Le storie di un dramma – Francesca Buonfiglioli – Lettera43

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Madri e padri divorziati. Figli manipolati da uno dei due ex partner contro l’altro. Estenuanti processi e consulenti. Ferite difficili da rimarginare. Le testimonianze degli psicologi e di chi ha vissuto l’incubo.

di Fonte/Credits: www.lettera43.it

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11-3-17 — Dieci anni fa una separazione difficile, terminata con l’affidamento congiunto della figlia. Passa il tempo e si fanno sentire i problemi della pre-adolescenza, i primi bisticci, le litigate. Fino a quando, dopo un weekend passato col padre, la ragazzina dice di non voler più tornare a casa dalla madre. Rompe ogni contatto con lei e con l’intero ramo materno della famiglia che vive lontano, dall’altra parte d’Italia. Comincia così l’incubo di G.: denunce per maltrattamenti mai avvenuti, pellegrinaggi in aule di tribunali, perizie e controperizie.

NESSUN CONTATTO DA 14 MESI. Una figlia che la rifiuta e che difende a spada tratta il padre in difficoltà economiche, tanto che per due anni non ha versato gli alimenti. «Purtroppo», dice G. a Lettera43.it, «il tribunale dei minori non ha ancora seguito la consulenza tecnica d’ufficio (Ctu) e il parere della procura che continuano a chiedere l’allontanamento di mia figlia dal contesto paterno per i gravi rischi psicologici a cui è esposta. Sono più di 14 mesi che non ha più nessun contatto non solo con me ma con tutta la mia famiglia e tutto quello che riguarda il contesto materno». La Ctu nel suo caso non lascia dubbi: si tratta di alienazione parentale.

UN PROCESSO PSICOLOGICO. Marco Pingitore, psicologo e criminologo di Cosenza, che sul fenomeno ha scritto un volume, precisa a L43: «Non siamo di fronte a una sindrome, a un disturbo psicologico. L’alienazione parentale è un processo psicologico che coinvolge e a cui contribuiscono tutte le figure familiari: madre, padre e figlio». La dinamica, semplificando, è sempre la stessa: il genitore alienante deforma la realtà, parla male dell’ex partner, lo denigra manipolando il minore. L’alienato invece «si mostra solitamente passivo e arrendevole, e con questo atteggiamento conferma di fatto la versione del soggetto dominante».

In mezzo c’è il bambino alle prese con un «conflitto di realtà». «Non sa a chi affidarsi, a chi essere leale», continua Pingitore, «diventa così portavoce del genitore alienante, il megafono inconsapevole della sua rabbia, del rancore nei confronti dell’ex». Almeno in un primo momento. Poi, con gli anni la situazione tende a cronicizzarsi. «Il bambino cresce, non ripete più a pappagallo ciò che sente dal genitore alienante, ma inizia a formarsi un pensiero sì frutto di condizionamento, ma autonomo. E a quel punto intervenire diventa complicato».

UN GENITORE È IL BENE, L’ALTRO IL MALE. «A mia figlia il padre ha fatto un lavaggio del cervello», insiste G. che non intende arrendersi a quella che lei definisce senza mezzi termini una «violenza». «Mi parlava come un automa, un robot». Agli psicologi, spiega Pingitore, «i bambini alienati rispondono in modo dicotomico, prendendo posizioni assolute». Non ci sono sfumature, insomma: un genitore è il bene e l’altro si trasforma nel male assoluto. «Tanto che in alcuni casi i piccoli non vogliono nemmeno entrare nell’aula o nello studio in presenza del genitore alienato».

C’È PURE L’ARMA DELL’ABUSO INVENTATO. La casistica è lunga e variegata. Alcuni bambini, continua l’esperto, riportano come propri ricordi d’infanzia che sono stati raccontati loro dal genitore dominante, come per esempio: «Mamma quando ero piccolo non mi faceva studiare»; fanno riferimento ad alimenti non pagati. O vivono una realtà deformata. Fino ai casi più gravi in cui si arrivano a inventare violenze e abusi sessuali. «Il padre che era stato amorevole per 10 anni, dopo la separazione si trasforma in un orco», conferma Pingitore.

Ogni anno sono 42 mila le separazioni. Metà delle quali conflittuali.Storie che sembrano fantascienza. Ma che fantascienza non sono. L’alienazione non è un fenomeno raro, anzi. «Si tratta di un problema di relazione trasversale», spiega Margherita Corriere, avvocato matrimonialista. «Sono più numerosi i casi di alienazione paterna solo perché nella maggior parte dei casi il collocatario prevalente è la madre. Il genitore che sta più tempo col bambino innesca così un meccanismo simbiotico per annullare l’altra figura genitoriale. Per vendetta, per fargliela pagare».

BIGENITORIALITÀ DA RICONOSCERE. In altri casi, dice invece Stefano Buffi del Centro Antiviolenza Bigenitoriale di Trento, accade il contrario. A innescare la dinamica può essere anche il genitore che passa meno tempo con il figlio: «Se il padre per esempio entra in aula e già sa che ne uscirà perdente», spiega, «allora non è escluso che metta in atto determinati comportamenti. Non è una giustificazione, certo. Ma se denuncio maltrattamenti da parte dell’ex lo faccio per ottenere qualcosa che so di non potere ottenere per altre vie». Per questo Buffi si batte per il pieno riconoscimento del principio della bigenitorialità.

ENERGIE SOTTRATTE AI MAGISTRATI. A fare le spese di questa guerra – della quale non si conoscono numeri certi – sono i bambini, proprio coloro che i genitori giurano di voler tutelare. Piccoli che in caso di denuncia di falsi abusi diventano cavie, trascinati da una perizia all’altra. Tutte energie, fa notare Corriere, «sottratte alla magistratura impegnata a indagare sulle vere violenze domestiche». «La cosa che mi fa più arrabbiare», sbotta l’avvocato, «è che quando ci troviamo davanti a abusi reali spesso la famiglia si chiude nell’omertà e nel silenzio. Mentre per vendetta una madre o un padre non esitano a distruggere la vita del figlio e quella dell’ex partner, costretto a difendersi per nulla».

«SERVONO GIUDICI E AVVOCATI FORMATI». Vista la gravità e la delicatezza della situazione, sottolinea Corriere, «oggi più che mai è necessario che avvocati e giudici siano formati. «Chi la mattina si occupa di pignoramenti non si può reinventare nel pomeriggio matrimonialista. Lo stesso vale per la magistratura: occorre una sezione famiglia che sia veramente tale». Non solo. «Molti colleghi», mette in chiaro, «alimentano il conflitto tra i genitori, facendosi esecutori dei clienti». Buffi va giù ancora più duro. «Il contenzioso è un business. Tra parcelle, ricorsi e perizie stiamo parlando di decine di migliaia di euro».

Il piccolo bambino alienato soffre di conflitto di realtà. I danni dell’alienazione familiare sono pesanti, a volte irreversibili. Per questo, come spiega lo psicologo Pingitore, è necessario intervenire subito. «Il primo fattore negativo è il tempo», insiste. Senza un intervento efficace, i legami col genitore alienato possono rompersi per sempre, una volta che il figlio diventa maggiorenne. In Italia, denuncia Pingitore, «purtroppo siamo all’anno zero degli interventi post sentenza».

L’OPZIONE DI STRUTTURE PROTETTE. Molto dipende dall’età del minore. «Il tribunale può ordinare l’inversione del collocamento», attuabile però con i più piccoli, visto che un 14enne potrebbe opporsi. «In questo caso il genitore alienante si fa scudo, si nasconde, dietro il rifiuto del figlio», spiega sempre Pingitore. In situazioni più gravi, invece, i minori possono essere affidati per alcuni mesi a una struttura protetta per riparare i danni dell’alienazione genitoriale subita, per essere poi affidati esclusivamente al genitore alienato.

«PER ANNI MI SENTIVO IN TRAPPOLA». In ogni caso, è il bambino a pagare il prezzo più alto. Un prezzo che conosce bene F., ex bambina alienata. «Mi sentivo in trappola», ricorda a L43. «Urlavo contro mio padre, anche se la cosa non mi piaceva. Se non mi comportavo così, però, sentivo di tradire mia madre con la quale vivevo. Non potevo comportarmi diversamente». Dai 13 ai 17 anni, F. non ha avuto alcun contatto col padre e con la sua famiglia. «Mamma continuava a ripetere che lui non ci voleva bene, che se ne fregava di noi», aggiunge. «Diceva che voleva più bene ai figli avuti dalla sua nuova compagna e attaccava anche mia nonna paterna, travisando regolarmente le sue parole. Arrivò a sostenere che voleva noi nipoti morti. Così io chiesi di poter chiamare babbo il nuovo compagno di mamma».

A 19 anni mi sono fidanzata con un ragazzo che casualmente conosceva bene mio padre. E così ho aperto gli occhi

Col tempo però alcune cose cominciarono a non quadrare. «Diventata adolescente, iniziai a ribellarmi, ma rischiavo di prenderle. Anzi, tante volte da mia madre le presi proprio». Per quieto vivere, fino a quando è rimasta in casa con lei, F. ha accettato la situazione. «Poi a 19 anni mi sono fidanzata con un ragazzo che casualmente conosceva bene mio padre. E così ho aperto gli occhi».

PEZZETTI DA RIMETTERE ASSIEME. Ora F. ha ricostruito il rapporto col «babbo», come lo chiama lei da toscana, e ha avuto un figlio. Alla madre, ammette F., fa ancora fatica «ad andare incontro», anche se le pesa che non ci sia un vero rapporto nonna-nipote. La maternità, poi, l’ha «ricatapultata nella rielaborazione» dei ricordi. «Ci sono ancora cose che devo superare, strascichi di quello che ho passato», ammette. «E tanti pezzetti da rimettere insieme».

Fonte/Credits: www.lettera43.it

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