Il sole dell’avvenire nel XXI secolo

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di Enzo Traverso 
Un secolo fa, dopo aver conquistato il potere in Russia, i bolscevichi lottarono per impedire il tracollo economico istituendo uno stato d’eccezione che prese il nome di «controllo operaio». Le maestranze che si erano impadronite delle fabbriche costringevano i padroni espropriati e gli amministratori a dirigerle, sorvegliandoli. Da sole, non sarebbero state capaci di far funzionare gli stabilimenti. I loro picchetti armati trasmettevano un’immagine di forza e determinazione ma nascondevano in realtà la loro debolezza. Una nuova classe dirigente — industriale, tecnica, amministrativa — doveva essere creata dal nulla.
Oggi, i dirigenti delle grandi multinazionali intascano cifre astronomiche elaborando strategie finalizzate all’aumento dei profitti, ma i salariati delle loro imprese non avrebbero difficoltà ad assicurare o riconvertire la produzione di merci incomparabilmente più complesse rispetto a quelle prodotte agli albori del fordismo.
I PRESUPPOSTI del socialismo — innanzi tutto un’economia tesa al soddisfacimento dei bisogni collettivi anziché alla ricerca del profitto — sono largamente presenti nelle società del XXI secolo, anche quelle meno avanzate, in misura ben più grande di quanto non fossero al tempo della rivoluzione d’Ottobre. Ancor più di allora, il capitalismo è diventato un immane flagello, non perché non sia in grado di produrre ricchezza — ne crea anche troppa — ma perché fonte di mostruose disuguaglianze sociali — non può generare beni senza diffondere simultaneamente povertà ed esclusione — alle quali si aggiungono sprechi e disastri ecologici. Perché allora, se tutte le condizioni sono riunite per farlo, non cambiamo sistema? Forse i dilemmi del XXI secolo sono racchiusi in questo interrogativo.
Benché possa essere formulata in modi diversi, la tesi della «servitù volontaria» non mi ha mai convinto. Se il capitalismo non è mai stato così forte e arrogante, è perché ha vinto il primo e il secondo — a lungo incerto — round del match storico che da due secoli lo confronta ai suoi nemici. Durante il Novecento, ci siamo abituati a considerare vittorie e sconfitte come scontri militari: le rivoluzioni conquistavano il potere con le armi, le sconfitte si traducevano in colpi di stato e dittature fasciste. La sconfitta che abbiamo subito alla svolta del XXI secolo, tuttavia, va misurata con criteri diversi.
IL CAPITALISMO ha vinto perché è riuscito a plasmare le nostre vite e il nostro habitus mentale, perché è riuscito a imporsi come modello antropologico. Gli eserciti più potenti non sono invincibili. I contadini del Vietnam, uno dei paesi più poveri del mondo, sono riusciti, attraverso una lotta che non ha nulla di retorico definire eroica, a sconfiggere prima il colonialismo giapponese, poi quello francese e infine, nonostante i bombardamenti al napalm, l’imperialismo americano. Quel che fino ad oggi non siamo riusciti a fermare è un processo di reificazione universale che, come una piovra, ha avvolto il pianeta intero.
Forse è questa la principale ragione per la quale i movimenti che nel corso dell’ultimo decennio hanno messo al centro della loro azione la critica del capitalismo — Occupy Wall Street, los Indignados, la Nuit debout, No Tav, ecc. –— non hanno mostrato grande interesse per le discussioni strategiche (organizzazione, alleanze, rappresentanza, leadership) ma un fortissimo desiderio di sperimentare nuove forme di vita comune (riappropriazione dello spazio pubblico, partecipazione, deliberazione collettiva, inventario dei bisogni, critica della mercificazione dei rapporti sociali). Quando sono riusciti a varcare una soglia affrontando il problema della rappresentazione politica e del potere, sono stati schiacciati da rapporti di forza sfavorevoli (come Syriza in Grecia) o hanno dovuto gestire le contraddizioni che derivano dal fatto di muoversi in seno a un sistema che volevano scardinare (come Podemos in Spagna).
La sinistra sembra invece aver completamente disertato il terreno sul quale nel secolo scorso aveva accumulato notevole esperienza e registrato numerosi successi: la rivoluzione armata. In questo campo, lo spazio è interamente occupato dal fondamentalismo islamico che, attraverso un’impressionante «regressione» storica, ha sostituito la Sharia all’anticolonialismo e ai movimenti di liberazione nazionale. L’esperienza del comunismo novecentesco nelle sue diverse dimensioni — rivoluzione, regime, anticolonialismo, riformismo — si è esaurita ed è stata archiviata, come pure quella socialdemocratica, resa possibile nel dopoguerra sia da un’onda lunga di espansione economica sia dall’esistenza stessa dell’Urss, che costringeva il capitalismo a riformarsi e modificava i rapporti di forza tra le classi nel mondo occidentale.
I NUOVI MOVIMENTI anticapitalisti di questi ultimi anni non appartengono a nessuna di queste tradizioni del secolo scorso. Non hanno una genealogia. Essi rivelano maggiori affinità — non tanto dottrinali quanto piuttosto culturali e simboliche — con l’anarchismo delle origini: egualitario, antiautoritario, anticoloniale e perlopiù indifferente a una visione teleologica del socialismo come risultato di una presunta legge della storia. Orfani, essi devono reinventarsi. Questa è al contempo la loro forza, perché non sono prigionieri dei modelli ereditati dal passato, e la loro debolezza, perché sono privi di memoria; sono nati da una tabula rasa e non hanno elaborato il lutto delle sconfitte del Novecento. Sono creativi ma anche fragili perché non possiedono la forza dei movimenti che, coscienti di avere una storia, agivano nel solco di una tradizione.
I membri dei partiti comunisti s’illudevano di camminare nel senso della storia ma sapevano di appartenere a un movimento che trascendeva il loro destino individuale. Ciò li aiutava a combattere (e talvolta a vincere) nei momenti più tragici. I nuovi movimenti hanno un rapporto diverso con la politica, che mi sembra si possa definire in larga misura strumentale, benché non cinica: la «usano» senza farsi illusioni. Sanno che la democrazia va reinventata e sono del tutto indifferenti alla sacralità delle istituzioni. Così si spiega la vasta mobilitazione intorno alla candidatura di Bernie Sanders negli Stati Uniti e il successo di Jeremy Corbyn in Gran Bretagna.
MOLTISSIMI ATTIVISTI della campagna di Sanders non hanno votato per Hillary Clinton e la maggior parte dei sostenitori di Corbin non erano membri del Partito laburista, vi hanno aderito non per riformarlo ma perché hanno visto in Corbin un’occasione per rompere il consenso neoliberale che regna nella politica britannica, senza soluzione di continuità, dai tempi di Margaret Thatcher. Sanders e Corbin sanno benissimo che il futuro dei loro movimenti dipende da quel che succederà al di fuori del Partito democratico e di quello laburista. Altrettanto strumentale è il voto che in Italia molti attivisti dei movimenti sociali di questi ultimi anni hanno dato e danno al Movimento 5 Stelle, indifferenti tanto al carisma del suo leader quanto alle diatribe settarie degli eredi del vecchio comunismo.
Forse la forma organizzativa che più si addice a questi nuovi movimenti, è il federalismo della I Internazionale, agli antipodi del centralismo gerarchico del Komintern. L’Associazione Internazionale dei Lavoratori riuniva correnti ideologiche diverse, dai marxisti agli anarchici, e in essa coesistevano partiti, sindacati, movimenti di liberazione nazionale, circoli di varia natura. Oggi abbiamo bisogno di federare e far dialogare esperienze diverse, senza gerarchie, in modo «intersezionale», anziché circoscriverle su basi ideologiche. Forse per questa ragione la Comune di Parigi è riscoperta come straordinaria esperienza di autogoverno dei beni comuni anziché come prefigurazione dell’Ottobre russo. I suoi protagonisti non assomigliavano alla classe operaia industriale del Novecento; erano artigiani, lavoratori precari, giovani intellettuali e artisti, donne senza una professione; la trama sociale eterogenea e precaria delle loro esistenze ricorda quella dei giovani di oggi.
LA DIFFERENZA risiede nel fatto che i movimenti attuali agiscono su un terreno profondamente segnato da una sconfitta storica. Il convegno romano dei prossimi giorni rilancia il dilemma già formulato da Rosa Luxemburg allo scoppio della Grande Guerra: socialismo o barbarie. Viste le condizioni in cui versa il mondo di oggi, questa scelta appare terribilmente realistica e concreta. Nel formularla, tuttavia, non abbiamo più diritto a nessuna ingenuità. La barbarie non è una minaccia all’orizzonte ma un’esperienza largamente vissuta durante il secolo scorso e tuttora presente in buona parte del mondo; il socialismo non è un’idea nuova e l’esperienza del passato prova che anch’esso può trasformarsi in una faccia della barbarie. Non possiamo rimuovere questa consapevolezza ma non dobbiamo neppure permetterle di paralizzarci.

Fonte: Il manifesto 

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