Maurizio Ballistreri Il nostro socialismo

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Nel 1978 Lucio Dalla cantava “…la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno. Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno, anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno”: fuori dalla metafora al confine della realtà di una canzone che è un vero e proprio testo poetico tra le ombre di Edgard Allan Poe, il verismo, l’ermetismo, il futurismo il postmoderno letterario, ispirata da un’onirica visione quasi da veggente, per “L’anno che verrà” gli italiani vorrebbero dalla loro classe politica alcune cose di buon senso. Non nuove leggi ma abrogazioni di pessimi provvedimenti in primo luogo. Il Job Act, con il ritorno dell’art. 18 per la tutela reale contro i licenziamenti e la cancellazione della vergogna dei voucher; e, poi, la cancellazione della “riforma Gelmini”, che ha devastato gli atenei italiani, della “buona scuola” e della cosiddetta “riforma della Pubblica Amministrazione”, firmata dal ministro Madia, bocciata clamorosamente dalla Corte costituzionale.
La conseguenza politica dovrebbe essere, quindi, l’ ”abrogazione”, del governo Gentiloni, che contro il voto popolare è stato insediato, caso unico nelle democrazie occidentali in cui chi ha perso continua a governare, peraltro assai male, con le vergognose dichiarazioni sui giovani del ministro del Lavoro Poletti! Già, hanno “straperso”, per dirla con Renzi, e governano, a dispetto del popolo, il demos fondamento della “democrazia”, con un vero e proprio esecutivo del “Sì”, sonoramente battuto nel referendum costituzionale, con la signora Maria Elena Boschi, già ministro delle Riforme, addirittura promossa ad un ruolo chiave, quello di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, vero e proprio insulto in faccia a 20 milioni di cittadini e cittadine della nostra Repubblica, la cui volontà è, ancora una volta, piegata al cartello di lobby che tiene in ostaggio la sovranità popolare: alta finanza, grandi imprese, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario e banche, quest’ultime beneficiarie del primo provvedimento del nuovo governo, assunto (manco a dirlo!) in via d’urgenza: 20 miliardi per salvare il Monte dei Paschi di Siena e altri istituti di credito. E per i disoccupati, i pensionati al minimo, i piccoli imprenditori strozzati dalle tasse e dalla burocrazia e il Sud? Nulla, mentre avanza l’incubo della deflazione e dell’ulteriore crisi dei consumi delle famiglie.
E, naturalmente, il pensiero corre al socialismo italiano, con polemiche che rischiano di distruggere ciò che di organizzato ancora resiste. Ma perché, invece di procedere ad nuovo burocratico congresso, che rischia di trasformare il Psi dalla vecchia “piccola cooperativa” ad una ditta individuale, non si promuovono gli Stati Generali del socialismo italiano, per costruire quel “socialismo largo” di cui parla un leader della storia socialista come Rino Formica; un socialismo largo che pure esiste nel nostro Paese e di cui la politica e i cittadini abbisognano. Associazioni, fondazioni, personalità, intellettuali, dirigenti di organizzazioni sindacali e della rappresentanza sociale e soprattutto giovani, tutti impegnati a ricostruire una forza politica coerentemente legata alla tradizione del socialismo democratico italiano ed europeo, quest’ultimo prima della deriva liberista, blairiana e merkelliana degli ultimi anni.
È sempre attuale il monito lasciatoci da Pietro Nenni all’alba degli anni ’80 del ‘900 sulle colonne di Mondoperaio, proprio durante una delle ricorrenti divisioni del Psi: “Tutto è in questione, tutto è posto di fronte all’alternativa di rinnovarsi o perire”.

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