Trump alla Casa Bianca: cosa resta della presidenza Obama?

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di Sara Siddi

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Il 10 gennaio 2017, dopo otto anni di presidenza, Barack Obama ha pronunciato il suo discorso di commiato al popolo americano. Lo ha fatto davanti alla folla festante che gremiva il McCormick Place di Chicago e a circa 24 milioni di spettatori in tv. La tradizione – iniziata da George Washington nel 1796 – vuole che il Presidente degli Stati Uniti (POTUS) uscente si rivolga al popolo americano per pronunciare il discorso finale della sua presidenza e lasciare la sua eredità al successore. Obama ha sì continuato nel solco della tradizione ma, anziché pronunciare il suo addio dallo Studio Ovale della Casa Bianca, ha scelto di concludere il suo cammino presidenziale proprio nella città che lo aveva accolto, giovane neolaureato, tre decenni prima. Come per chiudere un cerchio. O forse – ancora di più – per mettere un punto, andare a capo e continuare un nuovo capitolo della storia, sua e del Paese.

Il suo era un discorso atteso e carico di aspettative. Non solo perché arrivava a conclusione di un percorso amministrativo impegnativo, sia sul fronte interno sia su quello internazionale, ma ancora di più perché andava a sottolineare la fine di un periodo politico e l’inizio di una nuova, particolarmente delicata fase della vita democratica americana. E proprio la democrazia – con la sua esigente complessità – è stata al centro del suo discorso di commiato.

Non si è trattato di nulla di particolarmente nuovo nella brillante retorica obamiana. La democrazia, la coscienza civica e la partecipazione civile così come la necessità di guardare al passato del Paese con occhio critico e al futuro con rinnovato slancio sono stati spesso i pilastri sui quali si sono basati i tantissimi interventi dell’Obama senatore, prima, e presidente, poi. Tuttavia, è innegabile che i risultati delle elezioni presidenziali del novembre 2016 abbiamo influito sulla scelta di trattare con particolare veemenza alcuni argomenti, enfatizzando la rilevanza di determinati concetti e principi e richiamando gli americani alla memoria storica.

Da subito Obama sceglie di soffermarsi sul carattere comunitario della democrazia. Per quanto l’uniformità non sia da considerarsi una caratteristica della vita democratica, non vi può essere democrazia senza un comune senso di solidarietà, senza «l’idea che, nonostante tutte le nostre differenze, noi siamo un unico popolo; che cadiamo e ci rialziamo insieme». Con un chiaro richiamo al discorso pronunciato dopo la vittoria alle presidenziali del 2008 – nel quale riaffermò «quella fondamentale verità, che da molti, siamo uno solo» – Obama ha voluto sottolineare come, a di là delle personali provenienze e delle divergenze politiche, il funzionamento della democrazia richieda unione di intenti e condivisione delle responsabilità.

Alcune delle minacce che rischiano di indebolire il social compact americano hanno tristemente caratterizzato la storia degli Stati Uniti – in primis le tensioni razziali – mentre altre derivano dai più recenti sviluppi socio-economici, politici e demografici interni ed esterni alle singole nazioni – si pensi all’ineguale distribuzione del benessere economico, al cambiamento climatico o alla minaccia terroristica. Obama ha richiamato gli americani contro questi pericoli, li ha esortati a non cadere vittime della disinformazione e della paura, ad osservare i fatti e ad esercitare responsabilmente il proprio intelletto. Ha ricordato loro che:

«è quello spirito – la fiducia nella ragione, nell’intraprendenza, e nel primato della giustizia sul potere – che ci ha permesso di resistere al richiamo della tirannia e del fascismo durante la Grande Depressione e di costruire un ordine mondiale post-bellico in collaborazione con altre democrazie, un ordine basato non solamente sul nostro potere militare o su affiliazioni nazionali, ma sui principi: lo stato di diritto, i diritti umani, la libertà di religione, parola e riunione e su una stampa indipendente».

In questo particolare passaggio, non risulta difficile cogliere il riferimento ai cambiamenti in atto a Washington e alle conseguenze che questi potrebbero avere non solo sulla vita politica americana ma anche sull’ordine mondiale che, per decenni, ha trovato negli Stati Uniti il proprio garante. Le parole di Obama, pertanto, suonano come un monito per gli anni a venire, una chiamata alla partecipazione. La democrazia non può essere data per scontata, proprio perché si basa sul coinvolgimento attivo della cittadinanza. È compito quindi dei cittadini americani mantenerla in vita, vigilando sulle sue istituzioni, chiamandole a rendere conto delle decisioni prese e al rispetto dei valori sulle quali si fondano.

Gli eventi delle ultime settimane, successivi all’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, hanno mobilitato grandi porzioni della cittadinanza americana. Piazze e aeroporti si sono trasformati in luoghi di protesta e partecipazione. La società civile – guardiana designata della democrazia – ha quindi raccolto l’invito lanciato dall’ormai ex Presidente e ne ha fatto, probabilmente, la sua più forte eredità. Un’eredità che tende la mano al futuro del Paese ancorandolo alle sue fondamenta valoriali, prime fra tutte la centralità del popolo e il suo diritto-dovere a partecipare: «in fin dei conti, ce lo chiede la nostra democrazia. Non solo quando c’è un’elezione, ma nell’arco di tutta una vita. […] Fatevi avanti, fatevi sotto. Perseverate».

In un’epoca di diffusi malcontento e disillusione nei confronti della politica – al netto degli errori di policies commessi, sui quali si potrà e dovrà discutere e riflettere – Obama ha cercato di incarnarne il volto originario: quello che la vuole al servizio e strumento dei cittadini e che richiede a chi si mette in gioco «passione, senso di responsabilità e lungimiranza», come ebbe a dire Weber. Nel 2008 gli Stati Uniti decisero di dare fiducia a questo giovane, poco conosciuto senatore dell’Illinois. Nove anni dopo quel senatore, diventato Presidente, chiede loro un nuovo atto di fiducia, stavolta però verso se stessi e la propria democrazia, perché «più spesso di quanto pensiate la vostra fiducia nell’America e negli americani sarà confermata. La mia lo è stata di certo».

*Sara Siddi è dottoranda di ricerca in Istituzioni e Politiche, Università del Sacro Cuore, Milano.

Photo credit: AP Photo/Pablo Martinez Monsivais

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