Von Hayek e il neoliberismo: alle radici di un dogma

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di Fabio Cabrini
Sapete chi è uno dei padri del neoliberismo, teoria economica oggi imperante nel mondo occidentale e introdotto per la prima volta nel Cile di Pinochet? Un tale Friedrich August Von Hayek, nato a Vienna l’8 maggio 1899 e deceduto a Friburgo il 23 marzo 1992 a 93 anni, a conferma del detto popolare secondo cui i peggiori se ne vanno sempre per ultimi. Von Hayek sosteneva che il mercato, seppur mai perfettamente in equilibrio per via dei disturbi monetari, è sempre da preferire ad un sistema che distorce la libera concorrenza magari attraverso politiche pubbliche volte alla redistribuzione della ricchezza. Per questo signore, infatti, la giustizia sociale doveva essere considerata un mito da sfatare, una superstizione che non poteva trovare asilo nel pensiero economico.
Da 25 anni circa il suo pensiero domina indisturbato perché manca una forza che lo contrasti seriamente e da 25 anni, a fronte di un imponente crescita dei processi tecnologici, assistiamo a un regresso sociale drammatico che sta allargando sempre più la forbice tra la grande ricchezza e la sempre più diffusa povertà, riportandoci alle condizioni di vita di 100 anni fa. 
Ritengo sia assai interessante citare un episodio che accadde nel 1932, prima, però, una breve introduzione: Hayek scrisse un libro intitolato “Prize and production”, pubblicato nel 1931, in cui possiamo leggere le sue analisi sul capitale che prendono le mosse dalla teoria del “periodo medio di produzione” di Bohm-Bawerk. In cosa consiste tale teoria? Nel ritenere che il sistema capitalistico trovi un suo naturale equilibrio se lasciato agire senza vincoli esterni, e tale equilibrio si traduce nel pieno impiego di tutte le risorse. 
Cosa s’intende per “periodo medio di produzione”? S’intende che in un bene finito ci sono tante quantità di lavoro prestate in momenti diversi e la media di tutti i periodi di immobilizzo rappresenta il periodo medio di produzione. Perché è importante conoscere questo concetto? Per il semplice motivo che l’attesa necessaria per poter immettere un bene finito sul mercato, pur essendo un sacrificio per l’imprenditore è anche la sua potenziale ricchezza in quanto determina il saggio di profitto e più è lungo il periodo medio di produzione, che viene deciso dalla voce silenziosa dal mercato, più alto sarà il guadagno. 
Il periodo di attesa, per Bohm-Bawerk, insomma, è la valvola che determina l’equilibrio tra risparmi, necessari per il consumo, e gli investimenti atti a produrre beni. Hayek si spienge oltre introducendo la questione dei disturbi monetari presa a prestito dall’economista svedese Wicksell. Anche qui in sintesi: il tasso d’interesse monetario, cioè quello determinato dalla domanda e dall’offerta di moneta, poteva essere diverso dal tasso d’interesse “naturale” che è quello che equilibra il sacrificio dell’attesa con la produttività che verrà soddisfatta nel consumo. Ciò gli serve per spiegare come il capitalismo sia un sistema che genera cicli che sfiorano il punto di assoluto equilibrio senza toccarlo mai. 
La sua tesi finale, come già sottolineato in apertura, è questa: è sempre preferibile un sistema che vive nel disequilibrio, produttore del fenomeno della disoccupazione, per fare un esempio, che uno in cui viene lesa la libertà di produrre ricchezza liberamente attraverso il mercato. Perché ho cercato di fare una sintesi del suo ragionamento? Veniamo al 1932. In quel periodo lo scontro fra Hayek e Keynes era molto acceso, con il primo che non perdeva occasione per sostenere la fallacia della teoria economica del secondo. 
Keynes cosa fece? Chiese a un suo amico, l’economista Piero Sraffa, di scrivere una recensione del libro “Prize an production”. La recensione, che uscì sulla pagine dell’ Economic Journal, fu una vera e propria stroncatura che distrusse le fondamenta della teoria di Hayek. Per Sraffa, infatti, era totalmente scorretto parlare di UN saggio naturale d’interesse in un mondo in cui cambia costantemente la struttura produttiva che determina una modificazione dei prezzi relativi. Quindi, esistono tanti tassi d’interesse naturali (saggi di profitto) quante sono le merci presenti nel sistema e questa deduzione lo portò alla seguente conclusione: in un sistema estremante articolato in cui il progresso tecnico è in continua evoluzione, non è possibile fondare una teoria dell’equilibrio a partire dal confronto fra il tasso d’interesse naturale (che non c’è) e il tasso d’interesse monetario. Sraffa, insomma, distrusse la teoria dei cicli pensata da Hayek secondo cui l’inflazione (ciclo discedente) sarebbe determinata da un tasso monetario inferiore a quello naturale. 
Hayek a tale critica rispose in maniera poco convincente e dopo una decina di anni rinunciò a occuparsi di teorie del capitale. Tutto questo per dire cosa? Che le regole che oggi dominano l’economia mondiale trovano origine nel pensiero di un economista che dal 1941 rinunciò a elaborare una propria teoria sul sistema capitalistico…. 25 anni di disastri partoriti dal neoliberismo hanno palesemente messo in luce che non vi è la minima correlazione fra l’ottimizzazione dell’allocazione delle risorse in nome del mercato e il concetto di utilità sociale, dimostrando empiricamente il suo carattere fallimentare e insostenibile.

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