La svolta a destra dell’America latina: le implicazioni per la Palestina – Seconda Parte

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Un documento di sintesi che ripercorre la storia delle relazioni latinoamericane-palestinesi e valuta qual è la posta in gioco per la causa palestinese nel continente

di Cecilia Baeza – Al Shabaka

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Traduzione di Rosa Schiano

Roma, 21 gennaio 2017, Nena News – [continua da qui]

Il ruolo della diaspora ebraica e palestinese

Si stima che in America Latina risiedano un milione e mezzo di ebrei, dei quali oltre l’80% vivono in Argentina. Circa 120.000 ebrei vivono in Brasile. Negli anni ’20 furono create nella regione organizzazioni sioniste che svolsero un ruolo essenziale nello strutturare e influenzare queste comunità, di cui parte dei membri sono stati rappresentati tra le élite economiche e politiche locali.

Come in qualsiasi altra regione, la diaspora ebraica in America Latina non è uniforme. Benché la maggioranza delle istituzioni ebraiche abbia sempre mantenuto stretti legali con Israele, importanti dissidenti, voci di sinistra, molti dei quali erano trotzkiste, sono riusciti a farsi sentire.

Tuttavia, a partire dalla Seconda Intifada, un rigido allineamento con Israele è diventato prassi. Le principali organizzazioni ebraiche svolgono un ruolo attivo nel sostegno al governo israeliano ed alle sue politiche, principalmente impegnandosi nella diplomazia pubblica attraverso contatti personali e interviste con i media. Inoltre, spesso organizzano e sponsorizzano tour in Israele per giornalisti e membri dei rispettivi parlamenti come uno strumento per divulgare la narrazione israeliana della Palestina⁷.

La regione è anche abitata da un’ampia presenza araba, principalmente siriana-libanese. Alcuni osservatori ritengono che il 5% della popolazione latinoamericana sia di origine araba, ovvero circa 25-30 milioni di persone. Sebbene sia difficile reperire numeri affidabili, è chiaro che le più vaste comunità di siriani e libanesi si trovino in Brasile, Argentina, Venezuela e Messico. La popolazione palestinese della diaspora equivale all’incirca al numero di ebrei latinoamericani. Si trova soprattutto in due paesi: Cile, con 350.000 palestinesi e Honduras, con 120.000.

Molti latinoamericani di origine palestinese e siriana-libanese, come gli ebrei latinoamericani, fanno parte dei ceti alti e pertanto frequentano gli stessi quartieri d’élite, le università, i circoli. Questo segmento dell’alta società della diaspora ebraica e palestinese tende a sostenere i partiti della destra. Poiché la lotta per i diritti dei palestinesi è stata associata ai movimenti di sinistra e, fino agli anni ’80, alle guerriglie, gli interessi di classe e l’appartenenza politica hanno spesso allontanato questi benestanti latinoamericani di origine araba dalla causa palestinese⁸.

Sebbene altri segmenti di questa diaspora, soprattutto le classi medie, abbiano assunto un ruolo importante nella difesa dei diritti dei palestinesi, vi è assenza di unità all’interno della comunità, al contrario di quanto avviene in quella degli ebrei latinoamericani della diaspora, per i quali il sionismo rappresenta il legame che li unisce.

Valutare l’influenza dei gruppi di pressione della diaspora sulla politica estera dell’America Latina non è semplice; solo pochi studi empirici sono stati condotti sul tema. Tuttavia, si può dire che né le pressioni palestinesi né quelle sioniste possano da sole spiegare l’orientamento della politica estera. Con ciò non si intende negare l’importanza dei gruppi di pressione della diaspora, ma sottolineare che la loro efficacia dipende da un accumulo di fattori convergenti.

In generale, tali gruppi possono suggerire che una scelta politica vada in un senso o nell’altro, ma non sono mai il fattore determinante. Ad esempio, il voto a favore della ripartizione nel 1947 fu il risultato di un allineamento con gli Stati Uniti e di un supporto al sionismo dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, nonché della persuasività della diplomazia sionista si affidava alle comunità ebraiche locali per convincere i leader latinoamericani.

Per contro, l’attività di pressione araba a favore dei diritti dei palestinesi è stata relativamente debole fino agli anni 2000. Sebbene alla fine degli anni Settanta e Ottanta l’Olp abbia richiamato l’attenzione sulla causa palestinese tra i giovani latinoamericani di origine palestinese, i contesti autoritari che hanno caratterizzato gran parte dei paesi della regione all’epoca hanno limitato la sensibilizzazione e la mobilitazione politica a favore dei palestinesi. I processi di democratizzazione negli anni Novanta ridussero tali ostacoli, ma ormai l’atteggiamento di distacco della Olp impegnata con la promessa di un ipotetico progetto di costruzione di uno stato, aveva impedito la creazione di un più forte movimento pro-Palestina in America Latina.

Il fallimento e la delusione di Oslo e lo scoppio della Seconda Intifada nel settembre del 2000 spinsero le organizzazioni in sostegno dei palestinesi ad agire. Inoltre l’intifada destò particolare interesse nella diaspora grazie ad internet; finalmente, i latinoamericani di origine palestinese ebbero accesso diretto a cosa stava accadendo in Palestina senza il filtro dei media occidentali. E mentre molti legami transnazionali sono andati perduti col tempo, media online e social network sono stati fondamentali per riconnettere i palestinesi della diaspora alla società palestinese.

Lo status diplomatico conferito all’AP attraverso Oslo ebbe inoltre un effetto di mobilitazione. Il riconoscimento ufficiale da parte di autorità locali dell’AP permise ad alcuni membri conservatori della diaspora palestinese latinoamericana di sostenere una causa che era stata precedentemente etichettata come collegata al “terrorismo internazionale”. In seguito a questi sviluppi, i gruppi di pressione palestinesi divennero più consapevoli, articolati e persuasivi – e aiutarono le organizzazioni palestinesi a usare la propria influenza nella sfera politica.

Il Cile ne è un esempio. La creazione o la riattivazione di organizzazioni come la Fundación Palestina Belén 2000, la Federación Palestina e l’Unione Generale degli Studenti Palestinesi ha consentito attività politiche a favore della Palestina. Anche il gruppo interparlamentare cileno-palestinese, una coalizione di deputati di entrambi i partiti di destra e di sinistra, ha dato il proprio sostegno⁹.

Questa più ampia rete pro-Palestina include ricchi imprenditori, studenti, attivisti e politici. Ha lavorato in collaborazione con il governo cileno e le sue istituzioni. Per esempio, una serie di organizzazioni di solidarietà con la Palestina recentemente hanno invitato Hanan Al-Hroub, insegnante della Cisgiordania che nel 2016 ha vinto il Global Teacher Prize; Al-Hroub è stata ricevuta in Cile dalla presidente Michelle Bachelet.

Questi gruppi cileni approcciano al proprio lavoro con ideologie differenti. Benché prevedibile, tale eterogeneità può offuscare il messaggio politico della lotta palestinese e qualche volta ostacolare risultati positivi. Al contrario, in Cile come nel resto dell’America Latina, i gruppi ebraici sionisti sono molto più uniti nel proprio messaggio e nelle proprie attività. Così, sebbene gli anni 2000 abbiano visto una crescita dell’attivismo latinoamericano per i diritti dei palestinesi, strategie migliori dovrebbero essere attuate – in particolare di fronte alla rinnovato riemergere della destra.

Oltre i simboli: lo sviluppo di una campagna popolare

A livello governativo e diplomatico, il prossimo decennio si profila cupo per i rapporti latinoamericani-palestinesi. Tuttavia, uno sguardo più critico al “decennio d’oro” mostra che vi sono sempre stati ostacoli per il movimento pro-Palestina nell’interfacciarsi con le amministrazioni latinoamericane. Armati di strategie per lottare contro questi ostacoli, il movimento può e deve contare su altre risorse e alleanze per portare avanti la propria causa.

Anche quando i governi latinoamericani di sinistra realizzavano azioni a sostegno dei diritti dei palestinesi, gli interessi materiali di Israele non sono stati minacciati. Ad esempio, Israele e Mercosur (il blocco regionale sudamericano che comprende Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay) ad aprile 2010 hanno negoziato ed hanno stipulato un accordo di libero scambio.

Da allora vi è stato un significativo incremento nelle esportazioni israeliane a Mercosur, dagli 807 milioni di dollari del 2009 ai 1.3 miliardi di dollari nel 2012¹⁰. Il Brasile ora è la prima destinazione delle esportazioni israeliane in America Latina, ricevendo un terzo di tutte le esportazioni israeliane nella regione.

Il governatore di Rio Grande do Sul, Tarso Genro, figura prominente del Partito dei Lavoratori, ad aprile 2013 ha firmato un accordo di cooperazione nel campo della ricerca che fa di Elbit System la prima azienda militare israeliana a capo di un progetto militare brasiliano.

Fu anche sotto il governo del Partito dei Lavoratori che nel 2014 le compagnie di sicurezza israeliane ottennero circa 307 milioni di dollari in contratti militari con le Forze Armate Brasiliane. Inoltre, il governatore di Buenos Aires, Daniel Scioli, candidato con il partito di sinistra al governo Fronte per la Vittoria nelle elezioni presidenziali del 2015, ha firmato un accordo con Mekorot e Ashtrom BV (un marchio israelo-olandese) per la costruzione di un impianto regionale per il trattamento delle acque a La Plata. Questo rafforzamento dei rapporti economici ha contribuito ad agevolare o comunque a facilitare l’attuale svolta a destra.

Questo tipo di azioni posso essere contrastate dalle comunità palestinesi, dai movimenti sociali e dalle campagne popolari che richiamano i governi ad assumersi le loro responsabilità in tema di diritti umani. In quest’ottica, il movimento del BDS sta accrescendo l’attività di sensibilizzazione. Nel 2014, per esempio, Buenos Aires ha sospeso un contratto da 170 milioni di dollari con Mekorot per l’impianto di trattamento delle acque a causa delle pressioni degli attivisti del BDS, dell’Unione Centrale dei Lavoratori e dei movimenti sociali secondo cui Mekorot stava tentando di esportare le discriminatorie politiche sull’acqua che adotta contro i palestinesi.

Un’altra importante vittoria in America Latina è stata l’annullamento dell’accordo con Elbit System sull’onda delle proteste riguardo ruolo di Elbit nella costruzione del muro di separazione e per la sua stretta collaborazione con l’esercito israeliano.

Per contro, il boicottaggio accademico è in fase iniziale. Non vi sono ancora università o associazioni accademiche latinoamericane che hanno interrotto le proprie relazioni con Israele. Diverse iniziative, tuttavia, sono in corso. A gennaio 2016, oltre 200 intellettuali brasiliani hanno firmato una lettera che invita al boicottaggio di Israele. In Argentina, un simile elenco include oltre 400 studiosi.

Ad aprile, in Cile, il 64% degli studenti dell’Università del Cile hanno votato a favore dell’interruzione dei legami istituzionali con le università israeliane ed il 56% si sono opposti alle attività che coinvolgono rappresentanti dello stato israeliano. A settembre, la federazione degli studenti dell’Università Cattolica Pontificia del Cile ha votato per la fine degli accordi di cooperazione universitaria con l’Università Ebraica di Gerusalemme ed il Technion – l’Istituto israeliano di Tecnologia. In entrambi i casi, gli studenti di origine palestinese hanno avuto un ruolo determinante nella mobilitazione.

La lezione del “decennio d’oro”: compiere passi avanti per i diritti dei palestinesi

È fondamentale rafforzare tra le comunità locali il movimento latinoamericano per i diritti dei palestinesi. Non solo perché la svolta a destra della regione la sta privando dei suoi alleati a livello governativo, ma anche perché essa può rappresentare una sfida per gli interessi dell’economia israeliana nella regione – ciò che nemmeno i governi di sinistra hanno fatto.

Il movimento del BDS può continuare a concentrarsi soprattutto sul boicottaggio dell’industria militare israeliana, incluso le società di sicurezza private. Mentre l’America Latina si posiziona soltanto al quarto posto in tali importazioni, dietro la regione Asia-Pacifico, l’Europa e il Nord America, il settore è fortemente emblematico, poiché la sua presenza in America Latina risale agli anni del regime autoritario.

Inoltre, in Brasile, l’industria militare israeliana è impegnata ad addestrare ed equipaggiare la polizia militare, accusata di violazioni dei diritti umani quali l’uccisione e la tortura di detenuti. Ad essere più vulnerabili sono i giovani uomini neri delle favelas e le comunità marginalizzate. Le forze di sicurezza inoltre fanno un uso eccessivo della forza per reprimere le proteste. I movimenti pro-Palestina possono rafforzare la loro collaborazione con organizzazioni per i diritti umani e organizzazioni locali delle vittime che lottano contro la brutalità della polizia per denunciare la connessione israelo-brasiliana basata su razzismo e violenza della polizia.

Un esempio di tale solidarietà può essere trovato a Rio de Janeiro. La società israeliana International Security and Defense Systems (ISDS) addestra la polizia nelle favelas con le stesse tecniche usate a Gaza. Ha ottenuto un appalto con i Giochi Olimpici di Rio del 2016. I movimenti palestinesi come Stop the Wall e il Comitato nazionale del BDS hanno unito le forze con i movimenti a Rio che lavorano per i diritti umani nelle favelas in una campagna chiamata “Olimpiadi senza Apartheid” per l’annullamento del contratto. L’accordo è ancora in atto e la campagna contro la presenza di ISDS a Rio de Janeiro continua.

In un momento in cui i movimenti pro-Palestina stanno perdendo accesso ai governi, incluso ai ministeri della Difesa, sarebbe un’ingenuità pensare che le campagne per l’embargo militare potranno apportare nel breve termine una differenza sostanziale. Tuttavia attendere passivamente il ritorno di una configurazione politica più favorevole non è un’alternativa.

I cicli elettorali in America Latina sono ogni quattro anni. È fondamentale per il movimento pro-Palestina iniziare a porre le proprie priorità strategiche nel programma dei partiti di sinistra. Ciò può contribuire ad evitare in futuro un’altra serie di azioni simboliche che soddisfano i rappresentanti diplomatici palestinesi ma sono spesso disconnesse dalle reali esigenze dei palestinesi.

Qualcuno potrebbe sostenere che quelli che lavorano per i diritti dei palestinesi potrebbero avvalersi dei legami della diaspora araba con le élite della destra per comunicare con gli attuali governi. È tuttavia improbabile che questo possa portare a dei risultati. Gli ostacoli della destra agli interessi dei palestinesi, così come i suoi legami con le forze armate e, in misura crescente, con la chiesa evangelica, sono troppo numerosi per consentire una promozione della Palestina come vera causa bipartisan. Ciò non significa che i politici della destra non possano appoggiare specifiche richieste, ma gli attivisti dovrebbero tener presente che tale sostegno mirato resterebbe limitato.

La diaspora palestinese – sia a livello organizzativo che individuale – ha un importante ruolo da svolgere nella ricerca dell’autodeterminazione e dei diritti umani palestinesi. I latinoamericani di origine palestinese meglio sono in grado di sensibilizzare le loro rispettive società sulla quotidianità in Palestina. Per riuscirci, devono lavorare al di fuori delle loro reti etniche e costruire forti legami con i movimenti sociali locali.

Ad esempio, portare Hanan Al-Hroub in Cile per incontrare la comunità palestinese e funzionari cileni di alto livello è stata una eccellente iniziativa, ma sarebbe stata ancor più efficace presentare il suo lavoro ai movimenti popolari per l’istruzione al fine di creare legami duraturi tra la società palestinese e la cilena.

Note:

7. Queste organizzazioni includono la CONIB (Confederação Israelita do Brasil), la AMIA (Asociación Mutual Israelita Argentina), la DAIA (Delegación de Asociaciones Israelitas Argentinas) e la CJCh (Comunidad Judía de Chile).

8. La classe non è il solo elemento in gioco. I libanesi maroniti, che costituiscono una porzione significativa dell’alta società degli arabi latinoamericani della diaspora, hanno attraversato, in seguito alla guerra civile libanese, un processo di nazionalismo a lunga distanza che li ha distaccati dalla causa palestinese. Queste dissonanze contribuiscono a chiarire perché la maggioranza dei più ricchi latinoamericani di origine araba non difenda i diritti palestinesi. Per esempio, né Miguel Facusse Barjum, un magnate honduregno morto nel 2015, né Alvaro Saieh Bendeck, un miliardario cileno, pubblicamente hanno sostenuto la Palestina nonostante le loro origini palestinesi. A volte, tali personaggi non rispettano nemmeno i diritti dei palestinesi.

9. Un’azienda familiare brasiliano libanese, per esempio – il Grup MCassab e la famiglia Cutait – è proprietaria dell’importatore esclusivo di Sodastream in Brasile.

10. Con 48 membri su un totale di 120 nella Camera dei Deputati, è attualmente il più ampio dei gruppi bi-nazionali. Otto membri del gruppo sono di origine araba, di cui sei sono di origine palestinese. Due senatori inoltre hanno origini palestinesi.

11. Si veda la banca dati Comtrade delle Nazioni Unite.

Cecilia Baeza, membro di Al-Shabaka, insegna presso la Fondazione Getulio Vargas di San Paolo, in Brasile. È co-fondatrice di RIMAAL, una rete di ricercatori sui rapporti tra l’America Latina e il Medio Oriente. Ha un dottorato in relazioni internazionali dallo Sciences Po, Istituto di studi politici di Parigi.

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