Verso lo sciopero femminista internazionale dell’8 marzo. Intervista a Morgane Merteuil

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Intervista a Morgane Merteuil di Federica Giardini 
Relazioni pericolose – Merteuil è la marchesa dell’omonimo romanzo del libertino Laclos – sono all’opera nel sex work, quando si fa postazione politica. Ne parliamo con Morgane Merteuil, per un affondo su sfruttamento e dominio, tra lavoro salariato, illegalismi e pluralismo dei regimi regolativi.
Nel tuo percorso c’è l’esperienza di sex worker, dello Strass (Syndicat du travail sexuel) e di polemista contro le campagne per l’abolizione della prostituzione. In cosa il lavoro del sesso è postazione avanzata per l’analisi, la critica e la creazione di «nuovi possibili»?
“Come lavoratrice del sesso mi sono confrontata con diversi discorsi femministi. Alcuni credo stigmatizzino chi non si adegua al modello che promuovono, quello di «donna emancipata», che dispone liberamente di denaro, sessualità, sentimenti, un modello non accessibile a tutte. Per di più, sanciscono una distinzione tra percorsi femminili più o meno «degni». Di conseguenza, il lavoro sessuale è incompatibile con la dignità, perché consisterebbe nel mettere la propria sessualità al servizio altrui. Invece, dal punto di vista delle lavoratrici, il senso di dignità può risultare da un lavoro che permette di nutrire la propria famiglia, educare i figli, o semplicemente disporre dei mezzi per vivere.”
Sulla prostituzione si pronunciano soprattutto i femminismi di Stato, il rapporto con le politiche pubbliche è senza via d’uscita?
“Non direi che il piano delle politiche pubbliche vada abbandonato. Potrebbero servire da occasione, essere uno degli strumenti delle lotte femministe. Il fatto è che oggi molte politiche pubbliche sono responsabili dell’oppressione delle donne. È dunque opportuno affrontare la questione. Uno dei problemi, dopo mezzo secolo di intense lotte femministe, sta nel fatto che il femminismo, più che affrontarla e trasformarla, si è «integrato» nella politica di Stato. Solo quando l’integrazione della questione femminile si manifesta nelle sue forme peggiori, si comincia a porsi il problema. È successo l’estate scorsa, durante lo scontro sul burkini al mare: quelle che si erano schierate a favore dell’esclusione delle donne velate dalle scuole, si sono accorte che le loro tesi venivano adottate a prescindere dalle loro intenzioni e con finalità che loro stesse consideravano razziste. Un episodio che dà da pensare. Le femministe che da anni incoraggiano la stigmatizzazione dell’Islam in nome dell’uguaglianza tra uomini e donne dovrebbero assumersi le loro responsabilità.”
Quali rapporti vedi tra il ritorno di discorsi familisti e nazionalisti e la nuova questione della divisione del lavoro, del lavoro produttivo e improduttivo, della divisione tra cittadini ed espulsi?
“Non conosco approfonditamente la situazione in Italia, ma in Francia i discorsi sulla famiglia e sulle migrazioni fanno emergere le contraddizioni di un contesto neoliberale che procede verso una crescente privatizzazione della riproduzione sociale. Non direi che in Francia sia molto diffuso il discorso familista, anche se i rischi ci sono, basta pensare alla capacità di mobilitazione di forze reazionarie, come nel caso dell’iniziativa «La Manif pour tous», e all’influenza che possono avere sulle politiche pubbliche, in particolare in merito all’educazione e ai diritti riproduttivi. Va però tenuto presente che la Francia ha un tasso di natalità superiore ad altri paesi europei, fattore che viene attribuito alle migranti, e che è proprio su di loro che gravano le attività di riproduzione sociale, la cura di bambini e anziani, le cure infermieristiche. Così, se la divisione sessuata del lavoro sembra essersi depotenziata, è perché ne è subentrata una nuova, sessuale e razziale.”
A partire dal tuo percorso come si presenta il fenomeno della violenza sessuata?
“In effetti, dall’esperienza di una lavoratrice del sesso la prospettiva sulla violenza contro le donne si articola, ad esempio, come una questione che non è solo legata alle «violenze maschili», ma al luogo di produzione politica di questa violenza. Si tratta di concepire le violenze di cui possono essere vittime le lavoratrici del sesso non come effetto della «malevolenza» di alcuni individui, ma come risultato del modo in cui lo Stato istituisce i rapporti di dominio, ad esempio quando rende alcune donne e/o alcune lavoratrici «illegali», nell’intento di combattere l’immigrazione.”
Per l’analisi del presente riprendi le tesi di Lotta femminista (Dalla Costa, Del Re, Fortunati) – che negli anni Settanta lanciò la campagna per il salario al lavoro domestico, insieme ad elaborazioni più recenti (Federici, Weeks, Morini). Emancipazione delle condizioni di lavoro e liberazione dal dominio discorsivo sono oggi un fronte unico?
“Quel pensiero veniva dall’analisi della situazione sociale ed economica del dopoguerra, ma penso si possa utilizzarlo oggi in un contesto neoliberale. Aveva infatti mostrato come, in un periodo in cui il lavoro produttivo era socialmente separato da quello riproduttivo, la mancata retribuzione di quest’ultimo contribuiva al processo di accumulazione capitalistico. Si trattava di mettere in discussione quelle concezioni che naturalizzavano le «funzioni femminili» come anche l’idea di una sfera privata al riparo delle dinamiche capitalistiche. Ora, il neoliberalismo, attraverso le norme di flessibilità e privatizzazione che impone, tende a favorire proprio la sussunzione della sfera privata nella logica della produzione. Tende anche a rendere produttivo il soggetto per intero, costituito com’è da un insieme di discorsi: un soggetto orientato a valori di desiderio, di libertà, di realizzazione personale.Mi sembra importante cogliere le contraddizioni che il capitalismo induce nei soggetti come altrettante spinte a ripensare per quale «emancipazione» lottare, cioè se si tratti di «emancipare» se stessi, individualmente, o se si tratti di attaccare i rapporti di dominio e sfruttamento in vista di un’emancipazione collettiva.”
Dell’esperienza che hai fatto con lo Strass, parli in termini di rivendicazioni giuridiche ed economiche, ma soprattutto in termini di lavoro politico, di presa di coscienza, singolare e collettiva…
“Il lavoro del sindacato è tanto più importante perché le lavoratrici del sesso sono spesso isolate rispetto ad altre strutture sindacali o ad altre lotte, e perché l’organizzazione del lavoro in un contesto proibizionista incoraggia aspirazioni individualiste e piccolo borghesi. È dunque opportuno promuovere quelle rivendicazioni che comportano un’emancipazione collettiva. In effetti, la rivendicazione principale dei movimenti delle lavoratrici del sesso non è l’apertura di luoghi regolamentati, ma la depenalizzazione incondizionata e l’apertura delle frontiere.”
Il lavoro del sesso è stato per te occasione di denuncia e lotta contro le nuove forme di sfruttamento. Durante la grande manifestazione nazionale contro la violenza del 26 novembre è stata lanciato per il prossimo 8 marzo uno sciopero femminista planetario. Come immaginare uno sciopero dal lavoro di riproduzione, del lavoro sessuale, affettivo, relazionale?
“Di recente sto riflettendo sulla questione del punto di conflitto che i movimenti femministi mettono al centro. Il discorso che si concentra sugli «uomini, bianchi, etero, ricchi, abili, etc.» mi sembra sterile nell’aprire prospettive di lotta concrete e più ampie del solo piano interindividuale. Certo che questi beneficiano dell’oppressione delle donne, ma ho l’impressione che potrebbero farne a meno. Il fatto è che siamo sottoposte a logiche di sfruttamento, che coinvolgono anche loro. Uno «sciopero delle donne» può dunque essere uno strumento efficace per rendere visibile la divisione sessuale del lavoro, soprattutto il lavoro invisibile svolto dalle donne. Ma per ottenere trasformazioni cospicue, è necessario bloccare la produzione di profitto. Uno sciopero di questo tipo diventa difficile, perché non si tratta di bloccare una produzione di merci ma la riproduzione di esseri umani e perché quest’ultima è stata acquisita alla logica dell’accumulazione capitalista. Da questo punto di vista penso sia più efficace rivendicare e sviluppare una socializzazione del lavoro riproduttivo, con il duplice obiettivo di rivalorizzarlo e di permetterne la riappropriazione collettiva.”

Fonte: Il manifesto 

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