurazione. Molto probabilmente, i mujaheddin locali, figli del tessuto tribale autoctono, ripiegheranno là dove DAESH è nato, fra le regioni di Deir e-Zor e di al-Anbar, tornando alla micro-insorgenza. Ma che ne sarà dei tanti foreign fighters (anche provenienti dal Golfo) che si unirono al sedicente Califfato? Senza dubbio, la Libia e la fascia del Sahel sono possibili destinazioni; tuttavia, DAESH ha subito rovesci anche in territorio libico e, più a sud, al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) possiede collaudati network d’azione. Per tanti fattori, lo Yemen in guerra permanente è un candidato perfetto per attrarre i “jihadisti di ritorno”: è uno Stato istituzionalmente fallito, a forte penetrazione tribale, teatro di un conflitto proteiforme, vittima di una deriva settaria, con una popolazione che necessita per l’80% di assistenza umanitaria.

Da una prospettiva strategica, lo Yemen, ricco di coste, di porti e di consolidate reti locali di contrabbando, può condizionare la libertà di navigazione fra Golfo di Aden e Mar Rosso (stretto del Bab el-Mandeb), dunque il commercio petrolifero internazionale, influenzando così il prezzo del petrolio. Inoltre, tutti i principali target dei jihadisti hanno interessi specifici in Yemen e nel Golfo: gli statunitensi, gli iraniani e i sauditi. Se lo Yemen diverrà il nuovo (vecchio) epicentro del jihad regionale, sarà perché gli attori locali e soprattutto i decisori politici internazionali non sono stati in grado di risolvere tempestivamente un conflitto che è ormai sfuggito di mano a tutti.

In Yemen, la guerra iniziava proprio due anni fa: secondo le Nazioni Unite, essa ha già causato 10 mila vittime e oltre 3 milioni di sfollati interni. Dopo il colpo di stato del movimento degli houthi (Ansarullah), gli sciiti zaiditi originari del nord del Paese e in parte sostenuti dall’Iran, una coalizione di nove Paesi arabi, guidata dall’Arabia Saudita, cominciava a bombardare le aree controllate dagli houthi, tatticamente alleatisi con il blocco di potere (soprattutto militare) dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, costretto alle dimissioni nel 2011 dalla rivolta anti-governativa. In maniera inedita, le monarchie del Golfo combattono perfino con truppe di terra, soprattutto emiratine e saudite. Il conflitto tra gli insorti e i loro oppositori (definirli “filo-governativi” non ne fotografa le forti divisioni interne) attraversa un insidioso stallo militare: la capitale Sana’a è ancora occupata dalla fazione houthi-Saleh, così come Taiz. La coalizione militare saudita ha recuperato al-Mokha e sta ora tentando di riprendere il controllo dell’intera costa occidentale, in primo luogo Hodeida. Nessuna delle due fazioni è però in grado di vincere, sul campo, la guerra: questa è la grande questione che allontana la soluzione diplomatica, dopo tre round negoziali e numerosi tentativi di tregua falliti. Una guerra che si è trasformata in un conflitto indiretto tra Arabia Saudita e Iran, ma che ha origine nella lotta politico-tribale per il potere e le risorse tra insiders e outsiders di quel sistema di potere neo-patrimoniale (e disfunzionale) che per decenni ha dominato la vita pubblica di Sana’a. Così, i fattori regionali e settari hanno guadagnato sempre più spazio poiché politicamente strumentalizzati da entrambe le parti: ciò ha favorito solo la propaganda e il reclutamento jihadista.

Infatti, al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) è riuscita a espandersi territorialmente e a tessere rinnovate alleanze con le tribù locali ostili al governo: i jihadisti hanno approfittato non solo dell’assenza dello stato, ma della stessa retorica anti-sciita propagandata da Riyadh contro gli houthi. Già all’indomani della “Primavera yemenita” del 2011, AQAP e l’affiliata Ansar al-Sharia diedero vita a sette emirati islamici nella regione meridionale di Abyan (fra le città costiere di Jaar e Zinjibar), zone poi temporaneamente riconquistate dall’esercito. Tra il 2015 e il 2016, AQAP ha preso il controllo della città di Mukalla (Hadhramaut), il terzo porto del Paese, realizzando un esperimento di governance locale assai diverso dal precedente. In questo caso, AQAP ha co-gestito la città insieme ad alcune tribù locali con il nome di “Sons of Hadhramaut”, applicando la sharia in modo meno rigido per puntare su welfare (grazie ai proventi del contrabbando petrolifero e al controllo della banca di Mukalla) e su una propaganda mirata alle istanze del territorio.

Dopo aver tatticamente ripiegato nell’entroterra, a seguito dell’avanzata di esercito regolare e forze speciali emiratine, è solo una questione di tempo perché i jihadisti tornino a occupare città strategiche. L’“approccio comunitario” di AQAP è ancora più insidioso di quello centrato sul terrore: esso fa leva sulle croniche carenze dello stato, prima che sull’ideologia, per raccogliere il consenso popolare. È anche per questa ragione che la cellula yemenita di DAESH, apparsa nel 2014, fatica ad affermarsi, fino a combattere, talvolta, sullo stesso fronte di AQAP contro i miliziani sciiti (succede nella regione centrale di Al-Bayda), quasi che avesse scelto, per il momento, di non sfidare direttamente i qaedisti, strategicamente superiori nello scenario yemenita.

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Sullo Yemen, gli Stati Uniti (che sin dal 2015 forniscono sostegno d’intelligence e logistico alla coalizione saudita) stanno ora cambiando strategia: moltiplicazione delle azioni militari contro i jihadisti, ma nessun rilancio dell’iniziativa diplomatica targata ONU. L’Amministrazione Trump ha inaugurato, per usare le parole del Pentagono, una fase di “ostilità attiva” contro AQAP, riducendo sia i caveat per le operazioni militari che ri-autorizzando il coinvolgimento della CIA nei bombardamenti con i droni, a differenza di Barack Obama. Dal 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, i bombardamenti statunitensi, anche con l’utilizzo di droni, contro postazioni di AQAP, focalizzate nel triangolo centro-meridionale di al-Bayda-Abyan-Shabwa, hanno già superato il numero degli attacchi sferrati nell’intero 2016 (furono 38). Infatti, sono quasi una quarantina i raid confermati dal Dipartimento della Difesa. Nell’operazione di terra delle forze speciali del 29 gennaio, avvenuta nella regione di al-Bayda, un soldato statunitense è morto, insieme a una ventina di jihadisti e a più di venticinque civili. La presidenza Obama non aveva mai autorizzato operazioni di commando dall’inizio del conflitto: tra l’altro, il numero dei consiglieri militari e delle forze speciali Usa nel paese è drasticamente diminuito (dunque, la stessa capacità di operare militarmente sulla base di informazioni sicure).

Pertanto, la nuova strategia contro al-Qaeda targata Trump, basata su massicci bombardamenti nel cuore tribale del Paese, fa solo il gioco dei reclutatori jihadisti: essa genera nuovo rancore nella popolazione civile, già piagata dai bombardamenti sauditi contro le aree controllate dagli insorti, e produce nuove minacce alla sicurezza internazionale. Purtroppo, la securitization pare l’unica ottica – insieme a quella contrattuale – con la quale il nuovo presidente e i suoi controversi consiglieri guardano al Medio Oriente. Soprattutto, questa “ostilità attiva” è finora slegata da una forte iniziativa diplomatica per risolvere la guerra, che è la prima causa dell’avanzata jihadista. Dunque, il rischio è che il trascurato Yemen, ancora considerato da troppi come un “conflitto di serie B”, si trasformi nel prossimo santuario regionale del jihad. Da sempre, il ramo yemenita di al-Qaeda è quello più abile a colpire il “nemico lontano”, ovvero gli Stati Uniti e i loro interessi militari nel Golfo.

Lo Yemen potrà contenere la presenza jihadista solo se le parti in guerra troveranno un accordo politico inclusivo (soprattutto, se l’Arabia Saudita negozierà direttamente con gli insorti houthi), per ricostruire le istituzioni centrali e l’esercito, affrontando l’ineludibile questione federale. Porre fine, perlomeno, alla “grande guerra”, è più che mai urgente, poiché essa ha sprigionato e/o rivitalizzato tante “piccole guerre” locali, su base tribale e regionale, che fanno ormai dello Yemen un collage di interessi politico-militari contrapposti.

Nel frattempo, la situazione umanitaria del Paese, già il più povero del mondo arabo, continua a peggiorare.

* Eleonora Ardemagni, Gulf and Eastern Mediterranean Analyst, NATO Defense College Foundation, analista per Aspen Institute Italy e ISPI.

Photo credits: AFP/Getty Images

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