La buona scuola e la sostanziale continuità della ministra Fedeli

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di Marina Boscaino
Da quando è stata investita dell’incarico di sostituire Stefania Giannini al Miur, Valeria Fedeli aveva fatto di tutto per restituire un’immagine di discontinuità rispetto a chi l’ha preceduta. Ma, evidentemente, è solo un’operazione di facciata, come dimostra quanto accaduto qualche giorno fa. L’approvazione con voto di fiducia della legge 107/15 (la sedicente “Buona Scuola”) dopo lo sciopero più partecipato della storia della scuola italiana è stato un atto di sfida arrogante che il Governo Renzi ha pagato a caro prezzo. Lo stesso ex Presidente del Consiglio è sembrato esserne consapevole, dal momento che tra le mirabilia rivendicate a consuntivo del suo mandato quella legge non è mai apparsa.
Al contrario, ad essa si è fatto esplicitamente riferimento sostenendo che “qualcosa non aveva funzionato”. Se con ciò vogliamo intendere lo svuotamento del mandato costituzionale e culturale della scuola italiana, rilevato recentemente persino da Ernesto Galli della Loggia, un tempo uno degli accusatori più ostinati di una scuola pullulante di fannulloni, siamo d’accordo: la 107, pur ponendosi in un’indubitabile condizione di perfetta continuità con i provvedimenti inaugurati da Luigi Berlinguer e proseguiti dai successori (autonomia scolastica, legge di parità, riforma Moratti, apoteosi di competenze ed invalsizzazione degli apprendimenti all’epoca del “cacciavite” di Fioroni, riforma Gelmini-Tremonti-Brunetta, per ricordare solo alcuni dei gravissimi accidenti occorsi negli ultimi 20 anni), quella legge ne rappresenta certamente l’esito più odioso e pesante.
Chi ha tentato di ostacolarne il percorso e ne ha sottolineato la pericolosità, non ha mai mancato di ricordare le famose 9 “deleghe in bianco”: temi importantissimi e molto delicati – quali valutazione degli apprendimenti, riordino del sistema educativo da zero a sei anni, riorganizzazione degli istituti professionali, sostegno agli alunni con disabilità, cultura umanistica, scuole italiane all’estero, formazione iniziale, diritto allo studio, revisione del Testo Unico – per le quali la legge prevedeva la facoltà del governo di avocare a sé la funzione legislativa.
Durante i lunghissimi mesi della campagna elettorale che ha preceduto la consultazione referendaria del 4 dicembre il Governo – nonostante l’imminente scadenza delle deleghe, prevista per la metà di gennaio – ha accuratamente taciuto sul tema; la rottura tra PD e docenti (elettorato storicamente fidelizzato a quel partito), infatti, non è certamente estranea la vicenda della riforma della Buona Scuola e l’azzardo di Renzi su di essa ha certamente contribuito all’esito negativo delle amministrative e del referendum. Quel silenzio aveva alimentato la speranza che riemergesse un po’ di buon senso da parte del nuovo Esecutivo e della neoministra Fedeli. Tanto più che voci insistenti ipotizzavano un rinvio dei termini di presentazione a metà marzo. Come un fulmine a ciel sereno, invece, sabato 14 il Consiglio dei Ministri, a 3 giorni dalla scadenza dei 18 mesi a disposizione del Governo per completare il disegno “riformatore” del sistema di istruzione italiano, ha approvato in via preliminare e a sorpresa 8 decreti legislativi, lasciando fuori solo quello relativo alla revisione generale del Testo Unico.
Appare quasi grottesca la dichiarazione della ministra Fedeli: “Oggi comincia un percorso: è un punto di partenza. Aver dato il primo via libera in Cdm non significa pensare che i testi siano chiusi: lavoreremo nelle Commissioni parlamentari per ascoltare in audizione tutti i soggetti coinvolti” in modo che “i testi finali saranno frutto della massima condivisione possibile”. Nei mesi preparatori a questo ennesimo colpo di teatro in chiave autoritaria cui il governo di centro sinistra ci ha abituati non è esistita interlocuzione alcuna. Il Renzi bis parla ora – a giochi più o meno fatti – di condivisione ed ascolto. Eppure ci sono stati 18 mesi durante i quali si sarebbe potuto più distesamente: un anno e mezzo di attesa, invece, per avere testi approvati l’ultimo giorno utile, facendo appello – nella consueta logica della scorciatoia rispetto al compiuto e costruttivo dialogo parlamentare – alle commissioni di competenza affinché ne verifichino (entro 60 giorni e con una lista potenzialmente interminabile di soggetti da audire) la fattibilità, per poi consegnare i risultati ai presidenti delle commissioni stesse. Se Renzi – invece di disertare palazzo Chigi per mesi, nell’intento di portare acqua al mulino del SÌ – avesse avuto un reale interesse per la scuola, il confronto avrebbe potuto essere concreto e non formale, come inevitabilmente finirà per essere.
Non possiamo infatti dimenticare come andò ai tempi dell’approvazione della 107: una finta consultazione online che si trasformò in un flop di cui nessuno ha mai rendicontato; kermesse organizzate ad arte per raccontare una interlocuzione in realtà accuratamente blindata; audizioni parlamentari di facciata, con tempi contingentatissimi e l’uso di tutte le scorciatoie possibili.
E il percorso di elaborazione totalmente autoreferenziale che le deleghe hanno subito fino ad ora non fa sperare – nonostante la sconfitta del 4 dicembre – in un ravvedimento. Tutto fa invece credere che l’inserimento dell’unica faccia “nuova” nel Renzi bis sotto mentite spoglie – in realtà Valeria Fedeli, vicepresidente della Camera, ha letteralmente imperversato sui media durante tutto l’autunno, tirando la volata al SÌ al referendum – sia stato un cambiamento solo apparente. Certamente finalizzato a “sistemare” alcune evidenti frizioni con i sindacati (Fedeli proviene dai tessili della Cgil, e non a caso nei primissimi giorni dopo la sua nomina il Miur ha presentato una proposta contrattuale per la mobilità dei docenti su cui si continua a lavorare, ma che sembra scavalcare alcuni punti critici della 107), ma di fatto coerente con l’impostazione autoritaria e non trasparente della precedente ministra.
I sindacati di base hanno prontamente reagito all’esito del Cdm di sabato proclamando uno sciopero per il prossimo 17 marzo. Rimane da capire cosa intenderanno fare gli altri, e in particolare i confederali: se si accontenteranno o meno del riconquistato dialogo con Viale Trastevere. E resta, ancora, da capire quale miopia abbia spinto i continuatori di un governo le cui politiche sono state esplicitamente bocciate da un pronunciamento popolare di dimensioni straordinarie a insistere su un atteggiamento di irrispettosa chiusura verso le reali esigenze della scuola e le tante proposte alternative che sono oggi in campo. Rimane, infine, da comprendere il motivo per cui dai 9 dispositivi originari si sia rinunciato – almeno apparentemente – ad intervenire solo su uno: la nona “delega” prevista dal comma 181 della legge 107, la revisione del Testo Unico dlgsl 297/94 sulla scuola. Voci insistenti suggeriscono che il governo stia preparando un disegno di legge sulla materia, da sottoporre direttamente al Parlamento; attraverso questa strada sarebbe percorribile l’ipotesi che in tanti hanno paventato ai tempi della approvazione della Buona Scuola: rimettere mano agli organi collegiali e allo status giuridico dei docenti. Una vecchia ossessione trasversale, inaugurata nel 2008 attraverso il pdl Aprea, poi Aprea-Ghizzoni, con le proposte di Profumo, ministro del governo Monti, ripresa infine dal sottosegretario Raggi ai tempi del governo Letta.
E qui la scuola della Repubblica rischierebbe davvero grosso: non ci meraviglieremmo infatti se un intervento legislativo di questo genere si fondasse ancor più che nel passato su un’idea di scuola azienda alternativa alla scuola per l’uguaglianza, la cittadinanza critica e l’inclusione configurata dalla Costituzione Il piano scuola di Renzi, di cui l’attuazione delle deleghe sono la prosecuzione in piena continuità, ha infatti scardinato i principi della democrazia scolastica fondata sul pluralismo e sulla libertà di insegnamento e li ha sostituiti con l’autoritarismo del dirigente scolastico, decisore unico delle sorti dei sottoposti. Ha scardinato dalle fondamenta il principio pedagogico della collaborazione collegiale e del lavoro condiviso, configurando una sorta di insegnante-monade, che impegna le proprie capacità per costruire una carriera che gli permetta di prevalere sugli altri economicamente e nella collezione dei crediti, dei bonus e dei premi. Un docente che ritiene la dimensione collegiale delle decisioni e delle procedure un inutile orpello, che delega al superiore gerarchico la progettazione degli interventi e la dislocazione delle risorse. Un docente che fa della propria passività professionale un modello per i cittadini inerti e acritici della postdemocrazia neoliberista, che fa del mercato l’unico regolatore delle vicende umane e dei diritti delle persone.
Domenica a Roma assemblea nazionale della Lipscuola, preceduta, il pomeriggio precedente e nella stessa sede, da un’assemblea di parti del movimento della scuola su questi ed altri temi: un testo attualizzato rispetto all’originario dispositivo del 2006, che configura un modello alternativo fedele alla scuola della Costituzione.

Fonte: MicroMega online – blog dell’Autrice

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