Trump chiama Netanyahu e lo invita alla Casa Bianca

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Conversazione telefonica “molto cordiale” ieri tra il neo presidente statunitense e il premier israeliano durante la quale si è discusso del nucleare iraniano e della questione palestinese. Sullo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, Washington frena: “siamo solo all’inizio”. Annunciate, però, 556 nuove unità abitative nella parte orientale della città. Tel Aviv frena (per ora) sull’annessione di Ma’aleh Adumim

di Roberto Prinzi

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Roma, 23 gennaio 2017, Nena News – Il buongiorno si vede dal mattino. E così, dopo solo due giorni dall’insediamento ufficiale alla Casa Bianca, il neo presidente Usa Donald Trump ha già compiuto un primo passo molto indicativo su quella che sarà la sua politica estera: ha invitato a Washington il prossimo mese il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Invito che è stato subito accettato con gioia da Tel Aviv.

“Il primo ministro ha espresso il suo desiderio di lavorare da vicino con il presidente Trump per pianificare una visione comune che possa far avanzare la pace e la sicurezza nella regione” recita un comunicato dell’ufficio di Netanyahu che descrive la telefonata avuta ieri tra i due leader come una “conversazione molto cordiale”. I temi della chiamata sono stati essenzialmente due: l’accordo sul nucleare iraniano (che entrambi criticano duramente) e la questione palestinese. Trump, che a sua volta ha definito la chiacchierata “molto piacevole”, ha detto all’alleato israeliano che la pace con i palestinesi “può essere solo negoziata direttamente tra le parti” (quindi senza passi unilaterali) e che gli Stati Uniti assicureranno un “impegno senza precedenti per la sicurezza d’Israele” e per la lotta al terrorismo.

Dopo aver avuto un rapporto non facile con Obama – più a livello personale che politico essendo stata la passata amministrazione quella che ha garantito a Tel Aviv il piano di aiuti militari più ampio mai concesso dagli Usa a un altro Paese – , Netanyahu sa bene che l’elezione di Trump rappresenta un’occasione ghiottissima per accelerare l’attività coloniale in Cisgiordania e a Gerusalemme est e affossare così definitivamente la possibilità di uno stato palestinese. Uno dei principali promotori della politica espansionistica israeliana è il ministro dell’Istruzione Naftali Bennet (Casa Ebraica).

Il leader dei nazionalisti religiosi, forte dell’approccio più “tollerante” del nuovo inquilino della Casa Bianca verso gli insediamenti illegali nei Territori Occupati, non solo nega la possibilità di uno stato palestinese, ma chiede con insistenza da tempo l’annessione del grosso insediamento di Ma’aleh Adumim (vicino a Gerusalemme) al territorio israeliano. Idee su cui Netanyahu concorda pienamente, ma la cui realizzazione preferisce astutamente rimandare. “Sostengo la sovranità israeliana a Ma’aleh Adumim – ha detto il premier citato dal portale israeliano Walla – non c’è alcun dubbio a riguardo [al punto che] in qualunque accordo sarà sotto il nostro controllo. Ma ora, su richiesta dell’amministrazione Usa, ci è stato chiesto di evitare di fare sorprese, [ma piuttosto] di formulare una politica comune”.

Posticipare sì, ma non troppo sia chiaro: il Gabinetto di sicurezza (c’era anche Bennet) ha deciso “all’unanimità” di congelare l’annessione di Ma’aleh Adumim fino a quando Netanyahu non incontrerà Trump a Washington. Una data precisa dell’incontro non è stata ancora ufficializzata, ma la stampa israeliana fa sapere che dovrebbe trattarsi di inizio febbraio. Il premier, sostengono i media locali, ha poi tranquillizzato Bennet promettendo che continuerà a costruire nella parte orientale di Gerusalemme (che, per diritto internazionale, è territorio occupato appartenente ai palestinesi) e nei maggiori “blocchi” coloniali in Cisgiordania che Israele vorrà tenere sotto controllo in un futuro accordo di pace.

La “visione” del premier, riferisce il canale 2 israeliano, è di porre tutti gli insediamenti sotto la sovranità israeliana. Il suo attendismo non piace affatto ai falchi del suo esecutivo, ma i progetti espansionistici annunciati ieri sembrano aver convinto momentaneamente gli esponenti più estremisti del Gabinetto di sicurezza al punto da farli indietreggiare sull’annessione di Ma’aleh Adumim. Una intesa, però, che ha carattere solo temporaneo. Il leader di Casa ebraica del resto è stato chiaro su Twitter: “per la prima volta in 50 anni, il premier può scegliere: o la sovranità [israeliana] o la Palestina”. La scelta di annettere proprio Ma’aleh Adumim (40.000 abitanti) non sarebbe casuale: collocata al centro della Cisgiordania, una sua inclusione nello stato ebraico di fatto impedirebbe definitivamente la fondazione di uno stato palestinese. “Se diventerà davvero parte d’Israele, la Cisgiordania sarà tagliata in due” ha detto allarmata Hagit Ofran del movimento di sinistra extraparlamentare Peace Now.

Coloni ed estremisti di destra, intanto, guardano il presente e il futuro con maggiore ottimismo ora che c’è Trump a guidare gli Usa. Israele, infatti, potrà innanzitutto avvantaggiarsi del nuovo ambasciatore scelto da Washington per lo stato ebraico. David Friedman è noto per essere molto vicino agli ambienti dei coloni e profondamente ostile alla causa palestinese. La vicinanza della nuova amministrazione ai settler è apparsa con tutta evidenza venerdì quando a presenziare al giuramento del neo presiedente vi era anche una discreta rappresentanza di esponenti degli insediamenti.

C’è poi la questione dello spostamento dell’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme più volte annunciata da Trump. Se ciò dovesse avvenire i palestinesi vedrebbero riconosciuta per la prima volta in modo concreto la Città Santa come “capitale” dello stato Israele. Un atto che, se realizzato, violerebbe in modo palese il diritto internazionale e genererebbe un’ondata di proteste e violenze non solo in Palestina, ma nell’intera regione. L’addetto stampa della Casa Bianca, Sean Spicer, ha preferito al momento calmare un po’ gli animi affermando che le discussioni su Gerusalemme sono soltanto “all’inizio”.

Le dichiarazioni totalmente sbilanciate di Trump a favore di Israele preoccupano non poco i palestinesi. Il presidente Mahmoud Abbas non a caso ieri ha incontrato il re giordano Abdullah II ad Amman con cui ha discusso dei pericoli derivanti dall’eventuale spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme (la Giordania custodisce i siti sacri musulmani in città). “Se questa cosa dovesse accadere, implementeremo le misure concordate con i giordani” ha detto Abbas senza spiegare quali saranno questi provvedimenti. “Desideriamo due cose dalla nuova amministrazione Usa: per prima cosa, che la smetta con queste discussioni sul trasferimento dell’ambasciata; in secondo luogo, che sia coinvolta a condurre negoziati seri fra la Palestina e Israele che possano portare ad una soluzione politica” ha poi aggiunto.

Ma le possibili iniziative palestinesi non preoccupano affatto l’amministrazione comunale israeliana di Gerusalemme che ieri ha dato l’ok alla costruzione di 556 nuove case nei “quartieri” nella parte orientale della città (quella palestinese). “Per otto anni siamo stati pressati a congelare le costruzioni – ha dichiarato il sindaco Nir Barkat – spero che questa epoca sia finita”. Immediata la risposta palestinese che con un suo ufficiale, Nabil Abu Rdeneh, ha invitato l’Onu ad agire perché “è giunta l’ora che la si smetta di trattare Israele come uno stato al di sopra della legge”.

Stamane, intanto, due ong locali, “la Commissione pubblica contro la Tortura in Israele” e “Adalah”, hanno chiesto al dipartimento indagini della polizia del ministero di aprire un’inchiesta su come e perché i poliziotti avrebbero sparato al parlamentare Odeh durante le proteste della scorsa settimana a Umm al-Hiran. Maggiore chiarezza è stata richiesta sabato anche da alcuni parlamentari dell’opposizione israeliana. Non solo su quanto accaduto ad ‘Odeh (rimasto ferito leggermente alla testa e alla schiena), ma soprattutto sul palestinese ucciso quel giorno nel villaggio beduino. “L’autopsia di Abu al-Qia’an mostra come la polizia israeliana sia stata responsabile della sua morte e di quella del poliziotto Erez Levi” ha affermato la leader di Meretz, Zehava Galon. “Bisogna stabilire una commissione d’inchiesta che riveli la sequenza degli eventi avvenuti ad Umm al-Hiran, [che indaghi sulle] versioni contrastanti della polizia e sull’istigazione contro i parlamentari arabi e gli abitanti del villaggio”.

Secondo il notiziario di Canale 10, l’esame autoptico sul corpo di Abu al-Qi’an ha rivelato che uno dei proiettili sparati dalla polizia sulla vettura su cui viaggiava lo ha colpito sul ginocchio destro frantumandolo. La pallottola avrebbe quindi fatto perdere il controllo della vettura alla vittima che avrebbe involontariamente premuto sul pedale dell’accelerazione investendo i poliziotti (uccidendone uno). L’autopsia, in pratica, sembrerebbe confermare la versione palestinese secondo cui l’uomo non aveva alcuna intenzione di compiere un attentato “terroristico” contro gli israeliani come invece ha sostenuto il premier Netanyahu. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

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